COUNSELING IN CUCINA… per donne costrette alla clandestinità e alla prostituzione.

 

 COUNSELING IN CUCINA… per donne clandestine e maltrattate che si sono liberate dalla tratta della prostituzione.

di GIULIANA LISI

Vi racconterò la mia esperienza come counselor presso una casa-rifugio per donne straniere. Donne clandestine costrette a prostituirsi in Italia che a seguito  della loro denuncia dei loro sfruttatori sono potute rientrare in un programma di  protezione e di reinserimento sociale.

CLANDESTINITA’, EMARGINAZIONE, PROSTITUZIONE

Dapprima vorrei contestualizzare brevemente il fenomeno della tratta anche dal punto di vista legislativo, trattandosi di un’ esperienza svolta all’ interno di un progetto finanziato dalle istituzioni. La tratta di esseri umani è un crimine che si fonda sulla compravendita e lo sfruttamento di persone sottratte con violenza o inganno dai luoghi di origine, portati nei Paesi Occidentali e venduti come schiavi.

Molte delle vittime della tratta sono state rapite da bande internazionali, altre sono state vendute dalle proprie famiglie o adescate con false promesse di lavoro. La tratta è uno dei tanti crimini della malavita organizzata, come il traffico di droga e di armi e  che opera con reti estese, anche se a volte possono essere dei singoli particolarmente efferati a ridurre in stato di schiavitù altri esseri umani e a costringerli a lavorare per loro. Secondo le stime dell’ Onu e dell’ Organizzazione mondiale dei migranti, 4 milioni di persone sono vittime di tratta nel mondo e 500.000 entrano ogni anno nel territorio del’ Europa occidentale; pur non essendoci dati statistici ufficiali per ovvi motivi,  pare che in Italia siano alcune decine di  migliaia le donne che vivono in condizioni di schiavitù. La legislazione in vigore fino al 1998 prevedeva al termine del procedimento giudiziario l’ espulsione delle donne costrette a prostituirsi che avevano avuto il coraggio di denunciare il proprio trafficante e/o sfruttatore, poiché quasi mai esse erano in possesso di un regolare permesso di soggiorno. La prospettiva di un rientro obbligato in patria, in una situazione il piu delle volte di povertà ed emarginazione sommata alla paura di ritorsioni, induceva spesso le vittime a non denunciare gli sfruttatori.

Nel campo della lotta alla tratta di esseri umani l’ Italia si è dotata di un dispositivo – l’ Art. 18 (“soggiorno per motivi di protezione sociale” del Testo unico sull’ immigrazione n. 286/1998 –che si dispiega su due direttrici principali: il contrasto vero e proprio, affidato a Magistratura e Forze dell’ ordine e l’ azione sociale affidata ai servizi pubblici e al privato sociale; L’ articolo 18 “norme sulla condizione dello straniero” prevede che quando sono accertate situazioni di violenza, di tratta o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero ed emergano pericoli concreti per la sua incolumità : A) venga rilasciato uno speciale permesso di soggiorno della durata di 6 mesi (rinnovabile sino ad un massimo di 18) convertibile per motivi di studio o di lavoro; B) venga garantito l’ inserimento in un programma di protezione ed integrazione sociale. La logica alla base di tale dispositivo è stata successivamente ribadita  e rafforzata dalla Legge 228/2003, “Misure contro la tratta di persone” .

Il successivo art. 13 della legge 11 agosto 2003 n. 228 “Misure contro la tratta di persone” prevede l’ istituzione di uno speciale programma di assistenza che garantisce, in via transitoria, adeguate condizioni di alloggio, di vitto e di assistenza sanitaria per tre mesi (rinnovabile fino ad un massimo di 6 ) atte al pieno recupero psico-fisico, per le persone tenute in  condizioni di servitù o schiavitù. Grazie a questi due articoli trovano sostegno e finanziamento i progetti volti ad aiutare le donne che denunciano i loro sfruttatori a costruirsi una nuova vita.

Il mio tirocinio come counselor si è svolto all’ interno di una di queste strutture nel periodo da dicembre 2009 a febbraio 2010..

LA CASA-RIFUGIO DELLE DONNE LIBERATE

Le donne ospiti della casa erano quattro;  una di nazionalità ucraina, una rumena, e due donne nigeriane. Donne molto giovani dai 23 ai 25 anni. E’ strano ma la loro giovane età mi colpisce più oggi, ripensandole, che all’ epoca del mio tirocinio, durante il quale la loro età si notava  solo  raramente tramite alcuni rapidi e improvvisi momenti di ingenuità o di entusiasmo, magari parlando di un ragazzo appena conosciuto o ascoltando dal computer canzoni e band musicali del loro paese.

Ognuna di loro aveva una storia personale e diversa che le aveva condotte fin lì ma ugualmente drammatiche negli esiti e nelle conseguenze che aveva portato nelle loro esistenze. Di giorno potevano uscire per andare a scuola o a lavorare, secondo le fasi del loro percorso. Il centro offriva loro alloggio, vitto, cure mediche e psicologiche, patrocinio legale gratuito, un corso di lingua italiana, e grazie alla rete istituzionale ed ai contatti informali delle donne dell’ Organizzazione veniva loro offerta anche la possibilità di un inserimento nel mondo del lavoro.

Steve McCurry Afghan Girl 1984

Fortunatamente, per quanto carenti e ancora inefficienti e involute, ci sono delle strutture per dare aiuto a queste donne, ma devo dire che la loro condizione psicologia ed esistenziale è piuttosto ambigua, in quanto da una parte si sentono protette e assistite, ma da un’altra parte si sentono coercizzate, quasi che si trovassero in una specie di ‘riformatorio’ che consente con determinate regole la libera uscita. Ricordo che si tratta di person traumatizzate e che il dover accettare una dimensione ambivalente di apertura, ma anche di chiusura, con rapporti umani che per quanto siano positivi e sinceri sono sempre fortemente all’insegna della burocrazia e del tecnicismo, limita alquanto un loro recupero sul piano psicologico e sociale. Perciò ho avuto modo di comprendere che in queste condizioni la figura del counselor proprio perché non è identificabile in senso tecnico-mediacale-burocratico può essere percepita per la sua funzione umanizzante ed in tal senso contribuisce moltissimo a generare uno scambio interpersonale positivo e una valorizzazione della soggettività, sul piano dell’identità, degli affetti e dei ruoli sociali.

LA RELAZIONE UMANA  PER ‘FARE UMANITA’.

Il mio lavoro, cosi come quello delle operatrici dell’ Organizzazione responsabile del progetto,  che si preparavano con un corso di formazione di circa un anno e quello delle mediatrici culturali del CIE, si svolgeva vivendo presso il centro, dove si condividevano con le donne tutti i momenti della vita quotidiana, cucinare, mangiare, pulizie. Chi era di turno aveva anche il compito di accertarsi che le donne ospiti andassero agli incontri con la psicoterapeuta, con il medico, con gli avvocati, (avevano tutte denunciato il loro sfruttatore e questo aveva permesso di entrare nel programma di protezione) che frequentassero  la scuola di italiano, che si rispettassero i turni per le pulizie e la cucina.

Devo dire che all’ inizio non sapevo bene come avrei potuto fare con loro del counseling, dal momento che tranne alcuni momenti la loro giornata era già piuttosto piena. Mi chiedevo inoltre come avrei dovuto presentare loro questa opportunità, non avendo devo dire neanche ben chiaro, in cosa consistesse questa opportunità e se ne avessi davvero potuta offrire una. Mi sentivo penalizzata dall’ essere spogliata da ogni ruolo ufficiale, non ero medico, non ero psicologa, non ero poliziotta, non ero avvocato, non ero neanche un’ operatrice formata appositamente dall’ organizzazione, che mi apparivano competenti e piuttosto sicure. Inoltre, avendo io già un lavoro durante il giorno, avevo dovuto concentrare i mie turni nelle ore pomeridiane e serali, fermandomi anche a dormire. A complicare un po’ le mie sensazioni c’era inoltre un aspetto di controllo, di vigilanza, il dover ad esempio essere io a dover chiudere a chiave la porta dell’ abitazione e tenere la chiave, che mi creava un certo disagio. A causa di queste confuse sensazioni avevo anche pensato di lasciare  la casa e farmi inserire nei turni che l’ Organizzazione faceva presso il centro  CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) dove uomini e donne catturati dalla polizia in uno stato di clandestinità venivano tenuti in attesa di un permesso di soggiorno o per essere espulsi e reimpatriati nei loro paesi d’ origine. Pensavo che li, in quella drammatica situazione avrei potuto lavorare per conquistare la fiducia delle donne trafficate e spingerle a denunciare i loro aguzzini per poter accedere al programma di protezione, sentendomi cosi maggiormente utile. Ma dopo un po’ di tempo ho potuto però accorgermi che quelli che consideravo dei limiti  al mio tirocinio,   ossia l’ assenza di un tempo appositamente dedicato a parlare e la mancanza di un ruolo riconoscibile,  erano in realtà dei veri e propri vantaggi per instaurare con queste donne una vera relazione, dove non ci fosse nessun aspetto ne’ giudicante ne’ di controllo.

Il primo rischio che avvertivo  era quello di farsi assorbire in una dimensione coatta, dove invece questo controllo era quasi inevitabile  perché il senso della protezione da parte delle istituzioni non può sfuggire ad un certa ambiguità., Mi chiedevo infatti quale fosse la loro percezione dell’ aiuto che stavano ricevendo: “La legge   stava proteggendo quelle donne dal rischio di subire altra violenza  o stava proteggendo la società cosiddetta “normale”  dalla loro vita “deviata” e in quanto tale pericolosa?

Riflettendo su questo ho sentito che il mio desiderio era di portare a queste donne, nella casa dove vivevano nonostante tutto una certa esclusione,  attraverso la  mia vita di donna normale, la testimonianza di una società dove esistono persone  che accolgono senza giudicare e che possono essere semplicemente “partecipi” a momenti di vita in comune senza essere ne’ protettive né castranti. Essere cioè un elemento umano che umanizza (ciò è essenziale per aiutare persone che come quelle donne hanno vissuto traumi ed esperienze disumanizzanti).

Questa normalizzazione della relazione è stata possibile attraverso la condivisione della vita quotidiana dove si decideva cosa mangiare, chi dovesse cucinare, dove si discuteva (a volte anche animatamente)  per i turni di pulizia. Da questo sono scaturiti momenti di vicinanza e soprattutto con due di loro si è creata una maggiore apertura e fiducia, che mi ha permesso di conoscere un po’ della loro storia.

OLGA, LA PROSTITUZIONE, LA TBC…

La mia relazione con Olga (nome qui inventato per la privacy, come i seguenti) si è creata mentre la aiutavo a fare i compiti di Italiano, come lei mi aveva chiesto dopo un paio di turni presso la casa e soprattutto dopo che un fatto drammatico aveva fatto emergere un mio aspetto di maternage: una sera Olga  aveva messo a scaldare una lattina di mais ancora chiusa nell’ acqua bollente, l’ aveva poi aperta ustionandosi di vapore un braccio e per fortuna in modo minore, anche il volto. Non so come ero riuscita a darle un primo soccorso con acqua fredda,  a calmarla e poi mi ero precipitata di notte a cercare una farmacia aperta. Le avevo poi messo la crema per le scottature, avevo ripreso a consolarla  e poi eravamo andate tutte a dormire, decisamente scosse.

Prima di entrare ospite nella casa-rifugio, Olga era stata trovata dalla polizia in una condizione di semi-schiavitù e molto malata. Si era ammalata di TBC ma il suo sfruttatore non le permetteva neanche di andare da un medico per cui aveva continuato a prostituirsi, nonostante le pessime condizioni di salute. La TBC si era poi trasformata in una grave forma ossea della quale aveva vinto la fase acuta e infettiva grazie alle cure ospedaliere ma doveva ancora prendere dei farmaci piuttosto forti e pieni di effetti collaterali.

Durante le nostre serate passate alla luce del neon, sedute al tavolo di legno chiaro, Olga mi raccontava la sua storia: la notte veniva costretta a prostituirsi e di giorno doveva fare insieme ad un’altra donna letteralmente la serva al suo trafficante. Se durante il giorno le capitava di addormentarsi veniva risvegliata a secchiate di acqua fredda.  La polizia aveva fatto una mattina all’ alba irruzione nella casa dove viveva prigioniera  e aveva catturato quell’ uomo, da tempo ricercato anche per altri reati e lei era stata liberata. Olga aveva un figlio di cinque anni che viveva con la sorella in  Romania, che non vedeva da circa due anni. Il suo viaggio dalla Romania era iniziato nell’ illusione di poter rendersi autonoma dalla famiglia, molto  povera che manteneva lei e il figlio, accettando di partire con una tournè di animatrici per locali notturni che progressivamente era diventata sempre più allucinante e che in un’ escalation di violenza  l’ aveva ridotta malata e in schiavitù. Lei aveva accettato di partire sentendosi forte, illudendosi che avrebbe fatto solo quello che avrebbe deciso lei stessa. Poiché era cresciuta con un padre violento si era indurita e riteneva di poter  tener testa a quel connazionale che non le era sembrato  peggiore del padre che aveva avuto.

Questa durezza di Olga all’ epoca del mio tirocinio  era riservata soprattutto a se stessa,  continuando ad evitare di mettere la sua salute al centro dei suoi  sforzi, continuando a fumare molto nonostante i suoi problemi di salute e cercando in tutti i modi di evitare gli incontri con la psicoterapeuta. Un altro modo di mantenere questa sua scorza di durezza si esprimeva in un atteggiamento intransigente nei confronti delle due donne ospiti nigeriane, che ogni tanto provocava dei litigi accesi che dovevano essere a volte mediati, altre volte repressi. La possibilità offerta dal casa-rifugio era quella di poter frequentare anche il centro Antiviolenza, che si trova nello stesso edificio e che è riservato alle donne ed ai bambini anche italiani vittima di violenze familiare. Le condizioni di salute di Olga non le permettevano ancora di poter lavorare, frequentava cosi la scuola di italiano, e passava quasi tutto il tempo presso il centro Antiviolenza con quelle donne e con i loro bambini. Ho saputo dalle operatrici che Olga ora sta bene lavora e convive con un compagno, ma continua ad andare ancora molto spesso li al centro, dalle operatrici e dalle donne maltrattate perché lo considera ancora la sua casa.

SHARON DALL’INFIBULAZIONE IN AFRICA ALLA PROSTITUZIONE IN ITALIA… VERSO UNA NUOVA VITA

Sharon  è nigeriana, di un piccolo villaggio ed  è venuta in Italia con altre  ragazze del suo villaggio con una maman che all’ arrivo in Italia le ha imposto un debito per il vitto, l’ alloggio e il viaggio. Le avevano fatto un ritual voodo per soggiogarla e renderla incapace di ribellarsi. Era finita a prostituirsi in una regione del sud Italia,  e  una notte è stata ritrovata mezza morta con diverse ferite da coltello al petto e anche al volto da parte di un cliente. Dopo un periodo passato in ospedale e come parte lesa in un processo penale scattato immediatamente è entrata a far parte del programma di protezione. Alcune operatrici ricordano ancora il giorno in cui era arrivata al centro con il volto coperto da un cappuccio, cappuccio che aveva continuato a tenere per molto tempo, vergognandosi delle sue ferite. Quando io l’ ho conosciuta invece queste cicatrici erano quasi scomparse, anche se lei continuava a definirsi brutta e che nessuno l’ avrebbe più voluta. A distanza di diversi mesi, continuava ad avere gli incubi e la mattina compariva in cucina silenziosa e nerissima,   ben oltre il colore della sua pelle, e a volte trasalivo percependo ancora lo sgomento e l’ agitazione notturna che aveva passato. Era stata costretta anche ad abortire con modalità violente ed aveva paura di non poter più avere figli. Parlando con Sharon  mi sono resa conto che molte, troppe, donne  africane conoscono la violenza già da molto piccole, quando vengono infibulate o subiscono mutilazioni genetiche, una pratica che anche se è vietata per legge viene ancora ampiamente praticata nelle realtà tribali e nei villaggi.

Al rientro del suo primo giorno di lavoro in una pizzeria del centro Sharon era rientrata nella casa-rifugio piuttosto stanca e avvilita. Avevo iniziato a farle domande su quel lavoro ottenendo solo risposte incolori e poco entusiaste. Poi era emerso un appiglio: mi aveva accennato ad un modo insolito di cucinare le patate che aveva appreso. Avevo  iniziato prontamente a farle domande  su quale fosse questo modo, chiedendole di spiegarmelo in dettaglio, e poi restavo sull’ argomento dicendole come invece le cucinavo io e poi di rimando chiedevo a lei come avesse fino ad allora cucinato le patate; una conversazione di circa un’ ora sul modo migliore di cucinare le patate… Alla fine sono riuscita a sentirla sollevata: avevamo visualizzato ed esplorato la sua nuova identita’ di cuoca che si andava profilando, questo aveva nutrito la sua autostima spingendola a dare una fiducia diversa alla possibilità concreta che quel lavoro le offriva per iniziare una nuova vita.

Con Sharon abbiamo festeggiato con urla e lacrime di gioia la notizia pervenuta dall’ avvocatessa che l’ uomo che l’ aveva ridotta in fin di vita e che ancora compariva nei suoi incubi era stato finalmente condannato a pena definitiva. Ed è un’ emozione che non scorderò mai. Adesso Sharon vive con un fidanzato, (che non pensava di trovare mai)  lavora come cuoca in un bel ristorante e fa parte per fortuna delle storie a lieto fine dell’ attività del Centro.

LA RELAZIONE UMANA E’ UNA RISORSA CHIAVE PER LA RINASCITA

Questa è stata la mia esperienza, dalla quale ognuno di voi secondo il proprio campo di ricerca, sociologico, antropologico, psicologico, potrà forse ricavare delle riflessioni, forse delle teorie. Potrebbe anche suscitare delle perplessità, non lo so. Quello che io ho vissuto ed imparato  è che momenti  come cucinare, pulire, nutrirsi, che percepiamo sempre appiattiti sullo sfondo del nostro quotidiano possono divenire la chiave per stabilire un contatto ed una relazione appunto nutriente, che al di la’ di ogni ruolo ricoperto, è la condizione più importante perché qualcosa possa cambiare.

Credo quindi che ciascuno debba iniziare a fare del proprio meglio per instaurare ad ogni livello di competenza, esperienza, professionalità e umanità relazioni buone e costruttive con le donne vittime della prostituzione, così come con tutte le persone in difficoltà perché clandestine e senza tutela. Io ho iniziato come counselor ed ho potuto verificare come nella professionalità del counselor vi sia una precisa funzione nel favorire la relazione umana attraverso l’ascolto e il dialogo, nelle situazioni di intenso disagio, sia quando riguardano casi gravissimi come quelli che ho descritto e sia in situazioni che possono essere destabilizzanti nellla vita quotidiana di tutti. Il mio modo divedere il counselor è una ‘helping profession’ specifica che può afferirsi alla corrente della psicologia umanistica… ma devo dire grazie a quelle donne della casa-rifugio perché me lo hanno fatto capire ad un livello assai personale nel partecipare alla loro dolorosa esperienza di rinascita, e adesso sento di poter meglio fare la counselor per ogni situazione nella quale il dialogo e l’ascolto umano, attraverso l’empatia e la competenza, possono essere la chiave di importanti cambiamenti.

Dott.ssa Giuliana Lisi (counselor – coordinatrice Albedoimagination) Giulianalisi@libero.it

 

2016-12-23T12:31:06+00:00

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Un commento

  1. Sisi dicembre 26, 2012 al 10:03 am - Rispondi

    Carissima Giuliana, grazie per averci parlato della tua esperienza di aiuto e di quello che ti ha lasciato. Le donne che hai incontrato nel loro percorso di rinascita credo rappresentino ciò che ci può essere di più inquietante ed estremo dietro l’esperienza del trauma, l’ultimo trauma. Trauma che ogni volta scoperchia un trauma precedente, condiviso e ignorato, disumano e intollerabile. Mi congratulo con te, perchè quell’ascolto che tu dici che serve tanto, non è per niente facile e non è facile nemmeno ci siano sensibilità, empatia e competenza. Non è facile per niente ascoltare la violenza, la rabbia e l’ingiustizia che emergono da queste storie, senza che non si avverta l’impulso di pensare ad un responsabile, dove vittima e carnefice si scambiano continuamente nei vissuti e nelle proiezioni degli altri. Non è facile sentire il senso della propria impotenza e della perdita di senso e di contatto con le proprie mentalità perbeniste. Non è facile lasciarsi vivere in un vortice di paura, contraddizione e paradosso così come queste donne hanno bisogno di poter riflettere su chi, preparato come te, insieme a tanti altri professionisti impegnati nello stesso progetto, possa ognuno nella propria piccola parte, riorganizzare per loro, prima all’interno di se stessi, una nuova narrazione dei vissuti traumatici condivisi nell’intimità di un focolare preparato apposta, su misura. Mi piacerebbe sapere, cara Giuliana, visto che lo hai lasciato intendere e per alcuni aspetti hai anche parlato della tua messa in crisi, che cosa in particolare sei riuscita ad ottenere da te stessa nel rapporto con queste donne? Quale è stata ad esempio, se c’è stata, la più grande difficoltà nel rapporto diretto con loro e come eventualmente sei riuscita a superarlo?
    Grazie per la tua disponibilità

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