Il vittimismo patologico

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di Pier Pietro Brunelli e Elisabetta Lazzari

Una riflessione per comprendere le vittime di se stessi… gettando la colpa sugli altri.

arroganza_ombrelliINTRODUZIONE

Le persone che si comportano in modo vittimistico vivono in una persistente e involontaria sfiducia verso gli altri e verso le possibilità positive della vita, attraverso l’irrigidirsi di meccanismi difensivi disfunzionali. Queste persone possono essere   aiutate a migliorare la propria condizione generale di vita e la propria autostima quando si comprendo le ragioni psicologiche profonde del loro disagio interiore che le induce ad accusare gli altri e a non vedere mai le proprie responsabilità. Il recupero dell’autostima è fondamentale per uscire dal vittimismo patologico, ma a tal fine bisognerebbe essere capaci di un minimo di autocritica, cosa che purtroppo non c’è, o al massimo è simulata. Per diverse ragioni il comportamento vittimistico può essere considerato come una particolare forma di ‘narcisismo patologico’ che amplifica l’immagine dell’ego attraverso l’acquisizione di un potere sugli altri basato sulla colpevolizzazione, il ricatto affettivo, l’esaltazione del proprio Io attraverso la sofferenza effettiva, ma anche ingigatita, iperesibita e talvolta simulata.

Non esiste una diagnosi di ‘vittimismo patologico’, ma l’intento dell’articolo è di indagare e far discutere sugli aspetti patologici del vittimismo. Tuttaviaper comprenderci chiameremo genericamente ‘ vittimista patologico’ chi adotta uno stile comportamentale come quello di cui qui ci occupiamo.

La letteratura psichiatrica non parla esplicitamente di “vittimismo patologico” né come sintomo, né come disturbo di personalità… Un’etichetta psichiatrica che si può avvicinare è la “Sindrome di Munchausen” (vedi Wikipedia.org Sindrome di Münchhausen)nella classe dei cosiddetti Factitious Disorder (Wikipedia.org Factitious  disorder)…… ma per quanto queste etichette possano essere riferite al vittimismo, essendo quadri generali non vanno a cogliere il processo interiore delle persone che è estremamente soggettivo. Cerchiamo qui di comprendere cosa c’è di pesante e dannoso nel vittimismo, per gli altri e per le vittime del vittimismo stesso.

lupo_agnelloQui non si parla del malato immaginario e neppure della persona che fa finta di star male, qui si parla di persone che hanno una difficoltà ad esprimere le loro pene, ansie, dolori, preoccupazioni e sintomi anche reali in una modalità che non risulti affliggente per gli altri e per loro stessi. Non se ne rendono conto, non lo ammettono, non possono farne a meno, per cui esprimono il loro malessere in un modo frustrante e a volte più o meno aggressivo verso gli altri, e purtroppo in particolare verso chi li aiuta o li potrebbe aiutare. Non conoscono il senso di ‘aiutati che Dio ti aiuta’, e, in fondo, temono che richiedere aiuto voglia dire essere preda dell’aiutante, considerato più forte, alquanto ambiguo, e quindi anche da invidiare e difensivamente aggredire. Questo può essere un modo di reagire ad un’infanzia che per quanto abbia avuto una facciata sana e accettabile è stata vissuta, sul piano degli affetti e della fiducia, in modo alquanto ambivalente e pericolante. Nel vittimismo patologico allora si può rivivere l’ansia di non essere mai stati aiutati veramente da qualcuno con piena fiducia e reciproca disponibilità, in quanto da bambini non era così, e l’ambiente domestico e/o scolastico era percepito nella sua sostanziale ambiguità e inaffidabilità psicologica. Da ciò deriva che nel vittimismo patologico si crede che nessuno possa o voglia davvero aiutare e che tutti in fondo se ne fregano. Allora avviene che nel vittimismo patologico si esasperi la richiesta di aiuto implicito manifestando in modo sempre esasperato e continuo i propri dolori e bisogni frustrati – e al di là che siano veri o no, o che siano esagerati – si getta tutto ciò addosso all’altro che pure vorrebbe essere d’aiuto. Un’immagine è quella che la persona che si tenta di aiutare tenta a sua volta di graffiare e mordere chi la vuole aiutare e al fine la accusa anche di non averla voluta davvero aiutare o, come minimo, di colpevole incapacità… Parliamone insieme nel blog, c’è molto da comprendere…

Mirò... una gabbia intorno a un cuore vittimista

Mirò… una gabbia intorno a un cuore vittimista

Per aiutare il vittimista patologico occorre un complesso processo  psicoterapeutico, di ascolto e di alleanza totale. La minima osservazione delle sue  responsabilità può invalidare la relazione terapeutica. Il rischio è dunque quello di fortificare la posizione vittimista che trova nella psicoterapia la possibilità di ‘crogiolarsi’, fino a convincersi che è la poisizione ‘giusta’ da ricercare anche con gli altri.  E’ comunque importante che chi si pone come vittimista patologico cronico possa confidare a qualcuno la sua vita e i suoi sentimenti e disagi più profondi.   Allora può riuscire ad entrare in contatto con  parti emotivamente importanti e  parzialmente  scisse di sé, in tal modo possono riconoscere quali sono state le fasi e le relazioni veramente dolorose della sua vita, e quindi distinguerle rispetto a ciò che ci è stato di positivo. In effetti quando si riconoscerà che la vita ha detto NO, ma ha detto anche SI’, allora si incomincerà ad uscire dal vittimismo assoluto, ci si comincerà a porre il problema di come ottenere i SI’ e quindi come fare a migliorarsi… si scoprirà che la prima cosa da fare è imparare ad esercitare una corretta e giusta capacità di autocritica e che per molti aspetti si è stati inconsapevolmente vittima di se stessi.

Vittime o vittimisti?
Tutti noi possiamo subire dei torti, piccoli o grandi, o vere e proprie ingiustizie il che provoca certamente dispiacere, ma non necessariamente il sentirsi ‘sempre vittima di tutto e di tutti’.  Il vittimista è convinto di subire torti sempre e da chiunque:  nell’ambito famigliare e lavorativo, nella coppia, nell’amicizia.
viulenzaGeneralmente, seppure con grande spirito di sopportazione, possiamo affrontare certe offese con l’aiuto della razionalità, ed anche rivolgendoci ad altri per avere sostegno. Possiamo sopportare soprusi e vessazioni da coloro verso i quali pensavamo di poterci fidare anche volgendo altrove la nostra attenzione creativa e ricettiva, costruendo per noi stessi nuovi impegni, situazioni e relazioni volte a fare del nostro meglio. Inoltre possiamo cercare una riconciliazione con chi ci ha offeso e ferito.  Talvolta possiamo anche riconoscere che un torto subito deriva da incomprensioni reciproche; con ciò individuiamo una nostra quota di responsabilità. In ogni caso, seppure entriamo in crisi e ci addoloriamo, è naturale il desiderio e l’impegno per uscire dalla situazione critica, dalla quale ci si vuole liberare.

 

La persona vittimista invece, di fronte alle difficoltà e alle ingiustizie della vita,  quelle piccole come quelle grandi, tende a reagire senza volersi veramente liberare della sofferenza, al fine di trarre da essa una forma patologica di difesa psicologica. Essenzialmente si tratta di una difesa  non tanto verso gli altri, quanto verso fattori psichici suoi interni: inconsci disturbanti e risalenti alla prima infanzia.  Quindi, in un certo senso, la persona vittimista, piuttosto che voler superare la sofferenza tende a crogiolarsi in essa, a trarne un qualche assurdo vantaggio difensivo/aggressivo.

luna stortaCiò avviene soprattutto se considera di poter impiegare  le proprie pene, ad es. un proprio disturbo fisico, un proprio malessere o disagio esistenziale, come  modo per verificare il suo potere nell’ambito di ogni relazione, specialmente quelle affettive. Il vittimista sembra richiedere l’attenzione totale degli altri, fino al punto che agli altri, ai quali viene mostrata la sofferenza, non viene riconosciuta alcuna esigenza e libertà  personale, neppure relativa a problemi e sofferenze, che vengono comunque considerate secondarie. In genere il vittimista tende a confortare le sofferenze altrui superficializzandole, con una sorta di fatalistico ottimismo, che se fosse impiegato nei suoi confronti gli provocherebbe vere e proprie crisi di odio e di rabbia.  Basta un niente affinché gli altri possano essere accusati di disinteresse, incomprensione e tradimento della relazione affettiva.  In tal senso il vittimista patologico si sente assai ferito dagli altri – anche solo perché non lo comprendono -  e crede di essere sempre e comunque la vittima innocente di potenziali carnefici. Da tale conflitto  reagisce in modo da trarre un potere psicopatologico, basato sull’esaltazione dell’offesa subita, nonché della sua impotenza, del suo dolore, al fine di colpevolizzare non solo il colpevole o presunto tale, ma gli altri in generale, e, in modo assurdo,  persino coloro che cercano di offrire il loro aiuto.  Seppure il vittimista tende a costruire con chi lo aiuta una relazione di complicità, questa è volta a fortificare il vittimismo stesso. Qualora la persona che aiuta tenti di depotenziare la posizione vittimista o si rifiuti di suffragarla sempre e comunque,  la relazione di complicità si commuta in conflitto. E’ difficilissimo uscire fuori dal paradosso per cui  chi aiuta un vittimista viene impiegato dal vittimista per fortificare il suo vittimismo, e quindi l’idea di non poter essere aiutato da nessuno, ma al fine solo ferito e tradito… e così via.

La persona vittimista non è in grado di riconoscere le proprie responsabilità, e se si cerca di fargliele notare si sente aggredita.

dolore-cronico-quadrato.300x300Una manovra relazionale tipica del vittimista, è quella di accusare gli altri, non tanto per il fatto che gli hanno procurato un torto, ma perché sono incapaci di capirlo e di aiutarlo. In tal modo tutte le persone con le quali il vittimista entra in relazione possono essere accusate di omertà, complottismo, menefreghismo, mancanza di empatia, disumanità, ecc. In particolare medici , terapeuti e servizi assistenziali potranno essere considerati non soltanto ‘colposi e incompetenti, ma anche dolosi, quasi che facessero finta di voler curare, laddove invece traggono benefici per se stessi infischiandosene del maklatoe, anzi arriavando anche a provocare il suo malessere per motivi di lucro.  Evidentemente ciò assume tratti paranoidi. Il vittimista si sente infelice e si trova effettivamente in difficoltà, ma anche in mancanza di un ‘colpevole oggettivo’, attribuisce la colpa agli altri, e alla vita e al mondo in generale, sviluppando una sfiducia misantropica generalizzata. Ciò gli fornisce sempre un alibi per non assumersi le proprie responsabilità e rimanere nell’immobilismo di una situazione negativa che  internamente  sente come immodificabile. Come vedremo alla base del ‘vittimismo patologico’ vi sono specifiche dinamiche inconsce rimaste incagliate in meccanismi difensivi infantili, che generano processi cognitivi ed emotivi disturbati e disturbanti.
Sia la vittima e sia il  vittimista,  possono subire in quanto agenti passivi, una disgrazia, un tradimento, una manipolazione affettiva o di altro tipo, ad es., economica, tuttavia la vittima non vittimista non ha alcune intenzione di adoperare ciò che ha subito per relazionarsi in modo manipolatorio verso altri che non c’entrano nulla, o dai quali potrebbe addirittura ricevere aiuto e solidarietà.  Spesso la vittima vuole anche evitare di far sapere quanto gli è occorso, e quindi di apparire vittima, se non al fine di poter ottenere un qualche effettivo risarcimento del danno subito.  Al vittimista invece, paradossalmente, e da un punto di vista emotivo,  non interessa tanto la riparazione del danno subito, quanto la possibilità di impiegare il danno subito  per esprimere una sua problematica inconscia disturbante, che altrimenti non riuscirebbe ad esprimere, cosa che lo porterebbe sul baratro della depressione e finanche della dissociazione (psicosi).

False-Accusation-by-Anonymous-Accuser-2Il paradosso è che il vittimista impiega la sua posizione di vittima per difendersi da dolori e disturbi psichici verso i quali non riesce a porre rimedio. A tal fine può dunque non solo esaltare la sua posizione di vittima, ma anche fare in modo da poterla perpetuare, rinnovare, al punto di provocare situazioni dalle quali può in vari modi essere ‘vittimizzato’.
La vittima non vittimista, prova gratitudine verso chi la aiuta, perché il suo stato emotivo e mentale di dolore è ancorato ai fatti reali che glielo hanno prodotto e non ad intenzioni, seppure inconsce, di “sfruttare”  l’altro per difendersi da antiche ferite irrisolte che si porta dietro dall’infanzia.
Il vittimista non riesce a provare gratitudine in quanto considera la relazione affettiva che la gratitudine svilupperebbe come un ambito potenzialmente inaffidabile. Ciò a causa di una mancata elaborazione della relazione primaria con la madre nella prima infanzia, vissuta come inaffidabile per fatti e comportamenti oggettivi e/o fantasmatici.
Provare gratitudine, fidarsi, aprirsi all’altro e quindi lasciarsi aiutare, amare e ad essere amati, nasconde lo spettro dell’abbandono e del tradimento, perciò piuttosto che provare gratitudine e amore per gli altri che vorrebbe aiutarlo, finisce con il trasformare gli altri ingrati, in persone incapaci di comprendere le sue esigenze, il suo amore, la sua bontà, e, naturalmente, i suoi dolori.

La difesa vittimistica è dunque una difesa dai propri fantasmi persecutori interiori, formatisi nell’inconscio a causa di una relazione disturbata con la madre, e poi con l’ambiente famigliare.

vittimismo

Illustrazione di Irene Servillo – www.ireneservillo.com

Quanto più questa difesa patologica viene perpetuata tanto più essa si trasforma in una prigione dalla quale non si riesce a uscire, anche perché la chiave è nascosta nel luogo più impensabile e misterioso che esista: dentro il proprio profondo, in zone d’ombra e rimossi dell’inconscio risalenti alla prima infanzia.  D’altra parte uscire da questa prigione appare come pericoloso, il male è tutto fuori, e per difendersi bisogna rafforzare la prigione e occultare la chiave in un luogo sempre più profondo e irraggiungibile dentro se stessi.
Quando non vi sono colpevoli o potenziali carnefici finalizzabili a rafforzare la posizione di vittima, l’aguzzino diventa  il destino ed  il fato  che viene considerato sempre avverso, come se si fosse vittima di una qualche predestinazione demoniaca che condanna alla sfortuna costante. Ed è questo un altro motivo per non fare niente e continuare a lamentarsi. Un altro aspetto tipico dello psichismo delle persone vittimiste, le porta   a rimandare,  a procrastinare o a non considerare tutte le azioni potenzialmente migliorative della loro condizione, ad un ideale “momento migliore”, che potrebbe anche però,  a livello di realtà, non arrivare mai.

c4efd5020cb49b9d3257ffa0fbccc0ae-272x272La realtà, viene però letta in modo deformato dalla persona vittimista, a causa di antiche e precoci difese – o difese “nella” difesa -  che ancora permangono attive. Infatti, il vittimismo è una difesa ad es. per non sentire… (continua pagina successiva) 

227 Comments on “Il vittimismo patologico

  1. Salve, mi chiamo Emi e ho davvero bisogno di un consiglio.
    Un mio stretto familiare rispecchia alla perfezione la descrizione fatta nell’articolo.
    Voglio aiutarlo, ma come scritto nell’articolo, appena cerco di fargli capire che il suo comportamento è sbagliato, comincia ad urlarmi contro negando tutto.
    Non so piú come

    • Ogni caso va esaminato in modo approfondito, non ci sono consigli in generale. Comunque visto che lei sa che la reazione è quella, meglio non forzare il tentativo di fargli capire che sta sbagliando. A che serve se non a peggiorare le cose? Si può tentare in un momento tranquillo, prendendola larga di farlo riflettere, come se si trattasse di questioni generali, che non lo colpevolizzano in modo specifico. Per il vittimista assumersi una responsabilità è insostenibile, lo fa peggiorare in vittimismo o esplodere in aggressività.

  2. Ho 55 anni.Sono stato consolatore per quasi tre anni ed alla fine la mia ex compagna (54 anni) ha addirittura minacciato di denunciarmi per essere uno stalker. Non venivo creduto neanche dai miei più cari amici ed ho rischiato di ammalarmi per tutto ciò. Ho incontrato una brava terapeuta che mi ha condotto in questo mondo, ma facevo fatica a staccarmi perché l’amavo e speravo di portarla fuori dal baratro.
    Finalmente ieri la svolta…un caffè ed una chiacchierata con il suo ex marito con cui ha vissuto per 20 anni ed ha avuto due figli. Le nostre esperienze semplicemente ……identiche. L’ho lasciata da due mesi dopo varie minacce da parte sua di denunce . Fino al 7 di marzo ero “casa sua” ed ero il primo uomo della sua vita che la faceva sognare…..il 15 maggio dovevamo comprare una casa al mare con vista mozzafiato (cosa che ho fatto da solo)……da 15 giorni già sta con un altro uomo.

    • Gentile Angelo
      da quello che scrive io le auguro di tenere duro, di non avvilirsi, di farsi forza e di superare questo periodo che comprensibilmente può essere destabilizzante. Adesso lei avrà una persona che vale la pena consolare, perché lo merita, e questa persona è proprio lei Angelo.
      Se lei si impegna con il suo ‘Angelo’ interiore, questi le corrisponderà e le darà soddisfazione. Il vittimismo diventa patologico quando è inconsolabile e se la prende con i suoi consolatori. Se lei davvero si impegna a gratificare e ad avere cura di se stesso, lei in cambio riceverà riconoscenza dal suo inconscio, e questo la porterà in una dimensione con nuove possibilità e certamente migliore della precedente.
      Un caro saluto

      • Direi che sia proprio la strada giusta. Visto che è andata dallo psicologo 4 volte negli ultimi 15 anni ma puntualmente e’ scappata dopo poche sedute. A febbraio mi ha chiesto di andare con lei e quando le ho detto di sì non è voluta andarci più. È’ dura uscirne ma ci sto riuscendo anche perché nella vita ho affrontato un tumore oltre 12 anni fa, ho perso mia moglie 8 anni fa di tumore ed ho cresciuto tre ragazzi…l’unico dispiacere vedere di essere trattato così ma ho capito che lo fa perché l’ho messa con le spalle al muro mentre con tutti gli altri riesce a stare con la maschera ed a ingannarli. Le sue amiche in particolare non vogliono parlarmi perché il colpevole sono io che l’ho fatta soffrire e la opprimevo….buon percorso a coloro che si trovano ancora in situazioni simili a quella che ho vissuto io

  3. Io mi ci rivedo in questa descrizione in prima persona. Non so davvero come cambiare questa cosa… Ho fatto psicoterapia in passato perché ero troppo chiusa dal momento in cui ho iniziato a farla comunque qualcosa in me si era sbloccato e iniziavo a relazionarmi con più persone, e dopo una decina di sedute ho deciso di interrompere. Ora però mi rendo conto che mi comporto in questo modo soprattutto con le persone che mi sono più vicine. Vorrei risolvere questa mia situazione… Spesso si sente dire sii te stessa e tutto andrà per il meglio; ma se io sono una persona orribile o abituata ad esserlo? Cosa mi consiglia?

    • Straordinario! Lei solo per il fatto di riconoscersi in certi aspetti è già oltre metà dell’opera per superare questo modo di reagire alle difficoltà della vita. Tutti, chi più e chi meno, diventiamo un po’ vittimisti in certi momenti o in certi periodi, e vogliamo essere un po’ consolati. L’importante è non entrare in conflitto con gli altri, comprendere i loro limiti, essere grati lo stesso se quello che ci possono dare non corrisponde pienamente a ciò che vogliamo. E poi ricordarsi che si deve fare un po’ a turno, cioè certe volte si è un po’ vittima, d’accordo, ma altre volte si deve essere consolatori e semmai, accettare che sia l’altro fare un po’ la vittima. Insomma l’importante è riconoscere quando si esagera e riequilibrarsi. Anche chi fa troppo la parte del consolatore non deve esagerare, e dovrebbe accettare di farsi consolare d altri. Purtroppo capita che quando per un periodo si è stati troppo da una parte o dall’altra, vittima o consolatore, si formi intorno a sé una specie di vuoto o di contesto che sembra non poter più mutare. Bisogna avere pazienza e lavorare un po’ alla volta per cambiare la situazione. Soprattutto se si è stati troppo vittimisti per un periodo medio-lungo, può capitare che gli altri in un primo periodo non riescano a credere del mutamento, allora bisogna perseverare in questo nuovo atteggiamento, e i risultati positivi non tarderanno ad arrivare: nuovi e più armoniosi rapporti con parenti ed amici, e poi una nuova scoperta di se stessi.

    • A meno che non abbia realmente commesso azioni irreparabili )che cìhanno un tempo di espiazione e riparazione interiore più lungo) inizia a non pensare a se stessa come una persona orribile ma con dei problemi pda risolvere,come tutti, indipendentemente dalle loro caratteristiche. Potrebbe altrimenti, venir confernata in questa credenza mentre il suo, è un bisogno di evoluzione interiore e interpersonale, come tutti gli altri esseri umani, accompagnato forse, da un senso di frustrazione ed empasse. Magari, potrebbe riprovare a farsi aiutare da uno psicologo o da un counselor o, se è una persona molto religiosa, anche da un sacrdote da cui si fida molto. Qualcuno insomma che possa aiutarla a sbloccarla da questa visione negativa un pò troppo assolutistica che ha di sè ed a migliorare la sua autostima. In tal modo, eventualmente, se a volte le capita di fare la vittima in modo che le sembra appesantire un pò le altre persone senza sapere come uscirne. anche questo dovrebbe migliorare sentendosi più sicura. Comprendendo ed accettando i suoi limiti e quelli degli altri.

  4. Buonasera dottore,
    le scrivo perché ho letto il suo articolo e ho trovato una corrispondenza quasi perfetta con il comportamento dell’uomo che sto frequentando da più di un anno. Pensi che sono arrivata su questa pagina impostando come chiave di ricerca su google “perché si accusano le persone di cose che non hanno fatto.”
    Sono una persona che ama razionalizzare molto e comprendere le cause che muovono il comportamento mio e di chi mi sta intorno, e per quanto ci pensassi proprio non riuscivo a capire quale potesse essere il tornaconto psicologico di alcuni comportamenti che il mio compagno mette spessissimo in atto e che si stanno rivelando sempre più pesanti e difficili da gestire per me. In particolare non riuscivo a comprendere che cosa potesse spingere una persona a ricercare nella partner delle colpe inesistenti, arrivando al punto da inventarsele appigliandosi a pretesti minimi e posticci pur di poterle muovere delle pesantissime accuse.
    Io mi ritrovo molto spesso in questa situazione. Ho avuto spesso l’impressione che il mio compagno inventasse deliberatamente delle mie mancanze allo scopo di potermi attribuire la colpa di ogni sua sofferenza oppure, alternativamente, allo scopo di “perdonarmi” in modo da poter vantare nel futuro una sorta di credito nei miei confronti. Comprendo adesso il grandissimo valore manipolatorio di un comportamento del genere.
    Il mio compagno, che attualmente ha 35 anni, ha trascorso un’infanzia sicuramente difficile e abbastanza traumatica caratterizzata dall’abbandono del padre che ha creato una nuova famiglia con un’altra donna, con la quale ha avuto delle figlie. Mi rendo conto adesso, dopo la lettura del suo articolo, che tutti gli elementi coincidono: lui non fa altro che sottolineare in maniera molto esplicita quanto tutti i suoi familiari lo maltrattino e lo tengano in scarsa considerazione. Il tipo di accusa che muove più frequentemente nei miei confronti è quella di ignorarlo, non interessarmi a lui, mi accusa inoltre di egoismo e ingratitudine, tutte accuse che mi hanno causato moltissima sofferenza: ero perfettamente consapevole che non c’era niente di vero, ma la sua manipolazione (è una persona di grandissima intelligenza e di conseguenza un abilissimo manipolatore) mi ha portato addirittura a chiedermi se non stessi effettivamente ferendolo senza neanche accorgermene.
    Purtroppo nel nostro caso si verificano le peggiori dinamiche di cui lei parla nell’articolo: se viene messo anche solo vagamente di fronte a una propria responsabilità, il mio compagno può diventare estremamente aggressivo e verbalmente violento, spingendosi a dire cose di inimmaginabile crudeltà. Arriva ad assomigliare a un animale ferito che lancia morsi a caso cercando di sbranare chiunque gli capiti a tiro: soffrendo anche di un problema di gestione della rabbia, in alcuni momenti perde completamente la capacità di ragionare e può ferire molto chi gli sta accanto.
    Ciò che complica moltissimo questa situazione è che i nostri sentimenti reciproci sono davvero molto intensi e la volontà di costruire una relazione duratura è seria e ferma da entrambe le parti. Devo aggiungere che quando non è, mi passi il gioco di parole, vittima del proprio vittimismo, quest’uomo è una delle migliori persone che io abbia mai conosciuto: premuroso, umile, di animo nobile, generoso, pronto ad aiutare e assistere gli altri, capace anche di inattesa leggerezza, divertente e infinitamente stimolante.
    Purtroppo però la convivenza sta diventando per me estremamente difficile, perché ho la sensazione netta di trovarmi in una casa degli specchi: da qualunque parte io scelga di andare, prima o poi andrò a sbattere. Qualunque comportamento io scelga di adottare, e per quanto impegno e attenzione io possa usare nel relazionarmi a lui, arriverà il momento in cui sarò accusata in maniera pesantissima di qualche altra mancanza (solitamente lui non si limita a una specifica circostanza: non è mai “in questa occasione sei stata egoista” ma, utilizzando un minimo pretesto qualsiasi, l’accusa è immediatamente “sei un’incredibile egoista, mi rovini la vita col tuo egoismo” e via discorrendo.)
    Mi perdoni per la lungaggine: mi sarebbe molto utile, se lei ne ha il tempo e la possibilità, avere un consiglio su come poter gestire questa situazione prima di raggiungere l’esaurimento delle mie risorse e delle mie energie e ritrovarmi costretta a rinunciare a questa relazione.
    Ovviamente il mio compagno non ammetterebbe mai nemmeno un centesimo del suo problema; si tratta tra l’altro di una persona per la quale chiedere aiuto rappresenta una delle peggiori onte e umiliazioni alle quali un essere umano si possa sottoporre. Ammettere di avere dei problemi irrisolti che lo portano a comportarsi così non è una possibilità che considererà mai.
    La ringrazio per il suo tempo,

    Carla

    • Gentile Clara, non mi è possibile dare consulti senza almeno una visita approfondita. Qui io partecipo in veste di moderatore per facilitare lo scambio di testimonianze, di solidarietà e per intervenire su questioni che riguardano tutti i casi in generale. Il suo caso riguarda poi una relazione di coppia della quale non ho informazioni sufficienti. Posso solo dire che le convivenze sono sempre una sfida difficilissima, oggi più che mai e che quindi si ingenerano dinamiche complicate dove si può passare dal vittimismo alle colpevolizzazioni reciproche e ad altro (cioè a cose peggiori). In questi casi la cosa più ovvia che bisognerebbe fare, è di separarsi per quel minimo di tempo necessario che consente di riflettere senza continuare a ferirsi. Di certo servirebbe un consulto di coppia e anche individuale per approfondire. Sembrerebbe comunque che i sentimenti ci sono, ma manca forse la volontà o la possibilità di affrontare queste crisi con la ragionevolezza e quindi anche con un consulto psicologico. Vi auguro di superare questo periodo, ma anche di comprendere che in certi casi è bene chiedere l’aiuto nella sede normale, cioè in presenza e con un colloquio, di una figura specialistica.

  5. Buonasera Dottore,
    è due anni che mi frequento con un ragazzo. Dico ‘frequento’ in quanto in questi due anni il rapporto non è mai decollato e abbiamo spesso litigato non sentendoci per alcuni periodi.
    Inizialmente non capivo il comportamento del ragazzo e mi arrabbiavo con lui, fino a quando, dopo alcune ricerche, mi sono imbattuta nel suo articolo che descrive esattamente la sua problematica.
    Mi trovo davvero in difficoltà perché tengo a questo ragazzo ma non so come fare per affrontare la situazione. Mi sento impotente e volte una buffa stalker!
    Ho seguito i consigli che Lei fornisce nel blog ottenendo qualche risultato, seppur temporaneo. Il ragazzo trova sempre mille scuse per non vedermi e non affrontarmi, però mi vuole tenere li buona e si arrabbia persino se esco una sera a cena con mio padre. Mi chiede scusa se è sempre impegnato ma dice che è un periodo nero ecc ecc (Le garantisco che non ci sono motivi così gravi per considerare il periodo così nero!!)
    Cosa mi consiglia di fare? Crede che pormi come una vittima anch’io e continuando ad insistere sperando di riuscire a vederlo ed entrare più in confidenza con lui possa essere un atteggiamento giusto per ottenere qualche risultato?
    Mi fa tenerezza perché so che soffre e credo che nessuno oltre a me possa aver compreso la situazione e quindi possa aiutarlo.
    La ringrazio anticipatamente per la Sua risposta e continuerò a seguirla.

    • Non ho elementi precisi per pronunciarmi. Credo che possa valere la pena approfondire la relazione, e comunque prendersi un p’o’ di tempo per vedere se con pazienza e comprensione certe dinamiche possano migliorare oppure no. Dopo tutto due anni avranno significato una crescita e una condivisione positiva, magari ci sono ostacoli che si sono irrigiditi e che però potrebbero essere trasformati e il più possibile superati.

  6. Salve, ho trovato il suo articolo molto utile e interessante, perché sto frequentando una persona che manifesta molti aspetti descritti perfettamente con le sue parole. Nelle ultime settimane, questi comportamenti vittimistici sono cresciuti esponenzialmente a causa di suoi malesseri fisici di cui non conosciamo ancora la causa, ma la cui responsabilità viene ormai quotidianamente attribuita più o meno direttamente a me. Ha iniziato ad allontanarsi molto da me e a concentrarsi esclusivamente su se stessa e su questo problema, ma ho provato a mettere da parte le mie esigenze per starle vicino e aiutarla ad affrontarlo, tuttavia ho ottenuto solo un crescente rigurgito di odio nei miei confronti, incrementato dal fatto che questi fastidi e dolori le stanno rendendo difficile lo svolgere serenamente i suoi impegni lavorativi e il coltivare i suoi interessi. Sembra che ogni mio tentativo non faccia che peggiorare la situazione: se la assecondo chiedendole come sta, lei continua ad accusarmi pesantemente, se provo a farle capire che è solo un problema passeggero, vengo accusato di non capire e di minimizzare, se provo a parlare d’altro, allora lei chiude il discorso e torna a parlare dei suoi fastidi accusandomi di voler far finta di niente. Ieri per fortuna è stata meglio, e mi è sembrata un’altra persona, le è tornato il sorriso, non mi ha colpevolizzato di nulla, ha ammesso di aver esagerato e si è detta dispiaciuta di esser stata fredda ed egocentrica. Speravo che la mia pazienza avesse avuto effetto, ma oggi, col presentarsi nuovamente di questi fastidi, ha iniziato gradualmente ad accusarmi. Francamente ora non so come comportarmi: avendo raggiunto l’esasperazione, le ho detto fermamente che per aiutarla a capire che tipo di problema possa essere io ci sono e lo faccio volentieri, ma che non ero più disposto a sentirmi accusare e colpevolizzare. Non so come comportarmi; se la assecondo, sono sicuro che, come ha già fatto, continuerà ad aggredirmi fino a farmi raggiungere presto l’esasperazione, ma se la ignoro, temo di perderla, perché si sentirà abbandonata. Come dovrei comportarmi secondo lei?
    Grazie in anticipo per la.sua risposta.

    • In questi casi, quando ci si sente sopraffatti non bisogna sopravvalutare se stessi, bisogna rendersi conto che il carico è troppo. Va alleggerito diminuendo il contatto, anche adducendo scuse e giustificazioni un po’ manipolatorie, in quanto l’altro reagisce con componenti sue infantili. Ad esempio trovare la scusa che si h mal di denti o che si deve fare un lavoro urgente o non funziona la macchina o c’è sciopero. Bisogna insomma prendere respiro e poi tornare ad aiutarla, ma facendo capire che non si è di ferro e che ci sono anche i propri problemi e crucci da affrontare. Può allora capitare che l’altro (il vittimista) capisca e voglia restituire la comprensione e il sostegno, e quando scoprono di riuscire ad aiutare fanno un passo avanti in più rispetto a quello che potrebbero fare (ma che non fanno – restando nel vittimismo quando sono troppo aiutati).

  7. Buongiorno, Ho letto il suo articolo, e ho trovato un senso di sollievo nel trovare finalmente un profilo identificabile con quello di mia madre.
    Tutto è iniziato (o almeno ha iniziato a lasciarmi un segno indelebile) il giorno che mia madre provava a suicidarsi, io ero sola a casa con lei, avevo 7 anni all’epoca…non so spiegare il resto…so solo che per me è stato come esser trascinata in un burrone al buio…lei proiettata su di me tutte le sue frustrazioni, tutte le sue insicurezze…facendomi sentire sempre in colpa per i suoi stati d’animo…ancora lo fa.
    Utilizza tutti i mezzi per farsi del male e farmi ancora del male.
    Ovviamente nessun familiare mi è mai stato di aiuto a questo problema, perché tutti vedono lei come “vittima” di una cattiva figlia, di un cattivo marito, parla male di noi con tutti.
    In adolescenza questo suo modo mi ha portato ad essere molto ribelle, dentro di me scatenata il ragionamento “ok se sono una figlia così schifosi non mi rimane che esserlo” facendo ogni tipo di maranello per poterle dare fastidio…quando invece crescendo ho capito solo che le facevo un favore potersi appoggiare tutte le sue accuse sulla mia ribellione.
    Senza parlare delle insicurezze che mi portava.
    Il dolore di non sentirmi mai amata. Il dolore di non riuscire a consolarla. Il dolore di non essere stata quella figlia che lei vorrebbe.
    Ricordo nella fase scuole elementari-medie che al ritorno, guai se fossi tornata a casa felice.
    “Io soffro e tu sei felice?…schifosi figlia che sei.”
    Ci sono ferite a cui non riesco più a ricucire.
    Oggi ho 31 anni, sono sposata, sono madre di 2 meravigliose creature che riempitone la mia vita di colori.
    Il fatto è che proprio oggi che sono madre non riesco ancora a spiegarmi come una madre possa comportarsi così.
    Io credo di non poter essere il suo aiuto.
    Lei prova ancora oggi a farmi del male.
    Nessuno dei miei parenti mi parla e ogni tanto le prende di dire a mio marito e ai miei figli che sono una persona cattiva.
    Questo mi fa allentare sempre di più da lei…anche se posso capire che è una malattia.
    Già perché è questo che tutti fanno, la compatiscojo e dicono “eh vabbeh lei è così, lei è debole, lei è sensibile”
    Credo invece di non aver mai sentito sensibilità in mia madre. L’ ho percepita molto di più in mio padre tipo taciturno.
    Io le scrivo per avere un aiuto…una impronta su dove potermi muovere, vorrei fare qualcosa ma non so cosa. Il fatto è che lei è mia madre e non un semplice estraneo da cui potermi allontanare.
    Pochi giorni fa, presa di rabbia nell’osservare i suoi atteggiamenti nei miei confronti..anzi in realtà cercava proprio di farmi perdere la pazienza…le dissi che mi piacerebbe parlare con una persona adulta che si prende la responsabilità delle proprie azioni, lei ovviamente dice che sono cattiva e che non voglio bene che sono ibrida e a tutte le sue accuse ormai rispondo che io le servo e mi ha creata solo per scaricare il suo vittimismo.
    Nei giorni a seguire lei o si fa venire le crisi oppure per intossicazione di farmaci finisce sempre in ospedale, così poi può dire che ha la figlia che fa schifo e può tornare ad avere in motivo per farsi compatire.
    Poi sono figli unica e non ho nessuno.
    Lei è assente con me, con i bambini e inventa sempre qualcosa per dire che lei sta male o che deve andare da sua mamma e dalle sue sorelle.
    Inoltre solo pochi giorni fa ho scoperto che a lavoro si prende delle giornate libere dicendo che deve sempre tenere i bambini miei, quando invece passa mezz’ora prima di andare a lavoro 1 volta a settimana.
    Così va da sempre. Cosa posso fare? A chi posso rivolgermi?

    • Posso solo rispondere in modo simile al commento precedente. Bisogna capire che la madre vittimista e problematica ci crea ferite che poi vanno curate. Allora possiamo poi fare del nostro meglio per ‘curare’ anche la madre. Ma finché non curiamo quelle che lei , seppure involontariamente, ci ha procurato non possiamo curare le sue, per quanti sforzi facciamo per sopportarla.

    • Ciao, sono federica, ho 33 anni, e pure mia madre è così. diversi tentativi di suicido da quando frequentavo le scuole medie. mi ha rovinato la vita perchè non sono stata in grado di reagire. uscivo di casa con l’incubo di tornare e trovarla impasticcata o bevuta. e questo ha provocato in me una sorta di auto difesa: non le raccontavo più nulla per paura che facesse chissà cosa. anche perché quando era in quello stato usciva e mi vergognavo tantissimo che la gente la vedesse così e non sapevo cosa fare. la prima volta che è successo ero a casa con delle mie amiche e l’abbiamo trovata sul divano bevuta e si era fatta la pipì addosso. immagina tu una bambina di prima media che non capisce solo poi ho chiamato mio padre ed è arrivata l’ambulanza a prenderla. ho passato il liceo così e l’università è stata un fallimento, perché non avevo ne ho autostima, ho paura di iniziare qualsiasi cosa. ho sempre fatto da cuscinetto tra i miei genitori pur di non vederli litigare per paura che lei reagisse così, prendendomi responsabilità che non erano mie. il matrimonio dei miei è ovviamente andato a rotoli, lei ha tradito mio padre e ancora oggi lo fa, mio padre le ha detto di andarsene e lei non lo fa. se la affronto mi minaccia mi punta il dito dicendo: beh e io vado a buttarmi sotto il treno, o vado ad uccidermi, è quasi un ricatto. Lei dice che non le ho mai voluto bene che non la ho mai difesa, anche a mio padre dice le stesse cose, ovviamente è sempre colpa di qualcun altro. perfino i tradimenti li giustifica così… io se la guardo provo rabbia e schifo. mi ha rovinato la vita, io oggi non ho nessuno e h perso il mio sogno. ho una pesantezza addosso che mi schiaccia anche se cerco di dirmi che a 33 anni posso ricominciare a vivere ma il problema è che non ci credo.

      • Bisogna capire che nei vittimisti c’è un bambino ferito che è diventato ricattatorio e distruttivo. Bisogna armarsi di pazienza, sgridarlo, ma anche dargli bacini ed esprimere tenerezza, anche se è un adulto. E’ difficile non risultare goffi e inautentici, ma è il solo modo per tranquillkizzarli. E’ come se dovessero essere assicurati che sono voluti bene. E’ difficile perché finiscono con il farsi detestare, eppure bisogna trovare quello spiraglio per arrivare al loro cuore infantile.

      • Bisogna capire che nei vittimisti c’è un bambino ferito che è diventato ricattatorio e distruttivo. Bisogna armarsi di pazienza, sgridarlo, ma anche dargli bacini ed esprimere tenerezza, anche se è un adulto. E’ difficile non risultare goffi e inautentici, ma è il solo modo per tranquillizzarli. E’ come se dovessero essere assicurati che sono voluti bene. E’ difficile perché finiscono con il farsi detestare, eppure bisogna trovare quello spiraglio per arrivare al loro cuore infantile.

  8. Sono la mamma di una ragazzina adolescente che io e mio marito amiamo profondamente.
    E’ carina, intelligente brava a scuola e a detta degli insegnanti dotata di forte autostima ( per noi non così forte). In classe non ha mai trovato sincere amicizie ma era riuscita a creare relazioni preferenziali.
    Poi 10 giorni di Erasmus in Germania e al ritorno tutto è cambiato ( a suo dire).
    Ora è vittima di tutta la classe si sente sola depressa i compagni non la cercano più e l’andare a scuola le crea ansia.
    Ogni mattina ritarda l’uscita da casa, ha attacchi di ansia e quando torna è un continuo raccontare di episodi in cui lei è vittima dei compagni a cui, a suo dire , non sa cosa ha fatto.
    Non abbiamo chiaro come comportarci: supportarla in questo atteggiamento denigrando i compagni forse aumenterebbe questo stato di isolamento, ma contestare il suo vittimismo non fa che peggiorarlo.
    Che fare?
    Grazie in ogni caso
    Una mamma forse troppo preoccupata?

  9. Salve, ho trovato molto istruttivo il suo articolo e mi ha suscitato delle domane. come faccio a capire se la mia autocritica è simulata? ci si può rendere da soli conto di essere vittimisti cronici? c’è un altro modo di uscire da questo stato che non sia la terapia?

    • Vede, il solo fatto che lei si metta in discussione indica che le sue eventuali forme di vittimismo sono trasformabili e moderabili. L’importante é che diventiamo più consapevoli di noi stessi. poi ognuno ha i suoi difetti e magari si può essere anche in po vittimismi in certi periodi o in certe situazioni. Riuscire a correggerli il più possibile indica che non si è in una condizione meramente patologica.

    • Buongiorno,
      leggo oggi questo articolo per caso, la cui argomentazione mi tocca da vicino, avendo un familiare che incarna alla perfezione la descrizione da lei fatta.
      Mi ha rincuorato leggere la sua puntuale ed accurata descrizione della patologia, per le famiglie coinvolte l’estrema difficoltà è quella di chiedere aiuto, di far capire all’esterno del nucleo familiare che la situazione è deleteria per tutti i soggetti coinvolti.
      I ruoli si confondono, non si riesce a distinguere il torto dalla ragione, e cercando di dare il proprio aiuto, si lede ancor di più la sensibilità del vittimista.
      La mia domanda è… come fare ad approcciarsi a questa patologia, come e a chi chiedere aiuto…
      La ringrazio.

      • Chiedere il sostegno di psicoterapeuta o psichiatra. Informarsi. Costruire in se stessi una difesa terapeutica, consistente nella maggior consapevolezza che si sta facendo fronte ad un disturbo del parente, e quindi armarsi di pazienza. Ma rispettare se stessi, non prestarsi sempre a farsi colpevolizzare e usare. Trovare scuse e affermare il proprio diritto e i propri doveri per potersi occupare delle proprie cose. Non bisogna consentire di farsi ‘dissanguare’ quotidianamente. Bisogna trovare una giusta misura sopportabile per le proprie possibilità. Recuperare con il contatto con persone ed energie positive, al fine poi di poter prestare le giuste attenzione al parente vittimista, senza restarne troppo destabilizzati. In cverti periodo è necessario staccare, allontanarsi. Se non è possibile bisogna diminuire comunque i tempi della relazione.

  10. Gentile dottore, sono una ragazza di quasi 17 anni, sto attraversando un periodo abbastanza buio. Le scrivo perché mi sono isolata e mi sono accorta che tendo sempre ad incolpare altri per la mia condizione e giustifico persone con menti disturbate. Secondo lei, ‘soffro’ di vittimismo patologico?

    • Una ragazza di 17 anni è ovviamente in un periodo di crescita e trasformazione. Tenga presente che anche se lei ormai è in una post-adolescenza, nella psicologia dell’età evolutiva oggi l’adolescenza viene considerata come una fase che può andare ben oltre i 20 anni… L’errore che si può fare e allora quello di fissarsi credendo che le cose non possano cambiare o abbiano preso una piega che non si può più ‘stirare’… Io non conosco il suo caso specifico, ma il fatto che lei legga, si informi, si ponga delle domande denota la voglia di capire e di approfondire. Questo è un passo fondamentale, che non si cura di fare chi entra nella posizione del viittimismo patoloigico. Credo quindi che lei abbia bisogno di sentirsi compresa su questioni sue personali, di parlare con fiducia a persone che stima, di essere ascoltata e di ascoltare qualcuno e più di uno che abbia più esperienza e che appare come un modello positivo. Non mi riferisco ad un guru o ad un santone, ma a persone che possono essere recepite con affetto e stima. Talvolta è difficile trovarle, sono certamente poche, ma spesso tocca a noi scoprirle e possono essere più vicine a noi di quanto non pensiamo. Per una lettura interessante sulla posizione dell’adolescente nella famiglia, nella società e nella scuola le consiglio LA FAMIGLIA ADOLESCENTE di Massimo Ammaniti http://www.lafeltrinelli.it/libri/massimo-ammaniti/famiglia-adolescente/9788858120668

  11. Mi chiedo quale sia la differenza tra ‘vittimismo patologico’ e stile evitante. Qualche ragguaglio?

    • Possono coesistere, ma non è detto che coincidono. Uno può avere anche uno stile evitante, che esclude gli altri, senza considerarsi vittima degli altri, ma magari superiore agli altri. Queste domande sono naturali, ma nascono dal fatto che applichiamo le categorie classificatorie delle etichette psichiatriche come dei vestiti calzamaglia che vanno aderenti a ciascuno, come una specie di sagoma… invece dovremmo considerare il ‘vestito psicologico’ di ciascuno come un insieme di vari indumenti, di varie fogge e marche, cioè come l’intersecarsi di più etichette che vanno a calzare in ciascuna personalità a modo suo. In tal senso più che considerare una personalità evitante, narcisistica, vittimistica, borderline, ecc. dovremmo parlare di uno stile di personalità incline ad un certo quadro, ma sempre considerando l’importanza di un mix di fattori che rende unico e assoluto quel quadro di personalità, per cui l’incasellamento in una sola etichetta o quadro precostituito risulta sempre riduttivo, parziale e al fine anche fuorviante se vogliamo capire l’autentica soggettività di quella persona.

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  14. Bravo dottore: sei equilibrato ed hai mostrato a volte che anche tu non ce la fai! Comunque ora io ho 59 anni con alcuni problemi di salute, madre di 87 con altzeimer ,vittimista ed accumulatrice cronica da 45 anni. Per sopravvivere debbo attuare vari distacchi etc. perchè è dura essere attaccati quando si lavora a pro. inoltre con figli in età difficile alla fine per stare appresso a tutti rischi di rimanerci sotto e poi, a te, chi ti risolleva? insomma bene che se non si ha un pò di sano egoismo sti vittimisti ti ammazzano!
    Buon lavoro e grazie per il conforto. Alla fine ti tornerà tutto, come diceva D’Annunzio, ho ciò che ho dato..

    • Buon lavoro, vedrà che tornerà tutto… scusi il ritardo, ma ho avuto un bel da fare in questi giorni. Saluti e ci faccia sapere, confidando in un miglioramento, in particolare della sua capacità di contenere le difficoltà nel miglior modo possibile.

  15. Attenzione a non sentirsi e comportarsi come vittime di chi consideriamo, secondo il nostro parere, lenostre reazioni ed emozioni, parere che non può mai essere oggettivo solo in base a letture ed interazioni che per qualsiasi motivo ci fanno soffrire , come vittimiste (non esiste una patologia ufficialmente riconosciuta in tal senso ma si può riconoscere una certa tendenza in alcuni depressi ed in alcuni narcisisti – con modalità e fini diversi -oppure per via di una rabbia repressa) al fine di deresponsabilizzarci e proiettare sull’altro le proprie ombre ancora ignote o che saventano o delle quali non vogliamo portare il carico o dalle quali vogliamo prendere le distanze. Bisogna stare sempre molto atenti a non usare una qualsiasi diagnosi o presunta tale “contro” qualcuno, sia esso coniuge o altro tipo di parente o amico. o collega. Si può finire in circoli viziosi relazionali dai quali poi può essere molto difficile uscire, per impulsività o per sfogare le proprie frustrazioni temporanee, magari sommate a quelle passate, o per convinzioni errate o perchè vorremmo “aggiustare” l’altro. E di conseguenza, noi insieme all’altro. E’ bene riflettere su questo e chedere aiuto a dei professionisti seri e preparati e con i quali ci troviamo bene, per capire cosa ci sta realmente accadendo e cosa possiamo fare per superare la nostra situazione personale e relazionale. Del resto, è sempre nel relazionale che si può capire l’uomo nel bene e nel “male”.

    • Sono perfettamente d’accordo con le importanti raccomandazioni della Dr.ssa Elisa, coautrice con me di questo articolo. Vorrei aggiungere, per ricordarlo, in quanto nell’articolo c’è scritto che non esiste una diagnosi di ‘vittimismo patologico’, noi abbiamo cercato di individuare ed esaminare un quadro sintomatico che presenta la tendenza più o meno accentuata a colpevolizzare, ricattare, svalutare e aggredire gli altri – in modo più o meno esplicito – per il fatto che effettivamente ci si trova in una situazione di malessere, che non è simulata, è reale solo che la persona si pone in una relazione conflittuale – questo inconsciamente – con chi potrebbe o vorrebbe aiutarla, o effettivamente l’aiuta. Ogni caso va compreso esaminadolo nella sua specificità, soprattutto bisogna assolutamente evitare di considerare come ‘vittimista patologico’ chi non lo è , e si trova invece in una effettiva difficoltà nel poter richiedere e ricevere comprensione, conforto e sostegno, e talvolta anche per incapacità e mancanza di attenzione degli altri. Quindi siamo in un campo dove bisogna sempre esaminare il rovescio della medaglia, che c’è sempre, anche se le cose possano apparire evidenti ed essere lette solo da un verso… l’analisi psicologica è una questione molto delicata, che va ponderata nella specificità di ogni caso soggettivo, perciò etichette e quadri diagnostici debbono essere sempre messi in discussioni e tagliati a misura della complessità di ogni persona, che ha sempre diritto di essere compresa e aiutata se è in difficoltà, anche qualora fosse un ‘vittimista patologico’ al 100%. I parenti, gli amici e i terapeuti di una persona che tende ad un simile quadro devono comunque avere una visione chiara della problematica e quindi non restare soggiogati da dinamiche frustranti e depressogene che il vittimismo patologico da noi inquadrato tende a determinare.

  16. Buongiorno,

    Da oltre 15 anni sto con mia moglie (da 8) e mai come leggendo questo articolo ho riscontrato molti aspetti del suo modo di fare.

    Non so se il suo sia vittimismo patologico a 360° perchè è spesso una donna allegra e spensierata ma nei momenti bui – anche frequenti comunque – tende ad attribuire tutto all’esterno, spesso a me, senza sentire ragioni o cercare di capire l’interlocutore, reagendo in maniera aggressiva anche in situazioni apparentemente “sotto controllo”.

    Prima di oggi non avrei saputo dare un nome a tutto questo anche perchè, e qui entro in gioco io, io esco da un percorso di psicoterapia cognitivo / comportamentale di un anno che mi ha permesso di meglio focalizzare i miei “disturbi” (carattere da rompiscatole, impositivo, spesso inutilmente “fissato” su sciocchezze, etc.) ai quali però ora viene attribuita la responsabilità di tutto. Proprio ultimamente, grazie al mio stare meglio, è emersa rabbiosa “l’invidia” con il “tu stai bene perchè hai potuto scaricare addosso a me tutto quanto, guarda come mi hai ridotto” e concetti simili… Io, ancora prima di terminare il mio percorso e prima di leggere questo interessante contributo, ho iniziato a proporle di intraprendere un percorso di psicoterapia ma ormai l’argomento è tabù: “Io sto bene, se non ci fossi tu la mia vita sarebbe perfetta”. Io, che ho una tendenza a ‘sottomettermi’, annuisco e accetto tutto questo ma covo rabbia che è tra i motivi che mi hanno portato alla terapia.. ma pur riconoscendo tutti i miei errori e le mie responsabilità (che con l’arrivo di un figlio sono anche aumentati) nei suoi disagi, non riesco a capacitarmi di essere “l’unica causa di problemi”..

    Come posso aiutarla ad identificare la necessità di essere supportata? E’ una donna estremamente intelligente e razionale ma non riesco a trovare la chiave di volta.

    Grazie per qualunque contributo vorrà darmi.
    Un saluto.

    • Aggiungo un’importante dettaglio: nei momenti in cui io sono “quasi impeccabile” esiste comunque qualcosa, sempre al di fuori di sè, che non va per il verso giusto. Certo, un’importante emicrania abbastanza invalidante non aiuta il quadro generale ma resta l’attitudine ad essere vittima sempre di qualcuno o qualcosa che sia se stessa.

      Un saluto.

      • Si tratta di relazioni davvero problematiche. Basta una piccola cosa e si scatenano accuse, colpevolizzazioni, ricatti affettivi, malumori che rendono cupa la vita in generale. Al fine credo che le persone che hanno a che fare con persone patologicamente vittimiste necessitano loro stesse di essere terapizzate, e comunque di essere informate molto bene su quanto certe relazioni possano essere disturbanti. Tuttavia ogni caso va esaminato con un’analisi attenta. Non è mai giusto basarsi solo su articoli e letture e affibbiare etichette psicopatologiche agli altri, per quanto possano calzare a pennello. E’ sempre bene farsi un’idea, ma poi rivolgersi ad uno specialista, almeno per un consulto.

      • Caro Antonio, cosa intendi quando affermi di essere “quasi impeccabile” con sua moglie? A me sembra un’affermazione molto generica, difficle da capire nella sua specificità al di là del fatto che essa può indicare un “comportarsi bene”, “andarle incontro” oppure, “sottomesso”? O “guidarla?” Potresti cercare di chiarire un pochino questo aspetto?
        Inoltre, in che senso tua moglie tende ad essere anche vittima di sè stessa, secondo te e la tua esperienza? Grazie, un caro saluto ed a presto.

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