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Archetipi e problemi di famiglia

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Rappresentazione artistica della camminata dei cinque ominidi che hanno lasciato le impronte nel sito di Laetoli (Credit: Dawid A. Iurino/CC BY 4.0)

 

Le origini psico-antropologiche dei problemi in famiglia

Recentemente sono stati scoperti alcuni affaire di una famiglia australopiteca simil-ominide – che visse in Tanzania circa 3,6 milioni di anni fa. Il ‘marito’, diciamo così, era poligamo, infatti le orme rinvenute dai paleoantropologi rivelano una passeggiata di cinque persone, ovvero un maschio, tre femmine, e un bambino. In precedenti rilevamenti erano apparse le orme solo di una coppia con il bambino, così che si era pensato ad una classica giovane famigliola.

Come si vede per indagare sul ‘profondo della famiglia’ – della famiglia attuale, quella nostra e quelle degli altri -  ci affacciamo per qualche istante fino ai tempi di Adamo ed Eva, e più esattamente gettiamo uno sguardo all’era di Lucy e dei suoi amici australopitechi, vissuti anche oltre 4 milioni di anni fa. Ma a che ci serve questa breve visita nel passato remoto? Ad esempio a farci riflttere sulle nostre originarie e connaturate tendenze monogamiche o poligamiche. Ma più complessivamente ci induce a presagire che, nel profondo della nostra coscienza, come individui e come membri di una famiglia, vi sono fattori archetipici che ci influenzano, ci ispirano, ci condizionano e che risalgono al primordiale formarsi della psiche. Gli archetipi secondo Jung sono i formanti dell’inconscio collettivo, ovvero la base psichica inconscia comune a tutti gli individui e relativamente immutabile nel corso dei tempi. Così come il corpo umano si è evoluto, ma ha conservato delle funzioni e delle forme di base, come la postura eretta e i molteplici aspetti morfologici e fisiologici necessari alla vita e alla riproduzione, così anche la psiche si è evoluta, ma ha preservato fattori archetipici comuni a tutti (in tal senso riferibili ad un inconscio collettivo).  Ad un livello sottostante le fantasie, le emozioni, i comportamenti,  gli archetipi hanno funzioni attive, in quanto predisposizioni e configurazioni innate e universali. Dopo tutto anche i primi uomini hanno affrontato le esperienze del dolore, della malattia, della morte, della nascita, del piacere, dell’alternarsi delle stagioni, del sole che nasce e tramonta, e ciò ha determinato una base archetipica insita nella psiche collettiva, dalla quale poi emerge la psiche individuale.  Ciascun essere umano nella sua psiche ha gli stessi ‘pezzi’ così come li ha un caleidoscopio, ma ciascuno lo ruota in modo diverso e così si possono costellare infinite immagini, tutte diverse eppure tutte composte da fattori comuni, ovvero gli archetipi. Così anche la famiglia di ciascuno è una ‘costellazione famigliare’ che a sua volta si posa su una ‘costellazione archetipica’ che ha avuto la sua origine col nascere della specie umana. Comprendere la nostra famiglia d’origine, vuol dire anche avere la capacità di vedere le componenti archetipiche che sono insite nelle origini primordiali della famiglia.

comunicac3a7c3a3oMentre per Freud la vita dell’individuo e della sua famiglia sono da leggersi nel quadro della vita personale nell’ambiente (ontogenesi) per Jung il quadro diventa più ampio e precede l’esistenza individuale in quanto si estende fino alle origini dell’umanità (filogenesi). Alla base dei nostri desideri, comportamenti, emozioni, potenzialità e disturbi psichici ci sono archetipi, cioè predisposizioni innate, delle quali è importante acquisire coscienza, dato che la conoscenza profonda di noi stessi ci aiuta a vivere e a recepire gli insegnamenti della scuola della vita. I nostri problemi, e quelli della nostra famiglia, non dipendono solo dalla nostra esistenza, ma da una remota eredità che agisce dentro di noi, e che ci sovrasta e ci disorienta quanto meno la comprendiamo, e quindi agisce in noi dall’inconscio esprimendosi anche attraverso sintomi e problematiche, che hanno il compito di richiamare la coscienza ai suoi archetipi ereditari. Questa stessa eredità archetipica, se ascoltata e compresa, con un’attenzione al suo linguaggio simbolico, immaginale ed anche spirituale può aiutarci ad individuare la strada giusta per essere noi stessi e per affrontare da un punto di vista più profondo le problematiche famigliari.

Il padre, la madre, i fratelli, le sorelle, i nonni, gli zii, non sono solo quelle persone con le quali siamo legati per questioni di DNA e per via della fatalità del destino, esse determinano in noi un legame archetipico con la vita, un nostro far parte della specie umana, in un tramandarsi di destini e di fatti ancestrali. In ogni epoca la famiglia ha costituito la cellula del tessuto sociale, e ha interagito con esso attraverso formidabili e complessi processi adattivi. La sua funzione fondamentale è sempre stata quella di trasmettere la vita umana, ma con essa anche i suoi archetipi fondativi. La famiglia nell’avviare  alla vita l’individuo non provvede solo ai bisogni materiali, ma anche a quelli psichici, inclusi quelli più elevati che  indicano la possibilità di sopravvivere a se stesso, verso il futuro della specie, ma anche in un spazio sovratemporale ed extraordinario che va al di là di ‘questa vita’ e anela a farsi spirito. In ogni famiglia ed intorno ad essa, e tra le famiglie, c’è sempre un’archetipica lotta tra il bene e il male, ciascuno deve vivere la sua, ed affrontare le sfide del suo tempo. Quindi ogni famiglia nel bene e nel male offre a ciascun essere umano una sfida evolutiva per trovare se stesso. L’ambivalenza degli affetti famigliari, la dura battaglia tra potere e armonia, amore e odio, protezione e dominazione, fiducia e timore, ingenera in ciascun individuo una possibilità personale di confrontarsi con le basi archetipiche della sua soggettività. In altri termini i problemi di famiglia non devono essere pensati solo come qualcosa che va risolto, ma come uno stimolo che per poter essere risolto richiede di rinsaldare l’albero della vita nelle sue radici, in modo che possa dare nuovi frutti e semi,  ed evolvere. La possibile risoluzione dei problemi famigliari dipende anche da come siamo capaci di affrontarli in una prospettiva psicologica ed archetipica, cioè di vedere la tela di fondo dalla quale ciascun membro della famiglia emerge con il suo segno particolare. Il ‘quadro famigliare’ del quale facciamo parte, e che è parte di noi, non va visto quindi solo cercando di decifrare le personalità dei membri della famiglia, ma comprendendo le loro predestinazioni archetipiche.

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Torniamo alla poliandria, o alla poligamia, considerandole una sorta di determinante archetipica della natura umana rispetto alla sessualità. La capacità di scegliere la fedeltà per amore di una persona, e quindi la monogamia, sono modi culturali, morali, spirituali di determinare se stessi senza essere schiavi delle determinazioni archetipiche. Tuttavia si può anche essere dominati da tabù e sensi di colpa per cui vengono castrate le determinanti archetipiche e ci si costringe ad una monogamia che non si basa su una vera armonia psicologica tra i partner, ma sulla propria incapacità di seguire la propria natura innata. Come si vede si tratta di ritrovare un’adeguata posizione di ‘felice compromesso’, di riuscire a scegliere e a scegliersi, senza far pagare agli altri e alla famiglia la propria incapacità di scelta. Tale incapacità determina insoddisfazioni che si fanno pagare alla famiglia. Si fanno figli per non stare soli, o non si fanno per paura che possano essere di impedimento, ci si sposa e ci mette con un amante, si coltivano vittimismi, colpevolizzazioni, rancori, ci si fa del male approfittando di legami affettivi che dovrebbero servire a farsi del bene. Si determinano allora influenze e condizionamenti famigliari che rendono difficile vivere, amare, realizzarsi. Come possiamo trovare la via per liberarci e ritrovare il proprio cammino personale? Non vi è altra possibilità per questo viandante se non quella di considerare due fattori. Il primo fattore riguarda l’analisi di se stesso, dei suoi veicoli e moti interiori, e di come le figure famigliari lo influenzano e lo condizionano. Il secondo fattore riguarda l’esplorazione delle costellazioni e dei territori che ciascuno abita in un determinato punto del tempo e dello spazio, ma che esistono ed esisteranno sempre dalla preistoria alla protostoria dell’umanità.  Perciò qui volgiamo uno sguardo ai fattori archetipici che costituiscono la famiglia primordiale, i cui resti sono ancora attivi quali componenti dell’inconscio collettivo, dal quale emerge la specificità di ogni inconscio famigliare e individuale.

 Il tabù dell’incesto

Gli antropologi hanno indagato come il fattore costitutivo della famiglia primordiale sia stato il tabù dell’incesto. Dall’indagine etnologica si è riscontrato che si tratta di un tabù universale, che però non è regolato nello stesso modo nelle differenti ‘società primitive’. Le relazioni sessuali tra consaguinei erano proibite, ma a seconda delle regole, ci si poteva accoppiare con la sorella maggiore, oppure con la zia paterna, o lo zio materno ecc.  In rari casi l’incesto era legittimo per i capi e i regnanti, in modo da rimarcare il loro statuto di esseri superiori.

 Silvana Mangano (Giocasta) e Franco Citti (Edipo) in Edipo Re - Pasolini

Silvana Mangano (Giocasta) e Franco Citti (Edipo) in Edipo Re – Pasolini

Levi-Strauss nel suo libro Le strutture elementari della parentela (1949/1968) considera come il tabù dell’incesto segni il passaggio tra lo stato di natura a quello di cultura. L’istinto sessuale viene regolamentato con proibizioni e prescrizioni. Evidentemente la specie umana non avrebbe potuto evolvere senza che vi fosse stata la capacità e la volontà di modificare il comportamento animale, per i quali l’incesto non é inibito. Ma per gli umani, tale proibizione, è stata una scelta, o una necessità? Probabilmente entrambe le cose. Secondo Levi-Strauss il tabù dell’incesto deriverebbe dalla necessità e dalla convenienza di distribuire con maggior vantaggio i ‘beni rarificati’, cioè quelli più appetibili e più utili, stiamo parlando di donne in giovane età. Queste rappresentavano una sorta di ‘primizia’ dal punto di vista erotico ed economico, in quanto particolarmente attraenti per il maschio ed anche più avvantaggiate per una riproduzione prolifica. Rinunciare alle figlie e alle sorelle giovani, voleva dire poterle donare ad altri maschi del gruppo non consanguinei, e nel contempo si avrebbe avuto accesso alle ‘loro donne di famiglia’. E’ ormai superata l’idea che questi nostri primordiali antenati avessero qualche convinzione che i figli di consangunei fossero meno sani e forti a causa di più rischiose probabilità genetiche. Ciò che contava secondo Levi-Strauss era dare avvio ad una ‘cultura sociale’ attraverso il ‘sistema del dono e della reciprocità’ (così come per primo ha saputo evidenziare l’antropologo Marcel Mauss). Attraverso lo scambio delle giovani donne, la famiglia si intrecciava con altre famiglie e quindi diventava più potente e numerosa. Quando ciò avveniva all’interno dello stesso gruppo o tribù si parla di endogamia, mentre se lo scambio avveniva con ‘stranieri’ si parla di esogamia. La società si è evoluta con entrambe queste forme, ma la seconda è da considerarsi più evoluta, in quanto tesse relazioni sociali più ampie. L’obiettivo di farsi famiglia come cellula della società, non era puramente altruistico, ma dettato dal bisogno di fortificare la propria esistenza individuale e famigliare anche in senso egoistico, nonché di poter affermare una supremazia sociale, arrivando ai ranghi più elevati, o addirittura a  diventare la ‘famiglia regale al comando’.

Tutto ciò comportava sin dalle origini un affinamento delle regole intrafamigliari e interfamigliari, per cui entravano in gioco questioni di rango e di clan, nonché rituali volti a consacrare le relazioni di ‘scambio donne’. La poligamia, ed anche la poliandria, per quanto fossero anch’esse regolamentate da prescrizioni, non erano considerate un tabù, cosicché il matrimonio monogamico è da considerarsi un’invenzione molto recente.

Il sorriso squilibrato di Edipo

Sughi Alberto, Tema dell'amore-Immaginazione e memoria della famiglia 1981

Sughi Alberto, Tema dell’amore-Immaginazione e memoria della famiglia 1981

Freud ha sconvolto la cultura ottocentesca vittoriana rivelando come il neonato, e poi l’infante fino al periodo di latenza (circa sei anni quando la sessualità viene rimossa, e quindi resa ‘latente, ‘messa a lato’) non disdegna di provare piacere sessuale con i genitori. Freud ha quindi messo al centro della sua psicologia il Complesso di Edipo, aprendo innumerevoli scenari sulla triangolazione che vede il desiderio libidico del figlio o della figlia verso il genitore controsessuale, e concomitanti fantasie di aggressione verso il genitore rivale, nonché l’angoscia per la paura di essere da questi puniti (complesso di castrazione). In modo inconscio il ‘Complesso di Edipo’ ha una sua collusione nel genitore, ma la necessità di nutrire e proteggere l’infante con cure sufficientemente amorevoli, comporta un continuativo scambio di segnali pacificanti e di neutralizzazione dell’aggressività. Il sorriso che sin dalle prime fasi di vita il neonato volge alla madre è considerabile come un segnale di neutralizzazione dell’aggressività che induce al prevalere di sentimenti di tenerezza e attaccamento, i quali garantiscono al neonato di sopravvivere e di crescere. Anche tra fratelli e sorelle il nucleo famigliare implica che l’aggressività intrafamigliare sia ritualizzata, mediata e regolamentata. Si tratta di un’impresa ardua che come sappiamo non sempre riesce o riesce male, ma il nucleo famigliare deve lottare affinché le lotte al suo interno non lo autodistruggano, e spesso questa stessa ‘lotta per difendersi dalla lotta’ diventa la causa principale del dissidio e della sconfitta. Ciascun membro della famiglia sarà sconfitto a modo suo, nessuno potrà dirsi vincitore, poiché la famiglia in quanto tale presuppone la salvezza di tutti suoi membri. Ecco allora che questo gran da fare sulla necessità di contenere l’aggressività, implica che ‘essa’ non abbia la necessità di convertirsi nella pulsione sessuale. La sessualità in famiglia diventa tabù perché comporterebbe la messa in crisi dei necessari sistemi di gestione dell’aggressività. D’altra parte la crisi della sessualità genera problematiche di aggressività distruttiva.

Oscar di Prata

Oscar di Prata

Per quanto la coppia genitoriale sia la sola a poter esercitare il diritto a vivere la sessualità, la famiglia mette in scena forti spinte antilibidiche. I figli percepiscono e giudicano con disprezzo e disgusto la sessualità dei genitori e, ancorché adolescenti e poi adulti, bisogna ammettere che si prova un certo senso di imbarazzo nell’immaginare i propri genitori a letto. Pare quasi che dovrebbero anche loro rassegnarsi al tabù dell’incesto. La sessualità genitoriale viene giustificata con un vergognoso sorriso, o con una baldanza carnevalesca che vuol suonare liberatoria quanto emancipata, sicché si percepisce un curioso senso di tolleranza, tra la goffaggine e la ripugnanza quando si immaginano mamma e papà che fanno sesso… e chissà poi come cosa fanno? E chi si trasformano mentre lo fanno? Se non lo fanno con noi figli o è perché è una cosa brutta che fanno tra di loro che quindi sono brutti, e di conseguenza cattivi, oppure il sesso è una cosa bella, e di conseguenza, privarcene e vietarcelo – in modo poi esplicito controlli e i divieti nella fase adolescenziale – sarebbe da ‘cattivi’.

Knap Jan, La Sacra Famiglia (1994)

Knap Jan, La Sacra Famiglia (1994)

La sessualità tra i genitori è inconsciamente percepita dai figli come qualcosa di torbido che comporta un’esclusione dei figli dall’affettività dei genitori, i quali sono fantasticati nel loro amplesso come una ‘scena primaria’ (Freud) che cova minacce e tensioni aggressive, nonché una trasformazione della personalità del genitore che lo fa apparire come animalesco e mostruoso. Da ciò si sviluppano fiabe e leggende centrate su orchi e streghe quali rappresentazioni delle tenebre che le personalità genitoriale coverebbero nei loro ritiri occulti, ovvero nella camera da letto.  I figli perciò tentano inconsciamente di opporsi alla libido genitoriale e di cacciarsi in mezzo a loro nel lettone, ove spesso, secondo la psicoetica in voga vengono accolti – nonostante anche la psicologia più divulgativa sconsigli fortemente tale promiscuità simbolica e sensoriale tra genitori e figli. Capita allora che i genitori si lascino inibire dai figli, o che lo adoperino come scudo umano per giustificare le loro personali inibizioni verso il partner.  In effetti accade anche questo, con le conseguenze disfunzionali a livello psichico e relazionale. L’equilibrio libidico famigliare deve fare i conti con gli effetti collaterali dei tabù e dei fantasmi incestuosi. Perciò i coniugi si sforzano – quando si sforzano – affinché  la convivenza, la complessità ambientale e sociale in cui la famiglia è inserita,  non arrivino a  turbare troppo o in modo irreparabile la loro vita erotico-affettiva. Non bisogna considerare il sesso come un fatto puramente istintuale, in quanto nell’essere umano lo psichismo, inteso come emozioni, affettività, fantasie, immaginazioni è connaturato alla sessualità. Quindi anche laddove la sessualità genitoriale è fortemente vissuta ciò non vuol dire che lo sia anche la vita affettiva e il senso di cooperazione. Talvolta la sessualità diventa una via di dominazione, possesso, ricatto, obnubilazione che serve a drogare la vita affettiva e a fare in modo che l’aggressività possa poi ferire, umiliare, distruggere e dare potere piuttosto che amore.  I fantasmi, le minacce e le strategie di tradimento vengono allora innescate per ritorsione o per desideri di supremazia narcisistica. La vulgata allora parla di ‘casini in famiglia’, ma in realtà il bordello avrebbe regole di reciprocità e di galateo che paradossalmente restano superiori, e soprattutto che non paventano esiti e condizionamenti tanto nefasti come quelli che possono scaturire dai veleni di contorte dinamiche libidiche famigliari.

Matt Damon – in The Martian

Matt Damon – in The Martian

Il sorriso edipico primario di scambio di piacere reciproco, ritenuto come segno di un’intesa esclusiva tra la madre e il bambino, i cui accenti sensoriali ed erogeni sono intrisi di una intensa sessualità infantile, come ha ben rivelato per primo Freud, si adombra di dubbi, ambivalenze, ambiguità. In quel sorriso fiduciario assoluto e indissolubile appare la prima ombra di tradimento, contornato da fantasie di possesso, rivalsa e castrazione: è il complesso di Edipo. Il sorriso allora non è più ‘puro’ apprende un po’ alla volta l’arte ambigua dell’ironia e del sarcasmo. E’ un sorriso che in modo sano si fa beffe della delusione o si rassegna bonariamente ad essa. Oppure è un sorriso amaro che si stampa sul volto dell’insoddisfazione come per imporle un vano dispetto. Oppure è il sorriso del folle, del cinico, dello psicopatico, del sadico, del narcisista sfruttatore, di chi sorride nel ferire l’altro e nel dominare con un potere che nel suo intimo appare quale inconscia vendetta trasversale, per vendicarsi dei torti subiti nell’infanzia, a causa di un complesso edipico e di desideri incestuosi frustrati e tormentosi.

Le famiglie originarie, poligamiche, poliandriche o entrambe le cose, probabilmente avevano più possibilità di non generare ingorghi libidici tra aggressività e pulsioni sessuali, in quanto non era contemplata un’affermazione della soggettività individuale. Il narcisismo era dominato da potenti censure collettive, per cui ciascun individuo doveva chinare la testa dinnanzi ai voleri del potere sacro. Neppure le caste regali potevano permettersi il narcisismo, se non come vestizione di un ruolo supremo, trascendente la propria intima individualità. Perciò dobbiamo supporre che il sorriso ironico e beffardo, come coadiuvante ‘antiedipico’ (secondo l’idealità rivoluzionaria della liberazione del desiderio espressa a ridosso del ’68 dai filosofi francesi  Deleuze e Guattari ), si sia sviluppato solo con l’affermarsi della soggettività, probabilmente con l’inizio delle prime civiltà storiche. Prima c’era poco da scherzare per motivi personalistici, gelosie e tresche affettive famigliari ed extrafamigliari.  E’ probabile che la famiglia originaria fosse assai più triste, oltre che più rigida, e che abbia sviluppato una imago di allegrezza e di intima convivialità solo in epoche relativamente  recenti. Sull’incesto non c’era niente da ridere, determinando una pesantezza e uno sforzo che comportava specifiche problematicità e infelicità delle quali non ci è dato sapere, dal momento che non possiamo psicoanalizzare i protagonisti del tempo. Ciò che sappiamo è che la famiglia si assestava su una costrittiva struttura di potere, che presumeva il dominio, spesso totale da parte del capofamiglia patriarca, avente potere di vita e di morte su moglie e figli (per quanto secondo le regole consentite). I retaggi, e non solo i retaggi, di questa concezione patriarcale della famiglia, sono ancora presenti. La rivoluzione della donna, non ancora compiuta, ma comunque che ha disabilitato la concezione patriarcale della famiglia, non hanno disabilitato il potere, ma lo ha duplicato in una competizione che sempre più spesso vede la sconfitta di entrambi i coniugi e la fine della famiglia. Eppure in ciò bisogna anche leggere una sorta di evoluzione, nel senso che se una famiglia deve stare in piedi non è per questioni di potere, non dovrebbe essere neppure per ottenere vantaggi sociali, ma per questioni d’amore. Si di far prevalere la libertà e di dare al potere un ruolo pedagogico, altruistico, generativo e non più di dominio. Si tratta di un’utopia solo se non siamo disposti a rinunciare all’idea della ‘famiglia per sempre’, forse l’evoluzione della famiglia contemporanea, con tutti i suoi disagi e fallimenti è quella di durare nell’amore finché dura, piuttosto che indurirsi o rompersi senza amore, nelle lotte dei supremazia e di potere.  Sarà una famiglia provvisoria, transitoria, disarticolata, informale, ma sarà pur sempre un’esperienza famigliare provvida e provvidenziale, e pure, a seconda delle sue possibilità,  generativa – ma a patto di non ostinarsi di ad ogni costo a sognare, a ricercare e a ‘forzare’ la famiglia stabile dei ‘per sempre’ e dei ‘mulini bianchi’. Non bisogna più, dunque, considerare un fallimento la famiglia che si è costruita e si è trasformata in altro, essa non è morta, ma prefigura processi personali di emancipazione. Sono tali processi evolutivi che rischiano di fallire, qualora si resta attaccati all’idea che la famiglia giusta sarebbe stata un’altra, più ‘classica’ e ‘stabilizzata’, credendo quindi di aver sbagliato tutto per incapacità o per sfortuna, e di non poter più tornare indietro. Invece bisogna andare avanti, senza rinnegare l’esperienza famigliare conclusa, per quanto sia stata difficile.

 

Picasso, la famiglia dei saltimbanchi, 1905

Picasso, la famiglia dei saltimbanchi, 1905

Monogamia e tradimento

Nel codice egiziano di Hammurabi (1792-1750 a.C.) il matrimonio monogamico è considerato come un contratto in cui si acquista la moglie. La consacrazione del matrimonio monogamico si ritrova nelle antiche civiltà orientali, come in quella greco-romana, celtica e germanica. Nella Chiesa Cristiana è sancito il concetto di triplex bonum: la fides, consistente nella reciproca fedeltà dei due coniugi, il sacramentum, che è l’indissolubilità del rapporto, la proles (che però può mancare, per quanto la sessualità sia considerata lecita nella misura in cui è riproduttiva); tale dottrina resta quasi immutata fino al sec. XI, ed è solo nel secolo XII che diventa un vero e proprio sacramento.

Statue di Rahotep e Nofret (2600 a.C. circa), Il Cairo, Museo Egizio

Statue di Rahotep e Nofret (2600 a.C. circa), Il Cairo, Museo Egizio

In generale l’istituzione monogamica, da un punto di vista sociologico, è vista come un adattamento imposto dal sistema produttivo, di controllo e di potere. Secondo Engels, in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884/1891), la famiglia si istituisce in funzione dei modi di produzione, secondo gli interessi della classe dominante. Diciamo che la famiglia viene concepita attraverso un connubio di usi, leggi e tabù più funzionali a logiche di sfruttamento e di dominio. Ma la famiglia si organizza e muta non solo per lasciarsi sfruttare, ma anche per sfuggire allo sfruttamento, mirando ad una equità sociale, oppure al raggiungimento della supremazia attraverso forme di potere familistico. In tal senso si potrebbe considerare non tanto la monogamia in se stessa, ma il suo irrigidirsi, come una sorta di imposizione psicosociale che oscilla tra romanticismo e tomba dell’amore-

Mentre il tabù dell’incesto si consolida e si precisa nel corso delle epoche, la monogamia, per quanto prescritta da leggi sacre e statuali, non è mai riuscita a diventare una sorta di legge naturale e universale, capace di modificare l’istintualità animale dell’essere umano. Nei mammiferi la monogamia è rara, mentre invece è abbastanza comune in diverse specie di uccelli. Le motivazioni sono evidentemente dovute ad esigenze biologiche. Pur essendo il mammifero per eccellenza l’essere umano si è evoluto nella direzione della famiglia monogamica, ma non in modo indolore, cioè tra sotterfugi, tradimenti e fatti di sangue.

Il ‘romanzo famigliare’ si tinge di psiconoir dal momento che la monogamia, per quanto venga assunta come virtù, viene continuamente aggirata, non solo e non sempre attraverso la messa in atto di tradimenti, tresche o scappatelle, ma soprattutto a livello della fantasia e dell’immaginazione. In ogni coppia, per quanto la fedeltà sia certa e reciprocamente desiderata e garantita, si manifestano sogni fantasie ad occhi aperti, condivise con il partner oppure tenute nel proprio intimo, di adulteri, accoppiamenti orgiastici, di amplessi extraconiugali trasgressivi della relazione monogamica. Ma a ben vedere è la vita monogamica che trasgredisce la naturale spinta poliandrica e poligamica che c’è in ciascun ‘mammifero umano’.  D’altra parte i potenti fantasmi della gelosia e dell’invidia implicano che il partner venga posseduto in esclusiva, giacché l’altro potrebbe non solo goderlo e farlo godere, ma anche catturarlo nelle sue brame passionali e portarlo via per sempre. Accade dunque di essere monogamici non per scelta ma per paura di essere abbandonati o di abbandonare, tuttavia nel proprio intimo si sogna con minore o maggiore bramosia di non esserlo, e nel contempo si teme che qualcosa di simile, o di peggio, potrebbe essere instillata nell’intimo del partner.

Franz Borghese, L'adulterio

Franz Borghese, L’adulterio

Per analoghe ansie e timori abbandonici, la monogamia può essere violata al fine di sentirsi più tutelato dal miraggio di un harem, al maschile, come al femminile che garantirebbe una specie di pseudostabilità erotica e relazionale. Per motivi dunque non solo archetipici, quali la tendenza originari alla poligamia e alla poliandria, ma anche di ordine e di disordine individuale, diventa una via nevrotica e disturbante per affrontare i propri fantasmi e abbandonici e persecutori. Ecco allora che una instabilità affettiva nella famiglia originario, e in particolare un vissuto di estrema ambivalenza verso un genitore troppo ambivalente o anaffettivo, viene poi proiettato sul partner della propria famiglia potenziale o in essere, per cui, reduci della infausta e no elaborata esperienza negativa famigliare, si diventa o gelosamente ossessivi, per cui forzosamente e nevroticamente monogami, oppure traditori seriali, o avvezzi a tresche con amanti fissi o vari. Per cui bisogna differenziare una tendenza poligamica, poliandrica o propriamente orgiastica – giacché anche questa modalità era comune nei costumi della sessualità sacra originaria – da una confusione psicoaffettiva e sessuale dovuta a regressioni e a proiezioni generate da instabilità famigliari personali. La tendenza al ‘poliamore’ o alla sessualità promiscua, che sia archetipa e originaria, o nevrotica e personale, genera tensioni famigliari che coinvolgono i figli e i parenti più vicini. Tuttavia è pur vero che possono essere proprio i figli e i parenti prossimi ad innescare moti di fuga dalla famiglia monogamica, qualora la coppia genitoriale non abbia una sufficiente capacità di preservare ed elaborare la libido.

Edgar_Degas_-_La_famille_Bellelli 1858 - 1869

Edgar_Degas_-_La_famille_Bellelli 1858 – 1869

La crisi della famiglia contemporanea, i cui esordi possono farsi risalire al secondo dopoguerra, è da considerarsi come una reazione alle costrizioni libidiche famigliari, laddove queste risultavano particolarmente oppressive, e sotto l’egida di un arcaico quanto persistente maschilismo patriarcale. La rivoluzione della donna in tal senso ha comportato anche una rivoluzione della famiglia ed un nuovo ruolo dei figli, i quali sono diventati sempre più rivendicativi per la conquista di un loro futuro anticonservativo quanto antigenitoriale. L’autorità è stata messa in crisi, e quando ciò avviene, non può considerarsi solo un male. Ma ciò non ha risolto il problema della famiglia, semmai lo ha posto per la prima volta in forma così emancipata e politicamente cosciente nella vita e nella storia della società. A questa coscienza sociale non è però ancora corrisposta la costruzione di una nuova coscienza psicologica, ed anzi questa è stata gettata in una crisi che ha visto l’emergere, quasi epidemico, di molteplici forme di patologie e infelicità ‘a sfondo famigliare’. Soprattutto alla crisi della famiglia, e quindi del senso altruistico e comunitario da essa sotteso, è emerso uno slancio soggettivistico ed egoistico, all’insegna di ciascuno per se sé, che poi sfocia in multiformi disturbi della vita relazionale, all’insegna del narcisismo patologico, non solo come patologia, ma come spietata scelta di vita egosintonica.

In questo impasto trasformativo che ha generato il bene e il male, come in una ebollizione alchemica dalla quale non si sono coaugulate o disciolte le sostanze, sono emerse forme psicoculturali riparatorie e tentativi di aggiustamento famigliare spesso goffi o effettivamente disfunzionali ( ce ne occuperemo in un successivo paragrafo).

Osserviamo lo spettacolaristico diffondersi cultura del libertinaggio e del permissivismo come liberazione di tabù, che prevede la coppia aperta, l’amore libero o multiplo, i privé, l’avventura occasionale con sex-worker (anche in coppia) non può essere la chiave risolutiva del compromesso, ovvero offrire la valvola di sfogo per restare monogamici e al tempo stesso lasciarsi andare… Non può esserlo nella misura in cui si agisce e si fantastica senza avere una sufficiente consapevolezza psicologica della relazione, quindi di se stessi, dell’altro e della natura umana in generale (inconscio collettivo).

The Family sculpture, by Robert Thomas, in Cardiff

The Family sculpture, by Robert Thomas, in Cardiff

Ora, non si può pretendere che siamo tutti psicologi e che per stare in coppia bisogna studiarsi almeno Freud e Jung, si tratta invece di acquisire e valorizzare una sensibilità psicologica tra i partner. Jung spiega molto bene ciò nel suo breve saggio “Il matrimonio come relazione psicologica” (1931), per cui è come se uno fosse lo psicologo dell’altro e non solo l’amante.  Ecco perché un percorso psicoterapeutico può consentire di esperire in cosa consista una relazione psicologica, la quale per quanto si sviluppi con il proprio terapeuta offre la possibilità di esperire possibilità di ascolto e di confronto che si aprono alle profondità dell’altro, ove ambivalenze e contraddizioni non sono più vagliate in termini giudicanti e moralistici, ma attraverso uno sguardo psicologico, ossia simbolico, immaginativo e analitico che tiene conto dei vissuti famigliari, del senso dei quadri psicopatologici e disturbanti,  e del fatto che siamo esseri umani, con le nostre negatività, debolezze e ambivalenze. Amarsi in coppia e nella famiglia vuol dire mantenere acceso il focolare che riscalda e illumina il profondo dell’anima, e non restare avvinti dalla superficialità e dalle apparenze. Le nevrosi e gli errori famigliari emergono e si acuiscono quando viene a mancare la giusta attenzione psicologica e si considera il coniuge e gli altri membri della famiglia (in particolare i figli) solo per ciò che fanno e dicono, senza riuscire a interrogarsi su cosa hanno dentro e perché. Ci si interroga per lo più sui propri errori, o quelli altrui, ma difficilmente ci si rende consapevoli dei ‘fantasmi’, ovvero di quelle forze o personizzazioni invisibili, occulte, che agiscono nell’inconscio dell’altro, in quanto interiorizzazioni e proiezioni individuali, o in quanto agenti archetipici che possono manifestarsi in forme differenti nelle soggettività individuali. Ciascuno è ‘fatto così’ non solo perché fa parte o perché faceva parte di una famiglia, ma perché c’è qualcosa di assolutamente suo, di unico e di irripetibile. Le nevrosi famigliari e tra coniugi nascono nella misura in cui il Sé autonomo e autentico (etimologicamente ‘il vero in se stesso) viene soffocato dalle turbolenze delle istanze famigliari, quanto più ne sono ignoti i ‘fantasmi psicologici’ sottostanti.  Questa ignoranza del mondo interiore dell’altro e della famiglia comporta di riflesso anche una ignoranza di sé, in quanto la famiglia di cui si è parte è anche una parte di sé. Il confronto con la famiglia, quando diventa profondo, consente poi di fare emergere quelle parti di sé che non appartengono alla famiglia, ma esclusivamente a se stessi, ed è solo così che può emergere la propria personalità in modo indipendente ed autentico, ed attraverso di essa sarà possibile trovare la via migliore per affrontare i problemi coniugali e famigliari.

Aggressività e libido famigliare

La libido, come energia naturale, nell’essere umano si psichicizza e diventa anche energia simbolica e culturale. Nello stadio di natura – o nella notte dei tempi – per soddisfare la pulsione libidica si poteva ricorrere alla violenza (e purtroppo ciò i retaggi di quella violenza libidica in massima parte maschile, si manifestano ancora oggi). Lo stupro primordiale, il ratto delle donne, si ritrovano negli echi ancestrali del mito e delle leggende storiche. Tra gli dei lo stupro era cosa comune, così come lo era tra le tribù in guerra, e con molta probabilità la guerra stessa nasceva in origine per ‘questioni di donne’: quelle più rare, in quanto più giovani, belle e quindi con più possibilità riproduttive.

Pissarro, Famnily Bliss

Pissarro, Famnily Bliss

Ma da un punto di vista psicomitico, le fantasie di stupro, e non gli atti concreti, vanno considerati sotto l’egida di Pan, il dio selvatico che, tra pathos, eccitazione e paura va a caccia di ninfe, o viene da esse attratto centro reti di seduzione e turbamento che costringono l’istinto a liberarsi e a psichicizzarsi (si veda di Hillman, Saggio su Pan, 1972). L’aggressività in relazione alla sessualità, nella dialettica di Pan e le ninfe richiamo quel ‘saltarsi addosso’ istintuale che fa perdere la coscienza ‘civilizzata di sé’, il pudore, la maschera, e ci rende sufficientemente animali per poter fare sesso. Non si tratta di una pulsione brutale volta allo stupro, ma di un’armonizzazione che Pan e le ninfe inventano con i loro riti e misteri magici tra gli anfratti boschivi e le sorgenti tra aggressività e tenerezza, che sono entrambe istintuali. La carica aggressiva deve però essere serbata e a ciò pensa Pan, con la sua paura panica che lo porta ad eccitarsi di nascosto, in un selvatico isolamento dagli altri, che lo preserva dalla confidenzialità e da una convivenza coscienziale e coscienziosa con gli altri. Poi con la grazia delle ninfe le pulsioni aggressive e sessuali di Pan vengono orientate alla danza e alla musica (Pan suona il flauto) ove la passione erotica può sgorgare spontanea e libera dalle inibizioni degli ingorghi libidici famigliari e della società Per disinibirsi, la pulsione erotica h bisogno di una carica aggressiva armonizzata, ma non neutralizzata, negata o orientata alla soddisfazione del bisogno in senso egoistico e narcisistico, come stupro sessuale e affettivo dell’altro. Ci sono volute ere ed epoche affinché Pan e le ninfe riuscissero ad affiorare nell’inconscio collettivo recando i loro effetti naturali, liberatori e salutistici, ma altre spinte tendono da sempre a ricacciarli nel profondo. Così, nell’Ethos e nell’Imago cristiana Pan, con il suo aspetto caprino e cornuto, eppure bipede, è diventato il diavolo, e le ninfe, fino ad epoche molto recenti delle ninfomani, o delle raffigurazioni edulcorate a sfondo pedofiliaco. Quando Pan e le ninfe non riescono a compiere i loro riti, volti a coniugare aggressività e amore, la sessualità può inibirsi, generare disfunzioni sessuali o prendere vie perverse ed anche estremamente violente. Così fu per il rapimento della principessa Europa, per Elena di Troia, per il ratto delle Sabine. Evidentemente lo stupro e il ratto di guerra non può essere parallelo a sentimenti morosi, per cui la sessualità viene consumata come atto distruttivo e di dominazione dell’altro

Arte indiana da uttar pradesh, famiglia di shiva, metà del X sec

Arte indiana da uttar pradesh, famiglia di shiva, metà del X sec

Queste grandi narrazioni rivelano che la famiglia in origine nasceva attraverso fatti di sangue, e che questi potevano essere mitigati con vantaggio solo attraverso ‘il dono’ e quindi con il tabù dell’incesto. Il dono va consegnato integro, non consumato e da ciò in epoche successive si sono rinforzati anche i tabù sulla verginità della donna da marito, e sull’inammissibilità assoluta del suo tradimento, come se si trattasse del più vergognoso dei peccati. Gesù Cristo, che non scriveva mai, lo fece solo una volta tracciando sul selciato la famosa frase a difesa dell’adultera che stava per essere lapidata “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Possiamo interpretarlo come un peccato, quello del tradimento che è in potenza nella natura umana, ma si tratta di una natura che ha in se stessa la sfida a distaccarsi dalla natura, a considerarsi vicina al cielo e allo spirito, e quindi che anella alla fede e alla fedeltà. La famiglia diventa dunque un patto sacro, e ha al suo epicentro il tabù dell’incesto. Ma come è possibile che i primi esseri umani abbiano sentito a livello universale che la libido tra consangunei andava sottomessa a regole e a tabù? Una risposta può venirci dall’etologia e dalla psicologia.

Come ha evidenziato Konrad Lorenz nei suoi studi su L’aggressività (1962), negli animali e nell’uomo, ovvero Il Cosiddetto male (1963) in ogni specie l’aggressività è insita nell’istinto di sopravvivenza individuale e collettivo. Garantisce la difesa da altre specie, la possibilità di procurarsi il cibo, anche a spese di altre specie, e inoltre mantiene un giusto grado di competizione tra membri della stessa specie e della stessa famiglia. Per una mandria è fondamentale un capobranco, divenuto tale non tanto perché è stato il più aggressivo, ma perché ha saputo orientare l’aggressività nel modo più costruttivo. La psicologia ha indagato poi sulla convergenze tra aggressività e pulsioni sessuali, le quali consisterebbero in parte in un fenomeno di scarico delle tensioni aggressive attraverso il piacere libidico. Se però queste tensioni aggressive non ci sono, o sono carenti, o vengono assorbite da attività meramente distruttive, la libido risulta carente o viene intrisa di odio, avidità, ansia di potere e dominazione. Occorre una sorta di sistema omeostatico che governa le pulsioni aggressive al fine di poterle convertire in una carica libidica creativa, dalla quale possano poi nascere sentimenti di amore e di attaccamento.

Si apre il vasto scenario del sadomasochismo – sul quale ritorneremo, anche attraverso ‘casi clinici –  come via estrema per scatenare una aggressività repressa ed erotizzarla al fine di evolvere le pulsioni sessuali. Si tratta di una fantasia erotica e della sua messa in atto che consente di identificarsi o con il bambino punito ed umiliato, o con il genitore punitivo e umiliante, nel tentativo estremo di preservare l’attaccamento e la relazione amorosa per quanto questa sia tormentata.

Attaccamento e potere

L’amore e l’attaccamento sono fattori essenziali nella specie umana perché la prole necessita di un lungo periodo di svezzamento e di cure. La madre è la prima nutrice e protettrice dei figli e quindi l’uomo deve provvedere affinché essa possa svolgere questo ruolo amorevole quanto oneroso. Ciò comporta un impegno energetico della coppia genitoriale che ha dato luogo questioni di potere e non solo di amore. L’uomo è diventato padrone della donna e dei figli, e in ciò bisogna individuare una prima grande frattura psicoantropologica che nasce in seno alla famiglia, quale dissidio tra amore e potere che si ritrova da sempre in ogni tragedia famigliare.

The Royal Wedding at Buckingham Palace on 29th April 2011

The Royal Wedding at Buckingham Palace on 29th April 2011

Ma torniamo alla questione dell’aggressività e di come la necessità di neutralizzarla e orientarla verso l’amore sia connaturata al tabù dell’incesto. Ci sembra difficile pensare che i padri e le madri primitive avessero un istintivo desiderio di abusare dei loro figli, eppure vi rinunciarono per ragioni etiche, morali e di evoluzione sociale.  Se così fosse vorrebbe dire che erano preesistenti motivi culturali e valoriali che inducessero ad un voto di castità dei consaguinei. Doveva dunque esserci nell’istinto umano già presistente una disposizione a reagire alle dinamiche famigliari, in seno alle quali, come abbiamo visto si sviluppano necessarie forme di gestione dell’aggressività, anche a partire dalla condivisione del cibo che va condiviso e che quindi non si può sottrarre agli altri membri della famiglia al punto di farli morire di fame (cosa che invece la guerra tra famiglie, fratrie, clan, tribù e popolazioni si è sempre praticata attraverso la guerra quale forma collettiva ed estrema di aggressività e violenza organizzata). D’altra parte l’aggressività intrafamigliare, per quanto domata, può imboccare vie psicopatologiche e disfunzionali fino al punto di violare lo stesso tabù dell’incesto.Ma questa violazione non è da considerare solo in termini di atto violento, quanto come fantasia rimossa che persiste nell’inconscio individuale e famigliare. Per quanto la sessualità tra consangunei susciti sentimenti di disgusto, se non di orrore, essa è insita nei primordi archetipici dell’infanzia dell’umanità, ed ha anche un suo vissuto negli attaccamenti edipici dell’infanzia dell’individuo nella famiglia. A livello coscienziale invece si fortificano i fattori di spostamento e repulsione del desiderio erotico intrafamigliare. In effetti sono proprio tali sentimenti repulsivi che inibiscono le fantasie consce e il passaggio all’atto sessuale verso un parente stretto. Già Malinowski, nei suoi studi etnologici sulle società primitive dell’Oceania, aveva osservato che la familiarità quotidiana inibiva il desiderio sessuale tra consanguinei.

arton22089Nei primordiali nuclei famigliari, nei quali, per ragioni psicofisiologiche, la prole veniva allevata per un tempo assai superiore rispetto a quello di qualsiasi altro mammifero, la gestione dell’aggressività parentale comportava che, nella stragrande maggioranza dei casi, le tensioni aggressive non riuscivano a trasformarsi in una carica libidica verso i consanguinei.L’aggressività famigliare doveva poi essere gestita per mantenere una giusta condivisione dello spazio territoriale – la casa famigliare – e per impedire l’invasione di estranei, che fossero esseri umani, animali o spiriti maligni. L’aggressività veniva poi spesa per procacciare il cibo per tutta la famiglia, condividendo intorno al desco alimentare, il bisogno primario: quello di mangiare, che può essere meglio soddisfatto attraverso un gruppo umano che unendosi diventa più forte e produttivo.

Aldo Carpi, 'La mia famiglia', 1928-29

Aldo Carpi, ‘La mia famiglia’, 1928-29

Questi vincoli, condivisioni, ritualizzazioni che sono possibili solo attraverso un indirizzamento dell’aggressività e non in un lasciarsi andare ad essa secondo i propri bisogni e desideri egoistici individuali, hanno determinato un imbrigliarsi della libido tra consanguinei. In tal modo è stato un sacrificio minore di quanto si possa immaginare quello di ‘donare’ le proprie giovani donne alle altre famiglie, considerando poi che in tal modo si otteneva la possibilità di ottenerne altre in cambio con una carica libidica tutta da scoprire, non essendo stata imbrigliata dalla gestione intrafamigliare dell’aggressività. Si pone dunque la questione della autorità famigliare, cioè il capofamiglia che ha il potere di domare l’aggressività intrafamigliare di indirizzarla verso l’esterno e di utilizzarla al suo interno per punire e sottomettere secondo un punto di vista volto a preservare il suo dominio egoico e quello della sua famiglia nella società, in termini di onore e potenza famigliare.

Il conflitto coniugale

Per quanto Levi-Strauss voglia considerare che nel primitivismo la ‘giovane donna’ sia una sorta di ‘bene rarificato’ che conviene gestire in modo produttivo e condivisibile, nell’interesse dell’individuo e della società, va osservato che intorno al tabù dell’incesto sorge uno psichismo intriso di fantasie e sentimenti di straordinaria potenza, che mai potrebbero derivare da un bene materiale, per quanto possa trattarsi di un cibo di grande prelibatezza. Le dinamiche di potere autoritario si scontrano in un vortice conflittuale che tende a responsabilizzare e a deresponsabilizzare, a trovare un capro espiatorio, aI rendersi vittima o carnefice.

Sin dalle sue origini in seno alla famiglia covano invidia, gelosia, tenerezza, attrazione, repulsione, generando fantasmi che a loro volta chiedevano di essere ‘trattati’, ritualizzati, regolamentati per limitarne gli effetti virulenti o per ingraziarseli. In tal senso la famiglia partecipando ai riti si costituiva ‘parte civile’, nel ‘consorzio sociale’. L’autorità e il potere a questo punto, non erano più solo nelle mani del capofamiglia, il quale diventava vicario di poteri divini, stabiliti dal tramandarsi di padre in figlio, da famiglia a famiglia.  Ecco che in origine raramente l’accoppiamento nel ‘matrimonio primordiale’ poteva essere una libera scelta, esso era imposto a seconda degli interessi famigliari, del clan e della autorità sociale, sacralizzata quanto totalitaria. E’ innegabile che il tramandarsi sacrale e politico, spirituale e secolare dell’auctoritas patriarcale abbia instillato in termini psicoculturali l’imago della donna come un bene pregiato da possedere e da distribuire agli uomini secondo criteri produttivi e di potere. Ciò sanciva che la donna non avesse alcun diritto di esprimere i suoi desideri, con l’aggravante di considerare tali eventuali desideri come intrinsecamente peccaminosi, portatori di tentazione, perdizione e rovina.  Tuttavia lo psichismo femminile, poteva essere oppresso nella vita concreta, negli atti, nei comportamenti, ma non appunto nella psiche. La femminilità restava comunque carica di un mistero originario inafferrabile, indicibile, impensabile. La psiche stessa, secondo James Hillman, ha la sua originarietà essenziale nel femminile. Il mito originario teogonico della Grande Madre sovrasta lo spazio e il tempo facendo apparire tutti glia altri dei maschili per quanto ultrapotenti come dei figli. Ci vorranno lunghe ere affinché diventassero dei padri, e dei padroni assoluti della totalità, come nei monoteismi.

violenza-in-famigliaPer quanto, anche tra gli alti ranghi, i Re e i potenti, la donna fosse oggetto di dominazione, e la sua libertà interiore ed esteriore fosse aggravata da tabù e credenze misogine, lo psichismo femminile, non è stato mai ingabbiato, ed anzi, proprio per il fatto che lo si costringeva in una gabbia, evocava potenze incommensurabili nel bene e nel male. Parsifae che si innamora del toro bianco che suo marito, il Re Minosse, ricevette in dono da Poseidone, e si nascose all’interno di una statua di vacca per farsi da esso possedere, costituisce un’immagine originaria del mito che vuole ricondurre l’istinto sessuale in una costellazione di trascendenza liberatoria, tra animale e spirito.Questi accenni alle drammatizzazioni nelle famiglie mitiche servono per rammemorarci di come il dissidio uomo-donna in seno alla famiglia sia universalmente espresso nelle narrazioni e nelle teogonie del mito.

La lotta uomo-donna esprime una tensione aggressiva che tuttavia contribuisce alla ‘corrente energetica’ della vita amorosa. D’altra parte è anche la vita amorosa che consente di esprimere l’aggressività e di indirizzarla in una direzione creativa e non distruttiva. L’aggressività non è solo violenza, ma anche azione trasformatrice e generativa. Come quando si aggredisce la materia, le pietre ad esempio per costruire case, o si spacca la terra per piantare il seme o per far zampillare l’acqua, o si incide e si ricuce la carne per guarirla… L’aggressività tra gli esseri umani può anche essere espressa come indignazione e come ‘rabbia giusta’ laddove sia necessario difendere la libertà, dire no ad un usurpatore. Senza aggressività non può esserci amore, perché amare vuol dire incidere la vita dell’altro e la propria. Così è dalla crescita di una coscienza d’amore che sono potute nascere lotte di giustizia e di liberazione, che hanno richiesto ‘per amore’ aggressività. E’ sempre per l’amore si può e si deve recidere qualcosa nella propria vita, in quella dell’altro e degli altri.  E’ questo il caso della rivoluzione della donna che ha inciso un nuovo corso della storia e ha reciso le epoche precedenti, dando luogo a processi di trasformazioni che ora sono ancora agli esordi.  La primordiale mitica guerra tra i sessi fa irruzione nella storia e ne muta i destini. Si sono trasformati i  costumi sessuali, i ruoli famigliari e sociali, le scienze, l’economia, la psicologia, la pedagogia, la politica… ed anche la famiglia. E’ un processo ancora in corso e che ha ancora molta strada da compiere lungo la quale compaiono nuove sfide e nuovi problemi psicologici, sociali e culturali. La famiglia in quanto cellula del tessuto psicosociale è la forma di coesione umana che da semprew registra nel bene e nel male i processo di trasformazione che dal mito sono pervenuta nell’evoluzione della storia umana.

 Il focolare domestico

La relazione erotica uomo donna evoca lo psichismo, è forza dell’istinto che trascende l’istinto stesso, cosicché le religioni delle culture d’origine sono sempre fortemente sessuate. Sesso e spirito sono ancestralmente biunivoci per quanto restino separati. Per quanto la religione abbia avuto funzione armonizzatrice, essa è stata anche funzionale alle strutture di dominio, per cui ha comunque alimentato il dissidio tra amore e potere che sta alla base delle contraddizioni e delle commistioni famigliari.

fuocoAbbiamo osservato come la sussistenza alimentare e la condivisione del cibo siano stati fondanti, insieme alla normatizzazione della relazione tra aggressività e sessualità per la nascita originaria dell’istituzione famigliare. Secondo Levi-Strauss una linea che segna il confine tra l’animale, quale scimmia o ominide e l’umano dotato di un principio culturale è nella preparazione del cibo, come si intuisce dal titolo del suo famoso libro Il crudo e il cotto (1964). Il fatto di arrostire il cibo, implica una gestione del fuoco condivisa, quindi una sua sacralità originaria, per cui l’alimento non è solo un nutrimento materiale, ma anche simbolico. La cottura attraverso la bollitura nell’acqua comporta un rapporto più trascendente con il cibo, in quanto vi è una distanza dalla forza naturale del fuoco, e il calore acqueo genera vaporosità e fantasie che vagano dal mondo uterino – aqua mater – e fumosità volatili che si stemperano negli spazi celesti.    L ‘essere umano come animal cuisinier, diventa anche un essere capace di cultura, cioè un animale simbolico. Ma a tal fine ha bisogno del fuoco e di una famiglia da mettere intorno al fuoco, che riscalda, nutre e illumina. Anche per questa gestione del focolare domestico la conversione tra aggressività e sessualità va simbolizzata e regolamentata. Nella mitologia greco-romana la dea del focolare che stabilizza la famiglia è Estia, sposa di Mercurio, del quale compensa l’estrema instabilità del ‘fuoco alchemico’ volta  e scoprire, esprimere e trasformare. Ma come hanno fatto gli esseri umani a scoprire concretamente il fuoco?

Il mito narra che Prometeo rubò il fuoco a Zeus e lo donò ai mortali la rabbia dei Zeus punì atrocemente sia Prometeo e sia gli uomini. Prometeo fu fatto incatenare nudo su una rupe, consentendo ad un’aquila di divorargli il fegato che poi gli ricresceva di notte. Per i mortali invece Zeus commissionò ad Efesto di forgiare una donna bellissima e sensuale, che però recava con sé una vaso pieno dei malattie, disgrazie disastri di ogni tipo, questa era Pandora. Ancora una volta lo psichismo femminile nel punire la prometeica verticalità maschile, che sfida gli dei, costringe allo psichismo, e quindi ad una patologizzazione animica che non è né animale, né spirituale, ed in un certo senso non è neppure umana, a meno che non si voglia equiparare umanismo e psichismo. Ma mentre l’umanismo è da intendersi sul piano della coscienza, del pensiero con le sue glorie e le sue aberrazioni lo psichismo va al di là, e sconfina oltre la realtà, nell’onirico, nella fantasia, nell’inconscio, nell’anima.    Il mito prometeico, e in generale tutte le mitizzazione del fuoco, hanno una portata archetipica immensa, giacché ci indica come il fuoco, non solo porti la cultura negli umani, ma anche come li avvicini alla trascendenza, e quindi al confine invalicabile dello spirito, regno degli dei.

Anna Maria Maiolino, Por um Fio

Anna Maria Maiolino, Por um Fio

Eppure, se ci chiediamo come veramente, e non solo miticamente gli umani abbiano scoperto il fuoco, intorno al quale organizzare la tribù e i distinti focolari domestici, dobbiamo pensare ad una qualche esperienza pratica, magari fortuita. Ad esempio al divampare di un incendio prodotto da un fulmine, e quindi dalla raccolta di alcuni rami ancora ardenti dai quali poi attivare una pira. Tuttavia resta il fatto che non si poteva aspettare l’incendio da fulmini, ovvero donato da Zeus, ma che si doveva potersi procurare il fuoco in modo indipendente. Ecco allora che Carl Gustav Jung nel suo celebre libro Libido, simboli e trasformazioni  (1912/1951), propone il seguente lucido ragionamento. Secondo Jung gli esseri umani avrebbero avuto modo di constatare a livello sensoriale che l’atto sessuale comportava un riscaldamento, sia nell’attivarsi del desiderio e sia nel suo appagamento. A tal fine, sia nella copula e sia anche nella soddisfazione masturbatoria, occorre un’attività di sfregamento delle zone erogene, genitali e non, ripetuta e relativamente ritmata. Questo contatto mobilizzato e continuato provoca calore fino al piacere orgasmico. Non a caso le metafore che riguardano la sessualità sono sempre dense di simbologie e metafore che richiamano, il calore, la focosità, l’incendio dei sensi e dell’anima. Anche l’amore sacro, non sessualizzato, è rappresentato con simboli afferenti al fuoco, così come ‘la fiamma dello spirito santo’. Quindi per una abduzione creativa e traspositiva dell’esperienza erotica alla realtà pratica, è ragionevolmente ipotizzabile che gli esseri umani abbiano pensato a sfregare oggetti con l’intento di creare calore e, osservando che l’attrito effettivamente recava successo all’esperimento, lo hanno perfezionato fino a generare le prime scintille con pietre e legnetti adatti allo scopo. Ed ecco il fuoco, il fuoco che viene dal sesso e dallo spirito, che porta cibo, calore, luce, produttività, fecondità. Ecco il fuoco per forgiare i metalli, la civiltà, ed ecco la famiglia intorno a quel fuoco, la famiglia che è stata costretta ad industriarsi e a convertire le pulsioni libidiche in creatività, organizzazione capace di governo al suo intento e di essere cellula che a sua volta governa e viene governata dal tessuto sociale. Ma senza il tabù dell’incesto, non vi sarebbe stata abbastanza energia per dedicarsi al fuoco, forse sarebbe stato più comodo continuare a mangiare crudo, a fare sesso come capitava, e, in definitiva a restare animali, con branchi e orde di comodo piuttosto che con famiglie che danno tanto da fare.

323[1]Va poi considerato che un unico grande fuoco per una intera tribù ha un senso extrraquotiano cerimoniale, sacro e festoso, ma non consente di preservare l’ordine quotidiano nelle attività di sussistenza e nell’accudimento della prole. Occorreva quindi suddividersi in nuclei famigliari intorno a piccoli focolari domestici, in modo da consentire una condivisione una comunione tra ‘pochi intimi’, e più funzionale ai bisogni del quotidiano. Potremmo dire che dal calore della libido framigliare è nata l’invenzione e la gestione del fuoco, e che a sua volta il fuoco ha indotto a stabilire regole, prescrizioni e tabù adatti alla coesione famigliare e alla sua collocazione funzionale nella comunità.

Narcisismo e sviluppo della personalità

C’è da chiedersi cosa ci abbia guadagnato l’essere umano a valicare quel confine che da animale lo ha reso umano… che si tratti veramente solo di un tipo di scimmia che senza cultura e organizzazione si sarebbe estinta? Oppure forse si tratta di un’animale che tra i suoi bisogni connaturati, archetipici, innati ha anche un suo specifico bisogno di amore, e che a tal fine deve necessariamente avventurarsi nelle terre di mezzo dello psichismo e dell’anima?  E se questo amore non riguardasse solo la relazione umana in senso altruistico e dell’attaccamento, ma invece fosse dato anche dall’amore per se stesso? Narciso in tal senso non è solo il mito debenerativa dell’amore relazionale (oggettuale), ma è anche, come ha evidenziato Freud, l’amore autoriferito, per il costituirsi di una propria soggettività separata, la quale è la base per poter sviluppare una relazione oggettuale ‘genitale’, ovvero generativa. Jung non ha mai fatto espliciti riferimenti al narcisismo, quanto piuttosto alla lotta che l’individuo compie per ‘individuarsi’, quindi diventare se stesso pur riconoscendosi come parte del tutto. Il focolare domestico nutre e protegge, ma nel contempo assorbe le energie individuali e ostacola lo sviluppo di una propria autentica personalità. Per conquistare se stessi allora ci si imbatte nell’ardua sfida al focolare domestico, entro ambivalenze, che possono essere anche tormentose, tra odio e amore. Il romanzo famigliare si fa dramma o tragedia e brucia in un fuoco libidico che oscilla tra sacralità e dissacrazione, tra angeli e demoni del focolare. Il complesso forno alchemico famigliare, tra gioie e dolori, consolazioni e timori, in ogni sua evoluzione e trasformazione antropologica, storica e sociale, propone sempre la stessa sfida archetipica, ovvero dio riuscire a ‘sfornare’ la propria autentica personalità senza che resti troppo cruda o bruciata.  L’utero famigliare è il luogo angusto quanto protettivo e nutriente per una nuova rinascita, le sue tossine e i suoi veleni possono fare abortire o deviare una vita in essere, e a ciò ciascuno è chiamato a dare una risposta. Il mito prometeico dell’eroe, della sua vittoria e infine della sua sconfitta nel martirio, esprime la conquista del proprio Sé inglobato nell’inconscio famigliare e collettivo. Le difficoltà e i drammi famigliari non possono essere affrontati se non attraverso del mito dell’eroe e dell’orfano che si allontana dal focolare domestico, si autonomizza e rischia sulla sua vita per ritrovarne un’altra più amabile e più vera. Se non si ha accesso a questa ardua possibilità di individuarsi si resta imprigionati nella ragnatela psichica famigliare e ci si dibatte in modo autodistruttivo e distruttivo, secondo un narcisismo regressivo e mortificante, per se e gli altri, dentro e fuori dalla famiglia.

Olaf Breuning Collage Family, 2007

Olaf Breuning Collage Family, 2007

  La famiglia transgenica e le sue varie forme mutanti

Volendo usare una metafora relativa alla produzione agricola possiamo dire che mentre le mutazioni delle strutture famigliari durante l’evoluzione umana seguivano processi organici, tra conservazione e progressione, la famiglia contemporanea sembra essere concepita attraverso processi transegenici. La cultura seleziona e produce nuove semenze famigliari, coltivabili secondo le specifiche esigenze della soggettività. Se un tempo i soggetti dovevano assoggettarsi alla famiglia, e quindi rinunciare alle loro tendenze e aspirazioni, ora è la famiglia che tende ad assoggettarsi al soggetto. A tale riguardo viene subito in mente la famiglia omosessuale o transgender, ma ciò riguarda comunque processi evolutivi basati sul genere, quindi sulla generalità, e non sulla soggettività. La crisi e la difficoltà di fare famiglia è dovuta al timore che la famiglia non possa assoggettarsi alle proprie esigenze e non viceversa. Farsi una famiglia vuol dire ottenere di realizzare un nucleo affettivo adatto alle proprie esigenze, che consenta un sufficiente grado di controllo e condivisione, ma nel contempo anche di libertà e di individualità Bisogna allora immaginare la famiglia come un albero che nasce da innesti e commistioni transgenetiche affinché produca frutti specifici ed esclusivi, che in natura non possono esistere, ma per le proprie esigenze sì. L’impresa non è facile e presume o rinunce al progetto, strategiche procrastinazioni, oppure uno gettarsi in ardui esperimenti, talvolta dettati da una euristica di pancia, altre volte più fondata su ragionamenti di convenienza. 43641614-Ritratto-di-famiglia-hippy-in-piedi-nel-campo-con-il-segno-Pacific--Archivio-FotograficoMa come si sa, quanto più gli esperimenti sono complessi, tanto più sono destinati a fallire La famiglia originaria primordiale era necessariamente più organica in quanto più adattiva alle necessità imposte dalla natura. La famiglia attuale si è gettata – in modo purtroppo consapevole – nel regno del desiderio personale, con tutti rischi e le delusioni che ciò può comportare, ma anche con un grado di libertà coscienziale e soggettiva che mai poteva essere immaginata nelle famiglie di un tempo. La famiglia Millennium secondo un gergo che indica quella classe di età divenuta adulta nel terzo millennio e nel mondo occidentale, è una famiglia fragile, pericolante, esplosiva, dispersiva, avvincente, deludente quasi che si tratti del laboratorio di apprendisti stregoni che ne combinano una dopo l’altra senza ancora aver capito un gran ché di quel che salta fuori dai loro alambicchi, a loro volta interconnessi in una realtà mediatica e virtuale. Sposarsi o no sposarsi, separarsi, divorziare, tollerare gli amanti, le scappatele, consentire ai figli di fare sesso come e quanto vogliono, di fumare canne e avere condotte spregiudicate e ai limiti della ‘costumanza’ è una sorta di modus vivendi nel quale le famiglie da operatrici totemiche del tabù, diventano opportunità antitotemiche per liberarsi da tutti i tabù. Come ben si sa la troppa libertà determina più rischi, ma anche più possibilità di mutazione e di scoprire nuovi modi e nuovi mondi. Se prima il senso della famiglia era nella ‘ stabilità, che recava  sicurezza ma anche nel sacrificio e nel votarsi ad una limitazione per il resto della vita della propria libertà di scegliere, adesso la famiglia ideale sembra quella che anche a costo di essere instabile, provvisoria, separata, alterata, abbia come senso ultimo il mantenimento della propria libertà di scegliere. D’altra parte affinché una famiglia sia centrata sull’amore, e nonostante le sue difficoltà possa crescere e durare a lungo, deve poter considerare sempre aperta la possibilità di scegliere. La famiglia dura quando consente la possibilità di sceglierla ogni giorno, e non di subirla come costrizione. L’essere scelti dal desiderio dell’altro può essere considerato nel senso di Lacan per il quale “L’inconscio è il desiderio dell’altro”, che in termini semplici vuol dire che ci si sente di esistere come soggetti specchiandoci nell’altro che ci conferma e ci ama. Il bambino vuol sapere come è nato, se sé stato scelto, voluto, desiderato, perché è fondamentale per la sua individualità che possa riconoscersi nel desiderio dei genitori. La famiglia che conferma i suoi membri in quanto ciascuno è nel desideri dell’altro può avere qualsiasi forma e qualsiasi durata, ma la sua generatività dipende dall’essere coesa nel desiderio e non oltre. Il fatto che la famiglia non costringa più alla stabilità, e che le sue crisi mirano a destabilizzarla come mai prima, indica che vi è in corso una transizione psicoculturale affinché le relazioni di parentela non siano più assoggettate a schemi che limitano la possibilità di scegliere e di essere prescelti.

Sussurri e grida (Bergman, 1973)

Sussurri e grida (Bergman, 1973)

Recentemente ho letto due interessanti libri sulle evoluzioni e involuzioni della famiglia che mi hanno fatto molto riflettere. Il primo è di Massimo Ammaniti, La famiglia adolescente (2016) il secondo è di Giorgio Nardone, Modelli di Famiglia (2001). Con un taglio epistemologico diverso entrambi gli autori offrono un importante quadro clinico della crisi della famiglia e delle ricadute di ciò sulla psiche individuale, nonché sulle interazioni disfunzionali che si determinano nello spazio sociale. Hanno però in comune l’insistenza nel mettere a confronto la famiglia di una volta (intesa come di cinquanta anni fa circa) con la famiglia attuale, la quale sarebbe il risultata da un sommovimento liberatorio, svolto con troppa superficialità e irruenza rispetto agli schemi del passato. I ruoli famigliari risultano confusi all’insegna di una eccessiva permissività e nel contempo di un iperprotezionismo che mira a tutelare i giovani dagli eccessi e dalle tentazioni devianti che la società offre loro, e dalla paradossale possibilità di avervi facile accesso per via del permissivismo. I genitori si prodigano di rivelarsi quali amici paritari dei figli, dando in definitiva a loro l’ultima parola. Capita sempre più spesso che i genitori si consultino con figli adolescenti per chiedere loro cosa debbano fare, piuttosto che il contrario. Cosicché i genitori appaiono deboli e incapaci, in preda a frustrazioni che rendono impossibile sia di assumerli a modello, sia di negarli in quanto modello, in quanto risultano modellati più come adolescenti che non come adulti. I figli non temono le punizioni, o meglio non ne ricevano, e spesso sono loro a consentire di doverle somministrare al genitore a scopo rieducativo. Ecco allora che gli adolescenti si sentono disorientati e tendono a ripiegarsi in se stessi, a diventare alessitimici, nevroticamente introversi e solipsistici, oppure a scatenarsi in condotte devianti e auto lesive (alchool e droghe).

famiglia-numerosa2Lo ‘psicodramma famigliare’ odierno deriverebbe principalmente dal fatto che i genitori tentano di esplorare nuove possibilità relazionali intrafamigliare ed extrafamigliare, al fine di evitare che si possano sviluppare gli stessi conflitti, complessi e delusioni che sentono di aver subito a causa  dello schema famigliare che hanno dovuto subire quando erano figli. Si trattava di uno schema non già autoritario e patriarcale ma, da questo punto di vista, ormai agonizzante, sfatto, decrepito e che perciò doveva imporsi e resistere al cambiamento dei tempi con compromessi e mistificazioni pesanti. Mentre la società del boom economico, della libertà sessuale, della emancipazione della donna, delle ideologie antiautoritarie si andava divulgando i capifamiglia del dopoguerra continuano a combattere per riproporre le famiglie dei loro nonni, ritenute, per ‘onore di famiglia’ come più sagge e assennate. Così i figli di quelle famiglie conservatrici tardonovecentesche, diventavano nevrotici, complessati, devianti, ma anche portatrici delle istanze del desiderio, autarchici e ribelli. Nella società non sono riusciti più di tanto ad instaurare un nuovo regno edenico similare a quello dei ‘figli dei fiori’, ma almeno nei nuovi tentativi di famiglia si è stati indotti a compensare i torti subiti nell’infanzia e nell’adolescenza con nuovi modelli all’insegna di una idealizzata libertà, che poi ha dato luogo ad un epidemico affermarsi del narcisismo in quanto potere egoico della soggettività che impunemente si può affermare sulla pelle degli altri. L’ambizione al godimento personalizzato, incitato dalla famiglia e insieme dallo spettacolo dei consumi, ha portato al prevalere di dinamiche narcisistiche, per cui dal momento che in famiglia nessuno ha più il potere ciascuno è portato ad affermare il proprio, fino a confliggere con quelle degli altri e produrre relazioni e chiusure affettive patologiche.

Ma tutto ciò non deve spingerci a pensare che in fondo ‘stavamo meglio quando stavamo peggio’ e che quindi lo psicologo clinico o il teorico dovrebbero lavorare per una restaurazione degli schemi del passato. Piuttosto si tratta di osservare e accompagnare gli esperimenti e le mutazioni delle nuove forme di coesione dissoluzione famigliare, affinché se ne possa cogliere e coltivare il senso evolutivo. E’ una fase difficile, nella quale vanno accompagnati gli esperimenti di ‘apprendisti stregoni’ i quali però possono anche portare a nuove e importanti scoperte e mutazioni in senso progressivo.

Famiglie allo sbando -  Shameless - Serial TV

Famiglie allo sbando – Shameless – Serial TV

In particolare, la crisi della famiglia attuale, nonostante i suoi pericoli e le sue difficoltà comporta un intenso patologizzare, per dirla con Hillman, che non vuol dire lasciarsi andare alla patologia, ma ricavare da essa la consistenza e la vitalità dell’anima/psiche. L’erotica famigliare si è destrutturata, ma non è morta, anzi sta lottando, seppure con sofferenza per generare una rinnovata energia vitale. Questo comporta il raffinarsi della sensibilità psichica e quindi il diffondersi di una nuova e più profonda sensibilità della natura psichica e archetipica che determina l’esperienza umana, e la possibilità di renderla più ricca e generativa.  Il rischio da investigare, e da considerare come una sfida, sta nell’irrigidimento narcisistico inteso come profittazione egoica che fa fallire la libera sperimentazione famigliare. In tal senso però, il narcisismo va affrontato non solo come una malattia, ma come una opportunità per elaborare vissuti famigliari entro una dinamica di amore e di potere più equilibrato, dove l’amore di sé, verso l’altro e verso il mondo possa trovare vie espressive più fluide. Quella liquidità dell’amore che giustamente il sociologo Zygmunt Bauman ci ha fatto considerare come temibile e dissolutiva, va affrontata e incanalata come fluido di irrigazione vivificante per l’individuo, la famiglia e una società planetaria che mai come oggi deve migliorarsi se non vuole soccombere sotto la dominazione di un Narciso impazzito.

Jung nel citare Goethe e Meister Eckhart osserva che non sempre la fine di cioò che appariva come bene e l’emergere del male sia da considerarsi come un processo involutivo, quindi dice:

[…] ci sono epoche nella storia del mondo (e la nostra potrebbe essere una di queste) in cui un bene deve tramontare, ed ecco perché ciò che è destinato a diventare il meglio appare dapprima un male. Ma questa affermazione dimostra quanto sia pericoloso anche soltanto sfiorare quest problemi; perché è molto facile per il male insinuarsi di soppiatto, semplicemente dichiarando di essere potenzialmente il meglio! (Il divenire della personalità, 1932, Bollati Boringhieri,  Vol. 17, pp. 179-180)

Il male che si traveste da migliore è allora il narcisismo, in quanto soggetto che si approfitta della mutazione antropogenetica famigliare per motivi egoici e antirelazionali. Eppure questo elemento parassitario e ostile ad una trasformazione evolutiva in senso migliore per tutti, ovvero altruistica e basata su autorità di amore più che di potere, può diventare anche fattore di perfezionamento evolutivo, a meno che non riesca a distruggerlo prima che si compia.  Ma i fallimenti famigliari, l’autosussistenza psichica ed economica da ‘single’ o da ‘senza famiglia’ potrebbero essere considerati come tentativi di rielaborare la coesione tra persone secondo familiarità e sentimenti che non sono necessariamente legati alla parentela e alla sessualità. Vi è una tendenza in atto addirittura verso la famiglia amicale – composta anche da non parenti –  in una dimensione comunitaria, abitativa e non,  ove ci si sceglie per affinità elettive e si condividono progetti e spazi e tempi che un tempo potevano essere immaginati solo in virtù del nucleo famigliare parentale. Non si tratta di ritornare agli idealismi della Comune sessantottina e all’antipsichiatria antiautoritaria di David Cooper nel suo celebre Morte della famiglia, 1971, ma si lavorare ve immaginare creativamente affinché nuove idealità d’amore, libertà e coesione possano affinarsi e incarnandosi nell’esperienza umana individuale e collettiva. Insomma anche laddove vediamo il dissolversi della famiglia e il suo fallimento, dobbiamo lavorare affinché la relazione umana si evolve attraverso l’amore, che come araba fenice rinasce in forme nuove dalle sue ceneri.

SACRA-FAMIGLIA-INDIANAEd è quindi in senso evolutivo che lo psicologo clinico e il ricercatore dovrebbero affrontare le crisi e le mutazioni della famiglia nel terzo millennio: sostenere la sperimentazione, offrirgli ispirazioni, laboratori, riti, simboli affinché venga intesa come una opportunità epocale di crescita, e non come una disfatta involutiva dovuta alla scomposta fuga dai fantasmi e dai tabù del passato.

 

 

 

 

 

 

 

Narciso in famiglia. Indicazioni e avvertenze

Mr. Savethewall




Pier Pietro Brunelli

NARCISO IN FAMIGLIA

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Indicazioni e avvertenze

Conflitti, incomprensioni, violenza psicologica tra parenti stretti

Nel 1972 uno dei capolavori della storia del cinema: Ultimo tango a Parigi. La regia è di Bernardo Bertolucci, nomination all’Oscar come miglior regista, nel 1974. I protagonisti, Marlon Brando e una giovane Maria Schneider, appena ventenne. Marlon, alias Paul – quarantacinquenne americano trapiantato a Parigi dopo il suicidio della moglie… lui vuole spiegare a lei qualcosa sulla famiglia… la famiglia è in piena crisi in seguito alla rivolta politica e culturale dei movimenti giovanili del ’68…  è la ‘scena madre dello scandalo’… Paul prende del burro, sveste con veemenza Maria, alias Jeanne, le lubrifica il fondoschiena e infine la sodomizza facendole ripetere:

“Santa famiglia, sacrario dei buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo”.

 

Mr. Savethewall

Mr. Savethewall

Le complicazioni di Edipo nel ‘Romanzo famigliare’

Da soli non ce la si può fare. Come si fa ‘senza famiglia’, o qualcosa di simile? Cavarsela da soli è dura, o si abbandona, o si è abbandonati… Da sempre gli esseri umani hanno dovuto imparare a stare insieme, aiutandosi o fregandosi a vicenda. La famiglia, nelle sue varie forme, sviluppatesi dall’antichità ai giorni nostri, dovrebbe servire ad aiutarsi meglio. Ma tutto ha un prezzo: le fregature più solenni a volte avvengono tra consaguinei. Egoismo, sopraffazione, manipolazione, raggiro, menzogne, dispetti e misfatti sono da sempre l’altra faccia della famiglia, quella oscura, attraversata da ombre, ansie, invidie ‘complessi psicologici famigliari’.

La tragedia greca è per antonomasia tragedia della famiglia, quale irruzione in essa del dramma storico e viceversa. Così le famiglie sono state prese a immagine del ‘rovinarsi della storia’, o di questa sono state la rovina.

Senza che si arrivi alla tragedia conclamata, la famiglia sembra covare nella sua intima natura psicoculturale un tragedia latente, un dramma interiore ed interpersonale che in gergo psicologico si estrinseca nel ‘Romanzo famigliare’. In questo Romanzo – comune ai membri di una famiglia (con tutte le sue novità e varianti) -  ciascuno, in un modo o in un altro, resta ‘fregato’, o è convinto di esserlo, oppure cerca di fregare, o anche un insieme tra queste possibilità. Tutto ciò pur scambiandosi vari tipi di aiuto e solidarietà, e volendosi bene, anche quando nel contempo serpeggia qualche odio o si traggono vantaggi ‘alle spalle’ dell’altro …da lì il senso della metaforica e perversa scena di sodomia di Ultimo tango, all’insegna di un plateale ‘family fuck off!’. La famiglia, sin dal suo nascere come desiderio di famiglia, o dal suo abortire, presume di accondiscendere a quel potenziale di relazioni psicodrammatiche che la coppia di due amanti, consciamente o inconsciamente, ricerca o rinnega. Unirsi per creare una famiglia… in modo da separarsi.

Quel che oggi sono i ‘resti o le rovine della Sacra Famiglia’ vengono dissacrati o riconsacrati attraverso nuove fantasie e nuove concretizzazione di possibili mondi famigliari, diversi, alternativi, trasversali, transgenici, omoerotici, comunitari, allargati o ristretti… ma comunque sempre in bilico tra il luogo di pace e di protezione affettiva e sostanziale, e la prigione ove si resta intrappolati in un conflitto tra odio e amore, lacrime e sangue del proprio sangue…

La famiglia è un crogiuolo di sentimenti contraddittori, un convitto d’amore che non sussiste senza almeno un po’ di odio, ma che può sussistere quasi senza amore. Per quanto i consanguinei venuti ai ferri corti si possano ripudiare a vicenda, continuano ad essere legati da un sangue psichico che nutre fantasmi morbosi, così che la psiche individuale resta a mollo in una invisibile soluzione miasmatica, che la condiziona e la ammorba. Il complesso di Edipo, tormenta gli individui, le famiglie, la società, il mondo in una catena genitoriale e figliale di odio-amore, egoismo, invidia, gelosia e pur sempre affetto, piacere, godimento e dolore. Eppure bisogna anche chiedersi come Edipo agisce nel complesso, e nel mito. Egli si trascina in una tragedia famigliare perché ogni volta che ha un presagio lo interpreta alla lettera e per evitarlo fugge dea una parte all’altra, e si caccia nei guai. Questo perché Edipo, come lo vediamo nelle pitture vascolari, è sempre ‘in pensiero’, ovvero reagisce ai problemi psichici cercando solo soluzioni logiche, pratiche, razionali. Edipo non è capace di elaborazione simbolica , di mitizzazione. Egli vede il suo dramma famigliare solo in superficie, come concatenarsi di sventurati fatti concreti, non comprende che i presagi oracolari infausti andrebbero interpretati con una sensibilità mitica, estetica, come immagini dall’inconscio della collettività che riverbera in ogni individuo. Gruppo_Di_Famiglia_In_Un_Interno_poster_01Intanto si arrovella di pensieri, prende provvedimenti drastici, o accetta tutto, mentre rimozioni e ri-emozioni gli de-formano la vita nelle ‘complicazioni del suo complesso’   Siamo tutti edipici, non tanto perché legati alla madre, se si è maschi, o al padre, se si è femmine, e temiamo il genitore rivale, ma perché tendiamo ad interpretare i problemi dello psichismo famigliare e dei suoi effetti disturbanti e dolorosi con ‘la sola ragione’, sebbene si tratta di una qualche ‘irragionevole follia’, portatrice di un senso che sta oltre la sua soluzione. La famiglia che fa impazzire, arrabbiare e che delude viene affrontata in analisi o dal ‘vivo’, come una resa dei conti edipica, volta ad aggiustare i fatti e i sentimenti ‘concreti’, in modo di averla vinta.

Risolvere i problemi famigliari non solo può non essere facile, e a volte non è possibile, ma non è nemmeno detto che sia quella la vera sfida. Spesso invece di risolvere si preferiscce, rimuovere, oppure ripetere, rielaborare, ritornare sui propri passi… è quella ‘ri’ che diventa una questione angosciosa, come se tutto dipendesse da una seconda chance, da una ri-nascita, che se fallisce non se ne esce più. E può fallire per tutta una vita, nel constante tentativo di ri-provarci in modo edipico…  Se vogliamo in qualche modo uscirne, dobbiamo prima trarre dai drammi famigliari un loro senso più profondo: un insegnamento di vita simbolico e spirituale, destinale e ancestrale. Perché l’universo e l’infinito ci hanno fatto finire o iniziare proprio in quella famiglia lì? Qual’è il messaggio speciale che dobbiamo raccogliere e passare come un testimone unico, che viene d prima e va oltre, la nostra famiglia?   Dobbiamo allora uscire dall’Edipo – dalle sue ‘complicazioni edipiche’ logocentrate e concretiste –  per non restare invischiati nelle problematicità famigliari, anche perché queste agiscono in un profondo che ha le sue aree occulte, rimosse, in ombra. Il complesso famigliare si costella (costellazione famigliare) in ciascun individuo condizionandone gli affetti, la sessualità, i pensieri, i desideri, i destini… ed in particolare viene condizionata l’immaginazione di una vita diversa, o comunque di una vita che viene scelta come la propria e che ci ha scelto prima ancora della famiglia… La riconquista dell’immaginazione, e quindi della propria vita libera dalla nemesi storica e famigliare, o da un karma falsificante del proprio sé, non può avvenire se ci si arresta nel dare una risposta edipica, che non è capace di andare oltre, e di vedere nel suo romanzo e complesso famigliare un Daimon (Hillman), una vocazione, un suo modo per essere nel mondo…

capitale-umano-hEdipo ed Elettra. Lui e lei ‘complessati’ in famiglia.

Il crocevia, o la via della croce della psicologia, da Freud e senza di Freud: l’Edipo! Il disperato legame genitori-figlio nel triangolo fatale. L’infante vuole la madre per sé, desidera rubarla al padre o che gli venga da questi rubata, perciò l’odio e la teme, ma anche lo ama. E’ un groviglio che può essere letto anche dal polo materno, più o meno capace di gestire la lotta tra due maschi, il marito e il figlio. Oppure possiamo leggere la castrazione  dal polo paterno che dovrebbe riuscire a castrare il figlio, in senso positivo e maturativo, ovvero separandolo dall’attaccamento regressivo alla madre, pur senza evirarlo, preservandone la mascolinità. Il padre sarebbe quello che dice No e impone di crescere. Ma se non funziona tutta questa sceneggiatura, per una miriade di ragioni e sragioni, il figli maschi diventeranno amanti problematici e infelici, prigionieri della castrazione edipica materna (il padre non li avrebbe tirati fuori dal materno).

E che ne è del complesso di Edipo femminile? Dovrebbe accadere qualcosa di analogo: una rivalità tra madre e figlia, per la conquista del padre. Jung ha parlato di ‘complesso di Elettra’, ispirandosi alla tragedia greca che ha per protagonisti sua madre, Clitennestra, il padre Agamennone ed Egisto,  l’amante della madre. Poiché la madre e il suo amante uccidono il padre, allora la figlia lo vendica, si allea con il fratello e uccide i due assassini. In termini psicologici possiamo dire che la figlia, anche in caso di una madre fedele, vede in lei un’incapacità nel soddisfare e accudire il padre, e si considera più degna e potente di lei nel sentirsi sua potenziale sposa. E’ la figlia che rende felice il padre, laddove sua moglie pretenderebbe di essere la ‘favorita’, e quindi di rubarglielo. Perciò la figlia svilisce la madre, la irride, la considera colpevole di tutte le fregature famigliari, per negatività o debolezza. La figlia non si identifica più con quel femminile materno che un tempo le sembrava il modello ideale. Intanto il padre può colludere con la figlia, risultando iperprotettivo e amorevole, come l’eterno fidanzato ideale. Ma può accadere che la figlia attui una superidentificazione con il materno qualora il padre sia abbandonico e delusivo. Tenderà a loro ad esercitare ruoli di dominanza in famiglia e a vivere relazioni sentimentali con maschi ‘deboli’ o ‘delusivi’. Nell’Edipo/Elettra, comunque vada,  la figlia ‘elettrica’ avrà sempre difficoltà con gli uomini che considererà  insufficienti, incapaci di sostituire il padre (sia che sia stato il loro idolo e sia la loro ‘bestia nera’) . Complesso di Edipo e di Elettra, quanto più sono profondi e inconsci tanto più rendono subdolamente infelici. La colpa dell’infelicità sarà sempre ricercata nell’insufficienza di qualcosa o di qualcuno, ma essa posa su un continente sommerso, ove vagano figure d’ombra, inferni e infernetti, segreti inconfessabili, fantasie perversificanti, che come rampicanti infestanti infittiscono le inestricabili foreste e jungle consce e inconsce.

Drammi famigliari ancestrali ed attuali

La famiglia cova l’antifamiglia, l’incesto primordiale che capovolge l’ordine delle cose del mondo, ove le creature anelano a tornare là da dove sono venute. La regressione, cioè l’attaccamento pervicace alle dipendenze originarie che nega il coraggio di crescere e progredire. La via che porta al mondo non si stacca dalla matrice per generare altra vita, ma tende ad essere riassorbita per paura della morte, e così non vive, tende a nullificarsi,  regredendo in un tombale grembo materno, o addirittura nell’indistinto che lo precede,  verso la de-nascita, il non essere mai nati per non morire.

buddenbrooks-729630349-largeQueste forze ancestrali, comunque le si voglia comprendere e denominare, pongono la famiglia sul patibolo delle contraddizioni estreme, ove non si sa mai chi sia la vittima o il boia, e se lo si sa, non è mai ben chiaro, quale sia il reato, il sopruso, il giudice, la legge o il fato traditore. In ogni destino famigliare confluisce un conflitto radicale, e l’albero geneaologico può risentirne fino a seccarsi o a marcire, ad essere piagato da vermi, a crescere contorto, a tumefarsi di nodi. Affinché dia frutti non selvatici, ma educati bisogna potarlo, tagliare, rigenerare, concimare. Occorre lavoro, e nonostante tutto per quanto il frutto sia dolce e maturo può perderne in autenticità, libertà, godimento, felicità. La famiglia per bene, i ragazzi diligenti, mamma e papà che vanno a lavorare e sono bravi, sono benemerenze costate care, pregne di rinunce, condizionamenti, compromessi e spesso grandi mascherate. La facciata non corrisponde mai alla piena verità. La luce nasconde l’ombra, l’orgoglio dissimula il turbamento, l’allegrezza cela il rimpianto.

Eppure l’amore dei famigliari, nonostante tutto, resta indenne dal male per una sufficiente quantità, che poi appare tanto più incommensurabile, e in fondo immensa. Altrimenti si è soli, a meno che la persona amica non sia assimilata ad un fratello ad una sorella, il maestro o la maestra ad un padre o ad una madre, il discente ad una figlia o un figlio. Oppure si può contare su Padre Cielo e Madre Terra, sulle figure spirituali che sono incarnate nell’anima come eterni genitori. In ogni religione vi è una famiglia, unita dal sacro spirito nelle sue molteplici forme. E spesso c’è anche un figlio degenere, diabolico, infernale. O una madre ve un padre diventati dei divoratori. La genealogia degli dei greci inizia con Urano che divorava i suoi figli e prosegue con suo figlio Crono scampato al divoramento, che però divenuto padre prosegue nello stesso tipo di menù. E poi anche il Dio Padre veterotestamentario in quanto a punizioni, ire, imposizioni di prove raccapriccianti e diluvi universali non si lesinava, nonostante fosse anche misericordioso. Nel principio divino arcaico originariamente ispirato alla Grande Madre cosmico della natura e dello spirito l’ambivalenza tra vita e morte è la non legge che dà il bene e il male senza che la specie umana possa farsene una ragione. La matrigna natura non è stata solo un problema del Leopardi, ma di tutti gli esseri umani di tutti i tempi. La madre, ovvero la matrice centrale della famiglia è per sua natura contraddittoria e contorta, nutre protegge e poi ci trasforma in nutrimento per altri e ci divora.

star-wars-family-tree-1Narcisismo patologico alla nascita – fregare e fregarsene 1

Da sempre c’è uno scontro mortale nell’abbraccio tra coniugi, anche quelli divini, anche tra Padre Cielo e Madre terra, un tradimento potenzialmente sempre possibile e quindi una relazione mai totalmente affidabile, son attraverso grandi suffragi e sacrifici che comunque però non possono garantire la pace perenne.

Ecco dunque che l’ambiguità del magma famigliare straripa per ogni dove, dal mito, alla religio, dallo psichico al sociale, dal romanzo di Dostoevskij alla facciata narcisistica da ‘Mulino bianco’. Per quanto il vissuto e l’imago famigliari siano permeati da norme formali che lo rendono coeso e da sentimenti originari,  in essa cova un nucleo informe e deforme. Da quel nucleo scaturisce lo spirito maligno che in un modo o in un altro ci fa restare fregati o ci induce a fregare gli altri, nonostante tutto l’amore di mamma, e anche quello di papà.

E così pare che dal seno della famiglia o dai suoi semi ancestrali si scolpisce sin dall’infanzia una scultura di personalità benigna o maligna, tendenzialmente più avvezza al bene o al male, o meglio: più propensa a fare del male o del bene agli altri o a se stessa (con tutti gli equivoci, i pregiudizi e le ideologie su cosa siano il bene e il male). Senza voler parlare di mali troppo grossi ed evidenti, che trascendono fino alla aggressione e alla violenza fisica, fino cioè’ al cainismo, per cui si uccide il fratello per invidia o per sottrargli i suoi beni, per prenderne il posto al trono, resta uno spinoso calvario di ‘molestie morali’, di dispetti, ricatti, raggiri, soprusi e abusi per fregare l’altro, in famiglia e poi fuori da essa.

Ritorna come una punzecchiatura beffarda, quasi carnevalesca, il verbo ‘fregare’ in tutta la sua sottile volgarità popolare. I don’t care, cioè me ne frego, sta per quella mancanza di attenzione verso l’altro, i suoi legittimi bisogni, le sue aspirazionio, le sue sensibilità. Cosìcché si considera giusto che l’altro resti fregato in nome di un proprio interesse, ma anche perché lo si considera come un rivale, un avversario da fregare prima che lo faccia lui, e questo anche se si tratta di un figlio, di un fratello, di un padre o di una madre. Si presume che il consaguineo – o chi è considerato tale sebbene sia solo la moglie o il marito – possa tramare o pretendere vantaggi e benefici a discapito dei propri, che in passato abbia tratto giovamento dalla sua posizione di forza, e che quindi lo si è subito, perciò bisogna in qualche modo fregarlo e fargliela pagare.

Il narcisista patologico sostanzialmente è uno che se ne frega degli altri e che considera le relazioni affettive come una sfida nella quale o si frega o si resta fregati.

Il miglior sistema che conosce per difendersi dalla relazione che considera fondamentalmente ambigua è quello di mantenere una certa distanza affettiva, di non esporsi a quella che potrebbe essere una dipendenza sentimentale. In tal senso può ammirare i figli o i genitori, ma evita di considerarli completamente affidabili, o comunque di tollerarne l’inaffidabilità – cioè evita di amarli.   Per il narcisista patologico l’altro o è da tenere a distanza di sicurezza, o, ripetiamolo, è da fregare, nel senso di approfittarsene, di parassitarlo, di vampirizzarlo. Per tale ragione deve comunque considerare di mantenere in piedi la relazione, di permettere un certo grado di attaccamento e quindi di farsi amare il più possibile dall’altro attraverso un certo grado di manipolazione che esercita talvolta in modo inconscio, quasi spontaneo, e a volte con una dolosa coscienza vigilante, consistente nel  tramare per ingannare, sedurre, dominare. Rendersi amabili per il narcisista, e riuscire in tale scopo vuol dire avere l’altro in pugno, poterlo cioè ricattare sul pino affettivo. Ora, non è corretto né leale attribuire etichette di narcisista a tutto tondo a Tizio, o a Caio, ma è invece giusto considerare che in ciascuno vi sono ombre narcisistiche più o meno virulente. Nel contempo però va riconosciuto, purtroppo, che ci sono persone più narcisiste di altre, e che quindi nelle relazioni affettive, anche in famiglia, prediligono la via del fregare e del dominare, l’altro piuttosto che quella dell’amore e del venirsi incontro. Questi soggetti talvolta possono diventare veramente insopportabili e portare una famiglia ad una condizione di stress e di frustrazione paradossali, ovvero assurdi, in quanto se non fosse per il loro narcisismo si starebbe meglio tutti, anche loro.


362057b534b7dbf8b475f31440a1af99Borderfamily house – fregare e fregarsene 2

Un’altra etichetta per indicare personalità che vivono con grande ambivalenza le relazioni affettive, in uno stato di constante oscillazione tra sentimenti di odio e di amore (basta un non nulla perché passino da una sponda all’altra), è quella de borderline.

Potremmo dire che il borderline a differenza del narcisista ‘a tutto tondo’, che è egosintoinico (si va bene così, basta che sta bene a discapito degli altri)  è un narcisista egodistonico in conflitto con se stesso, che però sposta sempre sugli altri)  assai meno sicuro di sé, è meno freddo, è più goffo e plateale nelle sue escandescenze, esprime maggiormente la rabbia in m0do scomposto, fino a perdere il controllo della sua immagine. Invece il narcisista è più subdolo, ci tiene alla sua immagine, perciò difficilmente si scompone, ed è in accordo con se stesso (egosintonico) nel coltivare sentimenti di odio verso la persona con cui è in relazione. Il borderline tende a scindere odio e amore in modo drastico e netto, per cui quando prova sentimenti di amore e di simpatia appare ed è autentico, ma basta pochissimo perché cambi il vento e allora si contorce fino ad esplodere in boati di odio e rabbia, fino a quando non si placheranno le sue tempeste interiori, spesso grazie al sopraggiungere di qualche gratificazione o anche di un suo incomprensibile autoacquietarsi. In famiglia queste persone vengono percepite come mine vaganti, e si deve cercare di fare il possibile per non turbarle, salvo poi sfidarle in un conflitto aperto, dal quale però si esce sempre perdenti, nella misura in cui, per affetto, si finisce poi, per stanchezza e per buona volontà con il perdonarli (per quanto non chiedano mai scusa).

Anche in questo caso, un qualche tratto borderline, lo si può evincere in tutti, ma vi sono persone che sono fortemente ‘tratteggiate’ da questa problematica.  Il borderline è comunque un tratto o una tipologia di personalità relativa al narcisismo, cioè a quella dimensione psichica ‘schizoaffaettiva’ che tende a far prevalere l’egoismo sulla relazione, e quindi a sfruttare la relazione, piuttosto che a nutrirla affinché i suoi frutti possano essere più amabili e per entrambi. Il narcisista crede che ciò non sia possibile, che al fine se si accetta la relazione in termini paritari si viene sempre fregati, perciò per quanto mantenga in piedi alcuni aspetti nutritivi della relazione, la considera come una mucca da foraggiare per poi mungerla e divorarla.

maxresdefaultIl fregare l’altro non comporta un’aggressione violenta, aperta, esplicita, ma di costruire una relazione fiduciaria apparentemente reciproca, al fine di poter trarre vantaggio dalla fiducia che si è indotta nell’altro. Quindi fregare presuppone il manipolare e il sedurre. Etimologicamente la parola fregare rimanda a massaggiare con qualche grasso, o olio, quindi ad ungere l’altro per ammorbidirlo, dargli un senso di piacere. Metaforicamente nel gergo popolare si usa anche al posto di ‘fottere’ ed ‘inculare’, parole che in questo caso non rimandano all’atto sessuale quanto all’imbrogliare, truffare, frodare, derubare (sebbene l’incipit dell’articolo consista nella ‘scena madre dello scandalo’ di Ultimo tango a Parigi).

Ciò presume di essersi riusciti a guadagnare il più possibile la fiducia dell’altro, e la cosa migliore sarebbe proprio l’amore, per non parlare poi dell’innamoramento che consente di fare dell’altro ciò che si vuole, fino a fregarlo in tutti i modi e in tutti sensi. Non si tratta solo di ottenere qualche vantaggio concreto, talvolta non è affatto chiaro cosa voglia ottenere di concreto un narcisista, nel senso che lo sfruttamento non è necessariamente di natura economico, o riferibile a qualche privilegio, ma è uno sfruttamento psicologico.

locandinaIl narcisista – inteso come soggetto che frega e se ne frega – deve potersi sentire potente, e il modo migliore per sentirsi potente è sottomettere chi lo ama, e per capire se è riuscito a sottometterlo deve vedere quanto riesce a farlo soffrire pur continuando a farsi amare. In tal modo il narcisista si sente sempre più dominante nella relazione affettiva, nel senso che riceve amore, contraccambiando, fino a quando vuole, con un misto di seduzione, accondiscendenza, sopportazione, promesse e dichiarazioni d’amore (sempre provvisorie o incerte), e con tutto ciò che può proseguire il gioco osceno di far soffrire e nel contempo farsi amare. Il narcisista lascia dunque aperto il rubinetto del sentimento affinché come uno stillicidio goccioli quel filo d’amore senza il quale la relazione inaridirebbe, intanto però lascia l’altro sempre ai limiti della disidratazione e minaccia costantemente di chiudere il rubinetto.

Viaggio immaginale tra inferno e paradiso

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angel-demonUn dono di grande ispirazione per tutti da Albedoimagination: un Viaggio Immaginale attraverso tre audiovisivi con la straordinaria colonna sonora di ENTEN HITTI diretto da Pierangelo Pandiscia, ispirato al libro di Pier Pietro Brunelli Se l’amore diventa un inferno (Rizzoli, 2016).

CIASCUNO HA IL SUO INFERNO DENTRO SE’, MA CIASCUNO PUO’ TRASFORMARLO ATTRAVERSO IL SUO PURGATORIO E IL SUO PARADISO

Attraverso i seguenti audiovisivi potrete effettuare un’esperienza immaginale seguendo le indicazioni che sono nel  PDF  (CONTIENE PERCORSO DI AUTOARTHERAPY -clicca QUI)  - oppure semplicemente facendosi toccare dalla musica, dalle visioni, e quindi da una personale percezione emozionale, ricettiva, sensibile e spontaneamente trasformatrice.

Il primo video esprime le tinte cupe, angosciose, ambigue dell’inferno. (15 min. circa). Non ha l’obiettivo di rattristare o di intimorire, ma di farci visitare con una consapevolezza emozionale e simbolica,  estetica, ed estatica, aperta all’immaginazione e alle sensazioni, le zone d’ombra che abitano l’anima umana, quella individuale, di ciascuno di noi, e quella archetipica dell’umanità e dell’inconscio collettivo. Quando noi riusciamo in qualche modo ad esprimere questa Ombra, con una consapevolezza simbolica, spirituale, trascendente possiamo acquisirne coscienza in modo più elevato e con un linguaggio più vicino all’anima-psiche. Questo aiuta a  depotenziare gli aspetti inconsci dell’Ombra che, a seconda delle fasi o di un periodo della vita, possono diventare particolarmente perturbanti e dare luogo a sintomi, disequilibri, insicurezze, relazioni difficili e disturbanti. Esplorare l’Ombra in modo ‘immaginale’ aiuta a conoscerla e a contenere la possibilità che essa agisca in noi inconsciamente come negatività e debolezza. In senso alchemico l’Ombra corrisponde alla Nigredo, è un’oscurità problematica, ed anche mortifera, ma che contiene un senso trasformatore e rigenerate. Come dal fango nasce il fiore di loto, dalle spine viene la rosa, dalla notte viene l’alba, così la Nigredo, se viene compresa nella sua simbolicità animica è un passaggio dalla morte interiore alla rinascita.

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Il secondo video trasporta attraverso il purgatorio.  (10 min. circa) La musica e le immagini sono sempre caratterizzate da un certo grado di malinconia, di crepuscolo e sofferenza… ma iniziano i primi colori di vita, è una trasformazione sofferta, tra fuochi e nevi che si sciolgono, tra paesaggi ancora difficili, ma dai quali sorge un primo sole che squarcia le nubi… L’atmosfera purgatoriale comporta la presa di coscienza dei motivi profondi della sofferenza. Riguarda la messa in discussione di sé, l’autocritica e l’accettazione, per quanto si siano subiti torti da parte degli altri. Si tratta di una sfida dolorosa per ri-conoscere se stessi e guardare gli altri in modo meno giudicante e più comprensivo delle loro difficoltà, per quanto siano stati o appaiano negativi.  Da questo processo di analisi e di visione spirituale su ciò che è il bene e il male, e su come talvolta non si possa essere giudici assoluti del bene e del male, in quanto bisogna vederli in un intrecciarsi trasformativo, ecco che inizia un processo di guarigione, di ‘integrazione dell’Ombra’, la quale può essere orientata in un processo fecondo, di sacrificio simbolico, di espiazione rigenerante. Immagini e musica evocano un a sorta di rituale purificatorio, che costa fatica e impegno, ma che apre ad una liberazione da ciò che pesa e offusca l’anima-psiche. Gli alchimisti riferivano questo processo di elaborazione che va dall’Ombra verso il Sé alla fase dell’ Albedo. E’ come un doloroso ripartorirsi e rinascere verso una ‘nuova Alba’… una fase che corrisponde ad una ‘preghiera psicologica e poetica’ dedicata ad evocare il principio di guarigione interiore.

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Il terzo video evoca la visione che dal Paradiso Terrestre si può ricevere dal Paradiso Celeste. (10 min. circa). Il primo è immanente, ed è un’esperienza alla quale ogni vita si può avvicinare e consiste nell’entrare in ‘contatto sensibile’ con una dimensione spirituale di amore e di pace trascendente. Il Paradiso Terrestre si riferisce al benessere esteriore, ma a una condizione dell’anima-psiche che si centra nel Sè: l’archetipo che unisce l’individuo all’universo, che fa percepire di essere se stessi e di far parte del tutto. Questo dà grande forza e gioia. La psicoterapia può essere intesa come l’avvio di un processo interiore di conoscenza e trasformazione di sé  che aiuta a ridiscendere all’inferno, rivisitarlo, per poi elaborarlo risalendo dalle aspre pendici del purgatorio, verso le sommità del Paradiso Terrestre. Perciò le immagini e i suoni di questo video evocano ispirazioni angeliche, in qualche modo anche ingenue, ma comunque volte a indurre uno stato di pacificazione e di quiete dal quale è possibile lasciarsi toccare da qualità più luminose e sottili, ed in tal senso paradisiache. Questa evocazione paradisiaca vuol richiamare nell’anima-psiche il compimento della fase alchemica dell’Albedo: il  rinascere del sole nell’anima, quale simbolismo del Sé, e della Rosa dei Beati che si apre nel mondo interiore più intimo e nel contempo più universale.

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a-tutti-gli-uraganiIl progetto Enten Hitti nasce nel 1990 come laboratorio sonoro volto a sperimentare le intersezioni fra elettronica, musica rituale ed etnica e poesia contemporanea. Pierangelo Pandiscia e Gino Ape ne sono i fondatori; essi spaziano dalla Paleografia musicale all’informatica, dai suoni elementari alla musicoterapia, dal teatro di ricerca alla performing arts. La storia di venti anni di attività parte da un’impostazione più rock in cui si nota l’influenza di gruppi come Tuxedomoon, Can e Penguin Cafe Orchestra.

Enten-hitti173Dal 2000 in poi prendono corpo attività più sperimentali fra musica preistorica e installazioni sonore.In questi anni vengono autoprodotti diversi CD e realizzati decine di concerti in festival e locali storici (Link di Bologna, Baraonda di Massa, Bloom di Mezzago, Circolo degli Artisti di Roma, Tunnel di Milano, Festival di RAdio Onda d’Urto, ecc.).

enten-hittiMoltissimi gli incontri, gli amici e le collaborazioni, dalle Officine Schwartz a Paolo Bandera ed Eraldo Bernocchi (Sigillum S), da Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, alle esperienze sui mistici del Duecento con Franco Battiato, dalla ricerca sulla musica preistorica seguendo Walter Maioli e Art Of Primitive Sound alle contaminazioni teatrali col Teatro de Los Andes, l’Odin Teatret e il Workcenter di Jerzy Grotowski.

humana_copertinaPartecipano ai Simposi di Arte Preistorica e Tribale organizzati dal Centro Camumo di studi preistorici dal 1997 al 2002 e compiono viaggi di ricerca in India con i cantori tribali BAUL(1995-1997), in Nord Africa con la Confraternita Gnaua(Marocco) ed Essaiura (Tunisia), in Mongolia, Messico e Siberia facendo pratiche sciamaniche.

(da WIKIPEDIA maggiori info in : https://it.wikipedia.org/wiki/Enten_Hitti

Articolo di approfondimento e video in Albedoimagination. LA MUSICA INTERIORE

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DISCOGRAFIA 1996 – Giant Clowns of the Solar World (AMPLEXUS) -1997 – Giganteschi pagliacci del mondo solare (CPI/POLYGRAM)- 1999 – Musica Humana- 2000 – La conferenza degli uccelli- 2003 – A tutti gli Uragani che ci passarono accanto - 2011 – La solitudine del sole (ALIODIE Hic sunt leones)- 2015 – Fino alla fine della notte (ALIODIE Hic sunt leones) - 2016 – Musica humana (Lizard Records)

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FONDAMENTI PSICOTERAPEUTICI

Nei termini della psicoterapia junghiana il grande processo di guarigione ispirato a Dante , tra inferno, purgatorio e paradiso, è stato rivelato e introdotto nella pratica clinica per la prima volta dalla Psicoanalista e Pediatra Adriana Mazzarella nel libro ALLA RICERCA DI BEATRICE – DANTE E JUNG (1991/2015).

Presentazione e test gratuito Amore, Inferno e Paradiso http://www.albedoimagination.com/2016/09/5505/

 Il libro  di Pier Pietro Brunelli (Psicoterapeuta) SE L’AMORE DIVENTA UN INFERNO (Rizzoli , 2016)  ha ispirato la realizzazione concettuale e audiovisiva della proposta qui presentata di Viaggio Immaginale e Autoartherapy   con Pierangelo Pandiscia (Musicoterapeuta e direttore di Enten Hitti).

Pier Pietro Brunelli ha curato il Montaggio e lo Script  (sceneggiatura), in modo da far risaltare la Drammaturgia sonora di Enten Hitti e Pierangelo Pandiscia.

INFO e WORK IN PROGRESS

Gli audiovisivi in questa fase sono stati realizzati con tecnologie povere (artigianali) ma potranno essere rielaborati attraverso contributi e proposte a livello artistico e performativo   (fotografia, pittura, film, teatro).

INCONTRI, EVENTI E SEMINARI

Il COLLETTIVO ALBEDOIMAGINATION è disponibile a realizzare con ENTEN HITTI attività esperienziali e partecipative presso Centri e Associazioni. Le documentazioni e i video qui presentati sono quindi da considerarsi gli elementi per realizzare laboratori di gruppo ad orientamento drammaterapeutico e musicoterapeutico.

TERAPIA INDIVIDUALE

Se lo si desidera si può essere seguiti anche con sessioni e percorsi di psicoterapia e musicoterapia individuale che prendono l’avvio dal ‘Viaggio immaginale’ qui proposto

Per informazioni contattare Albedo per l’immaginazione attiva – cell 3391472230 o scrivere a Pietro.Brunelli@fastwebnet.it Oppure Pierangelo Pandiscia ENTEN HITTI pagina FB   

 

SE L’AMORE DIVENTA UN INFERNO (+ AIP Test gratuito)

Rizzoli -in tutte le librerie (425 pag.)




SE L’AMORE DIVENTA UN INFERNO

Pier Pietro Brunelli

(Rizzoli, 2016.)

Nuovo libro per il benessere psicologico della vita amorosa (450 pagine, in tutte le librerie)

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COPERTINA LIBRO

 Test gratuito AMORE, INFERNO E PARADISO

Clicca  sull’immagine qui sotto per scaricarlo in PDF con la presentazione del libro

Dettaglio  scritto AIP

(TdN) Trauma da Narcisismo. Il senso di quella piccola “d”

Marina Abramović




 Pier Pietro Brunelli

(TdN) Trauma da Narcisismo… ma da che dipende? 

Quando nel 2010 ho proposto pSadness-49-450x600er la prima volta  l’ipotesi diagnostica di Trauma da Narcisismo (TdN) nelle relazioni amorose, attraverso la rete si  è aperta spontaneamente una  nuova via di comprensione sulle dinamiche narcisistiche e borderline nelle relazioni di coppia. Ciò mi ha fatto molto piacere, ma sin dall’inizio mi sono preoccupati di quelle che potevano essere interpretazioni ed usi del concetto di TdN in modo fuorviante ed errato.  Inoltre  mi rendevo conto che il concetto di TdN implicava una questione cruciale circa la etiologia della malattia mentale. Cioè da dove vengono? Sono di origine organica o sono psicogene? Derivano dall’ambiente o sono innate? Dipendono da un insieme di cause? In effetti la sigla TdN è importante per quella piccola d, in quanto propone che vi sia un certo stato di condizione traumatica e post-traumatica che deriva dal Narcisismo.

Rizzoli -in tutte le librerie (425 pag.)

Rizzoli – in tutte le librerie (428 pag.)

Moltissime persone hanno interpretato quella N, non come Narcisismo, ma come Narcisista. Cioè hanno inteso che quel Trauma lo subisce una persona a causa di un Narcisista. In effetti io ho molto insistito sull’effetto disturbante e traumatizzante di un partner con uno stile di personalità narcisistica nei confronti dell’altro partner. In termini immaginali e metaforici, secondo l’uso diagnostico-terapeutico della psicologia junghiana, ho impiegato la figura del vampiro per evocare una dinamica amorosa vampirizzante e quindi psicologicamente dissanguante per il partner vampirizzato.

Marina Abramović

Marina Abramović

Tuttavia ho sempre insistito sul fatto che il partner vampirizzato che subisce il TdN lo subisce anche perché ha a sua volta un problema di Narcisismo, ed in particolare di ‘ferita narcisistica’. Ciò gli comporta di colludere con il partner disturbante, di ‘offrirgli il collo’, e quindi di essere componente non solo passiva, ma anche attiva di una dinamica narcisistica. Ecco allora che il TdN è appunto un Trauma da Narcisimo e non da narcisista, come invece hanno inteso coloro che non si sono soffermati a fondo sulle mie avvertenze e precisazioni, per cui ho insistito sul fatto che il vero nemico del vampirizzato è il suo ‘vampiro interiore, ovvero un complesso che si colloca nella sua ‘ferita narcisistica’.

Suka.Off.

Suka.Off.

A questo punto il TdN deriva da una difficoltà affettiva in entrambi i partner dovuta ad una disfunzione narcisistica che si risolve con modalità negative opposte e compensatorie. In entrambi c’è una ferita narcisistica, ma mentre il ‘narcisista patologico’ cerca di sanare la sua ferita gonfiando la sua immagine, il suo egoismo e il suo potere seduttivo e di dominio del partner, chi subisce ciò nella sua anima è incline a considerare che la sua ‘ferita narcisistica’ può guarire solo a patto di ottenere una relazione amorosa, armoniosa e appagante, con il suddetto narcisista patologico.

Vanessa Beecroft

Vanessa Beecroft

Quindi il TdN indica una condizione traumatica che si instaura in un partner non soltanto a causa del narcisismo dell’altro, ma di un quadro che comprende anche le sue proprie problematiche narcisistiche che lo inducono a lasciarsi vampirizzare. Perciò Trauma da Narcsismo, significa proprio da Narcisismo e non da narcisista. D’altra parte se non si capisce bene il senso di una diagnosi ne deriva che la terapia risulta sbagliata o inefficace. Purtroppo devo avvisare che a causa di una diffusa mentalità vittimistica, talvolta esaltata per accaparrasi la fiducia di persone vampirizzate, le diagnosi e le terapie sbagliate all’insegna del TdN sono state possibili. E’ mio dovere dunque ribadire ai colleghi e a quanti si sono avvalsi del concetto di TdN sulla base di una lettura non ben approfondita dei miei testi che la mia ipotesi, anche dato l’interesse che ha riscosso, andrebbe discussa e corroborata, piuttosto che usata superficialmente, seppure in buona fede e con entusiasmo.

Verena Stenk e Andrea Pagnes

Verena Stenk e Andrea Pagnes

Lo dico ovviamente anche alle persone che trovandosi in una situazione di sofferenza amorosa sono andati a cercare una qualche spiegazione su internet e che si sono convinte che il loro problema dipenderebbe solo dal fatto che hanno avuto una relazione con un partner narcisista. Invece devono considerare che il loro principale problema da terapizzare è quello di avere una predisposizione interna – ovvero un ‘complesso’ che potremmo chiamare ‘vampirico’ che si costella nella loro ferita narcisistica – che li condiziona ad attaccarsi ad un partner narcisista, nonostante riconoscano in esso caratteri e modalità fortemente disturbanti per una relazione amorosa soddisfacente. Ovviamente con ciò non si vuole dire che chi subisce il TdN abbia una problematica psicologica della stessa negatività e gravità di chi lo infligge, ma che per curare il suo trauma deve riconoscere che questo è stato possibile anche a causa dei suoi problemi e complessi affettivi riferibili alla sua ferita narcisistica.

Ewa Rybska & Wladyslaw Kazmierczak

Ewa Rybska & Wladyslaw Kazmierczak

Un altro equivoco nella concezione errata ed essenzialmente vittimistica  che alcuni hanno del TdN è che anche nei casi in cui sussistono problematicità relazionali – non afferenti a modalità disturbanti e vampirizzanti, e comunque dove il narcisismo non è la determinante patologica di tali problematicità – l’altro viene considerato affetto da narcisismo patologico, fino ad essere demonizzato come un vampiro, come il cattivo, unico vero colpevole dei problemi. Addirittura capita che narcisisti patologici metaforicamente considerabili vampiri ben pasciuti, dicano che è il partner da loro vampirizzato il vero vampiro, in quanto narcisista patologico, borderline, nevrotico o quant’altro. Vi sono poi casi di ‘vampirizzazione reciproca’ dove i rispettivi quadri narcisistici lottano l’uno contro l’altro.

Se il concetto di TdN viene considerato solo come trauma  da narcisista, induce ad assumere una posizione vittimistica, per cui si tenderà a considerare di poter essere vittima del ‘potere narcisistico’ degli altri senza alcuna possibilità di cavarsela, perchè la propria sofferenze dipende solo da un altro. Se invece si capisce che dipende anche da una propria problematica, si può provare a risolverla e allora ci si sentirà più capace di fidarsi di se stessi e con ciò si hanno molte più possibilità di riaprirsi alla vita amorosa, altrimenti si resterà in uno stato di impotenza e di diffidenza evitante.

Alastair MacLennan & Sandra Johnston

Alastair MacLennan & Sandra Johnston

Va poi osservato che interpretare il Trauma da Narcisismo soltanto come l’effetto determinato da un altro, comporta che situazioni di crisi, di problematicità, che purtroppo compaiono nella vita di coppia, possano essere pregiudizievolmente interpretate come insanabili in quanto sarebbero dovuto solo al narcisismo dell’altro. Ciò non consente di mettersi in discussione, di vedere l’altro con un’ottica non solo vittimistica e colpevolizzante, e quindi aumentare la distanza ed il conflitto. E’ troppo semplice giudicare che è meglio troncare perché l’altro è cattivo ed è meglio fuggire (anche se poi non ce la si fa), invece potrebbe essere il caso di considerare che il TdN deriva da una problematica narcisistica che con misure e modalità diverse riguarda entrambi. In tal modo, seppure con pazienza e fatica, una relazione che pareva irrecuperabile a causa di un ‘pregiudizio diagnostico’ a senso unico, può essere elaborata e portare ad una riconciliazione o comunque ad una umanizzazione del conflitto che diventa più sopportabile, più volto alla comprensione, e quindi meno traumatico e tormentoso.    

Urs Luthi

Urs Luthi

Un altro problema dell’etichetta di Narcisismo patologico’ o di DNP Disturbo narcisistico di personalità’ è che raramente le persone comprendono come esso consista in un quadro che si interseca con gli aspetti borderline e le cosiddette sindromi marginali. In pratica non c’è un accordo chiaro e scientifico a riguardo delle etichette psichiatriche e dei diversi modi di interpretarle. Si tratta appunto di quadri sintomatici generali e classificatori che vanno interpretati da specialisti, e che a volte possono limitare o confondere gli stessi specialisti. Infatti anche l’ultima edizione del DSM (la V – Manuale diagnostico statistico delle malattie mentali, 2013) ha fatto parlare di sé anche a livello divulgativo in quanto gli esperti non erano d’accordo se confermare o meno come patologia il DNP e invece di far confluire i sintomi in un più ampio e generico quadro di Personalità Borderline.

Władysław Kaźmierczak i Ewa Rybska

Władysław Kaźmierczak i Ewa Rybska

Ecco allora che essendo chi scrive interessato agli aspetti della psicologia clinica junghiana, e quindi anche all’impiego di immagini archetipiche, mitiche, leggendarie a scopo diagnostico-terapeutico ha privilegiato la figura del vampiro, finalizzandola ad evocare quella collusione narcisistica di entrambi i partner che lega l’uno e l’altro in una dinamica amorosa vampirica. La figura del vampiro evoca il processo di svuotamento energetico che una persona con ferita narcisistica subisce per aver colluso con un partner che ha bisogno di svuotare l’altro per occultare la sua propria ferita narcisistica e renderla una risacca di potere patologico.

Come ho detto io ho cercato di effettuare indagini, teoriche ed anche e soprattutto a livello dell’esperienza clinica per comprendere ed aiutare le persone che a causa di un loro problema narcisistico subiscono la vampirizzazione di partner disturbati e disturbanti nella vita erotico-affettiva, a causa di loro problematiche narcisistiche e borderline (e ho cercato di spiegare come i due aspetti siano paralleli e convergenti).

Francesca Lolli- Action/reaction

Francesca Lolli- Action/reaction

Vi sono poi altri errori dovuti a considerare vittimisticamente che i propri traumi amorosi dipendano solo dal narcisismo del partner. Per affermare questa tesi si è accentuata la negatività del partner, che certamente sussiste, con aggettivi negativi impropri e che non hanno molto senso. Per esempio si parla di ‘narcisista perverso’ , per intendere che è dotato di particolare malvagità. Tuttavia la perversione in senso psicopatologico riguarda le parafilie e quindi le pratiche sessuali non espresse prioritariamente attraverso il coito e la genitalità. Un narcisista patologico è quindi sempre perversamente manipolatorio, ma non è affatto detto che lo sia in senso sessuale. Può invece fare breccia nelle fantasie sessuali eventualmente  perverse trasgressive  del partner da manipolare al fine di sedurlo nella sua intimità più segreta.  Oppure si è parlato di ‘narcisista maligno’ servendosi impropriamente del concetto di ‘malignità nel senso diagnostico. Tutti i narcisisti-borderline sono presi da pensieri distruttivi e mettono in atto strategie psicologiche effettivamente malvagie per ferire il partner. Ma la nozione di ‘maligno’, adoperata in particolare da Kernberg indica l’incurabilità di certe personalità narcisistiche, mentre altre sono considerate ‘benigne’, quindi curabili, seppure con moltissima difficoltà.

Schwarzkogler - Body art

Schwarzkogler – Body art

Insomma si vede come il vittimismo finisca con l’esacerbarsi della convinzione che la causa del proprio male siano la malignità, la perversità, il narcisismo, il vampirismo e tutto ciò ci possa essere negativo del partner di cui, nonostante tutto si è innamorati. Ora seppure ciò è vero, è pur vero che bisogna chiedersi perché si è finiti ad innamorarsi di un partner così disturbato e disturbante e di non riuscire a sottrarsi alla sua seduzione, e di continuare a sentire di non poterne fare a meno… nonostante tutto, e anche in seguito alla rottura della relazione che risulta sempre drammatica e traumatizzante.

Ma andiamo con ordine e ritorniamo sul senso di quella piccola d che unisce la T alla N, TdN, cioè un Trauma amoroso che deriva dal Narcisismo, e quindi non soltanto dal narcisista. Qui il Narcisismo è considerato come una forza che induce all’egoismo, all’avidità, al distacco da una concezione dell’amore e della relazione in modo ‘amorevole e relazionale’. Purtroppo anche chi si innamora di un vampiro, per quanto si senta sinceramente innamorato con tutta l’anima, in verità persiste nel legarsi entro una dinamica distruttiva, lontana dall’amore e da una relazione che in quanto tale si basa su una reciprocità, e non su una sfida a resistere pur di stare con chi ci fa del male.

Quella d dunque indica un Narcisismo in quanto forza sovrapersonale che si oppone alla relazione. Per questo motivo Eros il dio della relazione era sempre in lite con Narciso che è considerabile come un semidio che esalta l’Io e la soggettività. In tal senso Narciso non è affatto negativo, in quanto la propria individualità è il valore essenziale di ogni essere umano, ma ciò diventa un disvalore quando impedisce la relazione, finanche a distruggere l’amore. Narciso diventa particolarmente negativo anche a causa di uno ‘spirito del tempo’ che esalta a livello psicoculturale il narcisismo quale ideologia che implica la supremazia dell’immagine dell’Io, ottenuta attraverso la mercificazione consumistica della persona e della sessualità, il dominio sull’altro, l’esibizione narcisistica sui social, con i selfie, la moda, i miti di successo e di potere che l’attuale società narcisista e antisociale diffonde e sostiene per scopi di controllo e di business.

Dettaglio  scritto AIPSi parla spesso anche di ‘dipendenza affettiva’, quale causa del proprio attaccamento ad una persona sbagliata, ma semmai non è la causa è l’effetto, e comunque è normalissimo che se c’è un affetto c’è anche una dipendenza. Anzi una relazione amorosa è tale perché c’è una dipendenza, tuttavia grazie a Narciso non si finisce nella fusionalità e nella simbiosi, in quanto un equilibrato narcisismo

Amori patologici – conferenza di Pier Pietro Brunelli

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Manuale cover definitiva

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Conferenza/Seminario di Pier Pietro Brunelli AMORI PATOLOGICI TRA DIAGNOSI E TERAPIA -  spazio Mondadori – Karmanews 15 marzo 2016 – a cura di Manuela Pompas

Parte 1

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Parte 2

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Parte 3

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Parte 4

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Parte5

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Parte 6

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Mi scuso, ma per le ragioni che se vorrete potrete leggere devo inserire il seguente link:

 MONITO CONTRO I PLAGIATORI E I VAMPIRIZZATORI DI ALBEDOIMAGINATION E DEGLI SCRITTI DI PIER PIETRO BRUNELLI

Relazioni pericolose. Videoconferenza di Pier Pietro Brunelli

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Seminario RELAZIONI PERICOLOSE
Università Europea di Roma 10/11 ottobre 2014

Intervento di Pier Pietro Brunelli Psicoterapeuta :   Devianza e andamenti delinquenziali nelle dinamiche borderline e  narcisiste di coppia.

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Bugiardi, ipocriti e manipolatori affettivi, saperne di più per potersi difendere

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NARCISISMO E TRAUMA SENTIMENTALE

Il narcisismo patologico e la ferita narcisistica nel ‘vampirismo affettivo’.

Leggere  questo articolo e se si vuole parteciparvi con commenti,  può essere di grande aiuto a voi e ad altri, ma una prima raccomandazione importante è la seguente: si tratta di informazione partecipata e non di psicoterapia o consulenza online (informazione divulgativa, ma concepita attraverso testi aventi valore scientifico e filosofico). Perciò fatene buon uso, non traete conclusioni affrettate, non fate scelte avventate, non giudicate nessuno e non sentitevi giudicati. Per ogni perplessità cruciale, fate riferimento a specialisti oppure chiedete un consulto personalizzato (info: http://albedoimagination.com/)

incubusAl termine dell’articolo collegamenti a video you tube con Pier Pietro Brunelli su Narcisismo patologico e trauma sentimentale (si consiglia di leggere prima l’articolo e i commenti). Continua

Il vittimismo patologico

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di Pier Pietro Brunelli e Elisabetta Lazzari

Una riflessione per comprendere le vittime di se stessi… gettando la colpa sugli altri.

arroganza_ombrelliINTRODUZIONE

Le persone che si comportano in modo vittimistico vivono in una persistente e involontaria sfiducia verso gli altri e verso le possibilità positive della vita, attraverso l’irrigidirsi di meccanismi difensivi disfunzionali. Queste persone possono essere   aiutate a migliorare la propria condizione generale di vita e la propria autostima quando si comprendo le ragioni psicologiche profonde del loro disagio interiore che le induce ad accusare gli altri e a non vedere mai le proprie responsabilità. Il recupero dell’autostima è fondamentale per uscire dal vittimismo patologico, ma a tal fine bisognerebbe essere capaci di un minimo di autocritica, cosa che purtroppo non c’è, o al massimo è simulata. Per diverse ragioni il comportamento vittimistico può essere considerato come una particolare forma di ‘narcisismo patologico’ che amplifica l’immagine dell’ego attraverso l’acquisizione di un potere sugli altri basato sulla colpevolizzazione, il ricatto affettivo, l’esaltazione del proprio Io attraverso la sofferenza effettiva, ma anche ingigatita, iperesibita e talvolta simulata.

Non esiste una diagnosi di ‘vittimismo patologico’, ma l’intento dell’articolo è di indagare e far discutere sugli aspetti patologici del vittimismo. Tuttaviaper comprenderci chiameremo genericamente ‘ vittimista patologico’ chi adotta uno stile comportamentale come quello di cui qui ci occupiamo.

La letteratura psichiatrica non parla esplicitamente di “vittimismo patologico” né come sintomo, né come disturbo di personalità… Un’etichetta psichiatrica che si può avvicinare è la “Sindrome di Munchausen” (vedi Wikipedia.org Sindrome di Münchhausen)nella classe dei cosiddetti Factitious Disorder (Wikipedia.org Factitious  disorder)…… ma per quanto queste etichette possano essere riferite al vittimismo, essendo quadri generali non vanno a cogliere il processo interiore delle persone che è estremamente soggettivo. Cerchiamo qui di comprendere cosa c’è di pesante e dannoso nel vittimismo, per gli altri e per le vittime del vittimismo stesso.

lupo_agnelloQui non si parla del malato immaginario e neppure della persona che fa finta di star male, qui si parla di persone che hanno una difficoltà ad esprimere le loro pene, ansie, dolori, preoccupazioni e sintomi anche reali in una modalità che non risulti affliggente per gli altri e per loro stessi. Non se ne rendono conto, non lo ammettono, non possono farne a meno, per cui esprimono il loro malessere in un modo frustrante e a volte più o meno aggressivo verso gli altri, e purtroppo in particolare verso chi li aiuta o li potrebbe aiutare. Non conoscono il senso di ‘aiutati che Dio ti aiuta’, e, in fondo, temono che richiedere aiuto voglia dire essere preda dell’aiutante, considerato più forte, alquanto ambiguo, e quindi anche da invidiare e difensivamente aggredire. Questo può essere un modo di reagire ad un’infanzia che per quanto abbia avuto una facciata sana e accettabile è stata vissuta, sul piano degli affetti e della fiducia, in modo alquanto ambivalente e pericolante. Nel vittimismo patologico allora si può rivivere l’ansia di non essere mai stati aiutati veramente da qualcuno con piena fiducia e reciproca disponibilità, in quanto da bambini non era così, e l’ambiente domestico e/o scolastico era percepito nella sua sostanziale ambiguità e inaffidabilità psicologica. Da ciò deriva che nel vittimismo patologico si crede che nessuno possa o voglia davvero aiutare e che tutti in fondo se ne fregano. Allora avviene che nel vittimismo patologico si esasperi la richiesta di aiuto implicito manifestando in modo sempre esasperato e continuo i propri dolori e bisogni frustrati – e al di là che siano veri o no, o che siano esagerati – si getta tutto ciò addosso all’altro che pure vorrebbe essere d’aiuto. Un’immagine è quella che la persona che si tenta di aiutare tenta a sua volta di graffiare e mordere chi la vuole aiutare e al fine la accusa anche di non averla voluta davvero aiutare o, come minimo, di colpevole incapacità… Parliamone insieme nel blog, c’è molto da comprendere…

Continua

Influenze genitoriali e amori sbagliati

genitori-figli




 Quando gli ‘oggetti di attaccamento primari’, – i genitori – generano un deficit, un disequilibrio, e incomprensioni di diversa natura, poi risulta più difficile un legame con un partner compatibile. Però la psicoterapia serve proprio ad emanciparsi dalle influenze genitorialei negative, e a anche a scoprire che comunque si può trarre esperienza e consapevolezza elaborando il nostro vissuto infantile e approfondendo nell’analisi la conoscenza dei nostri genitori, i quali a loro volta sono stati bambini, e a loro volta hanno ereditato problematiche.
Il quarto comandamento che recita ONORA IL PADRE E LA MADRE più precisamente: “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio” (Libro dell’Esodo 20,12). secondo un ‘interpretazione etimologica più originaria vuol dire infatti, CONOSCILI A FONDO, SCOPRI PERCHE SONO STATI COSI’, SCOPRI DA DOVE VENGONO perché così potrai poi scegliere più liberamente la tua strada. Tutti sanno infatti che la Bibbia è anche (nel vecchio Testamento) una immensa narrazione di genitori e figli a loro volta genitori e figli, e ciò può essere interpretato anche in termini di analisi del rapporto con i nostri genitori, che appunto ci emancipa e ci libera dalle loro influenze negative, o addirittura ci può consentire anche di trarne vantaggio. Continua

Avrò certamente qualcosa di male!

Allen




Il malato immaginario

Ipocondria-vignettaL’ipocondria, è una preoccupazione eccessiva ed immotivata rispetto al proprio stato di salute, basata su una ipervalutazione in negativo di lievi disturbi fisici. Ciò può provocare anche una accentuazione di sintomi fisici di lieve entità, con una conseguente ulteriore intensificazione di uno generale stato ansioso-depressivo dovuto alla paura della malattia ma anche ad altri fattori di carattere nevrotico o anche organico. Quando i sintomi fisici non sono presenti, ma il paziente si sente in una situazione di forte pre-allarme rispetto ad una loro possibile comparsa, allora è più corretto parlare di patofobia, cioè della ingiustificata paura di sviluppare una grave malattia. Talvolta l’ipocondria può essere anche ‘rovesciata’, nel senso che essa sussiste a livello inconscio, ma non emerge, se non come formazione difensiva reattiva che si traduce nella assoluta non curanza della propria salute. In termini psichiatrici l’ipocondria può essere considerata una sindrome caratterizzata anche dall’accusare sintomi fisici sproporzionati rispetto ad una malattia organica eventualmente dimostrabile, dalla paura di ammalarsi o di essere malati, e dalla eccessiva ricerca di cure mediche.

A seconda delle situazioni possiamo diventare tutti un  po’ ipocondriaci. Ma a prescindere dai motivi di reale preoccupazione è bene comprendere che questa si amplifica perché l’ipocondria consente di dare sfogo ad un conflitto interno non ben riconosciuto (una nevosi) che viene spostato su sintomi corporei. In buona sostanza una problematica interiore che non si riesce a riconoscere e ad affrontare viene vissuta attraverso una somatizzazione o una condizione di eccessiva preoccupazione ed ansia sui i sintomi somatici (che talvolta possono anche essere banali manifestazioni corporee scambiate per sintomi).

tartufoSe le idee ipocondriache dovessero perdurare nel tempo (nonostante le rassicurazioni di carattere medico) o dovessero addirittura proporsi in modo delirante, o in forma di ruminazione ossessiva, è indispensabile considerare il soggetto effettivamente malato, ed è quindi necessario individuare il quadro diagnostico generale da cui emergere il disturbo ipocondriaco e provvedere ad una terapia, che può essere di natura psicoterapeutica, o anche psicofarmacologica.

Dice Jaspers:

“Quantunque l’individuo non sia infermo fisicamente, tuttavia non è un simulatore. Si sente realmente malato, il suo corpo si modifica effettivamente ed egli soffre come infermo. Il malato immaginario è, in modo nuovo, proprio per la sua natura, veramente malato” (Jasper, K. Psicopatologia generale, 1913-1959)

Nevrosi e ipocondria

 Secondo Freud l’ipocondria è una forma di “nevrosi attuale”  cioè quelle nevrosi che hanno la loro causa non solo nei conflitti psichici della vita infantile (“psiconevrosi”), ma anche in uno stato di insoddisfazione sessuale contingente e che perdura nel tempo. La nevrosi attuale genera a livello inconscio uno stato d’angoscia e un senso di colpa fluttuanti, ovvero una situazione conflittuale che si sviluppa dalla contraddittorietà tra i desideri che provengono dagli strati più profondi dell’inconscio (l’Es), e le idee repressive e moralistiche provenienti dal Super-Io. Al fine di costruire una difesa contro questo conflitto nevrotico, il soggetto cerca un modo per rigettarlo e quindi esprimerlo. In altri termini, la psiche cercano vie per spostare uno stato di sofferenza da un livello inconscio ad un livello più vicino alla coscienza, la quale dovrebbe poter riuscire ad intervenire nel conflitto interno, non essendo completamente occultato nell’inconscio. Poiché tale operazione difensiva molto spesso non riesce (dato che il paziente compie tale processo difensivo senza un orientamento realmente cosciente e consapevole), essa sviluppa una nevrosi che può essere di carattere fobico. La fobia, cioè la paura eccessiva di qualcosa, deriverebbe dallo spostare un disagio e una paura che provengono da oggetti interni (cioè da questioni inconsce) su un oggetto esterno di cui si può essere consci. In un certo senso si desidera di aver paura di questo oggetto piuttosto che di ‘covare’ la paura intorno a qualcosa di cui non si ha coscienza e con cui non si è in grado di confrontarsi. Molto spesso questo oggetto ‘esterno’ da cui paradossalmente si desidera aver paura è il proprio corpo, che viene vissuto come bersaglio costante della malattia. Questo processo viene definito anche come somatizzazione, per cui sentimenti psichicamente dolorosi vengono trasformati in preoccupazioni di carattere salutistico, nel quadro di un generale stato ansioso-depressivo, che si esprime prevalentemente con ideazioni e atteggiamenti nosofobici/patofobici (paura delle malattie).

cambiopannolino.600Un’altra concezione sull’origine della ipocondria può essere riferita alle considerazioni che Bion ha sviluppato circa la relazione madre-bambino. Compito della madre primario, non è solo quello di dare cibo e amore al bambino, ma anche di curarlo nel senso di ‘purificarlo’ da quelle che sono le sensazioni e le produzioni sgradevoli del suo corpo. Pulire il sedere al bambino, ad esempio, lo fa sentire protetto rispetto alla possibilità che il suo stesso corpo possa determinare dolore e fastidio. Se per qualche ragione, non necessariamente dovuta all’incuria della madre, ma ad una qualunque situazione che abbia potuto generare un deficit nella percezione dell’accudimento, tale funzione materna protettiva e purificante non si è ben radicata nella psiche del bambino, una volta adulto tenderà a percepire come potenzialmente più pericolosi i sintomi lievi e a considerare il suo corpo più incapace di reagire.

Vi è poi un’ulteriore considerazione sull’ipocondria da un punto di vista junghiano ed archetipico. Essa sembrerebbe il sintomo di un disequilibrio che non riguarda direttamente la relazione con il materno della propria infanzia, ma con le forze materne originarie, con la Grande Madre. Essa è per sua natura ambivalente in quanto dà la vita, ma anche la morte e solo attraverso una dimensione simbolica tale ambivalenza può essere armonizzata. Per cui l’ipocondria indicherebbe una carenza e una disarmonia della propria relazione simbolica e spirituale con il mondo, e quindi anche un conflitto tra quelli che sono i propri principi e valori, che possono essere anche di elevato senso simbolico e spirituale, ed uno stile di vita che li tradisce, non li incarna sufficientemente nella quotidianità e nel modo di compensare lo stress e la povertà simbolica della vita di tutti i giorni e quella che si desidera nella visione del futuro.

Perciò una buona psicoterapia, capace di sciogliere le nevrosi, ma anche di accogliere i contenuti problematici e dolorosi del paziente al fine di restituirgli possibilità di rielaborazione e di trasformazione, è determinante per una cura efficace dell’ipocondria. Nello stesso tempo è fondamentale ripristinare una relazione simbolica con ‘madre natura’ ed in particolare con la sua energia lunare che riguarda gli aspetti mitici e immaginali della salute psicosomatica. Ciò a prescindere da quelle che sono le proprie eventuali scelte religiose, in quanto qui si parla di porsi nella condizione di elaborare una propria relazione simbolica con forze archetipiche originarie che riguardano il materno originario di ogni cosa vivente, e quindi anche del proprio Sé.

iside

INNO A ISIDE
(La dea madre lunare)
Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.
III- IV secolo avanti Cristo,
rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto.

Sintomi e ipocondria

I più comuni sintomi fisici implicati nell’ipocondria sono: muscolo-scheletrici, gastrointestinali (indigestione, costipazione), cefalee. Le parti del corpo più afflitte sono in genere: la testa e il collo, l’addome e il petto, ma anche orecchio, naso e gola, possono essere colpiti da tipici sintomi fisici di esclusiva derivazione psicogena. Talvolta la fobia ipocondriaca può riguardare anche l’ipotesi di essere affetti da malattie mentali, e quindi dal timore di essere pervasi dalla follia. Nelle sue forme più acute e prolungate l’ipocondria deve dunque considerarsi non tanto come un disturbo fisico fine a se stesso, ma come una sindrome sintomatica di uno stato ansioso-depressivo generale, che può manifestarsi anche con sintomatologie parallele a quella ipocondriaca.

sincronicidadOra non intendiamo dire che se si hanno dei sintomi vanno sottovalutati o siamo solo immaginari, ma che la loro interpretazione e valutazione viene ingigantita dall’ipocondria, la quale può diventare assai più disturbante dei sintomi stessi. Inoltre anche per meglio affrontare la malattia, attraverso un maggior equilibrio emotivo, di certo l’ipocondria non è una buona cosa, in quanto fa aumentare stress e posizioni depressive, rendendo la situazione più penosa e l’organismo relativamente più debole.

Al fine la guarigione dal’ipocondria non dipende dal curare con accanimento i sintomi e quanto meno di non curarli con quell’ansia eccessiva dalla quale si può essere travolti, ma di riarmonizzare il proprio mondo interiore e la propria relazione con la natura, in senso simbolico e vitale; ciò del resto contribuisce anche a migliorare la propria condizione psicofisica e quindi ad affrontare i problemi di salute con maggior equilibrio.

Ipocondriaci: attenzione ai medici… e viceversa.

z-alberto-sordi-12Va considerato che il concentrarsi del paziente su sintomi somatici, i quali occultano quelli emotivi e cognitivi, crea una sorta di ‘collusione’ con il sistema sanitario, che per la sua impostazione teorico pratica tende alla somatizzazione. In tal senso si deve evidenziare che c’è il forte rischio che il medico ‘creda’ alla narrazione del paziente – solo, o prevalentemente – in termini di disturbo fisico, ed in tal senso si faccia promotore di analisi e di terapie esclusivamente centrate su fattori di carattere organico. In tal caso la relazione con il medico può diventare ‘iatrogena’, cioè può fortificare la sindrome ipocondriaca del paziente. D’altro canto va anche detto che ipocondria ed effettiva malattia fisica possono coesistere, per cui, al fine di escludere ogni dubbio circa lo stato di salute fisica del paziente, si dovrebbe orientare la diagnosi in una duplice prospettiva, sia psichica e sia organica.

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Come trarre forza dai piccoli e grandi tiranni

Sciamano




fuoco-dal-profondo-castaneda (1)Sembra assurdo, ma le più profonde forze e conoscenze, secondo la saggezza tolteca, degli sciamani dell’antico Messico, di altre antiche tradizioni, vengono attraverso la capacità di resistere contro il tiranno e di trasformare le sue energie negative in energie positive. I tiranni in tal senso, per quanto siano terribili e feroci, o siano dei subdoli e vigliacchi manipolatori che fanno finta di essere democratici  sono da considerarsi come la ‘palestra per fortificare l’umanità’. Nonostante le loro atrocità e i loro odiosi imbrogli avviene infatti che l’umanità vada avanti e conquisti sempre più elevati livelli di libertà e di civiltà, sebbene spesso vengano fatti due passi avanti ed uno indietro. Va poi detto che nella vita se non si è tiranni nelle relazioni affettive e sociali  capita spesso di avere a che fare con qualcuno di questi. In particolare in questo blog parliamo di ‘tiranni affettivi’ e per la prima volta da questo blog il sottoscritto ha parlato del ‘VAMPIRO AMOROSO” e del “VAMPIRO INTERIORE”  in quanto collusione tra ‘preda vampirizzata’ e manipolatore affettivo ‘vampirizzante’ che induce al TRAUMA DA NARCISISMO. Ci sono poi i tiranni in famiglia (genitori o figli tormentanti), nelle scuole (professori, maestri o assistenti odiosi), nei condomini (condomini impossibili) e sui posti di lavoro (mobbing e sfruttatori), nei gruppi d’amici (boss, capibranco, primedonne, ecc.). Non parliamo poi delle comunità dove tiranneggia la malavita. Oppure della tirannia finanziaria e fiscale, dei prezzi e dei salari, quali forme di strozzinaggio, sfruttamento e truffe legalizzate ai danni quasi sempre dei più deboli. Insomma come vedete di tiranni ce n’è per tutti, e a volte questi si accaniscono con particolare cattiveria e specifiche forme. Meglio non averne si dirà, ma d’altra parte… fortunatamente … qualcosa si trova sempre!!!  Cosa stiamo dicendo? No, non è un errore, almeno nel senso di diverse tradizioni come quella che abbiamo citato all’inizio e che viene narrata magistralmente  e magicamente da Carlos Castaneda nel seguente brano tratto dal suo libro IL FUOCO DAL PROFONDO (1984). Questo brano ci introduce a capire che il nostro più grande potere di guerrieri della luce possiamo trarlo proprio dai tiranni che ci tormentano e vogliono gettarci nel buio. Addirittura un tempo accadeva che se un ‘uomo o una donna di conoscenza’ restava senza il suo tiranno dal quale cavare energia, perché moriva o perché si pentiva di fare il tiranno, si facevano riunioni per trovarne un’altro, e possibilmente di elevata tirannia (comunque ciascuno deve poterne trovarne uno del suo calibro e imparare a ‘trattarlo’… su temi analoghi è specifica l’opera artistica, letteraria e ‘psicomagica’ di Alejandro Jodorowsy ). Continua

Indignazione, indifferenza ed equilibrio interiore

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Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così,perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere umani:

la facoltà di indignazione  e l’impegno che è la diretta conseguenza. 

(Indignez-vous, Stéphane Hessel, 2010)

L’insostenibile indifferenza dell’essere

Una volta andai in chiesa ad ascoltare  un’omelia di  Don Gallo presso la sua parrocchia di  Genova. Quella volta Don Gallo doveva essere particolarmente ispirato. Con un trasporto gestuale autentico ha mostrato il palmo aperto di una mano e poi ha ostentato il gesto di contare  fino a cinque, accompagnandolo  a viva voce : “ 1… 2…3 … 4 … 5”. Poi una lunga pausa, durante la quale  tutti i presenti restarono assorti, con espressioni tra l’interrogativo e l’ipnotico.  Allora Don Gallo ha alzato la voce, ha stretto il pugno, e ha detto:  “Ecco! Contate fino a 5… ogni cinque secondi muore un bambino, di fame, di miseria, di abbandono…”.

Don Gallo voleva così far comprendere nel profondo dei sentimenti che non c’è tempo da perdere, e che non basta solo pregare,  bisogna anche indignarsi e fare qualcosa di solidale.  I profughi di guerre, nelle quali gioca la sua parte l’Occidente vengono respinti, o trattati non umanamente, o anche lasciati morire in mare. Non è vero che non ci sono soluzioni e che si fa di tutto per salvarli. Non è vero che la fame nel mondo e le guerre sono un destino ineluttabile. Si tratta piuttosto delle conseguenze di una società che, per quanto si dica avanzata e civile, è diretta e controllata da poteri dominanti, secondo logiche di fondo che sono ancora barbariche.

In questo articolo voglio sostenere che è piuttosto impensabile l’idea di stare in equilibrio e di stare bene con se stessi se ci si infischia dei mali del mondo. Se ciò appare possibile è solo grazie ad una forma di narcisismo vampirizzante e di ignavia, che poi sfocia in ulteriori problematiche ed infelicità. Inoltre se non si riesce  a percepire e ad esprimere la propria indignazione solidale rispetto ai mali del mondo allora si cade più facilmente preda di stati depressivi e ansiosi, i quali hanno una loro origine anche nel senso di impotenza e di frustrazione sociale.

Tante persone civili, umane, democratiche sono indignate per la barbarie imposta dall’intreccio tra politica, economia, finanza e corruzione, al quale non sembra esserci scampo. Bisogna che l’indignazione venga sempre sorretta e attivata nella direzione più efficace possibile. La salvezza di se stessi, dei figli, dei nipoti, di chi amiamo e degli altri, dipende sempre più da una qualche intenzione, predispozione e azione volta a salvare il mondo.Purtroppo anche se ci indigniamo possiamo cadere facilmente nell’indifferenza. Non si tratta solo e sempre di egoismo menefreghista, ma anche di difendersi dalle immagine e le notizie di orrore e di dolore che  i media ci rinviano a centinaia ogni giorno, ma senza che mai si intravedano soluzioni.Vi è però anche uno stile di vita improntato all’indifferenza, come una sorta di corazza narcisistica che fa sentire gioie e dolori solo rispetto a se stessi. In altri casi non vi è indifferenza narcisistica, ma difficoltà recepire e ad esprimere la propria indignazione e ciò genera ansia, paure, insicurezze.

f81cf6a4-84e4-43ff-bb48-1bd1fb2087dc_largeMa molte persone soffrono o sono contente solo ed esclusivamente per quanto attiene al loro mondo e quello delle persone che interessano direttamente. Per i bambini che muoiono ogni 5 secondi tuttalpiù si scuote la testa e poi non ci si pensa più.  Si crede così di mettersi in salvo da emozioni negative, o dal senso di impotenza. Ci sono persone che  per non provare senso di colpa  finiscono con il considerare che è tutta colpa dei genitori di quei bambini, che in fondo le guerre le hanno volute loro, e che se sono affamati è perché sono fannulloni ed ignoranti. In ogni caso, troppo spesso, ce ne laviamo le mani. Continua

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