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LA CERTEZZA CHE RENDE INSICURI| ANSIA E DIFESE NEVROTICHE

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“La filosofia va studiata  non per amore delle risposte precise alle domande che essa pone, perché nessuna risposta precisa si può, di regola, conoscere, ma piuttosto per amore delle domande stesse; perché esse ampliano la nostra concezione di ciò che è possibile, arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l’ arroganza dogmatica che preclude la mente alla speculazione”. (Bertrand Russel, I problemi della filosofia, 1912).

INCERTA/MENTE

Una delle cause più comuni della sofferenza psichica è riferibile ad uno stato ansioso di incertezza  che rende insicuri. Pare che per sentirsi sicuri bisogna essere certi di qualcosa. Ciò può essere vero per molte questioni pratiche: il lavoro, l’incolumità fisica, l’impianto del riscaldamento a posto, gli alimenti non edulcorati e così via… Ma se si parla di ‘certezze esistenziali’ o psicologiche e  sociali, che riguardano le proprie aspirazioni, gli affetti, le relazioni umane, le scelte politiche, o spirituali… ecco che la ricerca di una certezza, quanto più debba risultare assoluta, tanto più genera ansie e insicurezze. Oppure c’è veramente il rischio che una certezza troppo solida possa portare davvero fuori strada, seconda una indelebile e ostinata illusione. 18-impossible_dicePradossalmente si può osservare come vi siano persone con convinzioni e certezze molto radicate che, tuttavia, hanno  crolli dell’autostima, diffidenza verso il prossimo, timidezze, ansie e quindi un vissuto di dubbi, contraddizioni e comportamenti ondivaghi quanto incerti. E’ ovvio che le ragioni e gli effetti di uno stato di incertezza sono pressoché infinite o indefinibili, ma qui proviamo a fare una riflessione sull’incertezza in sé e per sé, da un punto di vista filosofico, morale e psicologico. illusiondoptiqueVolendo essere ‘onesti’ viene subito da pensre che  la ‘certezza’ diventa qualcosa da ‘benpensanti’, o un modo per raccontarsela, a se stessi e agli altri, al fine di rassicurarsi, rassicurare, cercare di avere sempre ragione, giudicare senza accettare di essere giudicati, in una testarda sicurezza che poi finisce con il generare dentro di sé e intorno a sé stati di ansia e frustrazione. Intanto l’esperienza ci rivela che spesso non possiamo essere sicuri neppure di quello che vediamo con i nostri occhi, e che tutto dipende dal punto di vista… e che non si può mai essere certi di quale sia quello giusto. Non è forse meglio mettersi sempre almeno un po’ in discussione, ammettere di essere incerti e quindi di aprirsi alla possibilità di imparare, apprendere, sperimentare, dialogare e  a volte ascoltare i consigli di chi sembra un po’ più saggio ed esperto, e smetterla di ancorarsi a false certezze per paura di non averne? LA NATURA UMANA E’ AMBIVALENTE, L’AMBIGUITA’ NON PUO’ ESSERE RISOLTA CON I SENSI E CON L’INTELLETTO, L’UNICA COSTANTE CERTEZZA CHE ABBIAMO IN OGNI ISTANTE E’ LA PRESENZA DEL NOSTRO MONDO INTERIORE, EPPURE CE NE DIMENTICHIAMO MOLTO SPESSO (ANCHE PER MANCANZA DI UMILTA’, TRAVESTITA DA REALISMO), E CERCHIAMO OSTINATAMENTE CERTEZZE NEL MONDO ESTERNO, DAGLI ALTRI, E DA CONVINZIONI CHE AL FINE SI RIVELANO COME PREGIUDIZI E FALSE SICUREZZE.

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DUBBI AMLETICI E ‘METAPSICHICI’

Amleto si tormenta nel dubbio perché vuole essere certo di cosa sia giusto o non gisto fare(Vedi il mio E- Book TRAUESPIEL, AMLETO E IL GIOCO DEL DESTINO … qui in copertina).  . Ne fa una questione di certezza etica, morale, intellettuale, politica… non ha mai l’umiltà di ascoltare i suoi sentimenti più profondi e di ricercare un’ambito, una realtà, una persona dove andare a chiedere un consulto, fare un ritiro spirituale, e cercare un percorso al fine di riconciliarsi con se stesso, senza pretendere di avere prima la certezza di agire o non agire. L’incertezza è un’occasione propizia per ascoltarsi, per svuotare la mente, per meditare, per pregare, per rinunciare a lottare e a vincere, per affidarsi allo spirito e attyendere che esso porti le risposte migliore. L’anima non vuole certezza, vuole essere libera di erare, e richiede che i problemi non vengano forzatamente affrontati dall’Io prioritariamente su un piano di realtà esterna, ma dapprima, o almeno contemporneamente  rispetto al mondo interiore. La domanda allora non è: “come devo fre ad avere certezza di qualcosa?”, ma “come questa incertezza mi serve per compiere un’intima ricerca su me stesso… per conoscere me stesso!”.

Per molte persone ‘iper/razionaliste’, e in una logica dei fenomeni della realtà fondata solo sui principi di causa ed effetto, relativamente dimostrabili scientificamente, la conoscenza di  se stesso, del cosmo, del mistero sono considerati come incerti tenttivi di esplorare l’inconoscibile, e in tal senso vengono negati, o tuttalpiù lasciati nel recinto della religione, per i sacerdoti e chi ci crede, o tuttalpiù nei mondi irrazionali degli artisti. Carl Gustav Jung ha considerato che in questo atteggiamento vi è una sorta di ‘fobia verso il ‘non conoscibile’ che ha denominato misoneismo. Se qualcosa non può essere oggetto di conoscenza razionale, per quanto la possiamo percepire e d esprimere, essa va sminuita sotto l’ordine della fantasia e perciò ‘non esiste’. Liquidare in tal modo l’esperienza interiore e l’incommensurabilità del cosmo nel quale pure oggettivamente essa vive, è un pregiudizio che, del resto qualunque psicologia che considera la natura dell’in-conscio (in-conoscibile) non può accettare. Secondo Jung i simboli che esprimono i miti, le religioni e che si ritrovano nelle fantasie individuali e collettive, quindi nei sogni come nelle fiabe, rinviano a qualcosa di non conscibile di cui percepiamo la presenza o l’assenza e alla quale abbiamo accesso per via simbolica. L‘esperienza di noi stessi, del mondo interno ed esterno nella sua incommensurabilità, degli altri abbiamo  certamente anche per via sensibile, ma questa non è sufficiente se non si espande in una dimensione simbolica, ed in tal senso i simboli esprimono la certezza che il mistero, l’inconoscibile’ seppure non possiamo argomentarlo logicamente e dimostrarlo sperimentalmente è una ‘realtà psichica’ che esiste, e sulla quale dobbiamo individuare i fondamenti autentici (certificati in se stessi) del vivere. Una psicologia ad orientamento junghiano non mira a dare certezze all’individuo in funzione di principi normativi generali ai quali si dovrebbe adattare, si tratta invece di orientare l’individuo ad individuarsi (processo di individuazione) e quindi di compiere il difficile cammino di adattarsi a se stesso, e quindi di trovare certezza non in una meta definitiva e in verità assolute, quanto in un cammino di conoscenza del suo proprio mondo interiore, che gli appartiene nella misura in cui viene riconosciuto come parte  appartenente all’universo.

aftebw04I MASSIMI SISTEMI

I filosofi nella loro ricerca della verità e della comprensione dei fenomeni si sono per primi interrogati sul vero e sul falso, ma come ben si sa sono state prodotte molte ipotesi intorno alla certezza o alla verità, e d’altra parte ciascuno, anche se non è filosofo ha le sue opinioni, sicché ciò che è certo per una persona diventa incerto per un’altra. Dunque una certezza soggettiva, non è la stessa cosa di una certezza oggettiva, che vale per tutti; inoltre anche quando in una comunità o in una cultura si hanno certezze consolidate vediamo che queste diventano relative, e, spesso vengono considerate assurde o inconcepibili da altre comunità e altre culture. Va poi osservato che con l’evolversi di una comunità o di una cultura le ‘certezze’ consolidate si trasformano, cambiano, e che quindi una certezza assoluta diventa sempre relativa rispetto ad un punto di vista, o a d un certo sfondo, o background conoscitivo.

illusion3Gli scienziati moderni, cioè quelli che hanno sempre più separato la scienza dalla filosofia, cioè lo studio di fatti e cose misurabili e sperimentabili, da quelle che riguardano i problemi dell’essere e dell’anima umana, hanno delimitato il campo della certezza a questioni appunto dimostrabili con esperimenti, la cui validità deve essere confermata dal fatto che lo stesso esperimento è ripetibile e verificabile con lo stesso risultato. Ciò ha dato luogo a leggi scientifiche che, tuttavia, non sono valide in assoluto in quanto sono sempre rivedibili, e che, anzi, proprio grazie a ciò consentono un’evoluzione conoscitiva e la scoperta di altre leggi, anche queste sempre con un qualche fattore di incertezza che consente ulteriori approfondimenti.

illusion7FEDE, SAPERE E CERTEZZA

Un modo completamente differente rispetto a quello degli scienziati o dei filosofi (che fondano la loro certezza su ragionamenti logici e razionali) è quello dei religiosi, i quali però fondano la loro certezza su dogmi o su eventi e ierofanie non dimostrabili né scientificamente, né logicamente, e quindi sulla fede. D’altra parte se la fede potesse basarsi su una certezza dimostrabile razionalmente, con esperimenti e pensieri, non sarebbe più una fede, un dare fiducia gratuitamente, ma sarebbe un credere a qualcosa che appare certo perché ha una qualche garanzia di credibilità verificabile. Tommaso d’Aquino, e la scuola della scolastica, hanno costituito la base del pensiero filosofico cattolico, mirato a trovare una dimostrazione filosofica sulle ‘verità della fede’. Invece la corrente neoplatonica di Agostino ha riportato la fede in un ambito di indimostrabilità considerando ciò come un modo di preservare il ‘sentimento della fede’, piuttosto che la sua ‘certificazione intellettuale’. Questa ricerca sulla certezza di Dio è un tema centrale nella storia della filosofia che incomincia a vacillare solo con la modernità. Allora Pascal rinuncerà ad ogni dimostrazione, e pure ad ogni fideismo, considererà invece che per vivere meglio, è meglio crederci, sulla base della famosa ‘scommessa’, per cui è bene scommettere che Dio esiste, se poi ciò non fosse, per quanto la scommassa sarebbe persa si avrebbe vissuto con maggior pace, bellezza e fiducia.

Con la modernità la filosofia ha incominciato a mettere in discussione la stessa possibilità di interrogarsi razionalmente sulla verità di certe questioni fondative della natura umana, e ha rivolto il suo interesse maggiore non più ai problemi dell’essere – l’ontologia – ma a quelli del conoscere – la gnoseologia (o teoria della conoscenza). Dunque la sola cosa su cui sia possibile esplorare per trovare una certezza, non è la ‘cosa in sé’, ma il modo in cui la esploriamo, affinché si possa almeno essere certi che non stiamo esplorando in modo sbagliato. La fenomenologia di Husserl ha messo tra virgolette ogni giudizio sulla realtà, al fine di coglierne il manifestarsi evitando il più possibile che ciò potesse essere edulcorato non tanto e non solo da convinzioni prregresse, ma dallo stesso metodo del conoscere, che nella sua stessa indagine rischia di trasformare l’oggetto stesso della conoscenza. Ecco allor che conoscere diventa contemplare, lasciare che i fenomeni ci tocchino e ci compemetrino attraverso un’osservazione che mira più ad esperire che a conoscere. Così con Heiddegger la conoscenza non riguarda più il mondo, l’esperienza di ‘essere nel mondo’, e la sola certezza fondamentale è quella di esser-ci (dasein).

37v-face_illusionDunque  la ricerca della certezza ha generato molteplici e variegate incertezze, delusioni, paradossi e querelle in ogni ambito del sapere. Tuttavia ciò ha anche provcato reazioni per cercare di asserire e fortificre le certezze possibili con maggior determinazione e spesso con testarda ostinazione. Dalla scienza alla religione alla politica alla vita interiore,  la presunzione prometeica della certezza come ‘verità in tasca’ o ‘come eroica missione salvifica e universale’, ha provocato e provoca stati di confusione disastrosi: ntolleranza, fondamentalismo, totalitarismo, deliri di onnipotenza. L’aveva per primo capito Socrate, insistendo sul fatto che “Il saggio è colui che sa di non sapere”.  In psicologia e psicoterapia, l’arroganza della certezza, di voler interpretare ogni cosa, secondo teorie, quadri clinici, etichette è davvero molto, molto rischiosa. Dobbiamo essere umili nei confronti dell’anima-psiche, non dobbiamo mai pretendere di piegarla alle nostre credenze e convinzioni che al fine ci rendono ciechi e sordi rispetto a quelli che sono i reali e irreali processi dell’inconscio. LE CERTEZZE CI CONDIZIONANO PERSINO NEI NOSTRI SENSI, COME DIMOSTRANO LE IMMAGINI DI QUESTO ARTICOLO, CHE CI ILLUDONO O CI FANNO VEDERE SOLO QUELLO CHE VOGLIAMO VEDERE…

TECNO-CONTROLLO E PROGNO-MARKETING

Oggi si cerca la certezza nella statistica, quindi nei trend, negli exit poll, nell’analisi di mercato, nei profili dei consumatori, nei prognostici ‘certificati’ da fonti autorevoli… Oppure in formule assicurative sempre più sofisticate o in appartenenze a gruppi e a teandenze ideologiche che a tutti i costi tendono a ‘vendere’ certezze e verità ‘in tasca’. Siamo poi in preda all’ansia del controllo con i telefonini, i tom tom, i check-up, le analisi del DNA, le diagnosi e i consulti con super esperti.  Ora è giusto tutelarsi, rivendicare una società più sicura e che dia certezze per il domnani, avvalendosi di giusti strumenti scientifici e di saperi umanistici, sociali, politici, filosofici… ma ciò non dovrebbe essere inversamente proporzionale con la ricerca di un senso di sicurezza che riguarda il nostro mondo interiore e quindi di una maggior fiducia verso il mondo esterno, nonostante le sue asperità, le sue sfide e i suoi problemi. Se ne evince che  quello che ci manca di più e di cui spesso ci dimentichiamo è la certezza che viene dal voler conoscere veramente noi stessi, in modo da poter affrontare il destino con maggior forza, creatività, accettazione, speranza, voglia di reagire. Più ci perdiamo nell’ossessione delle certezze probabilistiche e scientifiche e più ci rifuggiamo nelle regressioni, quindi facilmente perdiamo il contatto con la certezza intima dell’esperienza vitale, libera, spontanea, capace di coltivare una sicurezza interiore e di affrontare i rischi che fanno parte della vita nelle sue progressioni.

L’ANSIA DELL’IGNOTO

Passiamo dunque su come in certi ambiti, quelli umani, psichici, spirituali, non sia tanto l’incertezza a rendere insicuri, quanto l’esasperata ricerca di certezza. Il bisogno ossessivo di sicurezza rende insicuri.  Questo bisogno può essere visto come una causa di sofferenza di moltissimi disturbi, complessi e stati d’animo conflittuali, dovuti all’esacerbarsi di convinzioni e difese nevrotiche.  L’incapacità di accettare e di gestire l’incertezza, più che l’incertezza in se stessa, si traduce  in sindromi ansioso depressive,  fino a forme psicotiche paronoidee volte a difendersi in modo maniacale dall’incertezza.

12n-soldiersbL’essere umano soffre molto, e a volte moltissimo perché non riesce a sopportare l’incertezza. In una certa condizione ciò è comprensibile, per esempio l’incertezza del posto di lavoro, di una diagnosi medica, di una relazione affettiva in crisi, ecc., ma possiamo osservare che i pazienti, le persone, manifestano spesso stati di incertezza a riguardo di eventi, situazioni, modi di essere e di pensare, che sono generati d una propria contraddizione interna, che non dipendono dall’esterno, ma dal non riuscire a decidere quale sia la cosa giusta, come se fossero in un bivio. Capita spesso che queste persone abbiano una tale urgenza impellente di scegliere, che non riescono a fermarsi e a riflettere un momento su come considerare il bivio stesso (che può essere poi anche un dedalo di vie controverse), esse vengono prese dall’ansia e dal panico per il fatto stesso di trovarsi in una dimensione di incertezza, la quale è tuttavia normale nella vita, laddove invece sarebbe anormale e patologico non riscontrarla o non incontrala.gestalt-seven-horses In un certo senso l’incertezza è il presupposto di ogni esperienza iniziatica, rifuggire da essa non consente un’evoluzione interiore. Le persone unilaterali, quindi fissate ad un punto di vista, incapaci di considerare le umane ambivalenze e contraddizioni, sembrano essere invece guidate da una maniacale certezza che, in quanto tale può portare a tragici errori, e che, nella migliore delle ipotesi non consente di considerare i differenti aspetti e le differenti possibilità sulle quali l’incertezza impone giustamente di soffermarsi. Accettare l’incertezza è quindi importante per crescere e per comprendere, e quindi anche per mettersi in discussione, per trasformarsi.

Escher, Inferno e paradiso, 1960

Escher, Inferno e paradiso, 1960

LA REALTA’  CERTA E INCERTA

Per i greci più antichi la certezza era data da tutto ciò che risulta evidente ai nostri sensi… se vedo e sento qualcosa sono certo che qualcosa esiste ed è fatto in un certo modo. In seguito i filosofi delle scuole eleatica ed eraclitea dimostrarono che dei sensi non ci si poteva fidare, per cui si poteva essere certi delle cose solo attraverso la ragione. Ma i sofisti affermarono che la ragione essendo mediata dal linguaggio non può condurre l’uomo ad alcun tipo di certezza che inoltre una verità assoluta da conoscere non esiste. Socrate e Platone si opposero ai sofisti proclamando la certezza di un mondo reale delle idee, di principi morali, spirituali e conoscitivi di cui si può essere universalmente certi. Aristotele vide la certezza nell’evidenza della realtà sperimentabile esprimibile anche attraverso le ferree regole della logica, per cui ad esempio, si può esser certi che una cosa o è o non è (tuttavia questa cosa, come ciascuno può sapere nel suo intimo, per le questioni interiori, affettive, ‘psichiche’, rararamente è completamente valida, tra mutamenti, contraddizioni  e ambivalenze varie …).  faraoneI medievali affermarono l’idea di una certezza intimamente soggettiva garantita dalla fede, ovvero di una verità interiore che accomuna l’essere umano e le cose in virtù della medesima origine divina. La principale disputa filosofica occidentale che si protende dal medioevo fino all’ 800 riguarda le varie interpretazione del nominalismo e del realismo, il primo considera che di fatto la realtà ultima è inconoscibile, e tuttalpiù possiamo nominarla senza per questo illudersi di avere individuato verità fondamentali e incontrovertibili, il secondo invece postula che a fondamento della realtà vi siano fattori universali che la costituiscono e che il pensiero non solo nomina, ma che può e deve cogliere nella loro essenza (quaestio de universalibus).

Jung esplorò la disputa filosofica sugli universali da un punto di vista psicologico, con un imponente opera di ricerca dalla quale trasse la  sua teoria dei Tipi psicologici,(1921) individuandoi innanzitutto due orientamenti di base della personalità: introverso ed estroverso. La personalità introversa si relazione in primis al mondo interiore attraverso il quale esperisce e dà senso a quello esteriore. Per tale personalità gli ‘universali’ e quindi i fondamenti della realtà, sarebbero una questione che dipende principalmente dal mondo interno, e quindi da un’intima esperienza soggettiva che consente di aprirsi all’universo. Per gli estroversi invece il mondo interno è prevalentemente uno specchio di quell’esterno e quindi la conoscenza è maggiormente orientata all’oggettività. Possiamo dire che l’introverso tende a trovare più certezze in ciò che ‘sente’ (intelletto del sentire e dell’esperire) mentre l’estroverso le cerca più in quello che può vedere e toccare (intelletto dell’argomentare e verificare) .   In tal senso la disputa sugli universali, per Jung, sarebbe relativa ad una questione psicologica, più che ad argomentazioni filosofiche che cercano di asserire veridicità e certezze sui fondamenti della realtà.

CERTEZZA, VERITA’ E MENZOGNA

Possiamo dire con il filosofo Emanuele Severino che fino alla modernità vi è una sorta di identità tra verità e certezza, e che quindi gli antichi filosofi e scienziati nella ricerca della certezza volevano anche individuare la verità.

#33 - Cutting edge From Smoke works collectionIn effetti, certezza e verità non sono la stessa cosa, mentre la certezza può costituire una parte della verità, la verità non può essere parziale. Un conto è essere certo di alcuni aspetti delle cose, un altro conto è accedere alla loro verità ultima, alla loro oggettività assoluta. In tal senso la ‘verità’ è una qualità peculiare di valori e concetti metafisici su cui non è dato avere certezza, se non rispetto alle proprie personali convinzioni filosofiche e religiose. Con la modernità i filosofi sembrano rinunciare alla ricerca della verità e dei principi metafisici ‘assoluti’ e si rivolgono soprattutto ai metodi per acquisire conoscenze affidabili e certe. Cartesio diceva che siccome è possibile dubitare di ogni cosa, l’unica cosa certa è la possibilità di dubitare, e da ciò deriva il celebre cogito er go sum. Tuttavia questo per Cartesio implicava la necessità di tenere ben separati materia e spirito (per togliere ogni dubbio!) negando quindi, ad esempio ogni possibile interazioni tra anima e corpo, e quindi cercando la certezza nella riduzione dei fenomeni vitali secondo dinamiche essenzialmente meccaniche. Spinoza invece vedeva una corrispondenza ontologica tra il pensiero e la realtà, considerando spirito e materia quali aspetti di una medesima sostanza, da ciò deriverebbe la certezza che l’esistenza è partecipazione ad un universo che non è puramente materiale, né scisso dallo spirito. Altri filosofi, come gli empiristi inglesi del XVII e XVIII secolo arrivano invece ad affermare che ciò che vediamo e sentiamo è solo un fenomeno che avviene nella nostra coscienza, per cui non possiamo neppure essere sicuri che il mondo esterno esista davvero (scetticismo gnoseologico di Hume). Sulla base di altri presupposti Kant affermò che si può avere certezza solo del mondo fenomenico, di ciò che appare – ma del mondo noumenico, ovvero delle ‘cose in sé’ non si può avere alcuna conoscenza, dato che la nostra ragione per i suoi limiti a priori non può penetrarvi.

fosco-valentiniDurante l’Ottocento il positivismo, e quindi con l’imporsi della scienza, esaltarono la potenzialità del metodo scientifico rivolto ad individuare dati di realtà di cui si può avere certezza. Ma anche questo ideale scientifico di certezza cominciò a vacillare dovendo constatare il suo fondamentale ‘riduzionismo’, cioè il fatto che esso riduce e limita la realtà in funzione di particolari ipotesi teoriche e sperimentali. Così in contrasto con i sostenitori della verità come ‘certezza scientifica’, riemergono gli spiritualisti che, come Bergson, evidenziavano l’incapacità della scienza di comprendere il mistero e la verità ultima che caratterizza l’essenza stessa dell’esperienza umana. Nel campo delle ‘scienze umane’ il perseguimento della certezza lascia sempre più terreno all’ipotesi, le quali hanno una loro rivedibilità e permettono di investigare a prescindere dal voler dimostrare un risultato ultimo e definitivo . La cosiddetta ‘Scuola del sospetto’, ovvero delle ipotesi che la conoscenza e l’esperienza siano radicalmente condizionate dall’intrinseca e svilente natura ‘troppo umana’ dell’essere umano (Nietzsche), dall’inconscio, con i sui scherzi e le sue censure (Freud), dalla società e dai modi di produzione (Marx), mirano in modi e in ambiti diversi, a ricercare non tanto la verità, ma a smascherare la menzogna che rende fuorvinte ogni verità, e conduce l’essere umano nell’incertezza, o peggio ancora verso false certezze.

LA SCIENZA , L’ ANIMA E I SENSI

La filosofia del pensiero scientifico contemporanea, con Popper e Khun, ha poi messo in crisi l’idea di una scienza capace di fornire certezze stabili e incontrovertibili, dimostrando che essa può portare tuttalpiù a ipotesi, le quali devono poter essere smentite, falsificate e rivoluzionate, da ulteriori ipotesi, nella misura in cui si vuole approfondire la conoscenza. In tal senso anche per la scienza la certezza resta un orizzonte irragiungibile, al quale è possibile avvicinarsi solo virtualmente. In termini umilmente psicologici, riferiti alla nostra anima, dobbiamo dunque considerare – come sosteneva già Eraclito – che essa è insondabile per la sua infinitezza, e che se delle cose finite non possiamo avere certezza, di certo non possiamo averla per quelle infinite. Ma questo non vuol dire rassegnarsi, vuol dire al contrario aprirsi, vivere con maggior fiducia verso l’infinito e l’inconoscibile, affidandosi maggiormente al sapere dell’anima e non solo a quello dell’intelletto, non tanto per abbandonarsi ad un misticismo confuso e fideistico, ma per essere più in sintonia con la natura dell’anima-psiche nell’universo; in tal senso James Hillman, prosecutore e nuovo interprete del pensiero junghiano ha insistito sul concetto di “fare anima”, ispirandosi poeta Jhon Keats: «Chiamate, vi prego, il mondo ‘la valle del fare anima‘. Allora scoprirete a che serve il mondo» (1818). Vivere in modo più felice dunque non è garantito dalle certezze,  quanto dall’accettare e dal godere la bellezza delle immagini del mondo che le certezze tendono a mascherare piuttosto che a rivelare. In tal senso possiamo osservare una differenza tra la ricerca junghiana di una individuazione del Sè, come anelito alla conquista di un ‘centro di gravità permanente’, fonte di relativa e rinnovabile certezza, e il ‘fare anima’ di Hillman che più umilmente, e forse anche più coraggiosamente cede ogni certezza al fine di dare all’anima la possibilità di vivere secondo la sua natura, e alla natura di vivere nell’annima.

imageLa filosofia è lo sfondo, se non l’ispirazione fondante di ogni psicologia (come ha ribadito più volte Umberto Galimberti) ed in tal senso ogni psicologo se ne deve occupare. La filosofia contemporanea,  sia quella che si riferisce alla corrente calda, ovvero l’ontologia (che come abbiamo detto sopra indaga l’essere), e sia quella riferibile alla corrente fredda, ovvero la gnoseologia (che indaga sul modo di conoscere) ha innescato un dibattito sulla certezza che vede preponderanti i detentori di una idea probabilistica di ogni verità o certezza, come dire che non si può e non si deve essere certi di nulla. I filosofi della ‘ripresa metafisica’ sulla scia di Heidegger vedono la verità nel senso etimologico di disvelamento che, tuttavia resta una sorta di miraggio irragiungibile per la ragione umana  – si pensi alle tematiche lanciate dal movimento del ‘Pensiero debole’ espresso da Gianni Vattimo. I filosofi del linguaggio – seguendo il celebre adagio di Wittgestein che recita: “tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente, e su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” – sono scettici rispetto alla possibilità del linguaggio e del pensiero di esprimere una certezza concettuale su questioni che non abbiano una stretta evidenza pragmatica. Ciò vuol dire che posso essere certo solo di quelle cose che sono effettivamente utili per migliorare la vita dell’uomo, fino a quando si rivelano tali. Quindi compito della filosofia non è quello di spiegare come raggiungere la verità, ma di indicare vie sicure, aventi certezza anche parziale, ma verificabile nei fatti concreti, con lo scopo di migliorare in divenire le conoscenze e le azioni umane. In un certo senso la psicologia clinica dovrebbe sempre indulgere al Pensiero debole’, in quanto quello pragmatico che rinuncia al ‘parlare seriamente’ di cose sottili, diventa cinico e in definitiva depressogeno ai fini di incanalare la sofferenza psichica, non tanto verso certezze, ma verso una consapevolezza più profonda, che è certamente la via migliore per confronatrsi con le difficoltà, reagire, evolvere e guarire.

Holbein, Anamorfosi, Ambasciatori, 1533

Holbein, Anamorfosi, Ambasciatori, 1533

Insomma tutto l’excursus filosofico di cui si è fatto cenno può essere utile a sviluppare discussioni, idee, fantasie, su ciò che ci appare come certo e come incerto. Non abbiamo trovato risposte, ma abbiamo effettuato un breve percorso di conoscenza. Così non sono importanti le risposte al fine, ma le domande che ci siamo fatti, e l’incertezza è stata la spinta che ci ha resi più consapevoli e quindi anche più sicuri, seppure nell’incertezza.

La questione della certezza può poi essere affrontata secondo una prospettiva psicologica: le false certezze percettive che ci danno i fenomeni di gestalt; le false certezze ideologiche che derivano dalla compensazioni di aspetti conflittuali della personalità… e quindi le false certezze su se stessi e sugli altri…; l’incertezza che sviluppa fobie e paure, oppure quella che porta ad atteggiamenti prudenziali estremi che si traducono in comportamenti difensivi e spesso nevrotici; e poi ancora le certezze che ci impediscono di fare nuove scoperte come il fenomeno della ‘fissità funzionale’ per cui essendo sicuri che una cosa si può fare solo in quel ‘certo’ modo non riusciamo ad intravedere nuove possibilità inventive e innovative …del resto la pazzia stessa è a volte certezza, e compito del terapeuta è il tentativo, ad esempio, di liberare il soggetto dalla ‘certezza paranoide’ di essere perseguitati, o dalle mille malsane certezze che derivano da complessi e visioni del mondo distorte, nonché da esperienze traumatiche e disturbanti che inducono ad interpretazioni e convinzioni errate, parziali e fuorvianti.

aftebw04LIBERARSI DALL’ANSIA DELLA CERTEZZA

Infine possiamo dire che dal punto di vista psicologico la condizione umana esita ontogeneticamente (ciclo di vita dell’essere umano) e filogeneticamente (genesi della specie umana) in un intricato cammino di dubbi ed incertezze e che il senso dell’evoluzione della persona e dell’umanità sta proprio nella ricerca di punti fermi, di sicurezze e di verità in grado di affievolire l’ansia dell’ignoto e di garantire certezze per il futuro. Eppure quando per sentirsi sicuri si pretende di ancorarsi ed  irrigidirsi entro certezze totalitarie per se stessi e per gli altri, ecco che tutto va a rotoli, o comunque diventa regressivo, sotto l’egida di un fantasma materno che  dovrebbe garantire un’impossibile protezione totale.  La saggezza di ogni tempo e di ogni luogo indica attraverso miti, simboli e leggende che si può avere certezza solo del presente, e che quindi una buona condizione psicologica è  quella di chi non si protende a lungo nel passato o nel futuro, ma che vive e si lascia vivere nel qui ed ora e nel continuo divenire, secondo un’attitudine interiore che sa essere contemplativa, che non vive nella disperata ricerca di certezze, che non analizza e non giudica, e che perciò, seppure è assai più difficile di quel che sembra, cerca semplicemente di fare del suo meglio nel bene, per sé  e per gli altri

CONCLUDENDO sulla dialettica certezza/incertezza, possiamo rievocare la  confortevole e ‘certa’ conclusione a cui giunse il Magnifico Lorenzo :

…chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza…”.

TUTTAVIA DI QUALCOSA POSSIAMO ESSERE CERTI: MEGLIO PORSI DOMANDE DEL SEGUENTE TIPO E CERCARE DI DARSI LE MIGLIORI RISPOSTE POSSIBILI (ACCETTANDO DI RESTARE INCERTI…)

voltambigui_02“Il mondo è diviso in spirito e materia e, se lo è, che cos’è lo spirito e cos’è la materia? Lo spirito è soggetto alla materia o è investito di poteri indipendenti? L’ universo ha unità di scopi? Sta evolvendo verso quale meta? Vi sono realmente leggi di natura, o noi crediamo in esse soltanto per il nostro innato amore per l’ordine? L’ uomo è ciò che appare all’ astronomo, una minuscola massa di carbone impuro e di acqua, che striscia impotente su un piccolo ed insignificante pianeta? Oppure ciò che appare ad Amleto? Forse entrambe le cose insieme? Esiste un modo di vivere nobile ed un altro abbietto, o tutti i modi di vivere sono semplicemente futili? Se esiste un modo di vivere nobile, in che cosa consiste e come possiamo raggiungerlo? Il bene deve essere eterno perché vi si dia un valore o vale la pena di cercarlo anche se l’ Universo cammina irresorabilmente verso la morte? Esiste qualcosa come la saggezza o quel che sembra tale è soltanto l’ultimo perfezionamento della follia?” (Bertrand Russel, nella Storia della Filosofia Occidentale, Milano, Longanesi, v. I°, pp. 9-10)

DEL RESTO SE CERCHIAMO SOLO CERTEZZE, NON POSSIAMO AVERE FEDE E FIDUCIA, E DIVENTIAMO SEMPRE PIU’ INCERTI, DIFFIDENTI,INSICURI, INCAPACI DI SPERIMENTARE, DI ESSERE NELLA SPONTANEITA’, SENZA BISOGNO DI CERTIFICAZIONI, CONTROLLI OSSESSIVI, IDEE FISSE E TOTALITARIE. FORSE COSI’ POSSIAMO ESSERE CERTI ALMENO DI UNA COSA: DELL’AMORE CHE HA MOLTEPLICI FORME E MANIFESTAZIONI, ANCHE QUELLE CHE A VOLTE NON ABBIAMO LA CERTEZZA DI VEDERE E DI SENTIRE E CHE VENGONO OSCURATE DA INGIUSTIZIE, ODIO E SOFFERENZE. POTRA’ SEMBRARE CONSOLATORIO, MA NONOSTANTE TUTTO, PERSONALMENTE E COME PSICOTERAPEUTA, L’ESISTENZA DI UNA FORZA RISANANTE CHE CHIAMIAMO AMORE, E’ UNA CERTEZZA SULLA QUALE – AL MODO DI PASCAL – MI SENTO DI SCOMMETTERE E DI RICERCARE.

Terapia del Trauma amoroso | Incontro con Pier Pietro Brunelli

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PER UNA ‘TERAPIA IMMAGINALE’ DEL TRAUMA AMOROSO

PRESENTAZIONE A PADOVA + SEMINARIO A cura di AMORI 4.0

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Se l’amore diventa un inferno (Rizzoli 2017)

Incontro con l’autore

Venerdì 9 marzo Ore 17.00 – 19.00

Centro Universitario Padovano - Via Zabarella 82 – Padova

brunelli-fb-2 All’interno della rassegna nazionale Amori 4.0 il 9 marzo presso il Centro Universitario Padovano incontreremo Pier Pietro Brunelli, psicologo e psicoterapeuta che da molti anni si occupa della diagnosi e della cura dei traumi amorosi, autore del libro “Se l’amore diventa un inferno”,  conduttore di www.albedoimagination.com il Blog della nuova Alba (Ricerca, auto-aiuto e solidarietà psicosociale)

Rifletteranno con l’autore: -     Davide Pessi, avvocato penalista (Padova) - Maria Zampiron, psicoterapeuta, CTP e CTU (Padova e Roma) - Don Roberto (Centro Universitario Padovano) Modereranno l’intervento la dott.ssa Amalia Prunotto e la dott.ssa Marianna Martini, psicologhe e curatrici del progetto Amori 4.0. Per ulteriori informazioni e iscrizioni: Dott.ssa Amalia Prunotto (www.amaliaprunotto.com) - Dott.ssa Marianna Martini: marianna.martini.2@gmail.com

PER UNA ‘TERAPIA IMMAGINALE’ DEL TRAUMA AMOROSO

Seminario rivolto a tutti coloro che sono interessati per motivi professionali e personali  alla terapia dei traumi amor, abbandoni e relazioni complesse.

Sabato 10 marzo  - Ore 10.00 – 14.00 - Libreria “La forma del libro”

Via XX settembre 63

Cover TdN e bookDurante la mattinata il dott. Pier Pietro Brunelli, psicologo e psicoterapeuta che da molti anni si occupa della diagnosi e della cura dei traumi amorosi e autore del libro “Se l’amore diventa un inferno” (Rizzoli, 2017), parlerà della “Terapia immaginale” come strumento per la cura dei traumi, in particolare di tipo amoroso. Costo dell’incontro: 90 € Per informazioni ed iscrizioni: Dott.ssa Amalia Prunotto – amalia.prunotto@gmail.com – 3382795278 - Dott. Pietro Brunelli – pietro.brunelli@fastwebnet.it – Testi e documenti in www.albedoimagination.com (Il blog della nuova Alba – Ricerca, auto-aiuto e solidarietà psicosociale)

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Narcisismo/Amore – Tutti i link!

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QUANDO L’AMORE CADE NELLE TENEBRE… SI DEVE CERCARE UNA NUOVA ALBA!

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Questa pagina è un sommario dei link di Albedoimagination che danno accesso agli studi sul Narcisismo, a cura di Pietro Brunelli (Psicologo e Psicoterapeuta). Si tratta di articoli, libri, conferenze, test e proposte terapeutiche che dal 2010 in poi hanno promosso una nuova e approfondita riflessione sugli effetti ‘vampirizzanti’ (patogeni) delle dinamiche narcisistiche, nella coppia, nella famiglia e nella società.

  Centinaia di migliaia di visite oltre 5000 commenti. Forum assistito gratuito.

E’ gradita la condivisione  del blog e degli articoli sui social media per favorire il dibattito e la partecipazione, con l’intento di contribuire ad  una riflessione terapeutica della vita erotico-affettiva.

E’ una questione sempre più importante nel tempo del narcisismo che uccide l’amore… ma non ce la farà!

ALBEDO

Libri sul tema del narcisismo  di Pier Pietro Brunelli

425 pagine RIZZOLI - in tutte le librerieImmagine1Manuale cover definitivacover ebook

Articoli

Terapia e test

Video conferenze

Convegno a Sarzana  3 febbraio 2018 – partecipazione gratuita

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Conferenza presentazione del libro di Pier Pietro Brunelli - 12 settembre 2017 -Casa della Psicologia a Milano - Ordine Psicologi della Lombardia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Archetipi e problemi di famiglia

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Rappresentazione artistica della camminata dei cinque ominidi che hanno lasciato le impronte nel sito di Laetoli (Credit: Dawid A. Iurino/CC BY 4.0)

 

Le origini psico-antropologiche dei problemi in famiglia

Recentemente sono stati scoperti alcuni affaire di una famiglia australopiteca simil-ominide – che visse in Tanzania circa 3,6 milioni di anni fa. Il ‘marito’, diciamo così, era poligamo, infatti le orme rinvenute dai paleoantropologi rivelano una passeggiata di cinque persone, ovvero un maschio, tre femmine, e un bambino. In precedenti rilevamenti erano apparse le orme solo di una coppia con il bambino, così che si era pensato ad una classica giovane famigliola.

Come si vede per indagare sul ‘profondo della famiglia’ – della famiglia attuale, quella nostra e quelle degli altri -  ci affacciamo per qualche istante fino ai tempi di Adamo ed Eva, e più esattamente gettiamo uno sguardo all’era di Lucy e dei suoi amici australopitechi, vissuti anche oltre 4 milioni di anni fa. Ma a che ci serve questa breve visita nel passato remoto? Ad esempio a farci riflttere sulle nostre originarie e connaturate tendenze monogamiche o poligamiche. Ma più complessivamente ci induce a presagire che, nel profondo della nostra coscienza, come individui e come membri di una famiglia, vi sono fattori archetipici che ci influenzano, ci ispirano, ci condizionano e che risalgono al primordiale formarsi della psiche. Gli archetipi secondo Jung sono i formanti dell’inconscio collettivo, ovvero la base psichica inconscia comune a tutti gli individui e relativamente immutabile nel corso dei tempi. Così come il corpo umano si è evoluto, ma ha conservato delle funzioni e delle forme di base, come la postura eretta e i molteplici aspetti morfologici e fisiologici necessari alla vita e alla riproduzione, così anche la psiche si è evoluta, ma ha preservato fattori archetipici comuni a tutti (in tal senso riferibili ad un inconscio collettivo).  Ad un livello sottostante le fantasie, le emozioni, i comportamenti,  gli archetipi hanno funzioni attive, in quanto predisposizioni e configurazioni innate e universali. Dopo tutto anche i primi uomini hanno affrontato le esperienze del dolore, della malattia, della morte, della nascita, del piacere, dell’alternarsi delle stagioni, del sole che nasce e tramonta, e ciò ha determinato una base archetipica insita nella psiche collettiva, dalla quale poi emerge la psiche individuale.  Ciascun essere umano nella sua psiche ha gli stessi ‘pezzi’ così come li ha un caleidoscopio, ma ciascuno lo ruota in modo diverso e così si possono costellare infinite immagini, tutte diverse eppure tutte composte da fattori comuni, ovvero gli archetipi. Così anche la famiglia di ciascuno è una ‘costellazione famigliare’ che a sua volta si posa su una ‘costellazione archetipica’ che ha avuto la sua origine col nascere della specie umana. Comprendere la nostra famiglia d’origine, vuol dire anche avere la capacità di vedere le componenti archetipiche che sono insite nelle origini primordiali della famiglia.

comunicac3a7c3a3oMentre per Freud la vita dell’individuo e della sua famiglia sono da leggersi nel quadro della vita personale nell’ambiente (ontogenesi) per Jung il quadro diventa più ampio e precede l’esistenza individuale in quanto si estende fino alle origini dell’umanità (filogenesi). Alla base dei nostri desideri, comportamenti, emozioni, potenzialità e disturbi psichici ci sono archetipi, cioè predisposizioni innate, delle quali è importante acquisire coscienza, dato che la conoscenza profonda di noi stessi ci aiuta a vivere e a recepire gli insegnamenti della scuola della vita. I nostri problemi, e quelli della nostra famiglia, non dipendono solo dalla nostra esistenza, ma da una remota eredità che agisce dentro di noi, e che ci sovrasta e ci disorienta quanto meno la comprendiamo, e quindi agisce in noi dall’inconscio esprimendosi anche attraverso sintomi e problematiche, che hanno il compito di richiamare la coscienza ai suoi archetipi ereditari. Questa stessa eredità archetipica, se ascoltata e compresa, con un’attenzione al suo linguaggio simbolico, immaginale ed anche spirituale può aiutarci ad individuare la strada giusta per essere noi stessi e per affrontare da un punto di vista più profondo le problematiche famigliari.

Il padre, la madre, i fratelli, le sorelle, i nonni, gli zii, non sono solo quelle persone con le quali siamo legati per questioni di DNA e per via della fatalità del destino, esse determinano in noi un legame archetipico con la vita, un nostro far parte della specie umana, in un tramandarsi di destini e di fatti ancestrali. In ogni epoca la famiglia ha costituito la cellula del tessuto sociale, e ha interagito con esso attraverso formidabili e complessi processi adattivi. La sua funzione fondamentale è sempre stata quella di trasmettere la vita umana, ma con essa anche i suoi archetipi fondativi. La famiglia nell’avviare  alla vita l’individuo non provvede solo ai bisogni materiali, ma anche a quelli psichici, inclusi quelli più elevati che  indicano la possibilità di sopravvivere a se stesso, verso il futuro della specie, ma anche in un spazio sovratemporale ed extraordinario che va al di là di ‘questa vita’ e anela a farsi spirito. In ogni famiglia ed intorno ad essa, e tra le famiglie, c’è sempre un’archetipica lotta tra il bene e il male, ciascuno deve vivere la sua, ed affrontare le sfide del suo tempo. Quindi ogni famiglia nel bene e nel male offre a ciascun essere umano una sfida evolutiva per trovare se stesso. L’ambivalenza degli affetti famigliari, la dura battaglia tra potere e armonia, amore e odio, protezione e dominazione, fiducia e timore, ingenera in ciascun individuo una possibilità personale di confrontarsi con le basi archetipiche della sua soggettività. In altri termini i problemi di famiglia non devono essere pensati solo come qualcosa che va risolto, ma come uno stimolo che per poter essere risolto richiede di rinsaldare l’albero della vita nelle sue radici, in modo che possa Continua

Narciso in famiglia. Indicazioni e avvertenze

Mr. Savethewall




Pier Pietro Brunelli

NARCISO IN FAMIGLIA

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Indicazioni e avvertenze

Conflitti, incomprensioni, violenza psicologica tra parenti stretti

Nel 1972 uno dei capolavori della storia del cinema: Ultimo tango a Parigi. La regia è di Bernardo Bertolucci, nomination all’Oscar come miglior regista, nel 1974. I protagonisti, Marlon Brando e una giovane Maria Schneider, appena ventenne. Marlon, alias Paul – quarantacinquenne americano trapiantato a Parigi dopo il suicidio della moglie… lui vuole spiegare a lei qualcosa sulla famiglia… la famiglia è in piena crisi in seguito alla rivolta politica e culturale dei movimenti giovanili del ’68…  è la ‘scena madre dello scandalo’… Paul prende del burro, sveste con veemenza Maria, alias Jeanne, le lubrifica il fondoschiena e infine la sodomizza facendole ripetere:

“Santa famiglia, sacrario dei buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo”.

 

Mr. Savethewall

Mr. Savethewall

Le complicazioni di Edipo nel ‘Romanzo famigliare’

Da soli non ce la si può fare. Come si fa ‘senza famiglia’, o qualcosa di simile? Cavarsela da soli è dura, o si abbandona, o si è abbandonati… Da sempre gli esseri umani hanno dovuto imparare a stare insieme, aiutandosi o fregandosi a vicenda. La famiglia, nelle sue varie forme, sviluppatesi dall’antichità ai giorni nostri, dovrebbe servire ad aiutarsi meglio. Ma tutto ha un prezzo: le fregature più solenni a volte avvengono tra consaguinei. Egoismo, sopraffazione, manipolazione, raggiro, menzogne, dispetti e misfatti sono da sempre l’altra faccia della famiglia, quella oscura, attraversata da ombre, ansie, invidie ‘complessi psicologici famigliari’.

La tragedia greca è per antonomasia tragedia della famiglia, quale irruzione in essa del dramma storico e viceversa. Così le famiglie sono state prese a immagine del ‘rovinarsi della storia’, o di questa sono state la rovina.

Senza che si arrivi alla tragedia conclamata, la famiglia sembra covare nella sua intima natura psicoculturale un tragedia latente, un dramma interiore ed interpersonale che in gergo psicologico si estrinseca nel ‘Romanzo famigliare’. In questo Romanzo – comune ai membri di una famiglia (con tutte le sue novità e varianti) -  ciascuno, in un modo o in un altro, resta ‘fregato’, o è convinto di esserlo, oppure cerca di fregare, o anche un insieme tra queste possibilità. Tutto ciò pur scambiandosi vari tipi di aiuto e solidarietà, e volendosi bene, anche quando nel contempo serpeggia qualche odio o si traggono vantaggi ‘alle spalle’ dell’altro …da lì il senso della metaforica e perversa scena di sodomia di Ultimo tango, all’insegna di un plateale ‘family fuck off!’. La famiglia, sin dal suo nascere come desiderio di famiglia, o dal suo abortire, presume di accondiscendere a quel potenziale di relazioni psicodrammatiche che la coppia di due amanti, consciamente o inconsciamente, ricerca o rinnega. Unirsi per creare una famiglia… in modo da separarsi.

Quel che oggi sono i ‘resti o le rovine della Sacra Famiglia’ vengono dissacrati o riconsacrati attraverso nuove fantasie e nuove concretizzazione di possibili mondi famigliari, diversi, alternativi, trasversali, transgenici, omoerotici, comunitari, allargati o ristretti… ma comunque sempre in bilico tra il luogo di pace e di protezione affettiva e sostanziale, e la prigione ove si resta intrappolati in un conflitto tra odio e amore, lacrime e sangue del proprio sangue…

La famiglia è un crogiuolo di sentimenti contraddittori, un convitto d’amore che non sussiste senza almeno un po’ di odio, ma che può sussistere quasi senza amore. Per quanto i consanguinei venuti ai ferri corti si possano ripudiare a vicenda, continuano ad essere legati da un sangue psichico che nutre fantasmi morbosi, così che la psiche individuale resta a mollo in una invisibile soluzione miasmatica, che la condiziona e la ammorba. Il complesso di Edipo, tormenta gli individui, le famiglie, la società, il mondo in una catena genitoriale e figliale di odio-amore, egoismo, invidia, gelosia e pur sempre affetto, piacere, godimento e dolore. Eppure bisogna anche chiedersi come Edipo agisce nel complesso, e nel mito. Egli si trascina in una tragedia famigliare perché ogni volta che ha un presagio lo interpreta alla lettera e per evitarlo fugge dea una parte all’altra, e si caccia nei guai. Questo perché Edipo, come lo vediamo nelle pitture vascolari, è sempre ‘in pensiero’, ovvero reagisce ai problemi psichici cercando solo soluzioni logiche, pratiche, razionali. Edipo non è capace di elaborazione simbolica , di mitizzazione. Egli vede il suo dramma famigliare solo in superficie, come concatenarsi di sventurati fatti concreti, non comprende che i presagi oracolari infausti andrebbero interpretati con una sensibilità mitica, estetica, come immagini dall’inconscio della collettività che riverbera in ogni individuo. Gruppo_Di_Famiglia_In_Un_Interno_poster_01Intanto si arrovella di pensieri, prende provvedimenti drastici, o accetta tutto, mentre rimozioni e ri-emozioni gli de-formano la vita nelle ‘complicazioni del suo complesso’   Siamo tutti edipici, non tanto perché Continua

Viaggio immaginale tra inferno e paradiso

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angel-demonUn dono di grande ispirazione per tutti da Albedoimagination: un Viaggio Immaginale attraverso tre audiovisivi con la straordinaria colonna sonora di ENTEN HITTI diretto da Pierangelo Pandiscia, ispirato al libro di Pier Pietro Brunelli Se l’amore diventa un inferno (Rizzoli, 2016).

CIASCUNO HA IL SUO INFERNO DENTRO SE’, MA CIASCUNO PUO’ TRASFORMARLO ATTRAVERSO IL SUO PURGATORIO E IL SUO PARADISO

Attraverso i seguenti audiovisivi potrete effettuare un’esperienza immaginale seguendo le indicazioni che sono nel  PDF  (CONTIENE PERCORSO DI AUTOARTHERAPY -clicca QUI)  - oppure semplicemente facendosi toccare dalla musica, dalle visioni, e quindi da una personale percezione emozionale, ricettiva, sensibile e spontaneamente trasformatrice.

Il primo video esprime le tinte cupe, angosciose, ambigue dell’inferno. (15 min. circa). Non ha l’obiettivo di rattristare o di intimorire, ma di farci visitare con una consapevolezza emozionale e simbolica,  estetica, ed estatica, aperta all’immaginazione e alle sensazioni, le zone d’ombra che abitano l’anima umana, quella individuale, di ciascuno di noi, e quella archetipica dell’umanità e dell’inconscio collettivo. Quando noi riusciamo in qualche modo ad esprimere questa Ombra, con una consapevolezza simbolica, spirituale, trascendente possiamo acquisirne coscienza in modo più elevato e con un linguaggio più vicino all’anima-psiche. Questo aiuta a  depotenziare gli aspetti inconsci dell’Ombra che, a seconda delle fasi o di un periodo della vita, possono diventare particolarmente perturbanti e dare luogo a sintomi, disequilibri, insicurezze, relazioni difficili e disturbanti. Esplorare l’Ombra in modo ‘immaginale’ aiuta a conoscerla e a contenere la possibilità che essa agisca in noi inconsciamente come negatività e debolezza. In senso alchemico l’Ombra corrisponde alla Nigredo, è un’oscurità problematica, ed anche mortifera, ma che contiene un senso trasformatore e rigenerate. Come dal fango nasce il fiore di loto, dalle spine viene la rosa, dalla notte viene l’alba, così la Nigredo, se viene compresa nella sua simbolicità animica è un passaggio dalla morte interiore alla rinascita.

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Il secondo video trasporta attraverso il purgatorio.  (10 min. circa) La musica e le immagini sono sempre caratterizzate da un certo grado di malinconia, di crepuscolo e sofferenza… ma iniziano i primi colori di vita, è una trasformazione sofferta, tra fuochi e nevi che si sciolgono, tra paesaggi ancora difficili, ma dai quali sorge un primo sole che squarcia le nubi… L’atmosfera purgatoriale comporta la presa di coscienza dei motivi profondi della sofferenza. Riguarda la messa in discussione di sé, l’autocritica e l’accettazione, per quanto si siano subiti torti da parte degli altri. Si tratta di una sfida dolorosa per ri-conoscere se stessi e guardare gli altri in modo meno giudicante e più comprensivo delle loro difficoltà, per quanto siano stati o appaiano negativi.  Da questo processo di analisi e di visione spirituale su ciò che è il bene e il male, e su come talvolta non si possa essere giudici assoluti del bene e del male, in quanto bisogna vederli in un intrecciarsi trasformativo, ecco che inizia un processo di guarigione, di ‘integrazione dell’Ombra’, la quale può essere orientata in un processo fecondo, di sacrificio simbolico, di espiazione rigenerante. Immagini e musica evocano un a sorta di rituale purificatorio, che costa fatica e impegno, ma che apre ad una liberazione da ciò che pesa e offusca l’anima-psiche. Gli alchimisti riferivano questo processo di elaborazione che va dall’Ombra verso il Sé alla fase dell’ Albedo. E’ come un doloroso ripartorirsi e rinascere verso una ‘nuova Alba’… una fase che corrisponde ad una ‘preghiera psicologica e poetica’ dedicata ad evocare il principio di guarigione interiore.

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Il terzo video evoca la visione che dal Paradiso Terrestre si può ricevere dal Paradiso Celeste. (10 min. circa). Il primo è immanente, ed è un’esperienza alla quale ogni vita si può avvicinare e consiste nell’entrare in ‘contatto sensibile’ con una dimensione spirituale di amore e di pace trascendente. Il Paradiso Terrestre si riferisce al benessere esteriore, ma a una condizione dell’anima-psiche che si centra nel Sè: l’archetipo che unisce l’individuo all’universo, che fa percepire di essere se stessi e di far parte del tutto. Questo dà grande forza e gioia. La psicoterapia può essere intesa come l’avvio di un processo interiore di conoscenza e trasformazione di sé  che aiuta a ridiscendere all’inferno, rivisitarlo, per poi elaborarlo risalendo dalle aspre pendici del purgatorio, verso le sommità del Paradiso Terrestre. Perciò le immagini e i suoni di questo video evocano ispirazioni angeliche, in qualche modo anche ingenue, ma comunque volte a indurre uno stato di pacificazione e di quiete dal quale è possibile lasciarsi toccare da qualità più luminose e sottili, ed in tal senso paradisiache. Questa evocazione paradisiaca vuol richiamare nell’anima-psiche il compimento della fase alchemica dell’Albedo: il  rinascere del sole nell’anima, quale simbolismo del Sé, e della Rosa dei Beati che si apre nel mondo interiore più intimo e nel contempo più universale.

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a-tutti-gli-uraganiIl progetto Enten Hitti nasce nel 1990 come laboratorio sonoro volto a sperimentare le intersezioni fra elettronica, musica rituale ed etnica e poesia contemporanea. Pierangelo Pandiscia e Gino Ape ne sono i fondatori; essi spaziano dalla Paleografia musicale all’informatica, dai suoni elementari alla musicoterapia, dal teatro di ricerca alla performing arts. La storia di venti anni di attività parte da un’impostazione più rock in cui si nota l’influenza di gruppi come Tuxedomoon, Can e Penguin Cafe Orchestra.

Enten-hitti173Dal 2000 in poi prendono corpo attività più sperimentali fra musica preistorica e installazioni sonore.In questi anni vengono autoprodotti diversi CD e realizzati decine di concerti in festival e locali storici (Link di Bologna, Baraonda di Massa, Bloom di Mezzago, Circolo degli Artisti di Roma, Tunnel di Milano, Festival di RAdio Onda d’Urto, ecc.).

enten-hittiMoltissimi gli incontri, gli amici e le collaborazioni, dalle Officine Schwartz a Paolo Bandera ed Eraldo Bernocchi (Sigillum S), da Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, alle esperienze sui mistici del Duecento con Franco Battiato, dalla ricerca sulla musica preistorica seguendo Walter Maioli e Art Of Primitive Sound alle contaminazioni teatrali col Teatro de Los Andes, l’Odin Teatret e il Workcenter di Jerzy Grotowski.

humana_copertinaPartecipano ai Simposi di Arte Preistorica e Tribale organizzati dal Centro Camumo di studi preistorici dal 1997 al 2002 e compiono viaggi di ricerca in India con i cantori tribali BAUL(1995-1997), in Nord Africa con la Confraternita Gnaua(Marocco) ed Essaiura (Tunisia), in Mongolia, Messico e Siberia facendo pratiche sciamaniche.

(da WIKIPEDIA maggiori info in : https://it.wikipedia.org/wiki/Enten_Hitti

Articolo di approfondimento e video in Albedoimagination. LA MUSICA INTERIORE

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DISCOGRAFIA 1996 – Giant Clowns of the Solar World (AMPLEXUS) -1997 – Giganteschi pagliacci del mondo solare (CPI/POLYGRAM)- 1999 – Musica Humana- 2000 – La conferenza degli uccelli- 2003 – A tutti gli Uragani che ci passarono accanto - 2011 – La solitudine del sole (ALIODIE Hic sunt leones)- 2015 – Fino alla fine della notte (ALIODIE Hic sunt leones) - 2016 – Musica humana (Lizard Records)

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FONDAMENTI PSICOTERAPEUTICI

Nei termini della psicoterapia junghiana il grande processo di guarigione ispirato a Dante , tra inferno, purgatorio e paradiso, è stato rivelato e introdotto nella pratica clinica per la prima volta dalla Psicoanalista e Pediatra Adriana Mazzarella nel libro ALLA RICERCA DI BEATRICE – DANTE E JUNG (1991/2015).

Presentazione e test gratuito Amore, Inferno e Paradiso http://www.albedoimagination.com/2016/09/5505/

 Il libro  di Pier Pietro Brunelli (Psicoterapeuta) SE L’AMORE DIVENTA UN INFERNO (Rizzoli , 2016)  ha ispirato la realizzazione concettuale e audiovisiva della proposta qui presentata di Viaggio Immaginale e Autoartherapy   con Pierangelo Pandiscia (Musicoterapeuta e direttore di Enten Hitti).

Pier Pietro Brunelli ha curato il Montaggio e lo Script  (sceneggiatura), in modo da far risaltare la Drammaturgia sonora di Enten Hitti e Pierangelo Pandiscia.

INFO e WORK IN PROGRESS

Gli audiovisivi in questa fase sono stati realizzati con tecnologie povere (artigianali) ma potranno essere rielaborati attraverso contributi e proposte a livello artistico e performativo   (fotografia, pittura, film, teatro).

INCONTRI, EVENTI E SEMINARI

Il COLLETTIVO ALBEDOIMAGINATION è disponibile a realizzare con ENTEN HITTI attività esperienziali e partecipative presso Centri e Associazioni. Le documentazioni e i video qui presentati sono quindi da considerarsi gli elementi per realizzare laboratori di gruppo ad orientamento drammaterapeutico e musicoterapeutico.

TERAPIA INDIVIDUALE

Se lo si desidera si può essere seguiti anche con sessioni e percorsi di psicoterapia e musicoterapia individuale che prendono l’avvio dal ‘Viaggio immaginale’ qui proposto

Per informazioni contattare Albedo per l’immaginazione attiva – cell 3391472230 o scrivere a Pietro.Brunelli@fastwebnet.it Oppure Pierangelo Pandiscia ENTEN HITTI pagina FB   

 

SE L’AMORE DIVENTA UN INFERNO (+ AIP Test gratuito)

Rizzoli -in tutte le librerie (425 pag.)




SE L’AMORE DIVENTA UN INFERNO

Pier Pietro Brunelli

(Rizzoli, 2016.)

Nuovo libro per il benessere psicologico della vita amorosa (450 pagine, in tutte le librerie)

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COPERTINA LIBRO

 Test gratuito AMORE, INFERNO E PARADISO

Clicca  sull’immagine qui sotto per scaricarlo in PDF con la presentazione del libro

Dettaglio  scritto AIP

(TdN) Trauma da Narcisismo. Il senso di quella piccola “d”

Marina Abramović




 Pier Pietro Brunelli

(TdN) Trauma da Narcisismo… ma da che dipende? 

Quando nel 2010 ho proposto pSadness-49-450x600er la prima volta  l’ipotesi diagnostica di Trauma da Narcisismo (TdN) nelle relazioni amorose, attraverso la rete si  è aperta spontaneamente una  nuova via di comprensione sulle dinamiche narcisistiche e borderline nelle relazioni di coppia. Ciò mi ha fatto molto piacere, ma sin dall’inizio mi sono preoccupati di quelle che potevano essere interpretazioni ed usi del concetto di TdN in modo fuorviante ed errato.  Inoltre  mi rendevo conto che il concetto di TdN implicava una questione cruciale circa la etiologia della malattia mentale. Cioè da dove vengono? Sono di origine organica o sono psicogene? Derivano dall’ambiente o sono innate? Dipendono da un insieme di cause? In effetti la sigla TdN è importante per quella piccola d, in quanto propone che vi sia un certo stato di condizione traumatica e post-traumatica che deriva dal Narcisismo.

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Moltissime persone hanno interpretato quella N, non come Narcisismo, ma come Narcisista. Cioè hanno inteso che quel Trauma lo subisce una persona a causa di un Narcisista. In effetti io ho molto insistito sull’effetto disturbante e traumatizzante di un partner con uno stile di personalità narcisistica nei confronti dell’altro partner. In termini immaginali e metaforici, secondo l’uso diagnostico-terapeutico della psicologia junghiana, ho impiegato la figura del vampiro per evocare una dinamica amorosa vampirizzante e quindi psicologicamente dissanguante per il partner vampirizzato.

Marina Abramović

Marina Abramović

Tuttavia ho sempre insistito sul fatto che il partner vampirizzato che subisce il TdN, Continua

Relazioni pericolose. Videoconferenza di Pier Pietro Brunelli

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Seminario RELAZIONI PERICOLOSE
Università Europea di Roma 10/11 ottobre 2014

Intervento di Pier Pietro Brunelli Psicoterapeuta :   Devianza e andamenti delinquenziali nelle dinamiche borderline e  narcisiste di coppia.

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Manuale cover definitiva

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Bugiardi, ipocriti e manipolatori affettivi, saperne di più per potersi difendere

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NARCISISMO E TRAUMA SENTIMENTALE

Il narcisismo patologico e la ferita narcisistica nel ‘vampirismo affettivo’.

Leggere  questo articolo e se si vuole parteciparvi con commenti,  può essere di grande aiuto a voi e ad altri, ma una prima raccomandazione importante è la seguente: si tratta di informazione partecipata e non di psicoterapia o consulenza online (informazione divulgativa, ma concepita attraverso testi aventi valore scientifico e filosofico). Perciò fatene buon uso, non traete conclusioni affrettate, non fate scelte avventate, non giudicate nessuno e non sentitevi giudicati. Per ogni perplessità cruciale, fate riferimento a specialisti oppure chiedete un consulto personalizzato (info: http://albedoimagination.com/)

incubusAl termine dell’articolo collegamenti a video you tube con Pier Pietro Brunelli su Narcisismo patologico e trauma sentimentale (si consiglia di leggere prima l’articolo e i commenti). Continua

Il vittimismo patologico

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di Pier Pietro Brunelli e Elisabetta Lazzari

Una riflessione per comprendere le vittime di se stessi… gettando la colpa sugli altri.

arroganza_ombrelliINTRODUZIONE

Le persone che si comportano in modo vittimistico vivono in una persistente e involontaria sfiducia verso gli altri e verso le possibilità positive della vita, attraverso l’irrigidirsi di meccanismi difensivi disfunzionali. Queste persone possono essere   aiutate a migliorare la propria condizione generale di vita e la propria autostima quando si comprendo le ragioni psicologiche profonde del loro disagio interiore che le induce ad accusare gli altri e a non vedere mai le proprie responsabilità. Il recupero dell’autostima è fondamentale per uscire dal vittimismo patologico, ma a tal fine bisognerebbe essere capaci di un minimo di autocritica, cosa che purtroppo non c’è, o al massimo è simulata. Per diverse ragioni il comportamento vittimistico può essere considerato come una particolare forma di ‘narcisismo patologico’ che amplifica l’immagine dell’ego attraverso l’acquisizione di un potere sugli altri basato sulla colpevolizzazione, il ricatto affettivo, l’esaltazione del proprio Io attraverso la sofferenza effettiva, ma anche ingigatita, iperesibita e talvolta simulata.

Non esiste una diagnosi di ‘vittimismo patologico’, ma l’intento dell’articolo è di indagare e far discutere sugli aspetti patologici del vittimismo. Tuttaviaper comprenderci chiameremo genericamente ‘ vittimista patologico’ chi adotta uno stile comportamentale come quello di cui qui ci occupiamo.

La letteratura psichiatrica non parla esplicitamente di “vittimismo patologico” né come sintomo, né come disturbo di personalità… Un’etichetta psichiatrica che si può avvicinare è la “Sindrome di Munchausen” (vedi Wikipedia.org Sindrome di Münchhausen)nella classe dei cosiddetti Factitious Disorder (Wikipedia.org Factitious  disorder)…… ma per quanto queste etichette possano essere riferite al vittimismo, essendo quadri generali non vanno a cogliere il processo interiore delle persone che è estremamente soggettivo. Cerchiamo qui di comprendere cosa c’è di pesante e dannoso nel vittimismo, per gli altri e per le vittime del vittimismo stesso.

lupo_agnelloQui non si parla del malato immaginario e neppure della persona che fa finta di star male, qui si parla di persone che hanno una difficoltà ad esprimere le loro pene, ansie, dolori, preoccupazioni e sintomi anche reali in una modalità che non risulti affliggente per gli altri e per loro stessi. Non se ne rendono conto, non lo ammettono, non possono farne a meno, per cui esprimono il loro malessere in un modo frustrante e a volte più o meno aggressivo verso gli altri, e purtroppo in particolare verso chi li aiuta o li potrebbe aiutare. Non conoscono il senso di ‘aiutati che Dio ti aiuta’, e, in fondo, temono che richiedere aiuto voglia dire essere preda dell’aiutante, considerato più forte, alquanto ambiguo, e quindi anche da invidiare e difensivamente aggredire. Questo può essere un modo di reagire ad un’infanzia che per quanto abbia avuto una facciata sana e accettabile è stata vissuta, sul piano degli affetti e della fiducia, in modo alquanto ambivalente e pericolante. Nel vittimismo patologico allora si può rivivere l’ansia di non essere mai stati aiutati veramente da qualcuno con piena fiducia e reciproca disponibilità, in quanto da bambini non era così, e l’ambiente domestico e/o scolastico era percepito nella sua sostanziale ambiguità e inaffidabilità psicologica. Da ciò deriva che nel vittimismo patologico si crede che nessuno possa o voglia davvero aiutare e che tutti in fondo se ne fregano. Allora avviene che nel vittimismo patologico si esasperi la richiesta di aiuto implicito manifestando in modo sempre esasperato e continuo i propri dolori e bisogni frustrati – e al di là che siano veri o no, o che siano esagerati – si getta tutto ciò addosso all’altro che pure vorrebbe essere d’aiuto. Un’immagine è quella che la persona che si tenta di aiutare tenta a sua volta di graffiare e mordere chi la vuole aiutare e al fine la accusa anche di non averla voluta davvero aiutare o, come minimo, di colpevole incapacità… Parliamone insieme nel blog, c’è molto da comprendere…

Continua

Influenze genitoriali e amori sbagliati

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 Quando gli ‘oggetti di attaccamento primari’, – i genitori – generano un deficit, un disequilibrio, e incomprensioni di diversa natura, poi risulta più difficile un legame con un partner compatibile. Però la psicoterapia serve proprio ad emanciparsi dalle influenze genitorialei negative, e a anche a scoprire che comunque si può trarre esperienza e consapevolezza elaborando il nostro vissuto infantile e approfondendo nell’analisi la conoscenza dei nostri genitori, i quali a loro volta sono stati bambini, e a loro volta hanno ereditato problematiche.
Il quarto comandamento che recita ONORA IL PADRE E LA MADRE più precisamente: “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio” (Libro dell’Esodo 20,12). secondo un ‘interpretazione etimologica più originaria vuol dire infatti, CONOSCILI A FONDO, SCOPRI PERCHE SONO STATI COSI’, SCOPRI DA DOVE VENGONO perché così potrai poi scegliere più liberamente la tua strada. Tutti sanno infatti che la Bibbia è anche (nel vecchio Testamento) una immensa narrazione di genitori e figli a loro volta genitori e figli, e ciò può essere interpretato anche in termini di analisi del rapporto con i nostri genitori, che appunto ci emancipa e ci libera dalle loro influenze negative, o addirittura ci può consentire anche di trarne vantaggio. Continua

Avrò certamente qualcosa di male!

Allen




Il malato immaginario

Ipocondria-vignettaL’ipocondria, è una preoccupazione eccessiva ed immotivata rispetto al proprio stato di salute, basata su una ipervalutazione in negativo di lievi disturbi fisici. Ciò può provocare anche una accentuazione di sintomi fisici di lieve entità, con una conseguente ulteriore intensificazione di uno generale stato ansioso-depressivo dovuto alla paura della malattia ma anche ad altri fattori di carattere nevrotico o anche organico. Quando i sintomi fisici non sono presenti, ma il paziente si sente in una situazione di forte pre-allarme rispetto ad una loro possibile comparsa, allora è più corretto parlare di patofobia, cioè della ingiustificata paura di sviluppare una grave malattia. Talvolta l’ipocondria può essere anche ‘rovesciata’, nel senso che essa sussiste a livello inconscio, ma non emerge, se non come formazione difensiva reattiva che si traduce nella assoluta non curanza della propria salute. In termini psichiatrici l’ipocondria può essere considerata una sindrome caratterizzata anche dall’accusare sintomi fisici sproporzionati rispetto ad una malattia organica eventualmente dimostrabile, dalla paura di ammalarsi o di essere malati, e dalla eccessiva ricerca di cure mediche.

A seconda delle situazioni possiamo diventare tutti un  po’ ipocondriaci. Ma a prescindere dai motivi di reale preoccupazione è bene comprendere che questa si amplifica perché l’ipocondria consente di dare sfogo ad un conflitto interno non ben riconosciuto (una nevosi) che viene spostato su sintomi corporei. In buona sostanza una problematica interiore che non si riesce a riconoscere e ad affrontare viene vissuta attraverso una somatizzazione o una condizione di eccessiva preoccupazione ed ansia sui i sintomi somatici (che talvolta possono anche essere banali manifestazioni corporee scambiate per sintomi).

tartufoSe le idee ipocondriache dovessero perdurare nel tempo (nonostante le rassicurazioni di carattere medico) o dovessero addirittura proporsi in modo delirante, o in forma di ruminazione ossessiva, è indispensabile considerare il soggetto effettivamente malato, ed è quindi necessario individuare il quadro diagnostico generale da cui emergere il disturbo ipocondriaco e provvedere ad una terapia, che può essere di natura psicoterapeutica, o anche psicofarmacologica.

Dice Jaspers:

“Quantunque l’individuo non sia infermo fisicamente, tuttavia non è un simulatore. Si sente realmente malato, il suo corpo si modifica effettivamente ed egli soffre come infermo. Il malato immaginario è, in modo nuovo, proprio per la sua natura, veramente malato” (Jasper, K. Psicopatologia generale, 1913-1959)

Nevrosi e ipocondria

 Secondo Freud l’ipocondria è una forma di “nevrosi attuale”  cioè quelle nevrosi che hanno la loro causa non solo nei conflitti psichici della vita infantile (“psiconevrosi”), ma anche in uno stato di insoddisfazione sessuale contingente e che perdura nel tempo. La nevrosi attuale genera a livello inconscio uno stato d’angoscia e un senso di colpa fluttuanti, ovvero una situazione conflittuale che si sviluppa dalla contraddittorietà tra i desideri che provengono dagli strati più profondi dell’inconscio (l’Es), e le idee repressive e moralistiche provenienti dal Super-Io. Al fine di costruire una difesa contro questo conflitto nevrotico, il soggetto cerca un modo per rigettarlo e quindi esprimerlo. In altri termini, la psiche cercano vie per spostare uno stato di sofferenza da un livello inconscio ad un livello più vicino alla coscienza, la quale dovrebbe poter riuscire ad intervenire nel conflitto interno, non essendo completamente occultato nell’inconscio. Poiché tale operazione difensiva molto spesso non riesce (dato che il paziente compie tale processo difensivo senza un orientamento realmente cosciente e consapevole), essa sviluppa una nevrosi che può essere di carattere fobico. La fobia, cioè la paura eccessiva di qualcosa, deriverebbe dallo spostare un disagio e una paura che provengono da oggetti interni (cioè da questioni inconsce) su un oggetto esterno di cui si può essere consci. In un certo senso si desidera di aver paura di questo oggetto piuttosto che di ‘covare’ la paura intorno a qualcosa di cui non si ha coscienza e con cui non si è in grado di confrontarsi. Molto spesso questo oggetto ‘esterno’ da cui paradossalmente si desidera aver paura è il proprio corpo, che viene vissuto come bersaglio costante della malattia. Questo processo viene definito anche come somatizzazione, per cui sentimenti psichicamente dolorosi vengono trasformati in preoccupazioni di carattere salutistico, nel quadro di un generale stato ansioso-depressivo, che si esprime prevalentemente con ideazioni e atteggiamenti nosofobici/patofobici (paura delle malattie).

cambiopannolino.600Un’altra concezione sull’origine della ipocondria può essere riferita alle considerazioni che Bion ha sviluppato circa la relazione madre-bambino. Compito della madre primario, non è solo quello di dare cibo e amore al bambino, ma anche di curarlo nel senso di ‘purificarlo’ da quelle che sono le sensazioni e le produzioni sgradevoli del suo corpo. Pulire il sedere al bambino, ad esempio, lo fa sentire protetto rispetto alla possibilità che il suo stesso corpo possa determinare dolore e fastidio. Se per qualche ragione, non necessariamente dovuta all’incuria della madre, ma ad una qualunque situazione che abbia potuto generare un deficit nella percezione dell’accudimento, tale funzione materna protettiva e purificante non si è ben radicata nella psiche del bambino, una volta adulto tenderà a percepire come potenzialmente più pericolosi i sintomi lievi e a considerare il suo corpo più incapace di reagire.

Vi è poi un’ulteriore considerazione sull’ipocondria da un punto di vista junghiano ed archetipico. Essa sembrerebbe il sintomo di un disequilibrio che non riguarda direttamente la relazione con il materno della propria infanzia, ma con le forze materne originarie, con la Grande Madre. Essa è per sua natura ambivalente in quanto dà la vita, ma anche la morte e solo attraverso una dimensione simbolica tale ambivalenza può essere armonizzata. Per cui l’ipocondria indicherebbe una carenza e una disarmonia della propria relazione simbolica e spirituale con il mondo, e quindi anche un conflitto tra quelli che sono i propri principi e valori, che possono essere anche di elevato senso simbolico e spirituale, ed uno stile di vita che li tradisce, non li incarna sufficientemente nella quotidianità e nel modo di compensare lo stress e la povertà simbolica della vita di tutti i giorni e quella che si desidera nella visione del futuro.

Perciò una buona psicoterapia, capace di sciogliere le nevrosi, ma anche di accogliere i contenuti problematici e dolorosi del paziente al fine di restituirgli possibilità di rielaborazione e di trasformazione, è determinante per una cura efficace dell’ipocondria. Nello stesso tempo è fondamentale ripristinare una relazione simbolica con ‘madre natura’ ed in particolare con la sua energia lunare che riguarda gli aspetti mitici e immaginali della salute psicosomatica. Ciò a prescindere da quelle che sono le proprie eventuali scelte religiose, in quanto qui si parla di porsi nella condizione di elaborare una propria relazione simbolica con forze archetipiche originarie che riguardano il materno originario di ogni cosa vivente, e quindi anche del proprio Sé.

iside

INNO A ISIDE
(La dea madre lunare)
Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.
III- IV secolo avanti Cristo,
rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto.

Sintomi e ipocondria

I più comuni sintomi fisici implicati nell’ipocondria sono: muscolo-scheletrici, gastrointestinali (indigestione, costipazione), cefalee. Le parti del corpo più afflitte sono in genere: la testa e il collo, l’addome e il petto, ma anche orecchio, naso e gola, possono essere colpiti da tipici sintomi fisici di esclusiva derivazione psicogena. Talvolta la fobia ipocondriaca può riguardare anche l’ipotesi di essere affetti da malattie mentali, e quindi dal timore di essere pervasi dalla follia. Nelle sue forme più acute e prolungate l’ipocondria deve dunque considerarsi non tanto come un disturbo fisico fine a se stesso, ma come una sindrome sintomatica di uno stato ansioso-depressivo generale, che può manifestarsi anche con sintomatologie parallele a quella ipocondriaca.

sincronicidadOra non intendiamo dire che se si hanno dei sintomi vanno sottovalutati o siamo solo immaginari, ma che la loro interpretazione e valutazione viene ingigantita dall’ipocondria, la quale può diventare assai più disturbante dei sintomi stessi. Inoltre anche per meglio affrontare la malattia, attraverso un maggior equilibrio emotivo, di certo l’ipocondria non è una buona cosa, in quanto fa aumentare stress e posizioni depressive, rendendo la situazione più penosa e l’organismo relativamente più debole.

Al fine la guarigione dal’ipocondria non dipende dal curare con accanimento i sintomi e quanto meno di non curarli con quell’ansia eccessiva dalla quale si può essere travolti, ma di riarmonizzare il proprio mondo interiore e la propria relazione con la natura, in senso simbolico e vitale; ciò del resto contribuisce anche a migliorare la propria condizione psicofisica e quindi ad affrontare i problemi di salute con maggior equilibrio.

Ipocondriaci: attenzione ai medici… e viceversa.

z-alberto-sordi-12Va considerato che il concentrarsi del paziente su sintomi somatici, i quali occultano quelli emotivi e cognitivi, crea una sorta di ‘collusione’ con il sistema sanitario, che per la sua impostazione teorico pratica tende alla somatizzazione. In tal senso si deve evidenziare che c’è il forte rischio che il medico ‘creda’ alla narrazione del paziente – solo, o prevalentemente – in termini di disturbo fisico, ed in tal senso si faccia promotore di analisi e di terapie esclusivamente centrate su fattori di carattere organico. In tal caso la relazione con il medico può diventare ‘iatrogena’, cioè può fortificare la sindrome ipocondriaca del paziente. D’altro canto va anche detto che ipocondria ed effettiva malattia fisica possono coesistere, per cui, al fine di escludere ogni dubbio circa lo stato di salute fisica del paziente, si dovrebbe orientare la diagnosi in una duplice prospettiva, sia psichica e sia organica.

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Se l’amore diventa un inferno | 4 video

Jean Auguste Dominique Ingres, 1819, Parigi, Musée du Louvre.




Pier Pietro Brunelli – Amori 4.0 – 4 Video

SE L’AMORE DIVENTA UN  INFERNO (RIZZOLI, 2016)

Struttura del libro : Inferno, Purgatorio e Paradiso

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Questo libro è diviso in tre parti. Un ordine troppo schematico e classificatorio è volutamente evitato, come quando per accendere un fuoco bisogna sparpagliare in modo efficace carte e rametti. Per questo in un primo momento si accenderà la miccia di un interesse psicologico e immaginale sulla materia già infuocata degli amori dannati; poi, senza bruciarci, cercheremo di mettere a fuoco le questioni dei linguaggi diagnostico-immaginali; e, infine, batteremo il ferro caldo sulla prevenzione, la terapia e la guarigione.

I tre momenti del percorso che proponiamo hanno come riferimento un viaggio ispirato al poema dantesco, e quindi rispettivamente l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Ciò è stato possibile sulla base degli studi psicoanalitici della specialista e maestra junghiana Adriana Mazzarella, la prima a studiare Dante non solo come illustre poeta, ma anche come se fosse stato un grande psicoterapeuta. Perciò la divina testimonianza del sommo poeta sulle miserie e le virtù umane, tra dannazione e beatitudine, può aiutarci a illuminare le nostre vite anche in un percorso di psicoterapia.

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Dunque, le tre parti del libro seguiranno la seguente impostazione psicopoetica “dantesca”. Nella Prima Parte, che abbiamo riferito all’Inferno, vengono proposti casi clinici, mitici e storici volti a far comprendere la disperazione e la gravità di certe dinamiche amorose sofferenti e disturbate. La dimensione infernale indica lo stato di sofferenza di una persona che non riesce a trovare una ragione umanamente plausibile della sua condizione di sofferenza. Non riesce soprattutto a comprendere e accettare le sue responsabilità e debolezze psicologiche che, come vedremo, lo hanno reso, non solo vittima di un partner negativo, ma paradossalmente anche suo “complice”. Per questo esprime quasi solo lamenti, recriminazioni, dubbi tormentosi e desiderio di vendetta, che poi ripiegano su disperati e vani tentativi di riparazione e perdono.

Questa parte iniziale è anche riferibile alla fase della anamnesi, cioè all’individuazione di come un disturbo si sia manifestato e si possa evolvere. Fino a quando non ci si riesce a inoltrare verso una diagnosi, si resta sempre in una sorta di incertezza disperante e quindi infernale, giacché la diagnosi è la premessa della terapia.

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Nella Seconda Parte riferita al Purgatorio, si considera il senso della diagnosi quale raggiungimento di una consapevolezza concettuale, emozionale e simbolica (cioè attraverso immagini e narrazioni che hanno anche valenza poetica e fantastica) circa le motivazioni profonde che hanno innescato una dinamica amorosa disturbante. Tali motivazioni comprendono anche la responsabilità psicologica della persona ferita, la quale inconsciamente, per motivi passionali, si è resa complice del suo feritore. Questa fase è di per se stessa terapeutica, perché pone la sofferenza in uno stato che serve a comprendere e quindi a crescere e a reagire sulla base di una più evoluta consapevolezza di sé e delle forze che nel bene e nel male possono agire nella vita amorosa.

La Terza Parte riferita al Paradiso (ma più propriamente al Paradiso terrestre) riguarda la prevenzione e la guarigione dei traumi amorosi. L’ispirazione paradisiaca implica quello stato di armonizzazione e di illuminazione che ciascun amore, ciascun essere umano può ritrovare al termine di un percorso “purgatoriale”, quando cioè è giunto in prossimità del Paradiso terrestre, si sente in pace con se stesso e sente che ha la possibilità di amare e di essere amato in modo felice ed equilibrato. Non si deve confondere questa aspirazione con una rassicurante fantasia edenica di recupero del Paradiso perduto, e quindi con un invasamento mistico che esonera la coscienza da ogni consapevolezza e responsabilità. È invece da considerarsi come l’acquisizione di una coscienza sul senso e il valore dei sentimenti amorosi. Si tratta di giungere a percepire il sentimento amoroso con il cuore e con la mente, secondo un’armonia sensuale e spirituale che non si arresta nell’amore egoistico, nella propria relazione di coppia, ma che va oltre, in quanto è partecipe di una dimensione di amore e di gratitudine universale. È un obiettivo che deve fungere come una stella polare, o meglio come quelle stelle del Paradiso che per quanto siano irraggiungibili possono farci da guida nel viaggio della vita e nei sentimenti amorosi. Quindi questa parte conclusiva offre un percorso di immagini e ispirazioni di rinascita, armonia, purificazione e pace nel cuore afflitto da un attaccamento amoroso disturbato.

In nessuna delle tre fasi della “psicodrammatica commedia” che proponiamo c’è l’intenzione di instillare sentimenti religiosi, di inculcare ideali moralistici o di indulgere verso superficiali quadretti e interpretazioni di tipo magico ed esoterico.L’intento è quello di esplorare il fenomeno dei traumi amorosi al fine di poterli prevenire e curare secondo una psicoterapia di orientamento junghiano, che quindi si lascia ispirare dalle conoscenze simboliche, immaginali e archetipiche che derivano da miti, religioni, leggende, saperi mistici, alchemici e tradizionali.

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Queste conoscenze per quanto non razionali sono radicate nell’inconscio collettivo dell’umanità e quindi, in forme soggettive, sono presenti nell’inconscio di ogni individuo. La psicologia di orientamento junghiano considera di fondamentale importanza impiegare a fini diagnostico-terapeutici questi saperi “analogici”, ovvero intuitivi, sensoriali e visionari.In questo libro incontreremo alcuni casi clinici che mi è stato possibile seguire nella mia pratica di terapeuta, ma faremo riferimento anche a casi mitici, storici e leggendari, antichi e moderni, dai quali trarre considerazioni archetipiche che riverberano – in infinite varianti e tonalità – in quella regione del mondo immaginale che accomuna le afflizioni, le ombre e le lacrime di Eros. Del resto sarebbe alquanto riduttivo comprendere gli incendi delle passioni e le loro conseguenze solo entro classificazioni e linguaggi diagnostici troppo schematici e preformati, sarebbe come spegnere ogni fenomeno di reviviscenza, intuizione, immaginazione e fantasia che invece dobbiamo accogliere, esaminare e curare.

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Se l’amore diventa un inferno è un libro di taglio transdisciplinare, i riferimenti alle teorie psicoanalitiche (pionieristiche e attuali) e alle etichette della psicopatologia, i cenni alle neuroscienze e, insieme, i racconti di vissuti e quadri amorosi “stravolgenti” (reali e aneddottici), sono ingredienti lavorati nel “forno alchemico” della psicologia clinica e della psicoterapia, le quali devono sfornare nella pratica di ogni giorno “storie che curano” (per dirla con il grande psicoanalista continuatore di Jung: James Hillman). L’intento è quello di offrire al lettore una testimonianza e una riflessione scientifica e professionale di orientamento junghiano, ma anche quello di toccarlo emozionalmente. D’altra parte solo così possono prepararsi e somministrarsi certe “medicine” di amore e di saggezza necessarie a prevenire e curare le dinamiche amorose sofferenti e le traumaticità che spesso ne derivano.

foto-fbCome offro la ‘mia’ Psicoterapia individuativa

In seguito ad un CONSULTO TERAPEUTICO, è possibile concordare un programma basato su circa 10 sedute che può definirsi PSICOTERAPIA BREVE; in altri casi si decide insieme di sviluppare un percorso psicoanalitico la cui durata non è definita e dipende e dagli obiettivi terapeutici che si vogliono raggiungere. In ogni caso è mia responsabilità e competenza consigliare un PERCORSO TERAPEUTICO SU MISURA.

Se vuoi ricevere un Consulto terapeutico su una determinata problematica, per poi valutare l’opportunità di intraprendere un  ‘Percorso terapeutico’ con il mio sostegno - ed eventualmente anche  di altri esperti e ambienti connessi al Collettivo Culturale di Albedoimagination – contattami attraverso una mail o al telefono (pietro.brunelli@fastwebnet.it – cell +39 3391472230)  Per ulteriori informazioni sulla metodologia clicca qui

Il mio lavoro volontaristico attraverso Albedoimagination costituisce un servizio  di ricerca psicologica, culturale ed umana che accompagna con un costante aggiornamento la mia attività di psicoterapeuta. Puoi partecipare ad Albedoimagination commentando gli articoli del blog o anche nel gruppo FB).

Pier Pietro Brunell

I video sono stati realizzati alla presentazione del 9 marzo al Centro Universitario a Padova  grazie al gruppo AMORI 4.0

http://www.albedoimagination.com/2018/02/6172/

feb
12

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Commento

Convegno| Patologie della vita amorosa| a cura di Sabrina Cabassi

Marina Abramović




conf-sarzanaRIFLESSIONI PERSONALI E CONDIVISE INERENTI LA GIORNATA “AMORI MALATI”.
SARZANA 3 FEBBRAIO 2018  ( A cura di Sabrina Cabassi Psicologa- Psicoterapeuta).

Tutta la post modernità appare segnata da una cifra prevalentemente narcisistica che insiste sulla dimensione degli affetti e getta su di essa le sue ombre. È come se fossimo più o meno trascinati verso una sorta di “analfabetismo affettivo”.

Salvo rari casi di nicchie di pensiero alternative, la cultura occidentale contemporanea promuove, di fatto, il Narcisismo inteso come Stile di Vita a tutto tondo. Ciò avviene attraverso una vera e propria ossessione per il Potere (come reazione alla impotenza), per il Controllo (per paura della incertezza), la Competizione (a scapito della cooperazione), la Superiorità (per paura del fallimento).

A livello ideale o, come direbbe Alfred Adler, se collocati “sul lato utile della vita”, in giusta misura Potere, Controllo, Competizione e Superiorità non sono valori da demonizzare a priori a condizione che, nella dinamica della vita psichica, la volontà di affermazione personale e il sentimento sociale possano esprimersi ponendosi in reciproca armonia. Quando ciò non avviene, ritroviamo situazioni o relazioni patologiche in cui si assiste, in genere, a una condizione di predominio squilibrato della volontà di affermazione personale a scapito del sentimento sociale.

Quando la volontà di affermazione personale predomina in maniera esagerata (in termini di intensità e gravità di malessere psicologico) sul sentimento sociale, si parla di Narcisismo patologico e di “amore malato”, in primis verso se stessi, poi verso l’Altro e verso la relazione con l’Altro. Non siamo più nell’ambito del “naturale” dolore psichico causato dall’incontro improvviso, destabilizzante e perturbante mondo sconosciuto dell’Altro-da-Sé; l’Io vacilla perché, come scrive Freud, “esso non è padrone in casa propria”. Ma questo tipo di dolore non è distruttivo; in questo senso parliamo di ferite che aiutano a crescere, ad amarci e amare meglio, a comprendere che amare l’Altro comporta necessariamente anche donare qualcosa di Sé, lasciare andare il proprio Ego.

La sofferenza che deriva dal perdere qualcosa di Sé per abbracciare qualcosa dell’Altro non può fare male, quel male che deriva da dinamiche di potere, controllo, competizione, prevaricazione sull’altro, volontà di potenza a scapito del sentimento sociale. È una sorta di “sofferenza sana” che, in un certo senso, fa parte del gioco dell’incontro tra diverse individualità.

C’è un sottile filo rosso che divide il territorio delle sacre pene d’amore dalle zone più oscure e distruttive degli “amori malati”. Le relazioni disturbate e disturbanti vanno ben oltre una semplice conflittualità, frutto, perlopiù, di incomprensioni comunicative o di reiterazioni di schemi comportamentali disarmonici.

Le relazioni malate sono trasversali a qualsiasi status socioeconomico o differenza culturale, come afferma l’assessore Daniele Castagna , “esse toccano famiglie e persone apparentemente insospettabili”.

Gli “Amori Malati” hanno caratteristiche ben precise: come afferma Monica Bonsangue, “essi si avvalgono, innanzitutto, di una comunicazione interpersonale finalizzata alla continua squalifica dell’Altro, al disprezzo, alla colpevolizzazione, svalorizzazione, rifiuto, uso di ambiguità e paradossi che portano all’annullamento della identità altrui”. In una relazione di maltrattamento la comunicazione per-versa rappresenta, in buona sostanza, un tipo particolare di comunicazione, il cui scopo è quello di controllare l’altro, di dominarlo, di stabilire una relazione sbilanciata di superiorità-inferiorità.

L’Amore si ammala quando l’Eros si trasforma in Thanatos, quando assume le sembianze di una relazione asfittica, tossica, “vampirizzante” per usare una metafora cara a Pier Pietro Brunelli, e priva di slancio vitale, in cui, molto spesso, si assiste a una inconscia, persistente, collusione da entrambe le parti in causa.

Quando dalla violenza psicologica si passa alla violenza fisica o reati di stalking, il primo passo da fare è “guardare bene in faccia il male” (Francesco P. Esposito), chiedere aiuto ai professionisti delle relazioni d’aiuto, agli organi di competenza, avvalersi di “strumenti” legali difensivi e autotutelanti (patrocinio gratuito, certificati PS, procura, querela, ammonimento, numeri verdi antiviolenza e stalking, ecc..).

Per evitare di sconfinare o di finire in questi territori caratterizzati da sofferenza malata, castrante, fatta solo di puro godimento e non di desiderio, è necessario invertire la prospettiva: esaminare se stessi, riconoscere i propri Bisogni fondamentali (che portano purtroppo spesso ad accettare qualsiasi cosa) attraverso l’immersione nelle proprie profondità affettive precoci, recuperare le proprie ferite narcisistiche ancora aperte, risanarle e cicatrizzarle; occorre abbandonare pretese irrealistiche di perfezione e salvataggio attraverso l’appoggio incondizionato all’Altro. Bisogna, infine, intercettare quei “semi” inconsci primigeni costituiti da proto-emozioni, reazioni e affetti mal riposti, congelati, soffocati, responsabili di conseguenti linee di movimento immature e sclerotizzate che danno luogo ad azioni di autosabotaggio affettivo. “Semi” che vengono gettati nell’infanzia e fatti germogliare nella fase delicatissima dell’Adolescenza, momento in cui uno dei compiti evolutivi fondamentali è il passaggio dal concetto dell’Io al concetto del Noi.

Un “Noi” che, come ricordava il collega Giovanni De Santis a proposito del pensiero adleriano, “è un compito che dovrebbe essere risolto in definitiva da due persone che si stimano e compiono con spirito ottimistico. Un Noi in cui deve esserci attrazione fisica oltre che spirituale”.

Dott.ssa Sabrina Cabassi

IL MIO LAVORO DI PSICOTERAPEUTA

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Sono lieto di presentarmi e di poterti offrire le mie competenze.

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Il mio CV in brevis

Sono iscritto all’ Ordine degli Psicoterapeuti della Lombardia e mi sono specializzato in Psicoterapia analitica junghiana presso la scuola LI.STA di Milano. Ho seguito tirocini e seminari preso gli Ospedali Paolo Pini e San Carlo di Milano, in un campo profughi della ex-Jugoslavia, e in diversi contesti terapeutici,  socioterapeutici  ed educazionali. Ho seguito percorsi di analisi di me stesso, a livello formativo e terapeutico, con la supervisione di terapeuti più anziani di grande esperienza.  Prima di laurearmi in Psicologia ho conseguito una laura in DAMS (spettacolo) con il Professore Umberto Eco e una Specializzazione presso l’Università Cattolica in Comunicazioni Sociali. Pertanto ho svolto attività e ricerche nei campi del Teatro, della Musica e della Comunicazioneprivilegiando gli aspetti psicologici. Per circa tre decadi ho partecipato a seminari e gruppi laboratoriali (e li ho anche condotti) con obiettivi di ricerca e creatività, volti alla conoscenza del Sé e del mondo interiore. In particolare devo molto agli insegnamenti di Rena Mirecka, prima attrice del Teatr Laboratorium fondato da Jerzy Grotowski in Polonia, che ho seguito per lungo tempo nella ricerca “Parateatrale” (un percorso di indagine creativa sulle energie vitali in senso corporeo, psichico e spirituale).

Parallelamente alle mie attività di studio e di ricerca ho sempre lavorato come consulente, formatore e docente a contratto per conto di Aziende, Centri Studi e Università. Gradualmente la mia attività di psicoterapeuta è diventata preponderante, ma talvolta mi capita di occuparmi ancora di formazione e ricerca nell’ambito della Psicologia dei consumi, dei media e della moda. Si tratta di campi che, per quanto siano lontani dalla Psicologia clinica, consentono di trarre preziosi spunti per comprendere le dinamiche psicologiche a livello individuale e collettivo

In campo psicoterapeutico ho sviluppato una specifica competenza nel trattamento dei Traumi amorosi e nelle problematiche di coppia legate al narcisismo e ad altre disfunzioni e disequilibri della personalità, o a situazioni e contesti nevrotizzanti e problematici. Ma da ciò si aprono molti altri vissuti problematici che vanno affrontati, elaborati e terapizzati.

Sulle tematiche del mio lavoro clinico di psicoterapeuta e su argomenti di ricerca, ho scritto articoli, saggi e libri (vedi tutti gli articoli) che propongo attraverso il presente blog Albedoimagination, ed anche con seminari e conferenze Si tratta di un costante lavoro di sostegno e informazione a livello psicosociale che mi impegna moltissimo e con uno spirito di volontariato e di ricerca.

Attraverso l’insieme delle mie esperienze formative e professionali ho sviluppato una ‘poetica e una metodologia terapeutica’ che amo chiamare ’Psicoterapia individuativa’,  della quale  qui di seguito indico i fondamenti con una brevissima sintesi.

etereFondamenti etici ed umanistici

Nel corso di  lunghi anni di studio e di lavoro,  mi sono sempre più convinto che alla base di ogni psicoterapia, come di ogni ‘helping profession’ ,  debba esserci una ‘speciale volontà di amore e di comprensione’.  Intendo dire che lo psicoterapeuta non può limitarsi solo allo studio teorico e all’esercizio di una certa tecnica di intervento,  egli ha bisogno di ampliare le sue conoscenze anche lavorando costantemente su se stesso, attraverso attività ed esperienze che gli consentano di  acuire capacità empatiche, intuitive e di comunicazione.

Ovviamente anche lo psicoterapeuta esperisce afflizioni  e contraddizioni personali e sociali che feriscono  la sua psiche.  Ma nella misura in cui reagisce ed elabora le sue proprie difficoltà, riesce  meglio a comprendere ed aiutare le persone che assiste. Egli non opera solo attraverso un sapere conseguito sui libri, ma anche attraverso la sua stessa ‘energia psichica’, che perciò deve conoscere ed elaborare.  Qualunque sia il metodo o l’approccio di una psicoterapia, occorre applicarla per mezzo di una ‘coltivata personalità terapeutica’, fondata anche su valori etici, sociali e spirituali.

Per quanto riguarda  le questioni etiche, sociali ed umanistiche della psicoterapia ritengo importante collaborare con colleghi e ambienti professionali al fine di ‘democratizzare la psicoterapia’, cioè di renderla accessibile a tutti e quindi sempre più presente nel sistema della Sanità, dell’educazione, della vita lavorativa e sociale.

Ogni giorno giungono notizie di fatti drammatici e violenti nella vita delle persone, e che alla base denotano una incuria e una mancanza di prevenzione psicologica. I mass media ci informano continuamente di fatti brutali verso i quali ci sentiamo impotenti. Percepiamo continuamente un ‘mondo folle e crudele’, gravido di minacce e ingiustizie tremende, e per quanto  ciò non ci colpisca direttamente, la nostra psiche ne risente nel profondo. Nella scuola, come nella società non vi è sufficiente assistenza e attenzione psicologica rispetto alla crisi e alla trasformazione dei legami famigliari, sentimentali e sociali. Si aggiunga la mancanza di lavoro, l’insicurezza e il disagio sociale, la difficoltà e la confusione generate dalle ambiguità e invasività delle tecnologie e delle connessioni digitali, che spesso snaturano la vita riducendola ad una competizione freddamente virtuale. Infine una cultura centrata sul consumismo e sul narcisismo genera tendenze volte all’egoismo, all’indifferenza e al disamore verso ciò che è simbolico e disinteressato, in nome del potere, del denaro e dell’immagine.  Ritengo che questa situazione stressogena e destabilizzante colpisca tutti, ma in particolare i giovani, in quanto hanno capacità di elaborazione e difesa non ancora mature, e gli anziani, i quali provano uno spiacevole e disorientante senso abbandonico e di esclusione (trovo che in questi casi la Psicoterapia possa molto aiutare)  I drammi personali e collettivi dunque si intrecciano, generando epidemie di infelicità, incomprensione, caoticità e paura, ad un livello silenzioso e latente, così come in modo gravemente conclamato. Dunque è sempre più urgente una cultura e una pratica democratica della Psicoterapia, ovvero che si esprime e si valorizza nell’ambito di efficienti e accessibili serivizi consultivi e assistenziali nella Sanità pubblica, come in quella privata.

Individuare e riarmonizzare se stessi, nel rispetto e nell’amore verso il prossimo e verso la vita in tutte le sue forme, ci porta a riconoscere la nostra autenticita’ e dà un senso ‘terapeutico’ al nostro stesso esistere. Tutto questo  rende piu’ forti rispetto alle asperita’, ai dolori, alle ingiustizie che la vita reca in un modo o in un altro, e ci rende anche più aperti a ricevere le forze buone, risananti e generative che vengono dagli altri e dall’Universo.

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Fondamenti teorici e culturali 

 Nella pratica clinica (di ascolto, diagnosi e cura), credo che non bisognerebbe essere  ‘fissati’ solo sull’approccio teorico di cui si ha specifica competenza. In tal senso, per quanto io abbia privilegiato una formazione e una metodologia clinica junghiana, faccio il possibile per arricchire le mie conoscenze anche rispetto ad altri orientamenti, sia attraverso le letture e sia nel dialogo con colleghi di differenti scuole e impostazioni tecniche e di pensiero.

In generale ogni tipo di Psicoterapia può essere considerato un metodo di sostegno e di cura attraverso l’elaborazione di una più profonda conoscenza di se stessi e del modo di relazionarsi agli altri e con il mondo. Secondo approcci differenti, grandi psicologi, filosofi e saggi di diverse epoche e culture, hanno raccomandato il “Conosci te stesso”, monito sul quale Socrate pose la pietra miliare dell’intero sapere.  Carl Gustav Jung ha esplorato attraverso la sua Psicologia Analitica il ‘Conosci te stesso’ nelle profondità archetipiche che connettono l’inconscio individuale all’inconscio collettivo. Egli ha allora parlato del “Processo di individuazione” per indicare che l’equilibrio dell’individuo dipende dalla capacità di riconoscere in se stessi ciò che è unico, irripetibile ed individuale, ma anche ciò che è archetipico, destinale e universale, perché è presente in tutti noi: ‘la psiche collettiva’ (per approfondire vedi articolo introduttivo alla ‘Psicologia junghiana’). Jung, attraverso la sua attività di terapeuta e le sue ricerche ha rivelato che, per stare in equilibrio, la nostra ‘natura umana’ ha bisogno di comprendere il suo senso in relazione all’Universo. Perciò ogni essere umano ha un intimo bisogno di una vita non solo legata a fatti materiali e a logiche razionali, ma anche a valori ed esperienze di ordine spirituale e simbolico. Ciascuno di noi è un UNO che nella sua finitezza è rivolto VERSO l’Infinito…  Uni-Verso. La “Psicoterapia individuativa” è una ‘via per individuare il ‘mondo del proprio essere’ e il proprio ‘essere nel mondo’.

In generale, l’ obiettivo di ogni Psicoterapia ad orientamento junghiano non è tanto quello di conformare l’individuo a regole e modelli precostituiti, e quindi di adattarlo a modi di essere e di pensare secondo convenzioni culturali e condizionamenti  che stabiliscono cosa è giusto e cosa è sbagliato… si tratta invece di rispettare le ‘differenze individuali’, di  adattarsi a se stessi, alla propria unicita’ ed individualita’. Essere come si e’, con i propri pregi e i propri difetti, ma sempre nel rispetto degli altri, e cercando di migliorarsi.  Solo cosi’ si diventa piu’ liberi e si puo’ fare del proprio meglio per vivere nel bene, non solo per se stessi, ma anche per il mondo in cui viviamo.  E’ un cammino non facile, ma e’ ragionevolmente quello più libero, generativo ed autentico.  Per percorrerlo  bisogna fare pace con se stessi, cioè non diventare vittime di se stessi,  e quindi comprendere ed elaborare i propri complessi e conflitti consci e inconsci connessi a dinamiche familiari e affettive disequilibrate, difficili e patologiche, così come ad idee, schemi e pregiudizi negativi, distruttivi ed errati.

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Cosa cura e a cosa serve una Psicoterapia individuativa?

La parola  ‘Psicoterapia’ la considero sopratutto nel senso di J. Hillman - cioè una pratica per “fare anima”, proprio perché, come lui dice: ‘psicoterapia’ dal greco vuol dire ‘servire l’anima’ (Terapia: ‘servire’ – Psiche: ‘Anima’). Ma in maniera più esplicita e riferita ai quadri esistenziali e clinici la psicoterapia serve a superare:

Stati ansioso-depressivi – traumi sentimentali – dinamiche famigliari e affettive disturbanti – problematiche della coppia – disturbi e problematiche della sessualità – disturbi dell’alimentazione e del sonno – disturbi dell’umore –  dipendenze da sostanze psicogene e da comportamenti autolesivi – fobie e attacchi di panico- problematiche relative all’adattamento sociale e lavorativo – problematiche relative al ciclo di vita (infanzia, adolescenza, terza età) – insicurezze e deficit dell’autostima, manie e mitomanie…  

Come si vede potremmo continuare a proporre un noioso elenco di quadri e dinamiche psicopatologiche, problematiche e disturbanti. Con ciò non possiamo dire che la psicoterapia possa curare ogni disturbo mentale e quindi in certi casi è opportuno che lo psicoterapeuta collabori anche con altri medici e psichiatri (cosa che mi premuro di fare al fine di indicare, qualora occorra, altri professionisti con competenze specialistiche adeguate). Resta comunque il fatto – anche qualora si abbia giovamento dagli psicofarmaci – che la psicoterapia è una via necessaria per ritrovare se stessi, ovvero la fonte di energie risananti che si sono sopite e che pure sono sempre potenzialmente presenti in ciascuno di noi.

E’ sempre più evidente che la psicoterapia è indispensabile per avere cura della salute e dell’equilibrio psicologico e questo anche a prescindere da eventuali disturbi mentali conclamati. Infatti vivere, relazionarsi, amare, esprimersi, appare sempre più difficile, condizionato e falsato, e questo genera molte forme di infelicità e conflitto che, a livello diagnostico possiamo diagnosticare genericamente come Nevrosi. Oggi siamo un po’ tutti ‘normo-nevrotici’ e quando qualche evento o problema acuisce questa condizione abbiamo bisogno di sostegno psicologico e di elaborare cosa ci sta accadendo, per prevenire aggravamenti – esistenziali e/o ’psicotici’ - ed anche per trarne possibilità di trasformazione e di crescita.

Non si tratta di avere la pretesa di raggiungere un ‘centro di gravità permanente’, ma di orientarsi con umiltà, pazienza e fiducia nella conoscenza del mondo interiore.  E’ dunque essenziale esaminare il senso simbolico dei sogni, delle fantasie ed anche dei sintomi disturbanti, non soltanto per diagnosticare le patologie, ma per trarre da esse indicazioni evolutive.

Jung e poi con particolare enfasi anche James Hillman – hanno compreso che le psicopatologie e i disequilibri psichici, non sono solo malattie da debellare, ma anche espressioni del ‘fare anima’ (Hillman) indispensabili affinché ciascuno venga in qualche modo anche ‘costretto’ a conoscere se stesso e quindi l’ anima/psiche, individuale e collettiva. I nostri problemi psichici, interiori e relazionali, possono essere affrontati ed elaborati nel profondo quando comprendiamo che essi sono anche disarmoniche manifestazioni soggettive di costellazioni archetipiche insite nella natura umana. In tal senso i sintomi e i problemi non dipendono solo da noi, infatti, per quanto siano personali, sono connessi a forze archetipiche, insite nella natura umana.

E’ come se ogni psiche individuale fosse l’immagine che si può vedere girando un caleidoscopio. A seconda di come si gira il caleidoscopio viene espresso un ‘complesso individuale’, ma tale ‘complesso’ dipende da ‘componenti’ che sono uguali per tutti gli individui, e questi sono gli ‘archetipi’. Quando soffriamo il nostro ‘caleidoscopio’ va a pezzi e non si riesce più a farlo roteare in modo che possa ridarci una visione riarmonizzante.   In questa circostanza è di grande aiuto ricomporre i ‘pezzi’ alla luce dei miti, delle grandi leggende del folklore, delle fiabe, delle arti e degli insegnamenti spirituali. Tutto ciò ispira la Psicoterapia individuativa e genera metafore terapeutiche che possono essere molto efficaci al fine di fecondare una più armoniosa congiunzione simbolica e immaginale tra le componenti individuali e collettive del mondo interiore.

Quando cadiamo preda di complessi e conflitti, che inducono a stati d’animo, comportamenti e attaccamenti sofferenti,  non è solo per causa di agenti esterni ed oggettivi, ma è  anche perché abbiamo perso la connessione con la radice archetipica della nostra anima/psiche e siamo quindi costretti a ricercarla. Dunque ci perdiamo in noi stessi e dobbiamo ritrovarci: individuarci. Le depressioni, le nevrosi, i traumi amorosi, i lutti, le solitudini, le delusioni, i tradimenti, i soprusi, le angosce e le ansie di ogni tipo e di ogni gravità sono sfide che per poter essere affrontate nel modo migliore, con consapevolezza, coraggio e voglia di reagire,  devono poter ritrovare una connessione e un senso con le forze sovrapersonali e  archetipiche che agiscono dentro di noi. ‘Farsene una ragione’ razionale non basta, occorre anche sviluppare una visione al di là di essa, volta a risvegliare energie simboliche, immaginali e spirituali che permettono alla vita inconscia e al ‘cuore’ di affrontare le difficoltà dal profondo e di reagire con luce e amore.

terraCome offro la ‘mia’ Psicoterapia individuativa

Dopo un CONSULTO TERAPEUTICO - che si compone di 2 sedute  – si decidono i tempi e i modi per effettuare un eventuale ciclo di colloqui, coadiuvati da pratiche immaginative e psicocorporee, e da eventuali attività di gruppo. Talvolta, per svolgere queste attività, possono essere indicati e consigliati Centri, luoghi ed esperti aventi titoli ed esperienze specialistiche. Qualora in seguito al Consulto dovesse risultare consigliabile orientare il richiedente verso altre figure ed ambiti terapeutici, che sembrano più adatti alla sua problematica e alla sua personalità, è sempre mia premura cercare di fornire i migliori riferimenti, soprattutto quelli dei colleghi e dei Centri con i quali sono a diretto contatto.

In seguito al Consulto terapeutico, è possibile concordare un programma basato su circa 10 sedute che può definirsi PSICOTERAPIA BREVE; in altri casi si decide insieme di sviluppare un percorso psicoanalitico la cui durata non è definita e dipende e dagli obiettivi terapeutici che si vogliono raggiungere. In ogni caso è mia responsabilità e competenza consigliare un PERCORSO TERAPEUTICO SU MISURA.

Nel mio stile terapeutico sono portato a stabilire una ‘relazione terapeutica’ che a poco a poco afferma un clima di alleanza e di fiducia reciproca. Questo vuol dire che il mio lavoro terapeutico è centrato sull’ascolto, ma anche sul dialogo. Ritengo ciò determinante affinché possano scaturire emozioni, sentimenti e riflessioni autentiche, nel rispetto dell’intimità, ma anche in una dimensione liberatoria e confidenziale. Il ragionare insieme sui problemi e gli stati d’animo, favorisce lo sviluppo di nuovi punti di vista e quindi cambiamenti interiori e relazionali. E’ tuttavia determinante che il ‘dialogo terapeutico’ si apra anche verso una prospettiva simbolica, che sollecita l”immaginale’, cioè il vissuto del mondo interiore nel suo manifestarsi con immagini più che con parole e argomentazioni logiche. Per parlare all’inconscio, comprenderlo e armonizzarlo, laddove si covano ombre, illusioni, regressioni, fantasmi disturbanti, abbiamo bisogno di sapienti e e creativi linguaggi immaginali, e quindi di metafore terapeutiche e ispirative. Insieme alla comprensione razionale, la via evocativa, simbolica, emozionale è indispensabile per una terapia che tiene conto della natura visionaria, mitica e immaginale del mondo della psiche, a livello personale e sovrapersonale. I cambiamenti e le trasformazioni non avvengono solo attraverso il ragionamento, ma assai spesso attraverso intuizioni che nascono da simboli, emozioni, immagini ed ispirazioni che riescono a toccare e ad illuminare la nostra vita interiore.

Le regole dei colloqui psicoterapeutici si basano sul rispetto della ‘deontologia professionale’ stabilita dall’ Ordine Professionale degli Psicologi.  Si ricorda che il costo della pèsicoterapia è detraibile come ‘Trattamento sanitario’. Per tutte le questioni organizzative relative ad accordi specifici - mi riferisco agli impegni e alle possibilità economiche delle persone che vengono a colloquio da me - cerco di offrire la massima disponibilità, tariffe contenute e tempistiche flessibili.

Per approfondire gli argomenti che qui ho sintetizzato ed altri di tuo specifico interesse puoi consultare e commentare i molti articoli di  Albedoimagination, che oltre ad essere un blog  esprime  un intento e una poetica psico e socio terapeutica alla quale tutti possono partecipare, con le loro rispettive competenze e con testimonianze, suggerimenti, creatività e solidarietà. Il mio lavoro volontaristico attraverso Albedoimagination costituisce un servizio  di ricerca psicologica, culturale ed umana che accompagna con un costante aggiornamento la mia attività di psicoterapeuta. Puoi partecipare ad Albedoimagination commentando gli articoli del blog o anche nel gruppo FB).

Se vuoi ricevere un Consulto terapeutico su una determinata problematica, per poi valutare l’opportunità di intraprendere un  ‘Percorso terapeutico e individuativo’ con il mio sostegno - ed eventualmente anche  di altri esperti e ambienti connessi al Collettivo Culturale di Albedoimagination – contattami attraverso una mail o al telefono (i dati sono qui di seguito e nel presente sito).

Saluti e auguri a te  

Pier Pietro Brunelli

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Cavalcare la tigre e volare. Un simbolo taoista che esprime l’equilibrio acrobatico e virtuoso tra forze terrestri e celesti.
La Via dell’individuazione di se stessi, nel Sé.

PIER PIETRO BRUNELLI

PSICOLOGO – PSICOTERAPEUTA 

               Specialista della comunicazione (Scuola Superiore – Università Cattolica)                     Dottore in Discipline dello Spettacolo (DAMS)

Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia, n. 03/6614 -  Assicurazione Terzi e Professionale/Spese legali Polizza N. 77045930

Riceve principalmente a Milano, occasionalmente a Roma e a Genova. I consulti sono effettuabili anche via Skype o al telefono, previo breve colloquio valutativo, e nel rispetto delle norme e delle raccomandazioni deontologiche.

Informazioni e appuntamenti:  Pietro.Brunelli@fastwebnet.it – cell. +393391472230 

Lo psicodramma di Cassandra

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Presentazione nuovo libro di  

Pier Pietro Brunelli

Lo psicodramma di Cassandra

Mito, tragedia e psiche nella pre-visione del destino

(Albedo/Lulu, 2017 – per informazioni d’acquisto clicca qui)

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The broken column by Frida Kahlo

The broken column by Frida Kahlo

La sindrome di Cassandra

La ‘Sindrome di Cassandra’ è una pseudodiagnosi psichiatrica che indica una spiccata e persistente attitudine e vocazione al catastrofismo, alla profezia avverse per se stessi e gli altri. In senso generico e rispetto a manifestazioni di tale Sindrome, più o meno latenti e sintomatiche, possiamo parlare anche di una condizione di ‘ansia-depressiva’ dovuta al presentimento di una qualche fine drammatica, di un evento sciagurato sempre imminente o più ampiamente di un futuro malato e ingrato in generale, e quindi, all’intima sensazione, vita natural durante, che tutto andrà storto, e che l’unica certezza – prima o poi – è data dal dolore e infine dalla morte.

In buona sostanza il paziente/Cassandra non soffre soltanto di un condizionamento interno e/o di una situazione esterna che possono essere effettivamente disturbanti, ma anche della sovra-interpretazione che ne dà. Vi è dunque una qualche implicazione cognitiva ed emotiva a sfondo paranoideo. Tuttavia, come si suol dire anche i paranoici hanno dei nemici…

La Cassandra ‘interiore’ – nell’uomo come nella donna – minaccia un’evoluzione inesorabilmente catastrofica e sente di non poter essere creduta e compresa da nessuno. Perciò questa Cassandra funestatrice e frustrata, si rivolge allo psicoterapeuta al fine di poter prevedere e trasformare il destino prima della catastrofe. Emerge che qualcosa del passato rende inesorabilmente il destino nefasto. Può trattarsi di un ricordo o di un accaduto traumatico, oppure altri eventi e dinamiche che hanno un’origine pregressa, come un una ‘storia famigliare’ e/o sentimentale disturbata che fanno angosciare non tanto per ciò che è stato e che è, ma perché sembrano rendere il destino inesorabilmente nefasto.

Anna Magnani in Mamma Roma

Anna Magnani in Mamma Roma

La Cassandra interiore, nella misura in cui non viene accolta, e quindi non viene compresa e creduta, genera varie forme di difesa nevrotica, psicotica o borderline, con il risultato di mettersi in trappola con le sue stesse mani, affinché si possa inconsciamente dirigere proprio verso ciò che più si teme. In tal modo la profezia infausta si evolve attraverso un ‘pensiero negativo’ che la porta ad auto-avverarsi.

display-image-php_88_orig   Ma il futuro diventa disgraziato, non perché davvero è rovinato, ma perché si viene invasi da presagi negativi. Inoltre, seppure si riesce a parlarne non si viene creduti e neppure considerati in modo empatico e compassionevole. Allora si soffoca nel bisogno di urlare, ma si comprende che sarà invano. Ed è così che le cose peggiorano dal momento che si viene giudicati ‘pazzi’, ‘squinternati’, ‘ scellerati’,  e in qualche modo lo si diventa.  Queste dinamiche costituiscono la manifestazione sintomatica della Sindrome di Cassandra, ma non spiegano cosa la provoca in origine, e quindi quale sia la ‘natura della malattia’ o il ‘suo spirito’. La nostra ipotesi è che alla base della Sindrome di Cassandra vi sia una forte incapacità a simbolizzare, a vedere il mondo non soltanto con gli occhi, ma anche con l’ immaginazione spirituale.  Questo anche perché una tale visione è sempre più difficile da condividere, da scambiare ed esperire insieme agli altri.  I sintomi della Sindrome di Cassandra si manifestano tanto più quanto vi è una lesione o una disfunzione delle possibilità di avere una condi/visione immaginale, trascendente, simbolica e spirituale del destino, nel suo correlarsi tra tempo passato, presente, futuro e fuori dal tempo. Cassandra allora vive la mancanza in un mondo povero di amore e di motivazione spirituale  e lo esprime attraverso presagi catastrofici – cosa che peraltro ha anche un suo senso.

Disponibile on line cliccando sulla copertina

Disponibile on line cliccando sulla copertina

Quando gli esseri umani, come individui, ma anche come gruppi e collettività, non riescono ad esperire una possibilità cosmogonica di Pre-Visione del loro destino, possono diventare esasperatamente preoccupati e ansiosi. Questo non tanto perché non sono sicuri di prevedere il destino, ma di poterlo pre-visionare secondo un senso simbolico, di immaginarlo con uno sguardo interiore mitopoietico e spirituale.  Quando è inficiata la possibilità di ‘patologizzare’ la Pre-Visione del destino, attraverso una visione immaginale quindi a-razionale, misterica, simbolica, evocativa, Cassandra si trasforma in una sindrome sintomatica con caratteri ansioso-depressivi, paranoidei, maniacali ed anche con ricadute psicosomatiche. Uno psicodramma per guarire Cassandra – quale specifico nodo problematico e infausto della psiche -  dovrebbe quindi essere orientato a simboleggiare e ritualizzare piuttosto che a comprendere razionalmente. E poiché vi è una qualche Cassandra in atto o potenziale in ciascun complesso, o nevrosi, o psicosi, la cura dovrebbe essere adatta anche a ‘lei’ e trasmutarsi e valorizzarsi in quanto esperienza animica, divinatoria, propiziatrice.

Cassandra ph Angelo-Cricchilost Found-studio

Cassandra ph Angelo-Cricchilost Found-studio

Nel libro di cui sono autore:  Lo psicodramma di Cassandra (2014/2017),  lo sguardo prevalentemente psicodrammaturgico su Cassandra vuole anche essere esortativo di una una pratica arte terapeutica ‘ispirata’, vele a dire che contempli la possibilità di esperire la Cassandra interiore anche attraverso il corpo, la creatività, il teatro, l’espressione artistica. – da soli e con gli altri. D’altra parte quante Cassandre interiori spaventate e addolorate appaiono negli psicodrammi, nelle costellazioni famigliari, nel gesto di provocazione e denuncia degli artisti e dei movimenti che protestano con il grido entusiastico, ma sofferente di una Cassandra che non viene mai creduta e rispettata?

Depressione, ingiustizie e mali globali

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Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere umani. Una delle componenti essenziali: la facoltà di indignazione  e l’impegno che è la diretta conseguenza. 

(Indignez-vous, Stéphane Hessel, 2010)

IGNAVIA, NARCISISMO O INDIGNAZIONE? download

Che effetti ha sulla nostra psiche constatare che il mondo è così pieno di ingiustizie, dolore, disumanità? Miseria,. guerre, morte in mare degli immigrati, persecuzioni, inquinamento… E’ inevitabile che tutto ciò abbia una sua ripercussione nell’inconscio collettivo e diventi causa inconscia di varie forme di depressione a livello individuale. Affinchè ciò non avvenga si è indotti a ‘fregarsene’, a diventare narcisisti spietati, che si interessano solo del proprio ego, fino al punto di contribuire, nel piccolo e nel grande, ad esasperare il clima di ingiustizia e a considerare gli altri solo come cose da utilizzare. Si prefigurano orizzonti limitati, dove si fa come lo struzzo e si nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere. Ci si ottunde la mente con il consumismo e tutto ciò che pare essere gratificante e si giustifica come una difesa un evidente egoismo. Si vive come ignavi, che tirano avanti come cavalli da tiro con il paraocchi… Tutte queste modalità di relazionarsi ai mali del mondo finiscono poi con il generare altri mali, e comunque diventano depressogeni,  per gli altri e alla lunga anche per se stessi. Come psicoterapeuta sono certo che esprimere in qualche modo l’indignazione e la concreta solidarietà, fa bene, non solo ad altri, ma anche a se stessi, perché ‘l’arte di essere umani’, ha bisogno di ‘vivere nel viviamo’, e quindi con la capacità di esperire un senso d’amore collettivo e universale…  Sebbene scrivere o parlare e riflettere – per quanto siano attività oneste e ragionate -  possano essere ridotte ad una dimensione di improduttivo ‘facta no verbam’ , soprattutto oggi, non è così, infatti è quanto mai urgente ‘prendere coscienza’ e fare in modo che la coscienza non venga egemonizzata da modelli dominanti uniformanti, unilaterali, normatizzanti e all’insegna di un unico “pensiero unico”.  Perciò anche grazie ai media digitali, che vanno quanto più resi accessibili a tutti, è importante comunicare e dialogare, con scritti, eventi, arti, dibattiti e testimonianze, per ‘liberare il pensiero dalle manipolazioni mediatico-consumistiche’ e diffondere nuove e determinanti  ‘prese e pretese di coscienza’.

IL MALE CHE VIENE DA IDEE MALATE quaderni-lettera5

Come ha saputo straordinariamente esprimere lo psicoanalista James Hillman – fondatore della ‘psicologia archetipica’ in continuità con il pensiero di Carl Gustav Jung – i nostri problemi psicologici, le nostre malattie mentali, non sono solo una questione individuale e non è quindi sufficiente una terapia che non tenga conto del contesto psicoculturale in cui viviamo. Il nostro malessere psicologico è dovuto anche alle idee malate che circolano intorno e dentro di noi, soprattutto qualora non ce ne rendiamo conto, e ne siamo allora tanto più condizionati. Le idee malate generano fatti malati che ci ammorbano l’esistenza! Viviamo in un mondo psicopatologico, governato da ‘idee malate’ che si impossessano di gruppi di persone che impongono queste malattie al mondo. E’ così che si impongono forme di governo  prepotenti maligne e vampirizzanti, cioè tirannie che possono agire nell’ombra, attraverso la manipolazione, attraverso la diffusione di idee malate che si impossessano anche dei loro sudditi, i quali in tal modo vengono controllati e schiavizzati a partire dal loro inconscio, dai loro stessi pensieri che in realtà non sono i ‘loro’, ma sono indotti come un’infezione, come un’epidemia silente. Nell’antica medicina cinese, ma anche in quella ippocratica , gli organi del corpo che sono considerati in modo psicosomatico, cioè in modo olistico rispetto alla mente e all’anima, hanno una precisa analogia con le forme di governo della società, e quindi le malattie e le disfunzioni sociali hanno un loro correlato leggibile nelle malattie dei corpi e delle menti. Le arti della politica, come cura della ‘salute pubblica’, e della terapia come cura della ‘salute privata’ sono per diversi aspetti, non soltanto due metafore parallele, ma due piani che si intersecano interagenti. questaeconomiauccide-214x300Quanto più non siamo in grado di vedere con empatia, ragionevolezza e compassione  le malattie sociali e del pianeta, tanto più la nostra psiche patisce e si ammala per mancanza di spirito, l’energia vitale si vizia e si indebolisce, ed anche la nostra salute psicosomatica diventa più fragile. Ciò che non turba la coscienza, magari assuefatta ad accettare un mondo malatissimo, rimuovendolo dalle proprie preoccupazioni, girandosi dall’altra parte come qualcosa che tanto non si può affrontare se non ricavandone qualcosa per se stessi, tanto più l’inconscio viene turbato, in quanto in esso vi è una carica archetipica ed istintiva che ha bisogno di uscire dall’egoismo e di tutelare non solo la propria individualità, ma la specie animale e la natura alla quale appartiene. Se la specie è malata, la natura è malata, anche l’individuo nel suo inconscio si ammala, e queste malattie si manifestano nella forma di disturbi e disfunzioni individuali – ansie, depressioni, bipolarismi, ossessioni e manie – che per essere curate necessitano di una consapevolezza che non riguarda solo la vita personale, ma anche quella della società e del mondo in cui viviamo. Si tratta di una consapevolezza del proprio ‘essere nel mondo’ , del proprio Sé, che non è solo il proprio Io, ma è una funzione che rende la soggettività come partecipe dell’Universo, e la rende quindi ‘spirituale’ oltre che ‘ragionevole’. cacciata-dei-veditoriL’anima-psiche per essere curata, per nutrirsi ha bisogno di ‘spirito e ragione’, e quindi di una visione di se stessi che non viene marginalizzata e deformata all’’ombra delle maggioranze silenziose’ che spingono a rifugiarsi nella soluzione dei propri problemi, o in un ‘conosci te stesso’, pseudo ascetico, che rinuncia a capire il mondo in cui si vive e ‘lo spirito del mondo’ in nome di una consapevolezza interiore depurata dalla ‘mondanità’. In realtà il mondo esteriore è anche dentro al mondo interiore e lo condiziona. 

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