La rosa nell’anima: il Sé

Donna con Rosa Franco Battiato

Pier Pietro Brunelli sarà relatore alla manifestazione: UN MONDO DI ROSE alla Commenda di Genova con una presentazione intitolata LA ROSA NELL’ANIMA Sabato 12 maggio ore 11.30.

Museoteatro della Commenda di Prè Sala del Giardino Hotel Aquila & Reale Sala dei Cavalieri

Programma completo e informazioni  Sabato 5 maggio e Sabato 12 maggio 05.05.12 Un mondo di rose a Commenda 1 

Il senso di Jung il Sè è l’archetipo centrale dell’anima-psiche. Esso non corrisponde all’Io-Ego, e neppure alla Persona (altro archetipo che riguarda l’Immagine dell’Io) – esso corrisponde all’individuo che sente la sua appartenenza all’Universo, alla totalità, eppure sente anche di essere unico e assoluto. Il Sé è il nostro centro, che è anche centro dell’Universo e dell’Inconscio collettivo dell’umanità.  Il Sé è anche il senso della comunità e di madre terra e di padre cielo. Il Sè è quindi una regione archetipica della psiche dalla quale si esperisce la propensione verso un equilibrio interiore e psicocorporeo, dal quale si apre un’energia armonizzatrice delle emozioni, dei sentimenti e dei pensieri (in senso relazionale e sociale). Secondo alcuni, il Sé è un principio un po’ troppo utopico, come un’orizzonte irragiungibile, eppure anche in tal senso esso segna la rotta dell’orientamento per la realizzazione di se stessi, per il compimento della propria esistenza come esperienza soggettiva e ad un tempo partecipativa della totalità, dell’infinito spaziale e temporale. Noi siamo manifestazioni di un’energia sovrapersonale, la vita prende forma in noi, si manifesta attraverso di noi e la nostra missione ultima consiste nel darle compimento ricercando la via e i processi di un’esistenza autentica, non condizionata dall’ignoranza, ed invece consapevole dell’ignoto. Segue

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Droga, Narcisismo e Pubblicità di Pier Pietro Brunelli

 Brand-mania, narcisismo e narcosi

  Ecco una domanda provocatoria, stonata, forse anche banale, ma sicuramente polemica: ‘una marca di grande prestigio -- un brand -può funzionare come una droga?’. Risposta: se con la parola ‘droga’ ci riferiamo, in generale, a svariati fenomeni di dipendenza, assuefazione, stati alterati di coscienza, diciamo di sì. Possiamo, a tale riguardo, coniare il termine ‘brand-mania’ e porlo accanto a ‘tossico-mania’. Tuttavia poiché la marca-droga non viene assunta per via metabolica (orale, nasale, endovena, ecc.), si dovrebbe parlare di una droga ‘psico-semiotica, che, come un ‘farmaco’, influisce, nel bene e nel male, sull’organismo umano, sugli atteggiamenti, i comportamenti ed anche sugli equilibri psichici inconsci, attraverso l’immagine e la comunicazione.

Se la pubblicità è considerabile come una sorta di farmaco-droga per incrementare i consumi, allora è necessario valutare anche le controindicazioni, gli effetti collaterali, la posologia. Un atteggiamento più critico e più consapevole, non deve essere intenso necessariamente come ‘antipubblicitario’. Portare lo sguardo sugli aspetti psicologicamente e socialmente negativi della pubblicità può rivelarsi ‘eticamente produttivo’ per le Aziende e per coloro che lavorano nei campi della pubblicità e del marketing. In fondo, un ‘ecodesign della comunicazione pubblicitaria’ dovrebbe svilupparsi parallelamente all’emergere di discorsi e comportamenti intorno alle prospettive di produzione e consumo realmente sostenibili, a livello locale e globale.

 Una particolarità della droga-marca è che essa ha un potere invasivo, penetrante che va al di là delle scelte coscienti, quindi il pubblico dei consumatori viene ‘drogato’ per la massima parte a sua insaputa. Il potere invasante della marca-droga, dea nel tempio dei consumi, è pensabile comparandolo a quello degli antichi personaggi mitici, o degli spiriti, o del primitivo animismo proiettato sugli stati e le cose del mondo, che possedevano il ‘posseduto’, cioè qualcuno, o un gruppo, che perdeva, in parte o del tutto, il contatto coscienziale con se stesso e con il mondo.

La marca-droga sempre alla moda… che sballo!

La marca si propone come gioco, spettacolo, costume, loisir, divertimento, informazione, le sue intenzioni persuasorie e manipolatorie, per avere successo, per penetrare tra  le difese e i dubbi del consumatore ( a causa della molteplicità di comunicazioni di marche concorrenti),  devono essere il più possibile occultate, dissimulate, non apparire. In tal senso tutta la pubblicità può essere considerata ‘subliminale’. Naturalmente i consumatori non sono degli sciocchi e sanno benissimo che la marca e la pubblicità servono ad incantarli e a convincerli a tutti i costi, ma l’incanto spesso riesce perché c’è qualcosa di piacevole nell’essere incantati/subliminati.  

TUTTAVIA NON SI PUO’ RACCONTARE SEMPRE LA STESSA FIABA, BISOGNA RINNOVARLA AFFINCHE’ SIA SEMPRE ALLA MODA … la marca-droga impiega costantemente la moda per rinnovarsi e ridestare i suoi effetti incantatori nel consumatore, il quale altrimenti resterebbe assuefatto, cioè non più reattivo alla droga (non più ‘fatto’ come si dice in gergo… perciò è la moda quella che provvede mantenere alto ‘LO SBALLO DELLA MARCA’).  

Marche stupefacenti e stupefacenti di marca

L’incantesimo in ogni fiaba ha una sua valenza positiva o negativa, tuttavia la sua potenza immaginale è sempre quella della fascinazione emotiva, attraverso diverse modalità: ipnosi, seduzione, suspense, stupore, meraviglia, ecc. Il potere ‘stupefacente’ dell’incantazione può esere impiegato per suscitare emozioni favorevoli a discorsi di carattere persuasorio. Le marche si impegnano strategicamente per suscitare un ‘incantesimo stupefacente’ capace di persuadere i consumatori secondo diversi obiettivi di marketing. Uno di questi obiettivi è il cosiddetto ‘posizionamento’, vale a dire posizionarsi nella psiche individuale e collettiva secondo determinate narrazioni, idealità, emozioni, sogni (ciò che alcuni studiosi della marca hanno chiamato “mondi possibili” riprendendo questa nozione dagli studi sulla semiotica dei testi di Umberto Eco).

Quanto più la marca è in grado di ficcarsi nella testa della gente secondo certe modalità di incantazione ‘psicosemiotica’, tanto più il suo potere ‘drogante’, ‘stupefacente’, funziona. Naturalmente, l’obiettivo persuasorio di una marca non si indirizza alla gente in generale, ma al cosiddetto target, cioè una porzione di consumatori che viene rilevata secondo diverse tecniche di ricerca qualitativa e quantitativa (anche se questa ‘porzione’ molto spesso non corrisponde ad un corpo sociale ben identificabile, quanto ad una ‘regione’ dell’”inconscio collettivo”). Quindi ogni marca per mantenere il suo spazio-tempo nei cervelli adopera diverse modalità persuasorie, il cui funzionamento è tanto più occulto quanto è più capace di pervadere le regioni inconsce della psiche. In termini retorici, e più direttamente riferibili alla coscienza, possiamo dire che la marca adopera talvolta la via del sentimento (commuovere) e talvolta quella del pensiero (convincere). La via del ‘sentimento-commozione’ va dalla tenerezza dell’infanzia alle perversioni sessuali, dall’amore romantico a quello della famiglia, ecc. La via del ‘pensiero-convincente’ si serve invece di prove ed informazioni plausibili, ragionevoli ed anche pseudo-scientifiche. Eppure affinché si riescano a suscitare emozioni e sentimenti è determinante ‘toccare’ aspetti profondi, che penetrano al di là dei filtri coscienziali. Questa ‘penetrazione’ nell’incosncio, se viene considerata nei termini di ogni singolo messaggio pubblicitario è rapida, indolore, evanescente, quasi sempre effimera e irrilevante, ma se consideriamo l’insieme di tutti i messaggi pubblicitari che fanno da ‘colonna visiva e sonora’ alla vita individuale e sociale, allora è lecito sospettare una serie di effetti piuttosto consistenti, che agiscono anche al di là della soglia coscienziale. 

La marca-droga tra ferita narcisistica e narcisismo patologico

SI PENSI CHE CELEBRI STUDIOSI DELLA MARCA (particolarmente asserviti al consumismo ad oltranza) HANNO PARLATO DI ‘MARCA-PERSONA’, cioè di un’entità che si comporta come una persona, la quale avrebbe, a mio modo di vedere, tutti i tratti del NARCISISMO PATOLOGICO in fatto di manipolazione, menzogna, sfruttamento, seduzione, ecc. -- a tale riguardo possiamo ben comprendere come mai il NARCISISMO PATOLOGICO sia sempre più dilagante -- visto che si apprende tutti i giorni su tutti i media, anche nei social network, è costituisce l’ingrediente psicopatologico drogante numero 1 della pubblicità (del resto la personalità con disturbo narcisistico è drogata, nel senso che si esalta come sotto l’effetto di una sostanza doppante).   

Tutti i discorsi e le immagini di marca, nel loro insieme, funzionano quasi come ‘narcotizzanti narcisistici’   quando riescono a penetrare nella mente e nel cuore del consumatore, nelle sue aree psichiche consce e inconsce. Questa ‘penetrazione’ avviene con diverse modalità, le quali fanno leva su fattori disforici, come paure, debolezze, difficoltà esistenziali, o anche euforici, come speranze, curiosità, voglia di crescere, emanciparsi, conoscere. In ogni questione psichica, anche quella che riguarda la persuasione pubblicitaria, il tentativo di separare nettamente il bene e il male risulta sterile, se non impossibile. In ciò che è negativo si deve riconoscere il positivo, e viceversa, poiché un realistico equilibrio psichico non può sopportare insostenibili scissioni moralistiche, ed è quindi concepibile come la ricerca di una accettabile integrazione di ‘luce ed ombra’.

Molti studiosi dei consumi hanno poi parlato di ‘narcisimo del consumatore’ (senza peròà conoscere bene la questione del narcisismo in termini psicologici…). Diciamo che il consumatore cercherebbe inconsciamente di curare le sue ferite e carenze narcisistiche  attraverso le marche, servendosene come ‘potere e bellezza’ che si aggiunge alla sua immagine; ma molti altri consumatori se ne servono come scuola e segno di prestigio per potenziare il loro narcisismo patologico ad un più raffinato grado di manipolazione e competitività negativa per il prossimo.   Il consumatore - sia che abbia un narcisismo carente (ferita)  e sia che lo abbia eccessivo (patologico) --  riconosce nell’immagine e nel discorso di marca un qualche aspetto di se stesso che vorrebbe cercare di potenziare e abbellire attraverso il possesso di quella tale marca, nella quale egli riflette l’immagine bramata di se stesso. 

Le parole ‘narcotico’ e  ‘narcisismo’ derivano dal mito di Narciso, il quale specchiandosi nella sua immagine riflessa in uno specchio d’acqua, ne restò così affascinato che perse l’equilibrio, cadde e annegò. Il grande studioso dei media Mc Luhan vede in questo mito la spiegazione di un particolare effetto di stordimento dei media. Ciò deriverebbe dal fatto che i media vengono percepiti come “protesi”, come proiezioni e prolungamenti della propria presenza, con la conseguenza di far dimenticare la propria effettiva corporeità, e quindi di amputare, almeno parzialmente la percezione di sé. Così Narciso, tutto preso dalla sua immagine riflessa nell’acqua, si sentì parte di essa, quindi si dimenticò del suo corpo sulla terra ferma  e perse l’equilibrio.  Il sentirsi partecipi dello specchio televisivo, della propria immagine e scrittura in Internet, o anche il proiettarsi in un immagine di marca, in qualche modo ha un effetto narcotico. Potremmo dire di  ‘amputazione della autenticità’, dal momento che l’immagine di marca viene assunta come una sorta di protesi di ‘rivestimento’, come una sorta di ‘persona-maschera’. In tal modo il consumatore che si proietta nell’immagine di una marca, desiderandola e vivendola come una componente di sé, non sembrerebbe necessariamente un narcisista, ma piuttosto un ‘narcotizzato’. Infatti, i consumatori, cioè noi tutti abitanti del mondo dei consumi ‘avanzati’, non siamo sempre narcisisti, ma anche isterici, ossessivi, depressi, borderline e quant’altro (se proprio si vuole usare nel modo più schematico il repertorio di quadri diagnostici della psichiatria). Allora si potrebbe dire che la marca può fare leva non solo sul narcisismo, ma anche su tutta la serie di disturbi e di patologie del carattere che vanno dalle nevrosi più leggere, alle sindromi borderline, fino alle psicosi. Tutto ciò sembra esagerato, parossistico, e soprattutto non spiegherebbe come mai a persone con lo stesso disturbo psicologico possono risultare gradite marche molto diverse. Ma lo scopo di queste considerazioni non è né classificatorio né deterministico, è invece provocatorio, al fine di far scaturire una riflessione più approfondita sulla natura ‘psicosemiotica’ della pubblicità, sul suo modo di agire nel sentire della psiche, vale a dire sul suo modo di patologgizzare attraverso immagini, emozioni, sentimenti.

Pubblicità: ‘nuovo oppio dei popoli’

A questo punto si potrebbe dire che è assurdo paragonare le marche a droghe (artificiali o naturali, farmacologiche, chimiche, illegali, lecite e tradizionali) poiché queste ultime non mirano né a sedurre né a convincere. Vero! Se prendiamo in considerazione ogni singola marca in quanto tale, non possiamo considerarla come una droga, si tratterebbe di una metafora piuttosto esagerata e banale. Ma se consideriamo l’effetto globale di tutta la comunicazione mediatica intorno alle marche, il suo giornaliero martellare, in ogni spazio e in ogni tempo della vita pubblica e privata, allora dobbiamo considerare che l’obiettivo generale non sembra essere quello di persuadere e di convincere, quanto piuttosto quello di generare un narcotizzante stato di dipendenza e di accettazione rispetto all’attuale sistema di produzione-consumo. La massa dei messaggi sulla marca, prodotta secondo una straordinaria forma organizzativa e strategica    costituisce la stragrande maggioranza dei messaggi mediatici, la cui sommatoria sembra dire che non vi è alcuna altra possibilità per far funzionare il mondo, per poter avere dei beni e dei servizi, per poter essere partecipi di una società civile. A prescindere dagli obiettivi particolari di ogni singola marca , l’effetto generale di un mondo sempre più brandizzato è quello di narcotizzare, cioè di far credere in un mondo felicemente allucinato, che impedisce di vedere come reale il contesto di distruzione dell’ambiente e di guerre nel quale l’umanità si è indirizzata. Il mondo della pubblicità, sembra seppure nella sua finzione manifesta,  l’unico realisticamente  possibile per garantire la felicità e la sicurezza. L’eudemonia, il piacere, la ‘finta gioia’ di ogni messaggio pubblicitario, produce , come la droga un ‘pseudobenessere passeggero’, che allontana il confronto con i reali problemi, bisogni, desideri. La psico-tossicità sociale della ‘brand-dope’, nella misura da overdose con cui tende a proporsi, sta nel generare uno ‘squilibrio narcotico’, cioè un distacco dalla realtà e una dipendenza maniaco-depressiva dal  mondo del brand e dei suoi incantesimi euforizzanti. Del resto molte forme di dipendenza da sostanze posicogene, cioè le ‘tossico-manie’ sono considerabili come strategie coatte di fuga dalla depressione e dagli aspetti problematici dell’esistenza. 

Allora possiamo cercare di individuare come si patologizza questa ‘tossicomaniacalità della marca’ o ‘brand-mania’, confrontando i suoi effetti con quelli di alcune droghe. Si tratta di effetti che non soltanto generano desiderio di ‘consumo di marca’, ma anche manipolazione di immagini interne, di sogni, di sentimenti, di tempo, di spazio, di corporeità e quindi di anima, di vitalità psicocorporea.

La brand-mania comporta dunque effetti ‘doppanti’ di varia natura, qui di seguito ne evidenzio alcuni comparandoli con le conoscenze scientifiche e popolari degli effetti psicogeni di varie sostanze. Sottolineiamo ancora una volta (l’ultima), che la metafora della droga qui assunta, ha una sua forza mitica che vuol provocare una riflessione critica e speculativa. Dunque, ci ostiniamo a perseguirla più nello specifico, comparando gli effetti ‘psicosemiotici’ che una marca può voler indurre, con le gli alterati stati di coscienza provocati da sostanze psicogene.                           

Le marche sotto l’effetto della droga…

PSICOFARMACI Gli psicologi sanno che lo shopping compulsivo, esaltato dalle immagini di marca ha un certo effetto euforizzante e quindi antidepressivo e ansiolitico.  Ormai il business degli psicofarmaci (droghe legali) ha superato quello degli armamenti , milioni e milioni di consumatori che potrebbero essere curati con terapie psicologiche e naturali possono acquistare miliardi e miliardi di pastiglie di ogni tipo attravertso Internet o vedersele prescritte con facilità , giacché molti medici purtroppo non sanno da chi inviare i pazienti per altri trattamenti. La mutua , infatti preferisce pagare il business delle multinazionali farmaceutiche piuttosto che istituire servizi di psicoterapia. Ma ecco che l’acquisto e il possesso di beni di marche può generare una sorta di stato psicogeno, come sotto l’effetto di un qualche psicofarmaco… ad esempio può indurre un leggero stato  maniacale, una specie di ‘io grandioso’, di ‘falsa sicurezza’, che è simile a quello indotta da diverse sostanze psicoattive aventi effetti euforizzanti e antidepressivi. 

LSD Acido Lisergico In altri casi il branding ha effetti di carattere pseudo-allucinogeno, in tal caso ci si può riferire metaforicamente all’acido lisergico (LSD), soprattutto quando suscita stati di confusione creativa, alternati a  paranoia e ansietà. Ciò avviene attraverso una perdita dell’’esame di realtà’, secondo una sindrome comportamentale che viene ben sintetizzata nel seguente passo di Michael Schneider:

“Poiché egli [il consumatore] deve scegliere tra merci in concorrenza della stessa specie, che non si possono assolutamente più distinguere a seconda del loro valore d’uso, sceglie quella merce che ha l’’aria’ di promettergli di più, cioè, nell’ambito dello stesso genere di merci (ciò è valido sia per i detersivi che per i programmi politici), egli può scegliere soltanto tra nomi, forme, immagini che sono in concorrenza, ecc. Cioè, tra apparenze ‘fantasmatiche’. La ‘concorrenza basata sulle apparenze’ […] lo abitua così sempre più a ‘idealizzare’, a ‘fantasticare’, a inseguire idee, associazioni, fantasticherie e allucinazioni, che stanno attorno al nucleo materiale del valore d’uso della merce, che diminuisce a vista d’occhio. Il mondo delle associazioni ‘fantasmatiche’ della merce è simile al mondo delle associazioni psicotiche, per il fatto che cerca di manovrare in modo sempre più perfetto le istanze critiche della censura del compratore, cioè la funzione dell’’esame di reatà’. Così il rapporto del compratore con il mondo delle merci diviene sempre più irreale (Schneider, Nevrosi e lotta di classe Milano: Il Formichiere 1976 :266-267).”

ALCOOL Vi sono poi vere e proprie ubriacature da marca. La marca talvolta diviene simile all’alcool, indebolisce i centri del controllo, li deprime (infatti l’alcool è un depressorio del sistema nervoso) e quindi si liberano idee e comportamenti che erano mantenuti in uno stato di repressione. La marca viene percepita come capace di indurre ebbrezza, di favorire il lasciarsi andare, a volte anche sessualmente e nell’affettività, ma anche come spinta a fare e a dire cose stupide e sconvenienti, come quando si è ubriachi o almeno un po’ brilli. Gli stati etilici e psicadelici generano esperienze di liberazione confusionale delle pulsioni, di perdita dei freni e dei confini coscienziali, riportabili all’invasamento dionisiaco: dio della festa, dell’orgia, del teatro e della partecipazione collettiva.

ANFETAMINE La marca  può avere anche diversi effetti ‘anfetaminici’: rendere iperattivi e scattanti, anche se non lo si è. In tal senso prevale il mito di Ares, il dio guerriero, della potenza e della velocità.  La marca euforizzata da Ares, mira a svegliare, ad eccitare, almeno come un ‘caffè doppio’. In altri casi, invece la marca ha un effetto tranquillante e ansiolitico, dato che punta a rassicurare, a proporre un mondo migliore ove tutti sono felici, specialmente chi se la compra. Qui il repertorio di droghe legali è vastissimo e alquanto di marca, se si tiene conto dell’ampia gamma di psicofarmaci (soprattutto ansiolitici, spesso somministrati insieme agli antidepressivi), che costituiscono il principale modo di occuparsi della psiche e dell’anima del nostro tempo.

CANNABIS Bene, a questo punto, che dire di una canna?  Ognuno può dire ciò che vuole, soprattutto in privato -- va però detto che anche gli effetti dei derivati della canapa indiana sono rapportabili a certi tipici effetti dionisiaci e mercuriali della marca: sensibilizzazione verso fenomeni estetici, sensazioni dissociative a sfondo creativo, partecipazione più emozionale nelle relazioni, voglia di comunicare, nonché a volte stordimento e pesantezza (a seconda della qualità e dell’eventuale abuso, che certamente, bene non fa).

COCA La cocaina è invece un tonico tendenzialmente apolinneo, riferibile a quelle marche che con la loro classe e la loro raffinata compostezza, il loro efficiente tono con una ‘marcia in più’, mirano a dare la sensazione di sentirsi più in alto, invincibili, irraggiungibili (fino a quando non viene il down – in genere da poche ore a pochi giorni dall’acquisto!).

ECSTASI Anche la cosiddetta ‘estasi’ e le varie pastiglie da discoteca,  generano illusori stati di benessere  e di affettività simili a quelli che può suscitare il mondo afrodisiaco e dionisiaco della marca, come quando grazie al possesso di una marca ci si sente stranamente disponibili, carini, simpatici, aperti agli altri, purché essi non siano troppo diversi, e siano in uno stato di reciproca empatia. 

 HEROIN Come ben si sa la più temibile delle droghe, tra quelle diffuse nella società, è l’eroina. Questa sostanza derivata dall’oppio conduce in modo quasi istantaneo alla dipendenza e alla assuefazione, fino a provocare la morte. L’effetto dell’eroina è quello di un potentissimo antidolorifico fisico e psichico, che agisce generando una sorta di distacco dal mondo e quindi uno stato di assenza, una sorte di sonno o di morte vivente, grazie alla quale non importa più di niente e di nessuno, nemmeno di se stessi. Il mito di Morfeo, da cui deriva la parola morfina, racconta di un dolce addormentarsi che ‘dà forma’ ai sogni, ma questa beatitudine artificialmente provocata dagli oppiacei prelude ad un decorso di mortale dipendenza. I primi studi di psicologia behavorista sui massmedia, basati sulle teorie di uno stimolo iterato capace di condizionare le risposte, impiegavano la metafora della ‘iniezione’(la ‘teoria ipodermica’ di Schönemann, 1924) per indicare l’inoculamento nella mente di ogni singolo individuo di stimoli condizionanti. Si tratta di teorie obsolete, ma delle quali resta comunque il presagio nefasto di una qualche sostanza ‘psicosemiotica’ che viene somministrata agli individui e alla collettività, una sostanza seduttiva, piacevole, promettente come la pubblicità. Il problema sono gli effetti patologici, i disturbi che a lungo andare questa sostanza viene a determinare, in forme più o meno larvate, ma anche abnormi, se li si considera in una prospettiva globale. Una sorta di stordimento generale che distoglie dal confronto autentico con i problemi e con la bellezza della vita, un allontanamento da sé e dal mondo verso i più modesti e rassicuranti paradisi artificiali promessi dal mondo dei ‘consumi felici’.

 OPPIACEI Un simile effetto lo ritroviamo negli oppiacei, anche se ciò può sembrare terribile ed eccessivo. Una sorta di sindrome di astinenza da oppiacei sembra essere il  principale effetto psicosociale dell’insieme dei messaggi di marca che, giornalmente, vengono inoculati nell’individuo e nella collettività in dosi massicce. La metafora impiegata da Marx della ‘religione’ come ‘oppio dei popoli’ riportata al mondo globalizzato dei consumi può diventare: ‘pubblicità oppio dei popoli’, ove le ‘merci feticcio’ si caricano di valenze animistiche generate dalle politiche di immagine e comunicazione della marca.

SEX ADICT Naturalmente anche la sessualità in tutte le sue forme viene impiegata in modo massiccio per potenziare gli effetti della marca-droga, come ben si sa gli SPACCIATORI DI MARCHE-DROGA le studiano tutte pur di vendersi molto bene, ed in questo senso sono dei raffinati maestri di NARCISISMO PATOLOGICO…. 

Consumatori o drogati e replicanti?

L’insieme delle immagini e delle comunicazioni di marca, pur simulando un dialogo diretto, come da persona a persona, si rivolge all’individuo-massa, vale a dire che si dà per scontato che l’individuo non esiste, se non come consumatore nella massa. Gli individui, le personalità, i caratteri vengono così omologati, classificati, targettizzati, profilati. L’ ‘atomizzazione’ dell’’individuo-massa’, tema recentemente ripreso da U. Galimberti in riferimento alle tesi di G. Anders, evidenzia di come il destinatario della comunicazione sia un’essere collettivo fittizio’, un ‘essere medio’ partorito da specifiche campionature e ricerche di mercato. Gli esseri umani, in modo gioioso e carezzevole, vengono considerati come ‘replicanti’ (il lettore ricorderà il film Blad Runner, dove venivano prodotti i ‘replicanti’: esseri umani simil-biologici, utilizzabili per diversi scopi), che hanno bisogno di una certa dose di droga psico-culturale giornaliera per rimanere tali e per non andare in astinenza. La marca deve produrre consumatori-replicanti, ma per fare ciò deve riuscire a spersonalizzare le persone, gli individui, i caratteri, deve cioè drogare con effetti simili a quelli de-personalizzanti dell’eroina. Apparentemente la marca personalizza, infatti la marca suggerisce modi per ‘fortificare i processi di identificazione’, e quindi favorisce la possibilità di dire: ‘io sono…’, ‘io provo queste emozioni, ‘io ho certi desideri’; tuttavia, sebbene la marca proponga una personalizzazione dell’io, lo fa solo a patto che l’io non sia più individuale, sia cioè un io-massa, un non-io (questa tesi è stata particolarmente sostenuta a cominciare da Max Horkheimer e Theodor Adorno in La dialettica dell’illuminismo, 1947).

SINDROME DI ASTINENZA In un certo senso l’eroina determina proprio questo effetto di abbandono dell’io, essa è anestetica e analgesica, essa non fa soffrire, perché uccide l’io, come in una ‘morte vivente’. Si potrà allora dire che l’eroina annulla anche i desideri, mentre la marca no. Ma la contraddizione è ancora una volta solo apparente, perché ciò che l’eroinomane desidera di più, se non altro come bisogno compulsivo, è l’eroina stessa, e allo stesso modo la marca, come l’eroina, mira a diventare il desiderio esclusivo, la cosa più importante da desiderare, a discapito di tutti gli altri possibili desideri. Così come l’eroina, la marca tende a trasformare il consumo da desiderio a bisogno, che è necessario soddisfare a tutti i costi, pena: la sindrome di astinenza. E’ vero quel che si dice rispetto al fatto che la comunicazione pubblicitaria faccia leva sui desideri piuttosto che sui bisogni, tuttavia il desiderio esaltato dal totalitarismo della marca, dalla sua immagine globalizzante, diventa così pressante da trasformarsi in una sorta di ‘bisogno psicologico’. Lo dimostrano fenomeni come lo shopping compulsivo, la microcriminalità giovanile esercitata per accaparrarsi oggetti e abiti di marca, la rinuncia a soddisfare ambiti esistenziali riferiti alla salute e alla educazione pur di poter acquistare oggetti brandizzati, quali simboli di status, portatori di fantasie di successo e di piacere. Essere esclusi dal mondo dei consumi, e quindi dalla marca, provoca l’angoscia di essere esclusi dalla società, da un’immagine che appare come buona e materna, ma che si rivela anche espulsiva e rifiutante. L’archetipo della ‘Grande Madre’,  che oggi secondo diversi psicoanalisti junghiani si riflette nella società dei consumi, promette piaceri, felicità e amore, ma solo a patto di diventare come ‘bambini’, e quindi come  dipendenti, che non possono vivere senza la mamma (sebbene questa sia una figura ambivalente, minacciosa, che dà amore solo in cambio di soldi, di acquisti, di sudditanza ai miti della marca: una ‘raffinata puttana’ insomma!). A questo riguardo  lo psicoanalista Claudio Risé dice:

  “Sotto l’imperativo della ‘soddisfazione dei bisogni’ funzionale all’espansione dei consumi e quindi alla crescita della società industriale, l’intera società (non solo  le sue Grandi Aziende) è diventata una Grande Madre, che ha come prima funzione quella di mantenere in vita l’individuo per stimolarne e soddisfarne le richieste, e alimentare quindi il circuito della produzione e del consumo (Essere uomini, Como, Red Edizioni, 2000: 102-106)”.

Il consumatore drogato e rimbambito dal narcisismo narco-pubblicitario 

Del resto tutte le droghe, da un punto di vista psicoanalitico sono mezzi riparatori per tentare di soddisfare il bisogno rimosso della mamma e del suo fantasma. Le droghe, come i consumi di marca, sono paragonabili al ‘ciuccio’ che il bambino desidera come sostituto della mamma. Così, molti studiosi dell’animale ‘consumatore’, parlano di esso come di un bambino, ovvero di un adulto colto nei suoi processi inconsci regressivi (vedi Siri, G. La psiche del consumo. Milano, Franco Angeli, 2001) che lo rendono dipendente dai consumi, e  dal rassicurante mondo della marca, falsamente materno. Va però detto che molti di questi studiosi mirano a capire come fare a bambinizzare e narcotizzare i consumatori al massimo grado attraverso ricerche di mercato, marketing, branding, pubblicità… Praticamente cercano di capire come fare a distribuire le marche-droga in forma di caramelle davanti alle scuole… (sic!).  Ci troviamo dunque in un mondo ove il narcisismo patologico imperversa, ed in un certo senso è al potere, ad esso infatti interessa solo il potere per il potere, in nome di un egoismo estremo che prima di diventare autodistruttivo mira a distruggere nel massimo dello sfruttamento cose, persone, gruppi e ambiente pur di trasformare la sua sostanziale impotenza in potenza … super firmata naturalmente con i più grandi ‘marchi alla droga’!

Ma adesso la crisi fa strage di consumatori -- naturalmente solo di quelli (la stragrande maggioranza) che sono rimasti disoccupati o con redditi bassi e appena sufficienti per vivere, gli altri potranno continuamente godersi il lusso (che non va, mai in crisi, anzi…). Speriamo almeno che con l’indebolirsi del mercato della marca-droga molti consumatori riescano a disintossicarsi e reagiscano per un cambiamento del ‘mercato drogato, della politica drogata, della finanza drogata…’  e reagiscano anche con nuovi stili di vita, più autentici e naturali, senza più bisogno di essere ’esseri firmati e drogati’. 

Le immagini ’Brand & Dope”  di questo articolo sono state realizzate da Ruiz Gaizka, designer, collaboratore della rivista di arte e comunicazione visiva BlablArt di Bilbao.

I LOVE SHOPPING … un ridicoleggiante inno al narcisismo ‘pato-merceologico…’

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Dott. Jekyll e Mister Hyde, e l’Ombra dentro di noi.

di Pier Pietro Brunelli 

Il lato oscuro scisso 

Questo artcticolo sviluppa una lettura della poetica di Stevenson, e in particolare de Lo Strano caso del Dott. Jekill e Mister Hyde, sulla base dell’ermeneutica junghiana intorno all’estetica e alla creatività letteraria. 

Inconscio, sogno e visione sono tratti essenziali nella poetica di R.L. Stevenson. La sua opera maggiormente pregna di ‘metafore’ e ‘fatti’ psicopato-logici è senz’altro il “Jekyll e Hyde”, costoro rappresentano un particolare ca-so di doppelgänger: cioè quello sdoppiamento di personalità che, come ha ri-velato Otto Rank in un suo studio specifico, ha costituito un motivo quasi ossessivo nella creatività letteraria di ogni tempo. 

Il celebre racconto contiene diversi elementi per una lettura in termini psichiatrici e psicodinamici: obnubilamento della coscienza, depersonalizzazione; disturbi del sé, personalità multipla, psicosi, comportamento antisociale e psicopatia, disturbi da uso di sostanze psicoattive, e probabilmente le diagnosi potrebbero rivelare ancora ulteriori patologie del corpo e dell’anima. Considerazioni di carattere psicodinamico, secondo una prospettiva freudiana, rivelano un conflitto tra l’Ideale dell’Io – il perbenismo vittoriano del Dott. Jekyll  e l’Es  l’’altro’: il temibile Mr. Hyde, che con la sua aggressività psi-copatica conduce alla pazzia e alla morte. Dal punto di vista junghiano Mr. Hyde sembra prefigurare l’emergere dell’ “Ombra”, cioè quella componente archetipica della psiche individuale e collettiva che rappresenta il ’doppio’ tenebroso e complementare della coscienza, e che se viene scisso da essa, si manifesta nelle forme del tremendum. Noi crediamo che la prospettiva junghiana sia quella che maggiormente ci consente di formulare una serie di osservazioni utili al fine di comprendere, non solo il senso simbolico del ‘Jekyll e Hyde’, ma anche la poetica del suo autore e quindi le modalità della sua cre-atività letteraria. Infatti, Stevenson teorizzò un’idea di creatività letteraria che è molto vicina a quella che Jung spiega nei suoi studi sull’estetica e la poesia. 

L’ interiorità di ogni essere umano oltre ad avere una sua soggettività ha un corrispondente oggettivo nelle vicende di tutta la specie umana, poiché la psiche individuale è formata da elementi che sono comuni a tutti gli esseri umani, e quindi ad una “psiche oggettiva”. Di questa oggettività psichica ab-biamo molteplici rappresentazioni simboliche nelle narrazioni mitiche e nelle leggende delle differenti culture. In tal senso l’ ermeneutica junghiana si fon-da su una concezione della psiche che è ad un tempo individuale e collettiva. 

Jung rivelò una coincidenza tematica e strutturale di motivi e immagini mitiche appartenenti a culture lontane nel tempo e nello spazio, e questa stessa corrispondenza si evince dalle visioni del sogno, della fantasia, e dalle affezioni che presentano una sintomatologia allucinatoria. Da queste osservazio-ni, effettuate anche attraverso scrupolose ricerche empiriche nel corso della pratica clinica, Jung elaborò le nozioni di “archetipo” e di “inconscio collettivo” . 

Archetipi,’complesso individuale’ ed espressione artistica 

Gli archetipi non possono essere spiegati inequivocabilmente per mezzo di categorie teoriche o di razionalizzazioni univoche dal punto di vista logico-coscienziale. Dunque gli archetipi non possono essere ‘definiti’ strictu sensu, ma solo rappresentati per mezzo di metafore, analogie e simboli. Possiamo dire che gli archetipi sono i fattori costituenti dell’inconscio collettivo, il loro modo di manifestarsi a livello individuale da luoco ai “complessi”, cioè a fattori che riguardano la soggettività dell’inconscio individuale. 

Secondo Jung, ogni processo psichico, e nella fattispecie anche quello che va a costituire l’ opera d’ arte, non trae il suo impulso da un mondo interiore isolato, poiché esso è sempre collegato attraverso diverse ‘modalità complessuali’ con una energia psichica che investe l’ inconscio collettivo. 

Questa dialettica psichica tra soggettività e inconscio collettivo sarebbe presente anche alla base dei processi di formazione del mito, che pur manifestandosi attraverso narrazioni e simbologie differenti nelle diverse culture, conserva cum grano salis, forme e contenuti di carattere universale. 

Dunque i miti consisterebbero in narrazioni archetipiche culturalmente accettate da una certa comunità, ma tali narrazioni avrebbero una corrispondenza nella soggettività della psiche individuale, attraverso sogni, fantasie, idee e quindi anche nei processi creativi che si traducono in opere d’ arte. Possiamo in tal senso tentare di individuare i presupposti mitici o leggendari che hanno caratterizzato il successo del “Jekyll e Hyde’. Si pensi ad esempio alla figura del medico, che ha una sua origine mitica nello stregone e nello sciamano. Si pensi anche alla ‘mitologia’ delle metamorfosi, della pozione magica, dell’alterità dia-bolica dello sdoppiamento. 

Per arricchire questi cenni introduttivi intorno ad una ‘estetica letteraria junghiana’ indichiamo alcuni dei principali autori che, secondo Aldo Carotenuto, ne hanno seguito in modo pertinente e significativo l’ orientamento : F.Salza per una disamina generale del pensiero di Jung in campo estetico; Neumann ha scritto su Kafka e su Trakl; Maud Bodkin ha tentato di rintracciare temi archetipici nella letteratura mondiale di tutti i tempi; Kirsch ha scritto su Shakespeare; Edinger ha scritto sul Moby Dick di Melville e sul Faust di Goethe; June Singer su William Blake; la Von Franz ha effettuato fondamentali studi sulla fiaba e in particolare su L’ Asino d’oro di Apuleio. Lo stesso Carotenuto ha poi scritto recenntemente su Pasolini (1985), su Kafka (1989) e su Apuleio (1990). Per nostra fortuna disponiamo di studi ‘jun-ghiani’ direttamente collegati al soggetto della nostra indagine, anche se si tratta di osservazioni introduttive e frammentarie, quasi sempre orientate al principale racconto di Stevenson: Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mister Hyde; il riferimento va qui a Barbara Hannah, Mario Trevi, Robert Bly, Claudio Risé, Mirella Costa. 

L’Ombra e il perturbante interiore  

Sulla base delle osservazioni di Fulvio Salza sulla ’psicologia estetica’ di Jung , riprendiamo la riflessione su alcuni passi salienti di Psicologia e poesia, dove Jung ci parla di una sorta di “essenza estranea” (fremdartidge Wesenheit) che si manifesta nell’ atto creativo come rivelazione del “unheimlich” (“perturbante”). 

Per Freud il “perturbante” è il nostro passato, il rimosso che viene a turbar-ci in forme velate e non più riconoscibili, ovvero sintomi, sogni, fantasie, le quali possono anche essere oggetto di rappresentazione artistica. Ma ancora una volta Jung critica il personalismo causale della concezione freudiana dell’ arte, poiché la natura del “perturbante” avrebbe un “carattere primigenio” e “sovrapersonale”, che viene raggiunto come la “visione” di un mondo ‘altro’, che non è posseduto, ma da cui si è posseduti. Il perturbante freudiano viene così ad avere un corrispettivo filogeneticamente dilatato nell’ archetipo jun-ghiano dell’ Ombra, in quanto aspetto inconscio, oscuro e incompatibile, della coscienza individuale di ciascuno, ma anche della coscienza di un certa fase storico-sociale della collettività. 

Questa concezione dell’ Ombra, che trascende ogni modello strutturale e pulsionale dell’ inconscio, è uno dei temi junghiani che maggiormente fanno risaltare le accuse di Freud di fare capo ad una “oscura metafisica”: “la nera marea di fango dell’ occultismo”. Da queste accuse, come evidenzia Fulvio Salza, Jung si difese in modo particolare sulla base dei suoi discorsi sull’ arte e la creatività. 

Creatività per esprimere ed integrare l’Ombra 

Il carattere ambiguo, soggettivo e personale dell’ opera d’ arte, deve dunque farsi risalire al carattere numinoso e ‘notturno’ degli archetipi dell’ inconscio collettivo. Si tratta di un carattere primordiale, compensatorio e ambivalente rispetto della coscienza individuale e collettiva: 

” [...] non è né buono, né cattivo. E’ un numen moralmente indifferente che solo attraverso lo scontro con la coscienza può diventare l’ uno o l’ altro o una dualità di opposti” (p.337). 

Per una riepilogazione più esauriente circa l’ ambivalente numinosità dell’ archetipo in quanto ispiratore di rappresentazioni malvagie o bonarie, riteniamo opportuno riportare la seguente chiara spiegazione di Fulvio Salza, che a sua volta riprende diverse citazioni di Jung : 

Quel che interessa è che l’ opera d ‘arte, o almeno una categoria di opere d’ arte, costituisca una particolare realizzazione di questa numinosità e che questo fatto sia ricco di conseguenze sui rapporti dell’ opera stessa con l’ artista come ‘creatore’, con i lettori, con l’ epoca, con l’ artista, ancora, come persona, caricando questi rapporti delle caratteristiche del terribile, del perturbante, del rischioso. Il ‘conturbante paradosso’ della visione spinge l’ artista come autore dell’ opera all’ impiego di un ‘ materiale quasi smisurato’ per ampiezza di riferimenti o per varietà di toni ‘ da un’ inafferabile sublimità giù giù fino alle immagini perverso-grottesche’. L’ artista non può fare a meno di appoggiarsi al repertorio mitologico anche se, a questo proposito, va chiarito che si può estendere all’ opera quanto Jung dice del sogno e del disturbo mentale, e ritenere che non necessariamente il motivo mitologico compaia in essa nelle forme e nelle figure tramandate, ma si traduca e si dissimuli nel linguaggio dell’ epoca: ‘ Non si tratta più dell’ acquila di Giove, ma di un aeroplano; la lotta col drago è uno scontro ferroviario; l’ eroe che uccide il drago è il tenore del teatro comunale, la madre ctonia è una grossa erbivendola; Plutone, che rapisce Proserpina, un automobilista temerario, e così via’. Ma la mitologia, qualunque veste assuma, come del resto, tutto ciò che si può chiamare ‘ argomento’ o ‘ intreccio’ dell’ opera, non sono che maschere dell’ ‘esperienza primigenia’, o meglio strumenti che servono all’ artista per afferrarla [anche se spesso, come abbiamo visto, ciò può avvenire inconsapevolmente per via di un 'trasporto' simbolico] e per offrirla al pubblico in forme più accessibili . 

Dott. Jekyll o Mr. Hyde? Chi siamo? 

Sulla base delle considerazioni di Jung sull’arte e sul processo creativo per meglio comprendere la poetica e l’opera di Stevenson. Si tratta dunque di evidenziare quei fattori archetipici che ad esempio hanno dato vita a Jekyll e Hyde. In prima istanza si può osservare una ‘mitica’ scissione tra il ‘buono’ e il ‘cattivo’, ma a ben vedere il ‘buono’, cioè il Dott. Jekyll, è piuttosto una maschera della bontà, egli infatti rappresenta il perbenismo dell società vittoriana, enfatizzato dal ruolo di medico dalla condotta ineccepibile. In tal senso i fattori archetipici che possiamo individuare sono quelli della “Persona” e dell’”Ombra”. Di questa abbiamo già dato qualche cenno, della “Persona” diciamo che per Jung essa consiste nella facciata’ dell’ Io, nel suo modo di presentarsi agli altri, ma anche a se stesso. In questo senso la Persona è una ‘maschera’ conscia e inconscia che qualora dovesse irrigidirsi, può risultare disfunzionale e disturbante per il soggetto. Dunque Jekyll sarebbe la “Persona” (dal latino ‘maschera’), che si traveste nella moralità, e Hyde è l’Ombra che si ribella alla rigidità della persona e scatena tutta la sua irruenza pulsionale repressa attraverso atti abietti e raccapriccianti. 

Ma anche altri personaggi e vicende dell’ opera di Stevenson si manifestano come contrasto tra moralità e malvagità, senza però che risulti evidente un netto confine tra giusto e ingiusto, con un’apertura verso una visione della vita e del mondo che risulta essere ‘al di là del bene e del male’. Questo disinvolto superamento della morale, caratterizza tutta la poetica stevensoniana. 

Visioni avventurosamente cupe, che affascinano proprio in virtù della loro capacità di rappresentare ed esorcizzare gli aspetti d’ombra che dai personaggi riverberano nella solitaria coscienza del lettore. Cose di cui pubblicamente non si parla, ma di cui tutti sanno, poiché sono nascoste dentro la vita di ciascuno, seppure sotto forme diverse, segreti, fantasie, morbosità, che i personaggi stevensoniani rivelano tutt’ a un tratto, come se fossero posseduti da un demone ribelle. L’ opera di Stevenson stimola il lettore che viene catturato dal compiacimento liberatorio di potersi confrontare con qualche lato oscuro della sua anima, che risuona assieme a quella più o meno macchiata di personaggi, che pur essendogli estranei, gli sono stranamente simili. 

 La poetica di Stevenson per ‘dialogare con il male’  

Stevenson appartiene a quel complesso movimento che reagisce al naturalismo e al positivismo. L’originalità della sua posizione è determinata dall’equilibrio tra una fantasia fervida e uno stile asciutto, chiaro, preciso. La sua fortuna però non può essere attribuita solo all’uso quasi virtuosistico del mezzo espressivo. Il nucleo della sua opera è morale. Il suo rifiuto della società vittoriana non si risolse semplicemente nell’evasione in altri luoghi e tempi. Stevenson espresse importanti fenomeni e problemi in una forma mitico-simbolica che nasconde la sua profondità dietro una rutilante suggestione di immagini narrative. Nella sua opera c’è una grande profusione di immagini che in qualche modo rapiscono immediatamente l’attenzione del lettore, dandogli l’illusione di essere al cospetto di un grande affabulatore: “Tusitala” (nome che a Stevenson avevano dato gli indigeni di Samoa : ‘colui che racconta storie’). In questo stato di incantamento, viene celato il nucleo morale della narrazione, che in tal modo non incombe con una logica di principi assolutizzanti ad appesantire la grazia del racconto. Come bambini che ascoltano la fiaba intorno al fuoco, così i lettori di Stevenson vedono trascorrere mille avventure, che sottintendono un significato della vita che incita a respirare più liberamente e a pensare con più agio, muovendosi in uno spazio di conoscenza meno costretto da pregiudizi e che promette una maggiore saggezza. 

La grande tolleranza di Stevenson per quanto attiene ai limiti della natura umana, ed una posizione sospettosa verso atteggiamenti ‘eroici’, viene ben enfatizzata nel suo Discorso di Natale : 

“E’ probabile che quasi tutti coloro che pensano come debbano comportatrsi ci pensino troppo; certo che noi tutti pensiamo troppo al peccato. Noi non veniamo condannati per aver fatto male, ma per non aver fatto bene; Cristo non avrebbe mai voluto sentir parlare di una morale negativa; “tu dovrai” fu sempre il suo verbo, e con esso egli sostituì l’antico “tu non dovrai”. Far sì che la nostra idea di moralità si limiti a valutare atti proibiti non fa che contaminare la nostra immaginazione ed introdurre un elemento segreto di piacere nei no-stri giudizi sul prossimo. […] un appetito mortificato di per sé non è mai un saggio compa-gno, e anche se costui avrà dovuto mortificare un appetito, non avrà per questo cancellato la parte peggiore che risiede in lui; in più gli verrà richiesta una buona dose di benignità nel giudicare la vita ed una buona dose di umilità nel giudicare gli altri […]“. [Stevenson, 1892: 61]. 

Era dunque con questa poetica che Stevenson schiariva il bigotto moralismo vittoriano della sua epoca. Questo genere di osservazioni possono far comprendere le ‘ragioni psicologiche’ della popolarità dell’opera di Stevenson nel suo tempo. Ma ancora oggi queste ‘ragioni psicologiche’ continuano ad avere un loro fascino presso un pubblico che può essere molto differenziato.   

Robert Louis Stevenson 1850-1894

L’Ombra nell’opera di Stevenson 

 In Psicologia analitica e arte poetica, Jung per offrire una rappresentazione degli archetipi in chiave scientifico-filosofica utilizza il concetto kantiano di a priori. Gli archetipi dunque sono inconoscibili come il noumeno, di essi si può solo avere una esperienza indiretta attraverso ‘immagini’ determi-nate da un’ energia psichica formatrice. 

Queste ‘immagini’ mutano nel corso della filogenesi umana, e quindi vengono espresse secondo gli atteggiamenti delle diverse culture ed epoche storiche. 

In tal senso le rappresentazioni simboliche hanno un carattere universale ed archetipico, ma anche una forma culturalmente e storicamente determinata. Secondo Jung ogni epoca ha un suo lato inconscio, ovvero in “Ombra”, che è direttamente responsabile dei fenomeni contraddittori e disfunzionali della società in un certo periodo storico (cfr. Bonvecchio e Risé, 1998?). 

Molte opere di Stevenson rivelano con una particolare forza narrativa – divulgativa e popolare, ma al tempo stesso densa di rinvii elitari – l’ Ombra dell’ Inghilterra vittoriana del suo tempo. Il critico letterario A. Alvarez riferendosi alla produzione letteraria di quell’epoca osserva: 

“[…] i vittoriani avvertivano con disagio che dietro la loro vita prospera e ben regolata la loro fiducia, la loro proprietà, si stendeva un mondo di tenebre di cui era meglio non pren-dere nota. Le tenebre si manifestavano in molte forme, dalla melanconia di Tennyson alla mania depressiva di Edward Lear sino allo spettacolare sadismo di Jack lo squartatore. I vittoriani disapprovavano tutto ciò, lo negavano ma ne erano affascinati e, a pegno della loro negazione, trasformarono il sordido omicidio domestico in una forma di arte popolare. E lo immortalarono nella Camera degli Orrori nel Museo elle Cere di Mme. Tussaud […] Il romanticismo aveva indoto a volgersi verso la propria vita interiore e i vittoriani comincia-vano a capire quanto poco conoscessero dell’argomento” [Alvarez, 1995: 204]. 

Stevenson, dunque, volle esprimere la contraddittoria vita interiore della sua epoca, pregna di un romanticismo puritano venato di horror e di noir, in uno stile letterario che Mario Praz ha definito nei seguenti termini: 

“[…] un realismo irreale in quanto che l’essenza stessa dei suoi racconti, è formata da qualche immagine o visione irreale, allucinatoria, a cui talora il magistero dello stile par conferire un valore metafisico di simbolo” [Praz, 1946: 366]. 

La funzione educatrice dell’ opera d’ arte sarebbe quella di “compensare” l’ archetipo dell’ Ombra, che appartiene alla società nel suo insieme, e che viene esplorato dal punto di vista soggettivo dell’ artista. Questa esplorazione dell’ artista non è però sempre ‘contemporanea’ al periodo storico, essa può presentare una simbologia che si rivela soltanto in epoche successive, e che quindi anticipa profeticamente l’ evolversi della storia. Tale anticipazione è una elaborazione inconscia dell’ artista, il quale non è in grado egli stesso di comprenderla coscientemente, se non come premonizione mantica e profetica.  Il concetto di Ombra in quanto dimensione inconscia più oscura e più contrapposta alla coscienza individuale e sociale, appare come una sconfinata e inesplorabile alterità, che qui intendiamo far affiorare come una immagine squisitamente stevensoniana . Ne “Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde”, l’ Ombra assume una configurazione atemporale che, pur giocando un forte contrasto con la coscienza epocale contemporanea a Stevenson, va al di là di essa, per diventare una specie di parabola proverbiale sul bene e sul male che c’ è in ogni uomo d’ogni tempo e luogo. In questa riverberazione archetipica, che riecheggia nella duplicità della coscienza individuale di ciascuno, si deve, con tutta probabilità, comprendere la fortuna di questo racconto che fa parte di un immaginario collettivo ancora pienamente attuale. 

Carl Gustav Jung

Secondo una lettura junghiana possiamo dire che Lo strano caso del Dott. Jekyll e Mister Hyde mette in scena l’ incontro dell’ Io con la propria “Ombra”.  Nel romanzo di Stevenson (il più letto tra tutti i romanzi di tutti i tempi), di idiosincratica doppiezza (che riguarda tutti), si evince una rappresentazione dell’archetipo dell’ Ombra, come componente inconscia che può giungere a contrastare pericolosamente la coscienza, quanto più viene da essa scissa e respinta. La studiosa junghiana Barbara Hannah evidenzia che Stevenson nel ‘Jekyll e Hyde’ e in altre sue opere coglie il paradosso dell’ unità e della separazione tra il bene e il male. Paradosso che riguarda prima di tutto la natura divina e si riverbera sulla creazione e sull’essere umano (vedi Hannah, 1971: 41-42). La Hannah fa notare la natura edenica della raccolta di poesie di Stevenson Child’s Garden of Verses, che sono state scritte dopo i trent’anni, ma con uno spirito decisamente fanciullesco. Come tutti quelli che vagheggiano il Paradiso, e possono facilmente andarci con la fantasia, Stevenson soffriva partico-larmente il contrasto tra questo luogo vagheggiato luminoso e il mondo terreno afflitto dall’ombra del male. La Hannah fa notare che anche il paradiso “ha il suo “capello nella minestra”, nell’immagine del serpente che tenta Eva a disobbedire a Dio, causando l’espulsione dei nostri progenitori dal Paradiso [trad. nostra; idem, 41]. Dunque, Stevenson avendo ‘frequentato’ il giardino dell’Eden aveva anche notato come il serpente non fosse lì per caso: il serpente aveva tratto dalla beata ignoranza dell’inconscio i nostri progenitori per condurli sulla paradossale e difficile strada di una coscienza più vasta. Tale coscienza presuppone un’integrazione di aspetti opposti ed anche dolorosamente inconciliabili. E’ solo tenendo presente la contraddizione e confron-tandosi continuamente con essa, senza rimuovere nessuna della due polarità, che lo stato di coscienza trova nuove possibilità evolutive. Per questo motivo nei suoi romanzi Stevenson frequenta intensamente l’Ombra e il Doppio, nell’affannosa ricerca di una nuova sintesi, la cui ispirazione conduce ad un atteggiamento di tolleranza. Il dramma di Jekyll e Hyde sta nel fatto che l’integrazione tra gli opposti risulta impossibile, non vi sono dunque prospet-tive evolutive, la scissione volge alla catastrofe. Ecco come questo processo viene spiegato da Mario Trevi nella sua introduzione al Jeckyll e Hyde: 

“La prima operazione (psichica e non ancora chimica) di Jekyll è giusta: l’agnizione dell’ Ombra, il riconoscimento delle proprie parti moralmente negative, forse tanto infantili quanto perverse. La seconda operazione di Jekyll è tragicamente erronea: “[…] disgiunse in me quelle due zone del bene e del male la cui fusione costituise l’aspetto duplice della natura umana”. E’ questa operazione (ancor essa psichica, prima che chimica) che Jung avrebbe poi chiamato in vario modo, ma che noi possiamo denominare separazione e rifiuto dell’ Ombra. L’Ombra non va rifiutata perché ogni ripudio di essa comporta un impoverimento della personalità che potrebbe poi dover essere amaramente pagato per tutta la vita. Ma l’ Ombra, in quanto personalità secondaria, non va neppure resa autonoma, scissa dall’ Io che ne sopporta il peso. (Ed è proprio quello che finisce per fare il Dott. Jeckil, manada-nado in giro Mr. Hyde in cerca di quei piaceri e di quelle efferratezze che la sua rispettabilità borghese non gli permetterebbe). L’ Ombra deve rimanere legata all’Io mediante un sottile inarrrestabile rapporto dialogico. Soltanto questo dialogo ininterrotto può fare dell’Io e della sua Ombra un’unità dialettica nuova. Solo questa relazione che dà spessore alla personalità è in grado di spingere l’individuo verso a sua meta destinale profonda” [Trevi, 1991:14]. 

Lo studioso junghiano Claudio Risé commenta quanto Barbara Hanna dice intorno a Stevenson nei seguenti termini: 

“Ella rimprovera a Stevenson di aver lasciato che Henry Jekyll, una volta scoperto il proprio Hyde, abbia preferito essere ora l’uno ora l’altro, andando così incontro alla dissociazione e alla morte, invece di integrare Jekyll […] e andare verso la totalità […] E’ possibile che se Jeckyll avesse accettato una maggior dose di sofferenza, imbrigliando Hyde e prendendone la responsabilità, l’equilibrio di Stevenson sarebbe stato più saldo e la sua salute ne avrebbe tratto giovamento. Ma non ne sarebbe nato Jeckil e Hide […]“. 

L’artista è l’esploratore, una psiche di frontiera, il cui destino è quello di vedere nuovi territori e far partecipe il mondo di questa scoperta. Non possiamo sgridarlo se viene divorato dagli indigeni o dalle belve. E’ proprio la sua libertà che ci consente di partecipare ad avventure, forse, per noi, troppo pericolose. [Risé, 1987:74-75]. 

Kumi Yamashita, ombre.

BIBLIOGRAFIA 

Bonvecchio, C. e Risé, C. (1998) L’ombra del potere. Como, Red Edizioni. 

Franzini, E. e Mazzocut-Mis, M. (1996) Estetica. I nomi, i concetti, le correnti. Milano, Bruno Mondadori. 

Praz, M. (1946) Storia della letteratura inglese. Firenze, Sansoni. 

Hannah, B. (1971) Striving towards wholeness. New York, G. P. Putnam’s Sons. 

Marchese, A. (1978) Dizionario di retorica e stilistica. Milano, Mondadori, 1995. 

Risé, C. (1987) (a cura di ) Teatro della notte. Sogni e visioni: laboratorio dell’artista. (Raccolta di saggi di Stevenson R. L.). Como, Red Edizioni. 

Stevenson, R. L. (1892) Discorso di Natale ora in Risé, C. (a cura di) op.cit. 1987.

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IL NARCISISTA BRAVO

di Pier Pietro Brunelli

Il film The artist ci racconta la storia di un narcisista molto simpatico, seducente e creativo, ma non tutti se ne sono accorti che è NARCISISTA (infatti se non ci si ha una relazione ‘affettiva’ è difficile accorgeresene). Questo giovane artista è tutto preso dal mito di se stesso, tanto da non accettare che il film muto, ove lui era protagonista, lascia il passo al sonoro, e che quindi avrebbe dovuto sforzarsi di recitare anche parlando. Costui non riesce ad avere una vera relazione con nessuno. Nel momento che perde la sua fama si rifiuta di adattarsi al mondo, in quanto è il mondo che dovrebbe adattarsi a lui; manda via il suo fidato maggiordomo senza pietà, e ad una certo punto non risparmia neanche il suo fido cagnolino (naturalmente non disdegnava di sfruttare la moglie e di tradirla, per poi lasciarla senza il minimo riguardo e rimorso per i suoi sogni di gloria). Questo artista-megaegoista è senz’altro talentuoso, ma è anche tronfio, pieno di sé, si sente un dio, che non ha bisogno di nessuno. L’attrice che lo salverà dalla catastrofe (almeno così sembra alla fine del film, ma è una salvezza provvisoria) ha compassione di lui quando lo scopre distrutto, solo, abbandonato, sull’orlo del suicidio (una condizione depressiva che minaccia continuamente i narcisisti patologici qualora non riescono più a manipolare e a sfruttare nessuno, perciò sono assai propensi a rapporti promiscui e cercare di sedurre continuamente chi considerano sfruttabile per qualche ragione).  Il delirio di grandezza di questo artista narcisista deriva da una recitazione costante con se stesso e con gli altri, fuori e dentro la scena. Ogni suo sorriso, suo sguardo, suo gioco, è perfetto come se fosse studiato recitativamente in un corso di recitazione che inizia la mattina appena svegli e finisce alla sera, e in qualche modo continua anche nel sonno. Il narcisista è quindi una persona che interpreta se stesso attraverso un continuo studio della ‘recitazione naturale’, con una bravura estrema giacché deve risultare ‘spontaneo’, non artefatto, non artificiale, quando invece la struttura base del suo essere è pura rappresentazione, egli/ella non sa chi veramente è e cosa prova, ma sa che deve apparire in un certo modo, se questa apparenza crolla non c’è più niente, se non il delirio (forse solo allora può cercare di ritrovarsi, ma è raro che ciò avvenga). Il film, giocando metaforicamente, tra il muto e il sonoro, fa capire come ‘The artist’ in questione non è in grado di ascoltare nulla, gli altri è come se fossero muti, cioè disposti solo ad ascoltare lui, che del resto non parla, ma si esibisce continuamente. Nel momento in cui si parla, cioè ci si relaziona, l’altro non c’è, il narcisista esiste solo lui/lei (anche per questa ragione il film gioca sul rapporto tra il cinema muto e quello sonoro).

Quando sul finale del film si innesta il sonoro, e lui lo accetta e  torna a ballare con grande abilità assieme alla sua salvatrice, si sente solo per un istante, alla fine del ballo, che è costretto a prendere respiro, in quel respiro c’è un momento di verità, egli non può fingere di respirare, in quel momento è vero, è naturale (quasi per un solo istante in tutto il film, anche se fino allora era apparso come un protagonista spontaneo, mentre in verità agiva il copione della sua immagine). Tuttavia, il narcisista patologico può anche fare attenzione al suo respiro, al fine di acquisire un’enfasi recitativa, una posa che lo fa apparire più naturale, bravo, intelligente o romantico. Ma si tratta di una recitazione che viene attuata anche con se stesso, con un senso di autoammirazione, per il quale si è sia attori/attrici e sia spettatori di se stessi, con autoapplauso interiore. Tutto ciò li rende spesso particolarmente affascinanti, al punto che si è disposti a comprenderli (quando si imbronciano perché il mondo non li ammira come vorrebbero, anche se non fanno nulla per meritarlo, giacché tutto gli spetta).  Appaiono come vittime bisognose di aiuto, quasi fossero bambini con straordinarie capacità che solo attraverso un grande amore possono fiorire… altrimenti , poverini, si avviliscono ed è un peccato, giacché se gli si dà amore poi appaiono così bravi… (diciamo, al massimo per un paio di giorni di seguito… poi ricominciano afare il bello e il cattivo tempo e a mandare il partner in tilt… come minimo).

 Sul finale del film, il ‘narcisista bravo’, tornato alla ribalta grazie all’attrice salvatrice -- verso la quale prova un misto di invidia e di attrazione - è di nuovo felice e sorridente, padrone di sé e del mondo… MA NON E’ GUARITO, non è ancora capace di relazione autentica né con se stesso, né con gli altri (al massimo ha qualche momento di trasporto, fa un respiro vero, ma poi…) egli è un contenitore vuoto che funziona solo se viene ammirato dagli altri, per lui la vita è essenzialmente una ricerca di auto-ammirazione confermata dall’ammirazione degli altri.

PERO’, che cosa può insegnare di buono un narcisista patologico, perché è anche BRAVO?? O meglio cosa possiamo apprendere se osserviamo più profondamente la sua disfunzionalità o patologia (a prescindere che possa o voglia davvero insegnarci qualcosa?).  

Bisogna ricordare che NARCISO era un giovane bellissimo che per primo affermò la libertà e l’indipendenza dagli dei e dai semidei. Egli rappresenta l’affermazione personale della soggettività, in quanto scegliersi nel ruolo, nel modo di essere e di apparire, come autostima e fiducia in se stesso. Se Narciso non diventa un pallone gonfiato, se non è patologico, allora è bravo, ma anche nella sua patologicità bisogna cogliere la sua parte ’brava’, in quanto questa può avere un senso compensatorio per chi ha una disfunzionalità opposta (chi ha poco narcisismo, e quinindi una ‘ferita narcisistica).  Il narcisista patologico, a prescindere dalle sue negatività e dai suoi eccessi, è  bravo perché non ha bisogno di legami simbiotici ed esclusivi, di gente che vive solo per lei o per lui, in quanto crede molto in se stesso (a prescindere dal fatto che si sbaglia e si esalta, in quanto non conosce se stesso, ma solo la sua immagine più conveniente). Narciso è disgustato da coloro che soffrono a morte per amore, da coloro che non vogliono vivere nell’indipendenza e nella libertà perché sono innamorati a tutti i costi, costi quel che costi. Narciso punta su se stesso, sulla sua atostima (anche se quando diventa patologico scambia se stesso per un personaggio, e quindi non trova se stesso). Comunque sia, se non si vuole tutto da lui/lei,  risulta molto disponibile a dare tanto, ma questo fino a quando non gli si chiede TUTTO, cioè fino a quando qualcuno innamorandosi di lui/lei non voglia farlo suo, possederlo/a,  in nome dell’amore esclusivo. Se Narciso si rende conto che un’altra persona vive per lui/lei, interpreta ciò come se gli si stessero succhiando l’energia -- l’immagine del VAMPIRO si inverte, è l’innamorato il vero vampiro, non lui/lei che fugge, e allora se il ””vampiro innamorato”” lo assedia e lo rincorre allora Narciso diventa cattivo, anche molto, ma anche perché ha paura dell’amore come forza che può limitare la sua esistenza in funzione di un altro, il quale viene vissuto come uno che si appoggia a lui/lei per affossarlo e impedirgli di fare la sua vita.  Purtroppo a volte il narcista HA RAGIONE ANCHE LUI/LEI, ciò è evidente quando si innescano dinamiche di dipendenza ansiogene e depressive che tendono ad inglobarlo in legami ove viene vissuito come un mega ansiolitico/antidepressivo vivente che l’innamorato avrebbe assoluto diritto/bisogno di ingollare, altrimenti il narcisista che non accetta di fare da psicofarmaco diventa uno sporco mostruoso vampiro da odiare… eppure anche stranamente da amare, perché non se ne può fare a meno… allora il narcisista diventa sempre più cattivo, vuol far capire all’altro che lo stra-ama pur odiandolo, che non è uno psicofarmaco umano, ma un micidiale veleno, allora gli fa del male, e poi gli fa del bene,  e poi di nuovo del male, al fine di fargli capire che non può fargli solo del bene, che non può legarsi nell’amore perché la sua vita è sotto il segno di Narciso, nel bene e nel male, e non può farci nulla.

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   Ora, intendiamoci, non sto dicendo che bisogna considerare i narcisisti patologici e affini, come maestri di vita, ma che nella loro negatività, come in ogni negatività bisogna saper individuare  principi curativi che possono essere compresi e impiegati. Non è forse vero che tante importanti medicine vengono tratte da sostanze velenose? Però affinche ci possa essere la cura non basta individuare la propria malattia come un contagio subito da un’altro/a, seppure ciò  c’è stato bisogna individuare le proprie debolezze per una buona terapia. Bisogna capire il proprio problema che ci ha resi vulnerabili ai problemi di un altro. Certamente, per fre un esempio, un terremoto è un evento spaventoso e disastroso, è innegabile, però bisogna anche capire che ci sono strutture che crollano e altre no, e questo dipende dalle rispettive fondamenta, non dal terremoto… (fuor di metafora, dal terremoto sentimentale provocato da un eventuale narcisista patologico). 

 Nasce così la catarsi (la purificazione) nel quadro di una tragedia amorosa immensa, dove ciascuno deve assumersi la sua responsabilità psicologica, altrimenti l’esito può essere fatale… se non ci si assume  -- anche -- le proprie responsabilità e ci si trascina nel vittimismo  l’infelicità duratura e garantita diventa lo scenario totalizzante di una vita che si vive una volta soltanto… che peccato!  In effetti la differenza tra le pene dell’inferno e quelle del purgatorio è minima, in entrambi casi si soffre moltissimo, solo che dall’inferno non si esc, ma dal purgatorio sì. E come mai? Perché chi vive la sofferenza come un purgatorio è consapevole delle sue responsabilità, quindi espia, si purifica e sta meglio, chi è all’inferno non capisce la sua propria responsabilità e si dispera tutto il tempo. Bisogna allora smettere di tormentarsi nel vittimismo e nell’ansia di vendetta e pacificarsi dentro se stessi e poi, forse, un giorno lontano, anche l’uno con l’altro (ma non è affatto indispensabile, va anche bene non rivedersi mai più con certe persone, almeno fino a quando sono troppo negative).

Forse chi è capace di amare e di legarsi ha dato al narcisista un insegnamento importante, che capirà quanto più riuscirà a guardarsi dentro (e non solo a farsi guardare e ammirare da fuori, come ‘The Artist’, il narcista ‘compensato’ di successo, che poi crolla al minimo insuccesso di facciata)… ma forse anche chi è capace ad amare deve imparare qualcosa dal narcisista e cioè un senso di indipendenza, di autovalorizzazione e di autostima -- che si basa anche entro una certa misura nella capacità di costruirsi un proprio personaggio, di recitare un po’ nel teatro della vita, per piacersi e rendersi piacevoli.  Perciò chi è capace di stra-amare deve imparare a non buttare via se stesso  in nome di un amore consistente in forme dia attaccamento patologico e morboso (per un narcisista per giunta, il qual disprezza una cosa del genere, e poi la fa pagare cara).

Perciò la diade fatale tra il narcisista e l’amante (con FERITA NARCISISTICA, cioè povero di narcisismo), riguarda due forme di patologicità che dovrebbero compensarsi; una forma, quella dello stra-innamorato -’IPO-narcisista’ - riguarda l’attaccamento patologico; quella  invece del narcisista-IPER, come ben  sappiamo consiste nel disattacamento patologico.

 Insomma si può essere patologici nell’attaccamento, sia per eccesso e sia per difetto, perciò l’unione di queste due forme provoca spesso una malattia e una sofferenza fortissime … EPPURE QUESTA MALATTIA CONTIENE ANCHE IN SE STESSA LA CURA — la patologizzazione, cioè l’espressione malata della relazione che c’è nell’uno e nell’altro devono risolversi attraverso una compensazione, un riequilibrarsi l’uno con l’altro… (parlo dell’altro dentro se stessi, in quanto altro introiettato, e non necessariamente di fare la pace con l’altro come altro essere). Insomma, questa ’infernale coppia’, affinché arrivi almeno al purgatorio,  uno dei due partner (l’ipo-narcisista iper-amante)  deve diventare PIU’ NARCISISTA, mentre l’ALTRO (l’iper-narcisista ipo-amante) deve diventare MENO NARCISISTA (anche se per il narcisista ciò è spesso molto più difficile). Tuttavia, ripeto che non è determinante, anche se è auspicabile, che avvenga una qualche pacificazione tra le due persone della relazione, ma è essenziale che avvenga dentro se stessi, che ciascuno abbia imparato qualcosa dalla lezione dell’altro… ecco allora che chi ha sofferto per la relazione distruttiva e delusiva con un narcisista, guarirà (purtroppo dopo una inevitabile sofferenza purgatoriale) quando avrà imparato qualcosa da ciò, e avrà quindi imparato in che senso un narcisista può essere anche un NARCISISTA BRAVO!

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W l’albero di Natale… ma perché tristezza, ansia e nevrosi natalizia?

Di Pier Pietro Brunelli Psicologo-Psicoterapeuta.

Il consumismo e la società dello spettacolo impongono a tutti di essere buoni e felici a Natale. La Chiesa, ovviamente, ripropone la natalità del bambinello venuto a salvarci, una storia di fede bellissima, che però è considerata dalla maggior parte della gente come una vicenda di 2000 anni fa da celebrare con la lacrima e l’occhio, il sorriso d’amore, una fede ingenua e  a volte un po’ bigotta, e con un senso di devota gratitudine che passa e va… (tra compere, panettoni e manicaretti). Dunque il Natale è diventato una festa commercial-religiosa che invece andrebbe vissuta e riscoperta, ed in tal senso ciascuno può fare del suo meglio… ma meglio se ne sa qualcosa in più… Vivere il Natale come una sorta di ibrido commercial-religioso,  seppure sia possibile e ci si sforzi,  suscita non poche destabilizzazioni negli animi delle persone più sensibili o anche con problemi psicologici più o meno seri. Certo si tratta anche di giornate divertenti e piacevoli (per chi può e per chi lo sente),  durante le quali si può coltivare un proprio sentimento spirituale e religioso (si può essere spirituali anche se non si è credenti…) ma è abbastanza diffusa una sensazione di irrequietezza e di malinconia, anche tra i più infervorati celebratori del Natale.  

I dati confermano che ansia e depressione a Natale aumentano e  che, purtroppo, aumentano anche i suicidi. In famiglia i conflitti vengono posti in una strana tregua, dalla quale comunque serpeggiano guizzi di odio-amore e scenate nevrotiche latenti. Le coppie allo sbando, e le persone abbandonate vivono con ancora più tormento la loro situazione. I sensi di colpa aumentano anche per il fatto che ci si sente in colpa del fatto di non riuscire a stare bene come a Natale si dovrebbe. Ci si costringe a partecipare a riti famigliari a base di abboffate e scambio di regalini per far piacere ad anziani e a bambini e si vive questa messa in scena con un senso di sofferenza e/o insofferenza. La televisione condisce il tutto insinuando ogni tanto – tra immagini di glamour, cabaret, spettacoli di ballo-canto, messe in Chiese speciali, buoni propositi di politici e show man ‘buoni’  - anche immagini di barboni, malati, campi profughi e fame nel mondo. Segue

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