Sesso e politica secondo la psicoanalisi di Whilelm Reich

 

Nel conflitto tra istinto e principi morali, tra ego e mondo esterno, l’organismo è costretto a “corazzarsi”, tanto contro l’istinto quanto contro il mondo circostante; è una rigida corazza che si risolve inevitabilmente in una limitazione delle facoltà vitali e di cui soffre la maggioranza delle persone: è come se tra loro e la vita si innalzasse un muro. E’ in questa corazza che risiede la ragione chiave della solitudine di tante persone in seno alla collettività (Whilelm Reich, lo psicoanalista della libertà sessuale)!

 

Premessa: BASTA SENSI DI COLPA, INIBIZIONE, REPRESSIONE E CENSURA DELLA SESSUALITA’, NEL VISSUTO E NELLE FANTASIE! BASTA CONSIDERARSI MORBOSI PER I PROPRI DESIDERI EROTICI! POSSIAMO VIVERE IN UNA GIUSTA LIBERTA’ SENZA PER QUESTO SVALORIZZARCI E GIUDICARCI ECCESSIVI, PERVERSI, PROBLEMATICI O ADDIRITTURA MALATI! ABBIAMO IL DIRITTO A ‘TRASGREDIRE’, A LASCIARCI ANDARE, A SPERIMENTARE, SENZA DIVENTARE FISSATI, NEVROTICI, PECCATORI, SESSUODIPENDENTI… E SENZA SENSI DI COLPA!

Sono uno psicoterapeuta di formazione junghiana, ma ho sempre considerato fondamentle, sia per motivi di ricerca e sia per la pratica clinica e la terapia, cercare di conoscere il più possibile i grandi insegnamenti dei primi maestri della psicoanalisi, e tra questi c’è  Wilhelm Reich (1897- 1957 un medico  che fu tra i principali  allievi di Freud, e che diede vita ad un orientamento della psicoanalisi fondamentale per l”analisi del carattere’ attraverso la comprensione della relazione organica corpo-mente-società). In particolare il grande continuatore di Reich è stato Alexander Lowen il fondatore della ‘bioenergetica’, una disciplina che nella teoria e nella clinica terapeutica continua a fornire scoperte e esperienze straordinarie  entro una concezione organica della relazione corpo-mente.

Sono sempre stato affascinato dalla sensibiltà  di Reich verso l’essere umano come essere sociale, quindi per la sua esortazione a comprendere che la società, la comunità, l’ambiente sono ‘da curare’ contemporaneamente alla ‘cura della vita individuale’. Inoltre Reich è stato lo scopritore di un’organicità tra il corpo e la mente, cioè di una psicobioenergia, che congiunge materia e spirito, natura e cultura, istintualità e pensiero, e che è la corrente vitale dell’essere umani. Reich ci ha poi dato una coscienza nuova sulla sessualità, la libido, la funzione dell’orgasmo, gettando le basi di idee e movimenti, non solo in campo scientifico, ma anche sociale, culturale e politico di movimenti fondamentali nella storia del XX secolo. Ancora oggi le idee di Reich possono essere considerate un contributo per una nuova visione dell’uomo e della società, essenziale per rinnovare la fiducia nel futuro e far evolvere l’umanità verso la pace e il bene, contestualmente alla possibilità di una vita più sana e più felice per ogni individuo. In particolare il pensiero reichiano è stato importantissimo per l’emancipazione della relazione tra i sessi,  e quindi per la libertà di vivere in modo sereno la sessualità. In particolare Reich si è battutto per far progredire il diritto alla felicità e alla salute di ogni essere umano indipendentemente dal reddito e dalla posizione sociale. Si tratta di una questione fondamentale che oggi è particolarmente importante ai fini di una ‘democratizzazione delle cure psicologiche’, in quanto queste sono per lo più accessibili solo ai ceti più benestanti. Ma il benessere psicologico del singolo individuo è connesso al benessere psicologico di una società, nella quale tutti devono poter aver diritto ad un’assistenza e ad una terapia psicologica.

Reich ha quindi contributo a farci comprendere l’importanza di liberare la sessualità  umana da visioni castranti, moralistiche e infine manipolatorie.  In termini junghiani vorrei dire che le idee di Reich contribuiscono a comprendere  la sessualità nel suo ‘naturale valore vitale e sacro’, in quanto essa è la più evidente coniugazione di istinto e amore, di animalità e spirito, di anima e corpo.

Reich mi ha poi sempre commosso per il fatto di essere stato ingiustamente perseguitato a causa delle sue teorie scientifiche e politiche, per le quali fu condannato alla reclusione da un tribunale americano condizionato d pregiudizi e potentati politici. Quella stessa America che lo aveva accolto dalla sua fuga dal nazismo e lo aveva entusiasmato per le sue idee di libertà e di progresso, lo tradì a causa di interessi economici e politici che vedevano nelle idee di Reich una minaccia al loro strapotere. Così Reich morì di infarto in una prigione degli Stati Uniti nel 1957, dopo che aveva dato tutto se se stesso al mondo scientifico e culturale in nome della pace e della libertà, quali fattori essenziali per una concezione armonica e organica della salute umana, individuale e collettiva.

I.1) La vita e il pensiero  di Whilhelm Reich

Wilhelm ReichWilhelm Reich nacque nel 1887 in Galizia, che allora, era una regione dell’ impero austro-ungarico. Dunque la  sua cittadinanza era austriaca, ma dal 1939 si naturalizzò  negli Stati Uniti. La sua famiglia era d’origine ebrea, ma essa si connotava per la frequentazione di un ceto intellettuale che non approvava l’ortodossia della cultura yiddish. Un drammatico episodio adolescenziale che Reich riporta nella sua autobiografia, fu quello del suicidio di sua madre. Ciò avvenne dopo che Reich informò suo padre di  una relazione extra-coniugale della madre di cui era stato testimone. Questa vicenda gravemente dolorosa e nello stesso tempo densa di turbamento, secondo lo psicanalista e studioso italiano Aldo Carotenuto, segnò in profondità la maturazione del giovane Reich (vedi Carotenuto, 1991: 382). Nel 1916 Reich si arruolò nell’esercito austriaco e prese quindi parte come combattente al primo conflitto mondiale. Nel 1918 si stabilì a Vienna. Dapprima si iscrisse alla Facoltà di giurisprudenza, ma in poco tempo passò a Medicina.

Ed ecco alcuni punti fondamentali dell’esperienza formativa di Reich come medico e psicoanalista, così come li riporta Luigi De Marchi (tra più autorevoli studiosi italiani dell’opera di Reich):

[…] riuscì a superare brillantemente tutti gli esami del corso [di medicina] ed a laurearsi con pieni voti e lode nel 1922, cioè a 24 anni. Durante l’ultimo anno di Università fece pratica di medicina interna presso le cliniche universitarie di Vienna. Poi, nei due anni successivi alla laurea, prese la specializzazione in neuro-psichiatria presso la Clinica di Psichiatria e Neurologia dell’Università di Vienna, allora diretta da Wagner-Jauregg, e lavorò un anno nel reparto agitati sotto la guida di Paul Shilder (un maestro che, come s’è detto, lasciò un impronta profonda nel suo pensiero). Simultaneamente, frequentava corsi universitari di ipnosi, di terapia suggestiva e di biologia e, a partire dal 1920, aderiva alla Società viennese di Psicoanalisi. Nel 1922 iniziava la sua pratica privata di psicoanalista, veniva nominato Primo Aiuto Clinico, poi (1924) vicedirettore del seminario di Tecnica Analitica del Poliambulatorio di Psiconalisi fondato da Freud a Vienna (sotto la direzione di Edward Hitschmann) (De Marchi, 1978,pp.40-41).

Per comprendere il carattere anticonformista e combattivo di Reich va ricordato che egli esordì presso la Società di Psicoanalisi con una conferenza dal titolo “Conflitto della libido e la follia di Peer Gynt”. La conferenza non piacque molto a Freud dato che Reich dopo aver perso il filo del discorso – per l’emozione – fu costretto a leggerla. Ma con tutta probabilità furono anche i contenuti della conferenza a non essere visti di buon’occhio dalla maggior parte degli psicoanalisti partecipanti al convegno perché veniva proposto fortemente il ruolo condizionante e repressivo della cultura borghese, quasi che esso fosse un fattore eziologico primario nell’emergere dei disturbi psichici, e non solo psichici (Reich, come medico, ebbe sempre chiara una concezione psicosomatica dell’organismo umano, e quindi della sostanziale indivisibilità della psiche dal soma). Per presentare sotto metafora il suo discorso Reich adoperò la figura di Peer Gynt, ovvero il protagonista dell’omonimo dramma di Ibsen, la cui vicenda è quella di un ‘irrealista sognatore’, ma anche un misfits o un outsider, che per tale ragione viene incompreso ed emarginato dalla società. Reich si appassionò a Peer Gynt, fino ad una sorta di identificazione, così scrive:

“L’uomo deve esistere, materialmente e psichicamente, in una società che segue un percorso prestabilito e che si deve mantenere unita. La vita quotidiana lo esige. Ogni deviazione da ciò che è noto, abituale e ormai accettato può significare il caos e il disastro. La paura che prova l’uomo per l’incerto, per ciò che è senza fondo, per  ciò che è cosmico, è giustificata, o almeno comprensibile. Chi devia da tutto ciò diviene facilmente un Peer Gynt, un sognatore, un malato di mente. Mi sembrava che Peer Gynt volesse svelarmi un grande segreto, senza riuscire a farlo completamente. E’ la storia di un uomo che, dotato di mezzi insufficienti, esce dalle file di quest’orda di uomini in marcia. Egli non viene compreso. Lo deridono quando è inoffensivo, e tentano di annientarlo quando è forte. Se non comprende l’immensità di cui fanno parte i suoi pensieri e i suoi atti, Peer Gynt si distrugge da solo. Tutto era incerto e confuso quando lessi e compresi il Peer Gynt, quando conobbi e compresi Freud. Mi sentivo escluso come Peer Gynt. La sua sorte mi appariva come la conclusione più probabile del tentativo di uscire dai ranghi compatti della scienza ufficiale e del pensiero tradizionale” (Reich, La funzione dell’orgasmo edizione del 1942, p.54).

Dal 1922 al 1930 Reich si affermò come psicoterapeuta e  come abile ricercatore per quanto riguarda gli studi clinici e sistematici sulle psicoterapie di carattere psicoanalitico. Si sa che Reich chiese a Freud di poter iniziare un’analisi didattica con lui, ma questi rifiutò, provocando nell’allievo una considerevole reazione depressiva (cfr. Carotenuto, idem). Nel 1927 Reich pubblicò La funzione dell’orgasmo, l’opera ‘madre’ del suo pensiero, in cui si sostiene l’importanza della funzione orgasmica per la conservazione dell’equilibrio psicosomatico  ed anche per una generale armonizzazione delle relazioni interumane, a livello interpersonale e sociale (si veda anche La rivoluzione sessuale – la prima stesura è del 1936).

L’ideale di fondo elaborato da Reich in termini psicoanalitici e sociali  implica una liberazione dai tabù e dai ‘blocchi’sessuali per una guarigione e una prevenzione della malattia, intesa come disequilibrio psicosomatico – comporta un radicale allontanamento dalla ‘scuola freudiana’, soprattutto per quanto attiene le teorie psicosociali proposte da Freud ne Il disagio della civiltà (1930). Del resto questo allontanarsi da Freud, sulla base di una idea che non considera la coercizione sessuale come un ‘disagevole’, ma necessario corollario della civilizzazione, è divenuta un potente motore di influenza, sia per lo sviluppo di teorie di altri pensatori, come Marcuse e Fromm, e sia come fonte di ideali e di comportamenti libertari da parte dei movimenti della contestazione giovanile e femministi, americani ed europei, degli anni ’60 e ’70 ( si veda  Robinson, 1969).

 

Scrive Reich: “Reprimendo (la sessualità), si creano ogni sorta di difese moralistiche ed estetiche. Una volta che il paziente riprende contatto con i propri bisogni sessuali, queste differenziazioni nevrotiche scompaiono. L’atteggiamento verso la sessualità diventa uguale in tutti gli individui ed è caratterizzato dall’affermazione del piacere e dall’assenza di sensi di colpa   …   Prima la pressione morale faceva più forte l’impulso e lo rendeva antisociale, cosa che a sua volta richiedeva una intensificazione della pressione morale; ma quando la capacità di soddisfazione cominci ad eguagliare l’intensità dell’impulso, non è più necessaria una regolazione morale   …
Lo dimostra lampantemente il comportamento di un individuo che abbia raggiunto la potenza orgastica (2): i rapporti con le prostitute diventano impossibili, scompaiono le fantasie sadiche, diventa inconcepibile esigere l’amore come un diritto e imporre l’atto sessuale al partner o sedurre i bambini. Scompaiono le perversioni anali, esibizionistiche, e con esse l’angoscia sociale e il senso di colpa. Perde ogni interesse la fissazione incestuosa su genitori e fratelli e così si rende disponibile l’energia prima assorbita da tali fissazioni. Tutti questi fenomeni, insomma, indicano che l’organismo è capace di autocontrollo.” ( Reich)

Di certo non è possibile esplorare in brevis sugli straordinari aspetti medico-scientifici delle teorie reichiane, e neppure sulle  loro ramificazioni in chiave mistico-esoterica (nel senso della ‘lettura cosmogonica’ del cristianesimo compiuta da Reich nella sua maturità), tuttavia è importante osservare che la visione ‘psicopolitica’, così fondativa del pensiero di Reich,  fu motivata da una grande conoscenza psicobiologica dell’organismo umano e, in fondo, da un’idea laica della religiosità che ruota intorno ai miti del cristianesimo primitivo, i quali per certi aspetti possono essere considerati la matrice spiritualistica del pensiero e  dell’utopia comunistica (questa concezione viene rivisitata con grande originalità soprattutto negli anni della maturità, poiché il giovane Reich era senz’altro avverso ad ogni ‘discorso’ religioso).

Dunque, Reich, con le sue idee transdisciplinari e rivoluzionarie, con il suo materialismo, al fine venato di esoterismo e di spiritualità, fu un personaggio scomodo per ogni tipo di ortodossia del suo tempo, in campo ideologico-politico, religioso ed anche medico-professionale. Nel 1927 Reich si iscrisse al Partito Comunista Tedesco (KPD), e subito si propose come esponente di una cultura medica e psicologica atta a favorire la salute delle classi più debole e proletarie. Luigi De Marchi  racconta un episodio particolarmente aneddotico di quegli anni che vale la pena riportare per intero, in quanto rivela l’intensità e la qualità della passione politica che animava il ‘nostro’ psicoanalista austriaco:

“Sul piano pratico, Reich non esitò a partecipare di persona e correndo rischi anche gravi alle manifestazioni politiche indette dal Partito in quegli anni. Già nel 1928, da spettatore e curioso quale egli era stato durante i moti del luglio 1927, era divenuto agitatore militante. Un giorno il Prof. Ralph Kauffmann, uno psichiatra di New York che sarebbe poi divenuto presidente della Società Americana di Psicoanalisi, e che si era recato a Vienna per effettuare con Reich, già considerato un esperto di tecnica analitica, la propria analisi didattica, vide il suo analista e maestro marciare in servizio d’ordine in un corteo di disoccupati. Ovviamente quest’attivismo politico non poteva non esporre Reich a gravi rischi: sia perché allora, ancor più di oggi, le repressioni poliziesche erano sanguinose e imprevedibili, sia perché la “gente bene”, gli “ambienti scientifici” entro i quali Reich si era formato e viveva, la stessa Società di Psicoanalisi che costituiva già un’avanguardia “eretica” del mondo scientifico, guardavano tutti con esplicita e tacita disapprovazione qualsiasi atteggiamento rivoluzionario che uscisse dall’ambito della conversazione salottiera. Come sempre era accaduto e doveva accadere ai militanti del movimento operaio, egli si trovò impegnato nel conflitto tra le “due anime” del socialismo: quella riformista e quella rivoluzionaria, allora come oggi rappresentate dalla socialdemocrazia e dal comunismo. Reich aveva scelto emozionalmente, ancora prima che teoricamente, la via via comunista fin dai giorni terribili del luglio 1927. Dal 1928, fu sempre più assorbito nel suo sforzo di persuadere le forze socialdemocratiche ad abbandonare la loro linea di pavidità suicida o, peggio, di tacita complicità con le forze conservatrici” (1978, pp.94-95).

Nel 1928 Reich fu fondatore della “Società socialista per la consultazione sessuale e la ricerca sessuologica”, un ambito che doveva costituire un servizio di prevenzione e terapia  gratuite per operai e ceti meno abbienti. Nel 1929 Reich pubblica un saggio che è ancora una volta fondamentale per la nostra tesi, dato che va ad indagare sull’intreccio tra pensiero psicoanalitico e pensiero politico di radice marxista: Materialismo dialettico e psicoanalisi (tale saggio è stato pubblicato in una edizione critica del 1966 curata da E. Fachinelli). Nel 1930 Reich si trasferì da Vienna a Berlino ove poté contare su un ambiente intellettuale ed artistico più vicino alla sue idee. Attraverso queste attività teoriche e pratiche, tanto in campo politico quanto in quello psicoanalitico, Reich giunge nel 1931 alla fondazione del Sex-Pol (Associazione per una politica sessuale proletaria), la quale aveva l’obiettivo di estirpare le cause sociali della nevrosi, consistenti in ultima analisi, nella repressione sessuale operata dall’ordine politico-economico imposto dalla cultura del capitalismo e quindi dello sfruttamento della forza lavoro. Questi principi indipendentemente da una loro valutazione scientifico-culturale costarono molto cari a Reich, poiché gli provocarono antipatie ed accuse sia da parte del mondo della psicanalisi e sia da parte dei comunisti. Così, quando nel 1933 Reich dovette fuggire in Danimarca, poiché il regime nazista stava per porlo agli arresti, non poté contare su una forte solidarietà in ambito politico ed intellettuale. Tra il 1934 e il 1937 Reich venne espulso prima dal Partito comunista tedesco e poi anche dall’Associazione psicoanalitica internazionale: le accuse che gli erano state mosse risultano oggi prive di ogni giustificazione sul piano teorico e soprattutto su quello della libertà di pensiero e di ricerca.

L’Associazione psicoanalitica riunitasi a Lucerna nel 1934 per il suo XIII congresso decretò l’espulsione di Reich proprio per il suo eccessivo coinvolgimento in campo politico, e per la sua posizione radicalmente critica nei confronti della teoria freudiana sulla nevrosi, che veniva ‘rivoluzionata’ dal momento che gli agenti nevrotici, non erano più da rintracciarsi esclusivamente nella vita infantile, ma soprattutto nella repressione culturale della vita sessuale, avente come scopo il controllo politico-sociale dell’individuo e delle masse.    L’ostracismo subìto da Reich in ambito politico, da parte del KPD, derivò da motivo paradossalmente complementari a quelli messi in luce dalle accuse degli psicoanalisti freudiani, ovvero l’eccessivo interesse per problematiche inerenti alla vita privata dell’individuo, e quindi ad una sfera considerata secondaria rispetto ai problemi politico-economici che dovevano essere affrontati dalla coscienza di classe proletaria. Sessualità, famiglia, salute mentale dovevano essere considerati fattori separati dalla teoria rivoluzionaria, semmai ad essa conseguenti; il tentativo di integrarli ad essa veniva giudicato come l’ingerenza di un pensiero individualista, e in definitiva borghese, all’interno di una progettualità teorico-pratica marxista e rivoluzionaria. In risposta a queste posizioni tanto intransigenti quanto dominanti all’interno del Partito Comunista Tedesco (e non solo Tedesco) – che  nella terminologia marxista si basavano sulla concezione di una “sovrastruttura” non determinante per lo sviluppo delle dinamiche socio-economiche, e bensì da queste determinata, ovvero risultante dalla ‘struttura economica dei modi di produzione’ di una data società – Reich scrisse in poche settimane, nel 1933, Che cos’è la coscienza di classe, un entusiastico pamphlet, anch’esso assai pertinente per il nostro interesse al campo della psicologia sociale e politica. Nello stesso anno Reich pubblicò Psicologia di massa del fascismo. che per diversi aspetti appare come un prosieguo in termini di psicologia sociale di Analisi del carattere, 1923. Si tratta di due opere che, sebbene riguardino due versanti epistemologicamente contrapposti – la prima quello sociologico delle masse, e la seconda quello psicologico dell’individualità – sono profondamente coniugate proprio grazie alla capacità di Reich di far emergere ipotesi teoriche di grande efficacia transdiciplinare.

L’ ’impegno intellettuale di Reich in campo medico e psicoanalitico si caratterizzava per la ricerca di una transdisciplinarietà in cui fosse stato possibile far convergere il pensiero psicoanalitico freudiano e quello sociologico e politico marxiano, ma anche una visione antropologica libertaria e naturalistica segnata da una sorta di misticismo utopico ed anarcoide. Tutto ciò pone la figura ed il pensiero di Reich in una cornice piuttosto controversa, resa ancora più singolare per via di diversi episodi biografici che caratterizzano la sua vita combattiva ed inquieta, tratteggiata da una esaltazione geniale che, a volte, rasentava l’ideazione maniacale. Per certi studiosi, Reich, a causa del suo impeto intellettuale ed umano, basato su un estremo radicalismo critico e rivoluzionario, produsse un pensiero oltranzista e talvolta superficiale dal punto di vista di un realistico fondamento scientifico  (cfr. Robinson, 1969). Sta di fatto che l’opera di Reich ha avuto importanti sviluppi sia sul piano sociologico e politico e sia sul piano della terapia. Sul piano socio-politico, come abbiamo già accennato, ha fornito un potente contributo al pensiero e al comportamento antagonista e libertario delle giovani generazioni, e quindi dei teorici, dei politici e degli artisti che le hanno rappresentate, dagli anni sessanta in poi. Sul piano psicoterapeutico Reich ha affermato l’importanza della corporeità nella terapia psicoanalitica creando i presupposti medico-scientifici per l’elaborazione della terapia bioenergetica di A.Lowen, e, inoltre, ha contribuito all’evoluzione di un pensiero psichiatrico politicamente e socialmente orientato.

Il dramma storico su cui oggi è importante riflettere, e che ha avuto Reich come protagonista, è da leggersi nella persecuzione di un ‘medico-intellettuale’ a causa delle sue idee e delle sue ricerche – persecuzione proveniente dagli ambienti della sinistra comunista e socialdemocratica, ovviamente da quelli nazisti e della destra, dalla cultura clericale-conservatrice, e dal mondo della ricerca medica e psicoanalitica. Per queste ragioni di effettiva intolleranza nei suoi confronti, se non di vera e propria persecuzione, Reich nel 1939 accettò l’invito di Theodore W. Wolfe, rappresentante del movimento americano di medicina psicosomatica, di trasferirsi dalla Norvegia (dove Reich aveva creato un suo Istituto) agli Stati Uniti.

Dal 1939 al 1941 Reich fu professore aggiunto alla cattedra  di Psicologia Medica della New School for Social Research a New York City, inoltre avviò una professione privata fondando un Istituto di terapia a Forrest Hill. Riuscì a realizzare buoni guadagni e subito volle investirli per la creazione di un Istituto di ricerca che battezzò ‘Orgonon’,  situato in un’ampia area naturale, tra i grandi boschi del Maine. E’ assai sorprendente osservare come Reich riuscisse ad avere simpatia per il modello democratico americano, a differenza di altri esuli, come Erich Fromm, Theodore Adorno ed Herbert Marcuse, che ne denuncivano l’autoritarismo di fondo. Invece, in alcuni scritti degli anni ’50 (ad es. Superimposizione cosmica, 1951; ed anche L’assassinio di Cristo, 1953) Reich reagisce violentemente al volto repressivo che aveva assunto l’assetto autoritario dell’Unione Sovietica e alle istanze antilibertarie dell’ortodossia comunista, tanto che sembra quasi implicitamente aderire alla forsennata ondata anticomunista voluta da McCarthy. Purtroppo l’entusiasmo filoamericano di Reich, le sue speranze verso le potenzialità liberatrici della cultura americana, ben presto si rivelarono un tragico fraintendimento. Fu proprio questa cultura, così rappresentativamente moderna e democratica – ma anche così scientificamente attenta nello ‘scovare’ quei germi eversivi capaci di mettere in crisi la sua base valoriale, i suoi principi e strumenti  di persuasione e manipolazione – fu proprio questa cultura,  dicevamo, a decretare la condanna e la fine di Reich.

Fu così che Reich morì di infarto in un carcere degli Stati Uniti, nel 1957, dopo aver scontato i primi otto mesi di reclusione di una pena che avrebbe dovuto avere la durata di due anni. L’iter giudiziario che portò alla reclusione di Reich – oltre ad una serie di provvedimenti punitivi nei suoi confronti, dalle multe al sequestro delle ricerche e degli strumenti di laboratori del suo Istituto – prese l’avvio dalla Federal Food and Drugs Administration che inoltrò querela contro di lui perché le sue tecniche terapeutiche sarebbero state fraudolente. Soprattutto lo si accusava di adoperare uno speciale congegno, consistente in una cabina costruita con metallo e legno nella quale il paziente avrebbe potuto ricaricarsi di “energia orgonica”. Al di là di ogni polemica scientifica circa l’efficacia e le intenzioni sperimentali di Reich attorno a questa ‘macchina’, che egli denominò “Accumulatore di energia orgonica”, va osservato che le diverse tecniche psicoterapeutiche fondandosi anche sulla suggestione possono giustamente servirsi di ogni ambientazione non pericolosa (come lo era la cabina creata da Reich) per indurre un certo stato coscienziale nel paziente e per poter poi effettuare un intervento psicoterapeutico attraverso diversi strumenti, tra cui quelli della psicoanalisi (così come avveniva nell’ Istituto Orgonon di Reich). Reich dunque respinse fermamente le accuse, si rifiutò di comparire in tribunale, e soprattutto si rifiutò di sospendere le sue ricerche o di sottoporle ad indagini pregiudizievoli e aventi come evidente obiettivo la squalifica delle sue attività.

Ma nel 1956 fu costretto forzatamente a presentarsi in giudizio, con un quadro accusatorio pretestuosamente rafforzatosi per via della sua ‘latitanza’ e delle sue proteste. La sentenza che lo condannò al  carcere, fece seguito ad una perizia psichiatrica che lo giudicò paranoide. E’ ormai evidente che la colpa di Reich non fu semplicemente quella di non aver voluto accettare l’ingiunzione delle autorità sanitarie – ovvero di sospendere le sue ricerche e le sue terapie basate sull’ Orgone[1] – ma di essere una personalità scomoda e potenzialmente pericolosa a causa delle sue idee rivoluzionarie sulla sessualità, sull’individuo e sulle relazioni sociali. Oltretutto queste idee erano propagandate da Reich con grande forza e radicalità, raccogliendo l’entusiasmo di giovani ricercatori di diversi campi disciplinari, animati da ideali libertari ed antagonisti, e ciò non poteva essere tollerato da una società come quella americana, fondamentalmente perbenista, arroccata su rigidità politiche, morali e culturali, che in quegli anni dovevano costituire il presupposto valoriale della sua sicurezza interna e del suo volto internazionale.

Ma il pensiero di Reich, nonostante l’assurda persecuzione, è uscito dalla prigione e dalla morte per portare all’umanità uno spirito di pace e di libertà, nella prospettiva di una  rifondazione più giusta e più armoniosa del rapporto tra scienza e vita.

I.2) Psicoanalisi, politica e società  tra le due guerre

Negli anni venti, nonostante i riconoscimenti scientifici e la vasta esperienza clinica acquisita dal movimento psiconalitico internazionale, la psicoanalisi si trovava ad operare in un “clima da stato d’assedio”. Dice Luigi De Marchi:

“Il movimento era osteggiato da ogni parte, almeno in campo scientifico, ed i suoi componenti erano costretti a tacitare i contrasti interni per far fronte comune contro gli avverasari. Fu probabilmente anche questo clima di persecuzione – e soprattutto l’evidenza delle sue origini sessuofobiche – che radicò profondamente in Reich una devozione a Freud destinata a durare per molti anni, anche quando cioè le divergenenze ideologiche e scientifiche erano divenute patenti”. (1978,p.50).

Gli anni in cui Reich aderisce alla psicoanalisi (ancora in via di affermazione) e forma le sue linee essenziali di pensiero, sono anche gli anni che segnano il nodo nevralgico dello sviluppo storico e culturale del novecento. In seguito alla rivoluzione russa il motivo politico centrale del dibattito e dello scontro intellettuale in tutti i campi del sapere è nell’eventuale affermarsi del pensiero marxista, non solo come ‘modo di pianificazione economica’ e ‘forma Stato’, ma anche come metodo di conoscenza, come presupposto materialista del sapere. Per coloro che credevano nei rivoluzionari ideali politico-filosofici del marxismo si aprivano dunque molteplici prospettive interpretative e di azione. Lungi dall’affermarsi di un’idealità effettivamente unificante, il movimento comunista e socialista internazionale, dopo la prima guerra mondiale, si presentava come un arcipelago di posizioni frammentarie, spesso inconciliabili ed aspramente contrapposte. E’ così che, per certi aspetti, fu proprio la ricchezza di contenuti ideologici, che comportò la debolezza del pensiero programmatico dei partiti comunisti e socialisti europei. Infatti, l’Europa sul finire degli anni ‘20 trovandosi al bivio tra “socialismo e barbarie”, sceglierà questa seconda strada, se si considera l’affermarsi del nazifascismo e il tragico epilogo della seconda guerra mondiale. Questo processo storico e culturale fu vissuto da Reich nell’ambito del movimento psicoanalitico, che probabilmente fra tutti i movimenti intellettuali, fu quello che dovette subire la  persecuzione più  dura. Il contesto storico-culturale – che tra le due guerre esprime la sua portata innovativa anche con l’approfondirsi del dibattito tra psicoanalisi e politica, tra individualità e collettività – è descritto con grande acutezza da Henri Hellenberger.  Questi, centrando la visuale sugli sviluppi del movimento psicoanalitico e sui suoi protagonisti,  descrive gli anni tra le due guerre suddividendoli in tre periodi:  il “primo periodo post bellico, 1920-25”; il periodo che va dal 1926-29, in cui falliscono i tentativi politici ed economici di stabilizzazione internazionale; il “periodo prebellico 1930-39”. Quest’ultimo periodo si caratterizza per le gravi conseguenze che esso ebbe sul movimento psicoanalitico, da quando nel 1930 Freud fu candidato al premio Nobel, fino a quando i suoi libri vennero bruciati dai nazisti ed egli, ormai ottantunenne dovette rifugiarsi a Londra.

La diaspora degli psicoanalisti austriaci e tedeschi, braccati per il solo fatto di essere freudiani, o perché spesso le loro origini erano ebraiche, ebbe come meta soprattutto gli Stati Uniti. Fu là che emigrarono psicoanalisti politicamente impegnati come Adler e Reich, rispettivamente nel 1932 e nel 1939. Reich dunque, pur essendo costretto a fuggire dalla Germania, visse l’atmosfera europea tra Danimarca, Norvegia e Svezia fino allo scoppiare della guerra. Dunque cerchiamo in questo paragrafo di gettare uno sguardo sul panorama politico e culturale che vedeva Reich impegnato nelle sue ricerche, ed anche nelle sue lotte, in quanto intellettuale ‘scomodo’ e membro del Partito Comunista dapprima in Austria e poi in Germania. Il ‘movimento psicoanalitico internazionale’ sin dalla sua origine[2], ebbe la tendenza a sviluppare una duplice anima: quella tendenzialmente apolitica e quella invece  tendente a raccogliere al suo interno le istanze sociali ed una visione della soggettività nell’ambito del pensiero marxista. Dunque da una parte si voleva preservare un distacco epistemologico e pragamatico dalle questioni sociali, per uno specifico avvalorarsi della psicoanalisi in campo medico-psichiatrico, da un’altra parte si rivendicava una necessaria apertura scientifica verso la società e la politica. Questa seconda prospettiva veniva elaborata sia in termini di ‘medicina sociale’, cioè di una pratica clinica che deve poter operare e confrontarsi con il contesto statuale, economico ed amministrativo, e sia in termini epistemologici, cioè di necessaria investigazione delle relazioni sociali e del loro assetto politico-economico al fine di comprendere e curare l’individuo, inteso come “essere sociale”[3], come membro della collettività. L’ ‘anima politica’ della psicoanalisi prese il suo avvio soprattutto grazie all’influenza della psicologia di Alfred Adler[4]. Sin dai primi anni dieci, Adler, aveva determinato una scissione con le posizioni freudiane, a causa di una visione dell’individuo che ne relativizza l’autonomia coscienziale, non tanto perché è preda inconsapevole dell’inconscio, ma perché è vittima del condizionamento socio-culturale. A questo riguardo la storica Silvia Vegetti-Finzi fa notare che i pazienti di Adler erano soprattutto proletari, mentre quelli di Freud provenivano da ambienti alto-borghesi; queste differenti realtà cliniche avrebbero un peso determinante nello sviluppo in psicoanalisi di differenti posizioni ed impianti teorici (vedi Vegetti-Finzi,1986: 148-151). Adler poté verificare che le ansie dei suoi pazienti erano fortemente riferibili alla loro condizione socioeconomica, ed era dunque necessario aiutare l’individuo ad una presa di coscienza che lo rendesse capace di lottare nel sociale per l’affermazione della sua personalità e dei suoi bisogni. Questa idea fu la base sostanziale su cui si avviò il pensiero reichiano, in una prospettiva medico-psichiatrica che radicalizzò ulteriormente la critica a Freud. Questi aveva scritto opere di grande significato per la comprensione della relazione individuo-società[5] in termini psicoanalitici, dalle quali si deduce un ruolo della psicoanalisi fonamentalmente  rivolto a fortificare l’individuo nel senso di una sopportazione delle contraddizioni sociali, piuttosto che nel senso di incitarlo ad un loro ribaltamento.  Ne Il disagio della civiltà (1930), Freud afferma che la civilizzazione risulta inconciliabile con il “principio del piacere”, al quale l’individuo deve dolorosamente rinunciare per allinearsi ad un “principio di realtà” che  al fine è l’indispensabile contributo della soggettività per il costituirsi della società civile.  Queste argomentazioni hanno una loro significatività non solo in termini psicodiagnostici, ma anche per il fatto che si andavano sviluppando nell’ambito del movimento psicoanalitico tedesco che subiva ogni giorno di più  l’ostracismo del nazionalsocialismo. E’ dunque evidente che l’intreccio tra psicoanalisi e politica non è solo la conseguenza dell’estendersi a livello transdisciplinare del pensiero filosofico marxista in campo psichiatrico, ma è anche la reazione ad una dimensione storica e culturale che viene attraversata da un prepotente esacerbarsi del totalitarismo, fino al punto di perseguire ogni istanza culturale capace di valorizzare logiche di liberazione e di indipendenza individuale e sociale.

La psicoanalisi, a prescindere dalla sua inclinazione ideologico-politica, conterebbe nel suo stesso fondamento l’idea potenziale di una liberazione individuale, di una soggettività che per il suo benessere e la sua affermazione non può prescindere da una dimensione sociale democratica, libera da autoritarismi che possano limitare il diritto di scelta e di espressione individuale. Del resto la repressione al livello culturale operata dai nazisti perseguiva l’annientamento di ogni attività intellettuale che non fosse allineata con il pensiero totalitario, si pensi alla chiusura della Bauhaus e della Scuola di Francoforte nel 1933. Bisogna però osservare che se la psicoanalisi fu soffocata dal nazismo, essa, nella misura in cui  valorizzava la soggettività e quindi le aspettative e la determinazione a livello individuale, non fu gradita neppure a certi ambienti marxisti ortodossi, ove ogni sforzo della teoria e della prassi doveva essere teso ad esaltare obiettivi collettivistici. In tal senso il celebre  storico della psicoanalisi Henri Hellemberger rileva:

“[…] la rapida scomparsa della psicoanalisi in Russia […] La storia della psicoanalisi russa in realtà non è mai stata scritta, né si conosce esattamente il motivo per cui la teoria freudiana, che era stata considerata materialistica, monistica, compatibile con il marxismo sia stata respinta dall’ideologia comunista” (1970:992).

Emilio De Marchi riporta della prima grande delusione di Reich di fronte all’antipisicologismo delle autorità sovietiche, quando nel 1928, nella sua conferenza intitolata : Il rapporto tra psicoanalisi e sociologia marxiana, venne aspramente boicottato da uno psichiatra russo, appositamente inviato dal Partito Comunista per ostacolare sul nascere eventuali tentativi di integrazione teorica di tipo ‘freudo-marxista’. Dice De Marchi:

“Fu, quella, la prima presa di contatto che Reich ebbe con lo spirito dogmatico e sessuofobico di un certo tipo di comunismo che con Lenin aveva prevalso nel marxismo e che Stalin stava imponendo con crescente intrasigenza. Il “professore di Mosca” stroncò duramente tutta la teoria psicoanalitica, sostenendo che il “complesso di Edipo” era una “fantasia antimarxiana” e che la psicologia non aveva né poteva avere alcun posto nella lotta rivoluzionaria. E’ facile immaginare la costernazionedi Reich, allora lanciato con tutto il suo entusiasmo nell’attivismo politico, dinnanzi a questa sommaria stroncatura delle scoperte freudiane che egli sapeva così ricche di fermenti rivoluzionari. Reich sentì l’urgenza di controbbattere la drastica affermazione del suo interlocutore, secondo cui la psicologia poteva nel migliore dei casi giovare a comprenedere qualche nevrosi individuale, ma non serviva in alcun modo a comprenedere i grandi processi sociali, governati dalle leggi economiche “definitivamente chiarite” da Marx e da Engels, e tanto meno a dirigere l’azione rivoluzionaria occorrente per influenzare quei processi e per accelerare l’avvento del socialismo e del comunismo nel mondo intero. Eppure, sebbene sentisse la simpatia della massa studentesca per la sua coraggiosa rivendicazione dell’importanza della sessualità, sebbene sentisse l’esplosiva carica rivoluzionaria di certe conquiste della psicoanalisi, Reich si rese conto che egli stesso non disponeva di una teoria anche solo schematica che gettasse un ponte tra freudismo e marxismo, tra psicologia e sociologia, tra dinamica individuale e dinamica sociale. E’ probabile che l’esperienza amara di quell’incontro-scontro con lo psichiatra moscovita, non meno delle esperienze drammatiche dei “Centri socialisti di consulenza sessuale” sia alla radice della prima, importante opera del periodo “marxista” di Reich, Materialismo dialettico e psicoanalisi […]”. (De Marchi, 1978,pp.101-102).

Nonostante l’aspro confronto tra psicoanalisi e politica va osservato che l’atmosfera in cui Reich andava perfezionando le sue idee era attraversata dal diffondersi in Europa dei principi socialisti e libertari (seppure in termini contraddittori e conflittuali), non solo in senso politico, ma anche in termini culturali ed artistici. A questa diffusione corrispondeva anche una accesa repressione, secondo la dinamica che caratterizza la lotta tra comportamenti rivoluzionari e reazionari, lotta che in Germania ebbe il suo teatro più cruento sia sul piano dello scontro ideologico e sia su quello dei fatti di sangue dovuti al serpeggiare dell guerra civile. La Germania e l’Austria degli anni venti si trovavano in una difficilissima situazione economico-finanziaria dovuta alla sconfitta subita nella prima guerra mondiale. Il riformismo socialdemocratico della Repubblica di Weimar non poté arginare le spinte nazionalistiche che soffiavano  sul fuoco del malcontento popolare. L’impianto teorico che reggeva la politica delle sinistre si ispirava ad una diffusa idea ‘meccanicistica’, prevalsa nell’ambito della II Internazionale, secondo la quale un ‘naturale’ destino di progresso avrebbe portato le classi lavoratrici al potere. Gli intellettuali di sinistra, dunque, si interrogavano su come educare e preparare la classe operaia, affinché questa, una volta preso il comando della società, avesse potuto contare su una maturazione precedentemente sviluppata. Reich era, tra gli psicoanalisti viennesi, il più coinvolto nel tentativo di individuare la relazione tra le masse e il potere, tra la schiavitù – non soltanto economica, ma anche psicologica e culturale – delle classi lavoratrici nei confronti del dominio capitalistico. Per la sua radicalità, Reich venne perseguitato dai nazisti e nello stesso tempo messo all’indice dai “freudiani ortodossi”. Eppure, nella Berlino dei primi anni ’30, Reich poté contare su un clima intellettuale ed artistico che simpatizzava con le sue posizioni ‘rivoluzionarie’. La vita berlinese era ancora ricca di movimenti e di personalità artistiche che miravano ad una trasformazione della società nella prospettiva di un’emancipazione dell’individuo e delle masse.

I surrealisti, tra i quali emergeva la figura di Max Ernst, diffondevano le concezioni psicoanalitiche (come avveniva in Francia con Breton). I realisti con Otto Dix e George Grosz, con le loro caricature storiche denunciavano il grottesco atteggiarsi dell’autoritarismo e del militarismo. Esperienze di intervento psicosociale, asili, consultori, reparti psichiatrici per i meno abbienti, vengono importati dall’Unione sovietica. Intellettuali come Walter Benjamin studiano con metodologie transdisciplinari l’‘inconscio culturale’ della società e della storia per evidenziarne i traumi, i blocchi, i ‘rimossi’. Altri intellettuali come Adorno, Horkeheimer, Fromm, Lowenthal, fondatori della celebre Scuola di Francoforte, mettono a punto una “teoria critica” della società e delle forme di dominio, con l’intento di provocare un rivolgimento culturale ed una presa di coscienza rivoluzionaria, a livello intellettuale e delle masse lavoratrici. Ellenberger fa notare con una suggestiva carrellata di osservazioni di come i costumi e i comportamenti sociali, tra le due guerre fossero orientati ad una decisa emancipazione, nel senso di un diffuso desiderio di trasgressione e di un superamento dei tabù e dei modi di pensare riferibili alla morale delle precedenti generazioni. Dice Ellenberger:

“Ovunque gravava la minaccia dei movimenti rivoluzionari e controrivoluzionari, e si compivano tentativi disperati alla ricerca di nuove soluzioni. Vi fu almeno un certo progresso nel campo della legislazione sociale, come ad esempio la riduzione del numero delle ore lavorative. Con ogni probabilità apparve assai sorprendente ai contemporanei la trasformazione dei costumi, che fu giudicata da alcuni come una disastrosa dissoluzione dei valori, mentre da altri fu salutata come una gradita semplificazione dello stile di vita. Questi mutamenti si manifestavano nel modo di vestire, di parlare, i scrivere una lettera, nelle relazioni sociale e perfino nei gesti e nel tono di voce. L’educazione diventava meno rigida, si riducevano la distanze sociali e persone di diversi ambienti cominciavano ad avere reciproci contatti in modo più sciolto. I rapporti tra i sessi tendevano a essere meno formali; le giovani donne potevano uscire senza uno chaperon, perfino di sera, i matrimoni calcolati suscitavano riprovazione e l’amore “romantico” era accettato come la norma; i matrimoni spesso avvenivano dopo un breve periodo di corteggiamento, aumentava il numero dei divorzi e le donne divorziate non dovevano più soffrire della disapprovazione sociale. Gli sport e i viaggi diventavano popolari, soprattutto con l’espansione dell’industria automobilistica.
Il teatro perdeva gradualmente terreno, soppiantato dal cinema, che raggiungeva un pubblico molto più vasto, cui proponeva la nuove immagini ideali elle “stelle”. La musica jazz acquistava un’immensa popolarità, non solo in America ma anche in Europa. Il mondo era preso da un febbrile desiderio di denaro e di divertimento, la Borsa attirava migliaia di speculatori e anche opere d’arte o speciale edizioni bibliografiche erano oggetto di speculazione. In Europa era diventato di moda imitare qualsiasi cosa che fosse anglosassone. Mentre prima della guerra bere alcool era considerato un vizio delle classi lavoratrici, ora era diventato un’abitudine elegante delle classi superiori. Vi era una generale tendenza iconoclasta accompagnata da una ricerca di nuove forme di espressione” (Ellenberger, 1970:969-970).

Eppure, nonostante abitudini e modi di pensare fossero sospinti da un generale spirito progressista, il conservatorismo e il totalitarismo di tendenza nazista e fascista continuava ad avanzare. Inoltre, gli intellettuali di sinistra dimostravano una incapacità di fondo nella comprensione dell’atteggiamento filo-nazionalista e conservatore delle masse. Per Reich si trattava di una questione cruciale, che doveva comportare una profonda analisi psicologica dei comportamenti individuali e sociali, poiché secondo lui, la crisi delle sinistre era imputabile ad un eccessivo economicismo e ad una mancanza di sensibilità e di strumenti di indagine a livello psicologico. Infatti dal punto di vista degli interessi economici, l’adesione delle classi lavoratrici alle ideologie dominanti era una contraddizione pressoché inspiegabile. Solo una lettura psicologica di tale contraddizione poteva fare luce sulle motivazioni ‘inconsce’ che attraverso le imposizioni moralistiche e repressive della cultura determinavano una certa “struttura caratteriale”[6] degli individui, rivolta a subire passivamente, se non addirittura con complicità, il dominio, la coercizione, lo sfruttamento.

Quando alla vigilia della guerra Reich emigrò negli Stati Uniti lo scenario politico internazionale si era ormai schierato entro tre  grandi blocchi, che presero parte al secondo conflitto mondiale: i Paesi comprendenti il Commonwealth, la Francia e in modo non ben dichiarato gli Stati Uniti, le potenze legate dal patto anti-Comintern (Germania, Italia e Giappone) e la Russia Sovietica. In un mondo così contrastato – con una prospettiva di distruzione che poi si rivelò devastante oltre ogni aspettativa – Reich decise di  continuare a lottare per sperimentare e sviluppare le sue teorie entro una dimensione che possiamo definire utopistica, nel senso di auspicare una trasformazione dei paradigmi culturali e sociali a livello globale, epocale, ai limiti dell’impossibile.

Reich considerava che la repressione sessuale colpevolizzante e sessuofoba, era alla base di molti disturbi mentali e aveva una correlazione anche con l’insorgezza delle malattie tumorali. La radice del male stava però in una situazione sociale che per motivi di controllo politico tende a far considerare la sessualità come un’energia trasgressiva e pericolosa, oppure come una merce pornografica che va vissuta in modo coatto e mortifero. Oggi c’è ancora molto da fare per liberare la sessualità umana a favore della salute individuale e collettiva e il pensiero di Reich è in tal senso un contributo fondamentale ed estremamente attuale.

Ecco come sintetizza Wikipedia l’infausta  sorte di Reich che lo portò alla prigionia e alla morte in quell’America che in un primo momento lo aveva accolta dalla sua fuga dal nazismo e lo aveva pure entusiasmato per i suoi valori di libertà (valori che indubbiamente esistono, ma che sono troppo spesso distorti e condizionati da una mortifera smania egoistica e prepotente di potere) :

“Nell’ultima parte della sua vita alcune ricerche da lui compiute lo portarono ad affermare di avere scoperto una presunta nuova forma di energia, il cosiddetto “orgone”. Queste teorie furono fortemente osteggiate dalla comunità scientifica, in quanto mancanti di prove sperimentali e di un apparato teorico a sostegno. Subì una condanna a due anni di reclusione; durante il processo a suo carico, avviato a seguito delle indagini della FDA statunitense sulla validità della sua presunta “terapia orgonica”, Reich sostenne che la Corte americana non era qualificata per giudicare le sue teorie e morì in carcere nel 1957 per un infarto.

L’opera di Reich, così come la sua memoria di essere umano che ama la vita umana,  è un grande patrimonio di valori, idee e scoperte che ha gettato le basi per una  visione bioenergetica e psicosomatica della salute umana, considerando quest’ultima come un’armonia che è interdipendente con l’armonia della società, e quindi fondata sulla libertà e l’equanimità, e su un’educazione alla vita individuale e collettiva che deve emanciparsi con saggezza e amore dai condizionamenti e dai tabù, individuali e collettivi.  Ciò deriva anche dallo straordinario impegno di Reich di restituire la sessualità umana il suo valore spirituale e liberatorio, quale energia d’amore e di vita.

Se oggi siamo un po’ più liberi da tabù e da condizionamenti lo dobbiamo anche a questo grande psicoanalista che aveva a cuore la vita umana fino al punto di pagare con la sua stessa vita, ingiustamente accusato e recluso e poi caduto, come un Socrate, un Cristo, un Giordano Bruno e come tanti altri noti e meno noti che sono stati follemente perseguitati per l’amore che hanno dato all’umanità.


[1] In II.3 vederemo che l’Orgone è quella particella che secondo Reich costituisce l’elemento psicobiologico basilare dell’energia vitale in quanto parte dell’ energia cosmica totale (vedi II.2).

[2] Il 1910 a Norimberga viene fondata l’Associazione psicoanalitica Internazionale, in cui confluivano gruppi di pensiero che provenivano dalle ‘scuole’ di Vienna, Berlino e Zurigo. La storia dell’Associazione si sviluppa in una lunga serie di fratture e seccessioni, a partire dalle critiche a Freud operate da Adler e da Jung e  in una fase successiva da Sachs, Rank, Ferenczi.

[3] Questa espressione viene adoperata da W.Reich, ad esempio in Che cos’è la coscienza di classe.

[4] Alfred Adler (1870-1937) fu il protagonsta della prima lacerazione all’interno del movimento psicoanalitico nel 1911. La “Società per la psicologia individuale’ di fu fondatore era basata soprattutto su una comunanza di ideali politici, e i suoi membri erano quasi tutti aerenti al Partito Socialdemocratico Austriaco

[5] Sono molti gli scritti  di Freud sulla relazione individuo-società, i principali sono considerati: La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno (1908), Considearzioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915, Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), Il disagio della civiltà (1930).

[6] Su queste concezioni Reich svilupperà la sua opera Analisi del carattere (1933),


Bibliografia

Carotenuto, A. Trattato di psicologia della personalità, 1991
De Marchi, L. Vita e opere di Wilelm Reich, 1978
Fachinelli, E. Il bambino dalle uova d’oro, 1966
Freud, S.
Disagio della civiltà, 1930
La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno, 1908
Considearzioni attuali sulla guerra e sulla morte, 1915
Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1921
Il disagio della civiltà, 1930

Hellemberger, H.F. La scoperta dell’inconscio, 1970

Malinowski,  B. citato in Reich, W. et al. Reich parla di Freud, 1954

Reich, W.
Analisi del carattere, 1923
Materialismo dialettico e psicanalisi, 1929
Psicologia di massa del fascismo, 1933
La riovoluzione sessuale, 1936
La funzione dell’orgasmo, 1942
La superimposizione cosmica, 1951
L’assassinio di Cristo, 1953

Robinson, P. A. La sinistra freudiana, 1969

Vegetti-Finzi, S. Storia della psicoanalisi, 1986

2019-08-01T14:35:34+00:00

About the Author:

Pier Pietro Brunelli è psicologo-psicoterapeuta, semiologo e specialista della comunicazione (con una prima laurea al DAMS con il Prof. Umberto Eco e una specializzazione in Università Cattolica). Lavora da molti annia come psicoterapeuta di orientamento junghiano a Milano, Genova e Roma. La sua formazione psicologica deriva anche dalle attività che ha svolto come docente/formatore per diverse Università, Centri Studi e Aziende in Italia e all'estero (Psicologia e Semiotica per la Comunicazione, il Marketing, il Design, la Moda, e lo spettacolo). Dirige il Collettivo Culturale Albedo, per il quale coordina il blog www.albedoimagination.com (vedi anche gruppo #Albedoimagination in FB) che offre servizi informativi di psicologia, arte, cultura e ospita forum di auto-aiuto assistito. Conduce incontri e seminari di teatroterapia secondo gli insegnamenti di Rena Mirecka e del Parateatro grotowskiano. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e libri con i seguenti editori: Allemandi, Arcipelago, Bulzoni, Carocci, Edizioni Scientifiche italiane, Lithos, Lulu, Moretti & Vitale, Ikon, Progetto Editrice, Pedagogika, UPSEL.

2 Comments

  1. Anonimo maggio 16, 2013 al 11:44 pm - Rispondi

    Continuate così!

  2. Pier Pietro Brunelli febbraio 4, 2013 al 11:40 am - Rispondi

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