Antidepressivi? Meglio psicoterapia, natura, sport, arte e socializzazione

Antidepressivi inutili?

Hodler, Anima in pena, 1889

Gli antidepressivi sono inefficaci per l’80-90% dei pazienti?Secondo le informazioni che il prof. Irving Kirsch ha ottenuto dalla FDA (l’ente statunitense che approva la commercializzazione dei farmaci) pare che l’approvazione alla vendita di 6 fra gli antidepressivi più diffusi (citalopram, fluoxetina, nefazodone, paroxetina, sertralina e venlafaxina) sia stata supportata dai dati di 47 studi clinici che non  dimostravano l’efficacia di queste molecole, bensì la netta superiorità dei placebo in quanto ad effetti positivi sulla depressione dei pazienti esaminati.
Nel suo articolo ‘I farmaci nuovi dell’imperatore: la disintegrazione del mito degli antidepressivi’ il prof. Kirsch afferma infatti che solo in una minima parte dei casi (10-20%) gli effetti antidepressivi derivano dalla reale efficacia farmacologica della molecola somministrata, e che i medici ne sarebbero al corrente – continuando tuttavia a somministrare quegli antidepressivi che, secondo il JAMA, sono inutili se la depressione non è particolarmente grave e che, anzi, aumentano il rischio di ictus e morte nelle donne in menopausa, come affermato negli ‘Archives of Internal Medicine’, oltre al più volte segnalato aumento di suicidi fra soggetti già a rischio.Il Professore afferma inoltre che la psicoterapia non solo è efficace, ma nel lungo periodo dimezza il rischio di ricadute ed è sempre più considerata come la migliore alternativa ai farmaci. Kirsch dice inoltre che “negli ultimi vent’anni ci hanno raccontato che tutto era dovuto alla serotonina. Ma i dati genetici e di laboratorio dimostrano che non è così. Così come lo dimostra il fatto che esistono antidepressivi che aumentano la serotonina (come la fluoxetina), altri che la diminuiscono (come la tianepina) e altri che non hanno alcun influenza su di essa, e il loro effetto è identico. Perché la serotonina non c’entra: ciò che funziona è l’effetto placebo*“.
*Fonte: L’Espresso del 12 febbraio 2010  di Agnese Codignola

Vedi   Salute, Arte e Psiche ricerca iconografica sull’ arte per esprimere la sofferenza e cercare la via di guarigione – a cura di Pier Pietro Brunelli Psicologo-Psicoterapeuta: http://www.albedo-psicoteatro.com/

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2016-05-19T12:28:12+00:00

About the Author:

Pier Pietro Brunelli è psicologo-psicoterapeuta, semiologo e specialista della comunicazione (con una prima laurea al DAMS con il Prof. Umberto Eco e una specializzazione in Università Cattolica). Lavora da molti annia come psicoterapeuta di orientamento junghiano a Milano, Genova e Roma. La sua formazione psicologica deriva anche dalle attività che ha svolto come docente/formatore per diverse Università, Centri Studi e Aziende in Italia e all'estero (Psicologia e Semiotica per la Comunicazione, il Marketing, il Design, la Moda, e lo spettacolo). Dirige il Collettivo Culturale Albedo, per il quale coordina il blog www.albedoimagination.com (vedi anche gruppo #Albedoimagination in FB) che offre servizi informativi di psicologia, arte, cultura e ospita forum di auto-aiuto assistito. Conduce incontri e seminari di teatroterapia secondo gli insegnamenti di Rena Mirecka e del Parateatro grotowskiano. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e libri con i seguenti editori: Allemandi, Arcipelago, Bulzoni, Carocci, Edizioni Scientifiche italiane, Lithos, Lulu, Moretti & Vitale, Ikon, Progetto Editrice, Pedagogika, UPSEL.

18 Comments

  1. Alessandro aprile 3, 2017 al 10:09 am - Rispondi

    Io capisco l’informazione ma qui stiamo parlando di depressione!
    Se una persona prende un antidepressivo da anni o anche solo da meno tempo e, anche se sta contemporaneamente in psicoterapia, gli si spiattella un’informazione così: “placebo e SSRI si equivalgono…” tu distruggi quella persona perché distruggi, eventualmente, anche l’effetto placebo.
    Questo significa giocare sulla pelle delle persone depresse. E’ uno schifo!!!

    • Pier Pietro Brunelli aprile 13, 2017 al 2:39 pm - Rispondi

      Caro Alessandro, non si avvilisca, adesso terrò conto di quanto ha scritto e correggo questo articolo che è troppo vecchio e che aveva lo scopo di contrastare l’idea di affidarsi solo alle pastiglie per cambiare e stare meglio. Comunque, i nuovi antidepressivi possono aiutare molto, ma è sempre bene avere un rapporto di dialogo con il proprio terapeuta in modo da monitorarli, integrarli o correggerli a seconda dell’andamento. Grazie pert il suo intervento e mi spiace se le ha creato disagio. Appena possibile provvedo a metterlo in forma diversa. Saluti

  2. Carla dicembre 14, 2015 al 3:26 pm - Rispondi

    Buonasera a tutti, trovo interessanti ed utili sia l’articolo che i commenti delle persone che qui hanno scritto. La depressione è un disturbo purtroppo assai diffuso, e per vari motivi; d’altronde ognuno di noi nella vita attraversa varie fasi, ci sono momenti in cui sembra che il dolore e la sofferenza non abbiano mai fine. E’ anche vero che, non essendo tutti uguali, alcuni reagiscono da soli, riuscendo ad uscirne; altri hanno bisogno di un aiuto…ancora di più se si parla di depressione grave. Riguardo ai farmaci antidepressivi, credo che in certi casi possano dare un aiuto…ma naturalmente occorre sempre anche il colloquio con lo specialista. Ovvero,deve esserci il “transfert positivo” fra medico e paziente; se non c’è, ovvio che la terapia fallisca. La mia esperienza personale – stavolta come paziente, dal momento che lo sono – è positiva, senza dubbio; per me, l’appuntamento con il “mio” dottore è un momento felice, una vera e propria gioia… perchè ho fiducia in lui, sono più che certa del suo ascolto e della sua competenza; e così deve essere, altrimenti non servirebbe a nulla…prendo attualmente un farmaco antidepressivo, in realtà a dosaggio molto basso, perchè in quest’ultimo anno ho avuto molti momenti di stress e tensione, con ripercussioni anche fisiche, essendo io una persona che somatizza molto le proprie emozioni. Devo dire che la cura mi sta facendo effetto, ed il farmaco non mi dà effetti indesiderati; però sono d’accordo sul fatto che c’è una certa tendenza delle case farmaceutiche a “spingere” i loro prodotti…questo è fatto ben noto.Sono d’accordo anche sul fatto che le attività ricreative – magari qualche sport all’aria aperta, oppure un hobby come il mio, creare bigiotteria – aiutino molto a ritrovare sè stessi, appunto perchè si ha qualcosa da fare…
    Concludendo: gran bell’articolo, risposte da leggere perchè esprimono vari punti di vista…bella discussione, grazie caro Dottor Brunelli:)

    • Pier Pietro Brunelli dicembre 16, 2015 al 7:07 pm - Rispondi

      Grazie Carla come sempre per i suoi competenti e incoraggianti interventi.

      • Carla dicembre 16, 2015 al 9:25 pm - Rispondi

        :)…grazie per le Sue parole, ma in realtà il “grazie” va detto a Lei ed alle persone che collaborano in questo blog; perchè tutti questi articoli aiutano a guardare meglio dentro di sè, a confrontarsi con altre esperienze, a capire le altre persone, a continuare il proprio personale “viaggio” dentro sè stessi…questo è sempre positivo, secondo me…c’è sempre da imparare qualcosa di nuovo. Buona serata a Lei e a chi legge.

        • Pier Pietro Brunelli dicembre 17, 2015 al 4:57 pm

          Cara Carla, il forum di maggiore intensità in questo blog, dove più sono importanti parole di sostegno e di testimonianza riguarda il trauma amoroso – nelle dinamiche narcisistiche di coppia o in famiglia – e tutte le sue conseguenze che spesso sono strazianti e pericolose. Glielo indico qualora lei volesse dare un suo parere e qualche parola partecipata, soprattutto in occasione del Natale, che, purtroppo, per molti genera anche momenti depressivi e di solitudine da abbandono… il link è il seguente http://www.albedoimagination.com/2013/10/bugiardi-ipocriti-e-manipolatori-affettivi-saperne-di-piu-per-potersi-difendere/ Allora un caro saluto e ancora grazie per la partecipazione.

  3. EMY HARRISON agosto 20, 2015 al 10:33 am - Rispondi

    Io non riusciro’ mai a capire una cosa e, sarei molto grata se mi venissero date delucidazioni credibili: per che motivo una persona triste per un valido motivo (lutto, delusione sentimentale, perdita di lavoro, ecc. ecc.), dev’essere considerato “malato” di depressione?

    • Pier Pietro Brunelli agosto 20, 2015 al 1:17 pm - Rispondi

      Ci sono situazioni depressogene per tutti, e così sono quelle da lei descritte. Ma non tutti reagiscono nello stesso modo. Alcuni si deprimono solo poco e reagiscono, altri addirittura reagiscono con una forza antidepressiva, altri si deprimono profondamente, ma per poco tempo, altri si deprimono cronicamente e quindi per molto tempo. Vi sono poi forme depressive reattive, in risposta a situazioni depressogene, ma anche depressioni reattive che fanno emergere e acuire una depressione sottostante che era latente. In ogni caso è bene farsi seguire. Talvolta basta anche solo un po’ di sostegno per non peggiorare e superare le difficoltà oggettive e soggettive.

  4. Adele agosto 7, 2010 al 12:42 pm - Rispondi

    Sono stata seguita da un bravissimo psichiatra per circa 10 anni, e trattata talvolta con farmaci e talvolta con sedute di psicoterapia. Devo solo ringraziare la sua altissima competenza se oggi sono viva e responsabile, credo non si possano fare solo statistiche nè di ogni erba un fascio. E chi scrive, è un’alta e competente sostenitrice e distributrice di rimedi naturali.

    • Pier Pietro Brunelli agosto 8, 2010 al 10:19 am - Rispondi

      Cara Adele, come tu stessa dici sei stata SEGUITA (10 anni) – con sedute di psicoterapia (talvolta), stai pur certa che il tuo psichiatra è statao bravissimo perché nel seguirti ti osservava anche in senso psicodinamico, ed anche senza le sedute vere e proprie di psicoterapia, era lui stesso posicoterapeutico per te (e tu sembri riconoscerlo). Quindi come vedi, gli psicofarmaci che ti hanno giovato (sono certo dopo molteplici sostituzioni, integrazioni ecc.) hanno avuto un validissimo accompagnamento in termini umani e psicoterapeutici. A tale riguardo, in certi casi (e in certri momenti specifdici), benedetti siano gli psicofarmaci, quando si ha la fortuna di avvalersene come è stato possibile per te. Purtroppo il servizio sanitario nazionale presume di risolvere le gravi sofferenze psicologiche e i disturbi dei cittadini quasi solo esclusivamente con gli psicofarmaci, per cui TUTTA l’ERBA UN FASCIO, non la fa chi sostiene che gli psicofarmaci possano aaiutare (ma per come li hai ricevuti tu… cosa rara), ma la fa un sistema sanitariao e certa cultura medica obsoleta che considera l’essere umano un sistema biochimico che quando si danneggia va riparato solo o con formule chimiche o chirurgicamente, e questo persino quando le sofferenze sono di natura psicologica. Chi tenta il suicidio, dopo essere stato soccorso, viene dimesso, in genere dopo un paio di giorni, con una bella scatola di antidepressivi e benzodiazepine, e per il resto che si arrangi… Il problema è che gli psicofarmaci vengono considerati dalla massa, ma anche da certa cultura medica, come la sola forma importante di intervento per la salute mentale (addirittura persino per i bambini). In Italia la situazione è veramente allucinante. La maggior parte dei medici scrive nella maggior parte delle cartelle cliniche dei pazienti (oltre alle diverse patologie) – sindrome ansioso depressiva – eppure si pensa di risolvere i problemi quasi sempre e solo con ansiolitici e antidepressivi (ma senza che sia necessario essere seguiti umanamente e professionalmente come è capitato a te). In pratica si fa finta di curare i problemi psichici attraverso dei farmaci che sono puramente sintomatici. Lo psicofarmaco non cura assolutamente le cause soggettive ed effettive del disturbo psiichico, ma solo le sue manifestazioni sintomatiche, confidando che poi il paziente ne esca fuori da solo… salvo poi restare assuefatti ad un farmaco per anni o per una vita, a tutto vantaggio del business farmaceutico (veramente enorme perché le pastigliette hanno un costo di produzione irrisorio rispetto al prezzo a cui vengono vendute, ed hanno una vasta clientela garantita per anni e anni – soprattutto se non viene sostenuta dalla psicoterapia). Inoltre non c’è nessuna diffusione seria di una cultura fitoterapica (erboristeria), e quando c’è se ne fa un business (niente mutua) sebbene ci siano fitoterapici che hanno elevato potere terapeutico (e tu lo sai). Insomma, non credi che un po’ di critichina al modo smodato fideistico e spesso inopportuno con il quale ci si affida agli psicofarmaci e solo a questi ci voglia? L’essere umano non è una macchina, un meccanismo, è un mistero organico tra carne, anima, spirito e questo tutti i più bravi medici lo sanno, solo che nella condizione in cui sono costretti a lavorare, spesso possono occuparsi solo degli aspetti meccanici del corpo, trovandosi a dover prescrivere magiche-chimiche pastiglie per l’anima, anche quando è evidente che occorrerebbe un supporto psicoterapeutico, che lo Stato si rifiuta di mutualizzare e di riconoscere (tanto così, una cura vera sarà riservata solo ai ricchi, agli altri bastano le pastiglie che fanno ingrassare le multinazionali…) perciò alcuni psicoterapeuti socialmente sensibili, come il sottoscritto, aprono blog e propongono discussioni e sevizi gratuiti al fine di sensibilizzare l’opinione pubblca e trasformare questa ‘pazzia farmaceutico-sociale’ a favore di una concezione umana dell’essere umano e per tutti gli esseri umani.

      • Adele agosto 8, 2010 al 7:32 pm - Rispondi

        Gentilissimo Dottore, è verissimo ciò che afferma, purtroppo in ogni campo della medicina e non solo per curare i disturbi psichici. Siamo vittime – talvolta consenzienti talvolta ignare – del grande business chimico….non sempre distributore di salute. Ironia della sorte ? Adesso in psicoterapia c’è mio figlio, da ben 19 anni, a pagamento…… la nostra vita è fatta di rinunce ma la salute non ha prezzo….. un argomento senza fine.
        Un cordiale saluto, con stima.

  5. PROF. PAOLO MIGONE maggio 25, 2010 al 10:06 pm - Rispondi

    PARERE DEL PROF. PAOLO MIGONE

    I dati riportati in questo articolo del n. 6/2010 de L’Espresso sono corretti, anzi – cosa che qui non viene detta – lo studio di Kirsch et al. del 2002 di cui si parla è stato replicato da altri autori ottenendo gli stessi risultati (vedi ad esempio Whittington et al., 2004; Kirsch & Moncrieff, 2007; Turner et al., 2008¸ Hughes & Cohen, 2009; vedi anche Kirsch, 2009). Per di più, i successivi studi sono stati pubblicati su riviste molto prestigiose (ad esempio anche sul New England Journal of Medicine, una delle riviste più qualificate al mondo, su cui ad esempio scrivono i premi Nobel). Tutti i ricercatori hanno sempre saputo che i farmaci antidepressivi hanno una efficacia molto simile al placebo (c’è una piccola significatività statistica ma non una significatività clinica). Questo infatti è sempre stato considerato dai ricercatori il loro “piccolo sporco segreto” (little dirty secret), come è stato detto testualmente (Hollon et al., 2002). Nessun ricercatore ha mai contraddetto questi risultati. Esiste solo uno studio molto recente (Fournier et al., 2010) che mostra che i farmaci possono essere un po’ efficaci ma solo nelle depressioni gravi, mentre nella stragrande maggioranza dei casi sono inefficaci (Kirsch et al. invece non avevano trovato differenze tra pazienti lievi e gravi).

    Sono stato io per primo a pubblicizzare queste ricerche in Italia in un articolo uscito sul n. 3/2005 di Psicoterapia e Scienze Umane, che è reperibile anche su Internet (”Farmaci antidepressivi nella pratica psichiatrica: efficacia reale“). Esistono anche dati di ricerca ben consolidati che dimostrano che la psicoterapia è nettamente superiore ai farmaci. A proposito di psicoterapia, nel n. 1/2010 di Psicoterapia e Scienze Umane, che esce tra circa un mese, vi è un importante review di Shedler sull’efficacia della terapia psicodinamica in cui, tra le altre cose, vi è una tabella che paragona le “dimensioni del risultato” (effect size) di vari tipi di psicoterapia, emerse dalle principali meta-analisi esistenti (15 in tutto, 2 delle quali sono “mega-analisi”, cioè meta-analisi di meta-analisi), e in questa tabella vengono mostrate anche, come elemento di paragone, le effect size dei farmaci antidepressivi: queste variano da .17 a .31, mentre quelle della psicoterapia variano da .62 a 1.46 secondo le diverse meta-analisi, è cioè enormemente più efficace la psicoterapia dei farmaci (se può interessare un paragone tra le diverse tecniche psicoterapeutiche, da questo studio emerge che la terapia psicodinamica [PDT] è più efficace della terapia cognitivo-comportamentale [CBT]: le effect size della terapia psicodinamica variano da .69 a 1.46, mentre quelle della terapia cognitivo-comportamentale variano da .58 a 1.0; questo è un dato nuovo, che va in controtendenza rispetto a precedenti studi, che penso farà molto discutere). Questa review di Shedler esce proprio in questi giorni sulla rivista American Psychologist, organo dell’American Psychological Association, e viene pubblicata quasi in contemporanea in italiano grazie a un accordo tra Psicoterapia e Scienze Umane e l’American Psychological Association.

    Qual è la ripercussione di questi studi sulla pratica psichiatrica in generale? Forse non molta, perché queste cose si sapevano da tempo eppure i farmaci antidepressivi hanno continuato ad essere prescritti a vasti settori della popolazione, anzi sempre di più, e vengono proposti persino per i bambini. Vi sono varie forze che sinergicamente spingono verso a un massiccio uso di farmaci. Innanzitutto la pressione delle case farmaceutiche che condiziona pesantemente la cultura dei medici, finanziando pressoché quasi tutte le riviste scientifiche, i congressi, “informando” costantemente i medici tramite i rappresentanti farmaceutici i quali pagano la loro partecipazione ai congressi scientifici e così via. Poi vi è in molti pazienti una grande aspettativa verso il farmaco che risolva in modo rapido i problemi di cui soffrono, e questa aspettativa deriva da una cultura diffusa (alla cui diffusione non sono estranee le case farmaceutiche); questa cultura del resto è quella da cui deriva il potente effetto placebo (però pochi ricordano che i benefìci ottenuti coi farmaci potrebbero essere ottenuti quasi allo stesso modo con un placebo). Infine gli psichiatri, che molto spesso hanno poca cultura psicoterapeutica, non sono preparati a rispondere ai pazienti trasmettendo altri valori, anzi, quasi sempre colludono con loro elargendo farmaci antidepressivi (cioè in sostanza placebo) e quindi “non curandoli” nel senso scientifico del termine. E’ stato dimostrato infatti che i farmaci antidepressivi non solo producono risultati inferiori alla psicoterapia, ma anche più ricadute e una graduale diminuzione del risultato raggiunto, mentre la psicoterapia produce meno ricadute e un progressivo aumento dell’effetto terapeutico nel tempo, come se si mettessero in moto processi psicologici autonomi che evolvono negli anni.

    Come fare per aumentare la consapevolezza di questi dati nei medici e nella cultura psicologica in generale, migliorando così le prestazioni psichiatriche? Non è facile dirlo, occorrerebbe una modificazione dei processi formativi, introducendo maggiormente una cultura psicodinamica e interpersonale nella formazione degli psichiatri, che tra l’altro è più in linea con le evidenze scientifiche che paradossalmente vengono vantate proprio da quel mondo accademico che, in sinergia con le case farmaceutiche, continua a diffondere una cultura secondo la quale sono soprattutto le variabili farmacologiche, e non psicologiche, quelle importanti nella salute mentale.

    Non è possibile qui approfondire ulteriormente questa problematica, che è abbastanza specialistica (ad esempio riguardo a come si calcolano le effect size, a cosa è una meta-analisi, ecc.), per cui rimando ai lavori segnalati nella bibliografia riportata qui sotto.

    Paolo Migone

    Condirettore di Psicoterapia e Scienze Umane

    http://www.psicoterapiaescienzeumane.it

    Via Palestro, 14

    43123 Parma

    Tel./Fax 0521-960595

    E-Mail

    • Pier Pietro Brunelli giugno 3, 2015 al 7:18 am - Rispondi

      Gentilissimo collega prof. Paolo Migone, la ringrazio vivamente per questa sua precisazione, anche a nome di tutti i partecipanti ad Albedoimagination, un’esperienza di ricerca e divulgazione, partecipata dal pubblico, condivisa e transdisciplinare. Sarebbe veramente utile poter aggiornare l’articolo in questione integrando questo suo commento al suo interno, e anche poter ospitare nel nostro blog un suo ulteriore articolo, su un argomento che lei ritenesse opportuno e potesse quindi coordinarsi al sito o alla attività di Psicoterapia e Scienze umane. Cordialmente. Dr. Pier Pietro Brunelli pietro.brunelli@fastwebnet.it

      P.S. purtroppo questo suo commento non era pervenuto alla redazione di qualche anno fa che non aveva ancora una buona esperienza di gestione del blog. Tuttavia ritengo che il tempo non abbia diminuito il valore e il senso di questa sua precisazione.

  6. Gianna Porri maggio 21, 2010 al 11:00 pm - Rispondi

    La testimonianza di Nadia è la prova che la Terapia produce cambiamenti anche biochimici pari ai farmaci antidepressivi, è scientificamente provato. Purtroppo questa mentalità non è ancora accettata nel nostro Paese, specie quando la TV ospita lumimnari Psichiatri che dichiarano che il farmaco e solo il farmaco guarisce, oltre a tutto non richiede di pensare, di faticare e oplà che uno è psichiatrizzato a vita, mentre potrebbe risolvere con una Terapia
    Dr. Gianna Porri
    Psicoanalista

  7. NADIA maggio 20, 2010 al 10:02 am - Rispondi

    ho 42 anni e sino a pochi mesi fà , ho fatto largo uso di ansiolitici ed antidepressivi (dall’età di 16 anni circa). Non mi ponevo la domanda “mi faranno male?”…, mi interessava che mi facessero stare bene o per meglio dire, che mi aiutassero a vivere perchè le poche volte che ho smesso di prenderli, la mia vita era un inferno. Dal medico di famiglia, sono passata a diversi neurologi che con il passare degli anni mi cambiavano cura perchè ogni anno accusavo una sintomatologia differente…
    Alla fine, nella piu’ profonda disperazione, l’anno scorso, ho deciso di farmi aiutare da uno psicoterapeuta …Sono sempre stata diffidente nella psicoterapia ma sbagliavo.
    E’ molto dura lavorare su sè stessi , certo non è una passeggiata ma io, pur facendo sacrifici anche per pagarmi le sedute, sono contenta di essere riuscita a fidarmi di qualcuno e spero con tutto il cuore di acquistare un po’ si sicurezza in me stessa e serenita.’
    In analisi, ho scoperto di soffrire di un disturbo “bipolare” . Certo il neurologo non puo’ accorgersi di questo da una semplice visita una volta ogni due mesi!!!
    Piano piano, lo psicoterapeuta cerca di aiutarmi a togliere anche le poche gocce di amitriptilina che stò prendendo e forse, piu’ avanti potrò anche smettere di prendere il “regolatore dell’ umore” per il disturbo “bipolare”. Dovrò avere forza ed impegno…spero di riuscire….non è facile e sono un po’ spaventata.
    Ora che ho iniziato a fidarmi dello psicoterapeuta, dovrò imparare con il suo aiuto a fidarmi di me stessa e imparare a vivere la vita.

  8. Gianna Porri aprile 9, 2010 al 9:20 pm - Rispondi

    Ne sono al corrente da molto tempo, ma il guaio è che il primo contatto sdel depresso è con il medico della ASL, più che disposto a rilasciare farmaci, inoltre molti sono passati da SNN e non richiedono di pagare un Terapeuta e di mettersi indiscussione e sopratutto non richiede di pensare, di lavorare su di sè. E’ Così che il farmaco viene sempre preerito ad una Terapia

    • Elisa marzo 29, 2012 al 7:05 pm - Rispondi

      la cosa singolare è che ci sono persone che soffrono di gravi problemi, gravi anche nel senso che le fanno stare male indipendentemente dalla specifictà della diagnosi e che non vogliono neppure avere il pensiero di “pensare su di sè”riflettendoci, così preferiscono soffrire pensando però al loro male ed inibendo la capacità di una vera e propria attività di pensiero (penso in proposito agli studi fatti da W.R. Bion sull'”apparato per pensare i propri pensieri” che ho letto) attraverso i farmaci. In questo, purtroppo, i medici nonostante siano a conoscenza degli effetti reali di certi psicofarmaci, come illustrato dall’articolo e da quello del Prof. Migone, sembrano essere molto collusivi sia con la richiesta (talvolta però implicita e da loro “intuita”) di un rimedio immediato dei pazienti sia evidentemente con le case farmaceutiche che gli forniscono sovvenzioni . come un cane che si morde la coda. Inoltre, forse, dovrebbero appunto essere meglio formati sul piano delle conoscenze e buone prassi a livello psicodinamico e probabilmente alcuni, su quello dell’etica. Anche al fine di non creare nelle persone che si rivolgono loro inutili dipendenze e discernendo bene quando e come sia realmente utile dare dei farmaci dato che esistono anche condizioni in cui possono rivelarsi utili ed indispensabili, come in certe psicosi o certe fasi di disturbi d’ansia.

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