Il vittimismo patologico

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di Pier Pietro Brunelli e Elisabetta Lazzari

Una riflessione per comprendere le vittime di se stessi… gettando la colpa sugli altri.

arroganza_ombrelliINTRODUZIONE

Le persone che si comportano in modo vittimistico vivono in una persistente e involontaria sfiducia verso gli altri e verso le possibilità positive della vita, attraverso l’irrigidirsi di meccanismi difensivi disfunzionali. Queste persone possono essere   aiutate a migliorare la propria condizione generale di vita e la propria autostima quando si comprendo le ragioni psicologiche profonde del loro disagio interiore che le induce ad accusare gli altri e a non vedere mai le proprie responsabilità. Il recupero dell’autostima è fondamentale per uscire dal vittimismo patologico, ma a tal fine bisognerebbe essere capaci di un minimo di autocritica, cosa che purtroppo non c’è, o al massimo è simulata. Per diverse ragioni il comportamento vittimistico può essere considerato come una particolare forma di ‘narcisismo patologico’ che amplifica l’immagine dell’ego attraverso l’acquisizione di un potere sugli altri basato sulla colpevolizzazione, il ricatto affettivo, l’esaltazione del proprio Io attraverso la sofferenza effettiva, ma anche ingigatita, iperesibita e talvolta simulata.

Non esiste una diagnosi di ‘vittimismo patologico’, ma l’intento dell’articolo è di indagare e far discutere sugli aspetti patologici del vittimismo. Tuttaviaper comprenderci chiameremo genericamente ‘ vittimista patologico’ chi adotta uno stile comportamentale come quello di cui qui ci occupiamo.

La letteratura psichiatrica non parla esplicitamente di “vittimismo patologico” né come sintomo, né come disturbo di personalità… Un’etichetta psichiatrica che si può avvicinare è la “Sindrome di Munchausen” (vedi Wikipedia.org Sindrome di Münchhausen)nella classe dei cosiddetti Factitious Disorder (Wikipedia.org Factitious  disorder)…… ma per quanto queste etichette possano essere riferite al vittimismo, essendo quadri generali non vanno a cogliere il processo interiore delle persone che è estremamente soggettivo. Cerchiamo qui di comprendere cosa c’è di pesante e dannoso nel vittimismo, per gli altri e per le vittime del vittimismo stesso.

lupo_agnelloQui non si parla del malato immaginario e neppure della persona che fa finta di star male, qui si parla di persone che hanno una difficoltà ad esprimere le loro pene, ansie, dolori, preoccupazioni e sintomi anche reali in una modalità che non risulti affliggente per gli altri e per loro stessi. Non se ne rendono conto, non lo ammettono, non possono farne a meno, per cui esprimono il loro malessere in un modo frustrante e a volte più o meno aggressivo verso gli altri, e purtroppo in particolare verso chi li aiuta o li potrebbe aiutare. Non conoscono il senso di ‘aiutati che Dio ti aiuta’, e, in fondo, temono che richiedere aiuto voglia dire essere preda dell’aiutante, considerato più forte, alquanto ambiguo, e quindi anche da invidiare e difensivamente aggredire. Questo può essere un modo di reagire ad un’infanzia che per quanto abbia avuto una facciata sana e accettabile è stata vissuta, sul piano degli affetti e della fiducia, in modo alquanto ambivalente e pericolante. Nel vittimismo patologico allora si può rivivere l’ansia di non essere mai stati aiutati veramente da qualcuno con piena fiducia e reciproca disponibilità, in quanto da bambini non era così, e l’ambiente domestico e/o scolastico era percepito nella sua sostanziale ambiguità e inaffidabilità psicologica. Da ciò deriva che nel vittimismo patologico si crede che nessuno possa o voglia davvero aiutare e che tutti in fondo se ne fregano. Allora avviene che nel vittimismo patologico si esasperi la richiesta di aiuto implicito manifestando in modo sempre esasperato e continuo i propri dolori e bisogni frustrati – e al di là che siano veri o no, o che siano esagerati – si getta tutto ciò addosso all’altro che pure vorrebbe essere d’aiuto. Un’immagine è quella che la persona che si tenta di aiutare tenta a sua volta di graffiare e mordere chi la vuole aiutare e al fine la accusa anche di non averla voluta davvero aiutare o, come minimo, di colpevole incapacità… Parliamone insieme nel blog, c’è molto da comprendere…

Mirò... una gabbia intorno a un cuore vittimista

Mirò… una gabbia intorno a un cuore vittimista

Per aiutare il vittimista patologico occorre un complesso processo  psicoterapeutico, di ascolto e di alleanza totale. La minima osservazione delle sue  responsabilità può invalidare la relazione terapeutica. Il rischio è dunque quello di fortificare la posizione vittimista che trova nella psicoterapia la possibilità di ‘crogiolarsi’, fino a convincersi che è la poisizione ‘giusta’ da ricercare anche con gli altri.  E’ comunque importante che chi si pone come vittimista patologico cronico possa confidare a qualcuno la sua vita e i suoi sentimenti e disagi più profondi.   Allora può riuscire ad entrare in contatto con  parti emotivamente importanti e  parzialmente  scisse di sé, in tal modo possono riconoscere quali sono state le fasi e le relazioni veramente dolorose della sua vita, e quindi distinguerle rispetto a ciò che ci è stato di positivo. In effetti quando si riconoscerà che la vita ha detto NO, ma ha detto anche SI’, allora si incomincerà ad uscire dal vittimismo assoluto, ci si comincerà a porre il problema di come ottenere i SI’ e quindi come fare a migliorarsi… si scoprirà che la prima cosa da fare è imparare ad esercitare una corretta e giusta capacità di autocritica e che per molti aspetti si è stati inconsapevolmente vittima di se stessi.

Vittime o vittimisti?
Tutti noi possiamo subire dei torti, piccoli o grandi, o vere e proprie ingiustizie il che provoca certamente dispiacere, ma non necessariamente il sentirsi ‘sempre vittima di tutto e di tutti’.  Il vittimista è convinto di subire torti sempre e da chiunque:  nell’ambito famigliare e lavorativo, nella coppia, nell’amicizia.
viulenzaGeneralmente, seppure con grande spirito di sopportazione, possiamo affrontare certe offese con l’aiuto della razionalità, ed anche rivolgendoci ad altri per avere sostegno. Possiamo sopportare soprusi e vessazioni da coloro verso i quali pensavamo di poterci fidare anche volgendo altrove la nostra attenzione creativa e ricettiva, costruendo per noi stessi nuovi impegni, situazioni e relazioni volte a fare del nostro meglio. Inoltre possiamo cercare una riconciliazione con chi ci ha offeso e ferito.  Talvolta possiamo anche riconoscere che un torto subito deriva da incomprensioni reciproche; con ciò individuiamo una nostra quota di responsabilità. In ogni caso, seppure entriamo in crisi e ci addoloriamo, è naturale il desiderio e l’impegno per uscire dalla situazione critica, dalla quale ci si vuole liberare.

 

La persona vittimista invece, di fronte alle difficoltà e alle ingiustizie della vita,  quelle piccole come quelle grandi, tende a reagire senza volersi veramente liberare della sofferenza, al fine di trarre da essa una forma patologica di difesa psicologica. Essenzialmente si tratta di una difesa  non tanto verso gli altri, quanto verso fattori psichici suoi interni: inconsci disturbanti e risalenti alla prima infanzia.  Quindi, in un certo senso, la persona vittimista, piuttosto che voler superare la sofferenza tende a crogiolarsi in essa, a trarne un qualche assurdo vantaggio difensivo/aggressivo.

luna stortaCiò avviene soprattutto se considera di poter impiegare  le proprie pene, ad es. un proprio disturbo fisico, un proprio malessere o disagio esistenziale, come  modo per verificare il suo potere nell’ambito di ogni relazione, specialmente quelle affettive. Il vittimista sembra richiedere l’attenzione totale degli altri, fino al punto che agli altri, ai quali viene mostrata la sofferenza, non viene riconosciuta alcuna esigenza e libertà  personale, neppure relativa a problemi e sofferenze, che vengono comunque considerate secondarie. In genere il vittimista tende a confortare le sofferenze altrui superficializzandole, con una sorta di fatalistico ottimismo, che se fosse impiegato nei suoi confronti gli provocherebbe vere e proprie crisi di odio e di rabbia.  Basta un niente affinché gli altri possano essere accusati di disinteresse, incomprensione e tradimento della relazione affettiva.  In tal senso il vittimista patologico si sente assai ferito dagli altri – anche solo perché non lo comprendono -  e crede di essere sempre e comunque la vittima innocente di potenziali carnefici. Da tale conflitto  reagisce in modo da trarre un potere psicopatologico, basato sull’esaltazione dell’offesa subita, nonché della sua impotenza, del suo dolore, al fine di colpevolizzare non solo il colpevole o presunto tale, ma gli altri in generale, e, in modo assurdo,  persino coloro che cercano di offrire il loro aiuto.  Seppure il vittimista tende a costruire con chi lo aiuta una relazione di complicità, questa è volta a fortificare il vittimismo stesso. Qualora la persona che aiuta tenti di depotenziare la posizione vittimista o si rifiuti di suffragarla sempre e comunque,  la relazione di complicità si commuta in conflitto. E’ difficilissimo uscire fuori dal paradosso per cui  chi aiuta un vittimista viene impiegato dal vittimista per fortificare il suo vittimismo, e quindi l’idea di non poter essere aiutato da nessuno, ma al fine solo ferito e tradito… e così via.

La persona vittimista non è in grado di riconoscere le proprie responsabilità, e se si cerca di fargliele notare si sente aggredita.

dolore-cronico-quadrato.300x300Una manovra relazionale tipica del vittimista, è quella di accusare gli altri, non tanto per il fatto che gli hanno procurato un torto, ma perché sono incapaci di capirlo e di aiutarlo. In tal modo tutte le persone con le quali il vittimista entra in relazione possono essere accusate di omertà, complottismo, menefreghismo, mancanza di empatia, disumanità, ecc. In particolare medici , terapeuti e servizi assistenziali potranno essere considerati non soltanto ‘colposi e incompetenti, ma anche dolosi, quasi che facessero finta di voler curare, laddove invece traggono benefici per se stessi infischiandosene del maklatoe, anzi arriavando anche a provocare il suo malessere per motivi di lucro.  Evidentemente ciò assume tratti paranoidi. Il vittimista si sente infelice e si trova effettivamente in difficoltà, ma anche in mancanza di un ‘colpevole oggettivo’, attribuisce la colpa agli altri, e alla vita e al mondo in generale, sviluppando una sfiducia misantropica generalizzata. Ciò gli fornisce sempre un alibi per non assumersi le proprie responsabilità e rimanere nell’immobilismo di una situazione negativa che  internamente  sente come immodificabile. Come vedremo alla base del ‘vittimismo patologico’ vi sono specifiche dinamiche inconsce rimaste incagliate in meccanismi difensivi infantili, che generano processi cognitivi ed emotivi disturbati e disturbanti.
Sia la vittima e sia il  vittimista,  possono subire in quanto agenti passivi, una disgrazia, un tradimento, una manipolazione affettiva o di altro tipo, ad es., economica, tuttavia la vittima non vittimista non ha alcune intenzione di adoperare ciò che ha subito per relazionarsi in modo manipolatorio verso altri che non c’entrano nulla, o dai quali potrebbe addirittura ricevere aiuto e solidarietà.  Spesso la vittima vuole anche evitare di far sapere quanto gli è occorso, e quindi di apparire vittima, se non al fine di poter ottenere un qualche effettivo risarcimento del danno subito.  Al vittimista invece, paradossalmente, e da un punto di vista emotivo,  non interessa tanto la riparazione del danno subito, quanto la possibilità di impiegare il danno subito  per esprimere una sua problematica inconscia disturbante, che altrimenti non riuscirebbe ad esprimere, cosa che lo porterebbe sul baratro della depressione e finanche della dissociazione (psicosi).

False-Accusation-by-Anonymous-Accuser-2Il paradosso è che il vittimista impiega la sua posizione di vittima per difendersi da dolori e disturbi psichici verso i quali non riesce a porre rimedio. A tal fine può dunque non solo esaltare la sua posizione di vittima, ma anche fare in modo da poterla perpetuare, rinnovare, al punto di provocare situazioni dalle quali può in vari modi essere ‘vittimizzato’.
La vittima non vittimista, prova gratitudine verso chi la aiuta, perché il suo stato emotivo e mentale di dolore è ancorato ai fatti reali che glielo hanno prodotto e non ad intenzioni, seppure inconsce, di “sfruttare”  l’altro per difendersi da antiche ferite irrisolte che si porta dietro dall’infanzia.
Il vittimista non riesce a provare gratitudine in quanto considera la relazione affettiva che la gratitudine svilupperebbe come un ambito potenzialmente inaffidabile. Ciò a causa di una mancata elaborazione della relazione primaria con la madre nella prima infanzia, vissuta come inaffidabile per fatti e comportamenti oggettivi e/o fantasmatici.
Provare gratitudine, fidarsi, aprirsi all’altro e quindi lasciarsi aiutare, amare e ad essere amati, nasconde lo spettro dell’abbandono e del tradimento, perciò piuttosto che provare gratitudine e amore per gli altri che vorrebbe aiutarlo, finisce con il trasformare gli altri ingrati, in persone incapaci di comprendere le sue esigenze, il suo amore, la sua bontà, e, naturalmente, i suoi dolori.

La difesa vittimistica è dunque una difesa dai propri fantasmi persecutori interiori, formatisi nell’inconscio a causa di una relazione disturbata con la madre, e poi con l’ambiente famigliare.

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Illustrazione di Irene Servillo – www.ireneservillo.com

Quanto più questa difesa patologica viene perpetuata tanto più essa si trasforma in una prigione dalla quale non si riesce a uscire, anche perché la chiave è nascosta nel luogo più impensabile e misterioso che esista: dentro il proprio profondo, in zone d’ombra e rimossi dell’inconscio risalenti alla prima infanzia.  D’altra parte uscire da questa prigione appare come pericoloso, il male è tutto fuori, e per difendersi bisogna rafforzare la prigione e occultare la chiave in un luogo sempre più profondo e irraggiungibile dentro se stessi.
Quando non vi sono colpevoli o potenziali carnefici finalizzabili a rafforzare la posizione di vittima, l’aguzzino diventa  il destino ed  il fato  che viene considerato sempre avverso, come se si fosse vittima di una qualche predestinazione demoniaca che condanna alla sfortuna costante. Ed è questo un altro motivo per non fare niente e continuare a lamentarsi. Un altro aspetto tipico dello psichismo delle persone vittimiste, le porta   a rimandare,  a procrastinare o a non considerare tutte le azioni potenzialmente migliorative della loro condizione, ad un ideale “momento migliore”, che potrebbe anche però,  a livello di realtà, non arrivare mai.

c4efd5020cb49b9d3257ffa0fbccc0ae-272x272La realtà, viene però letta in modo deformato dalla persona vittimista, a causa di antiche e precoci difese – o difese “nella” difesa -  che ancora permangono attive. Infatti, il vittimismo è una difesa ad es. per non sentire… (continua pagina successiva) 

237 Comments on “Il vittimismo patologico

  1. Salve dottore..rileggendo queste preziose informazioni ho capito un po’ la mia situazione.
    Il mio ex fidanzato per un anno è stato semplicemente meraviglioso..per 6 mesi invece è cambiato totalemente: scatti di nervosismo, si lamentava dei traumi infantili e sulla separazione burrascosa fra il padre e la madre, si lamentava di tutto, guardava continuamente quello che facevano gli altri e mai se stesso. Ha iniziato a mettere me in discussione, gelosia, aveva sempre paura che lo lasciassi, molto insicuro e tutti ce l’avevano con lui; stava sempre male con lo stomaco e ha iniziato ad incolparmi perchè dipendeva dal fatto che non si sentiva alla mia altezza.
    Ma non faceva nulla per cambiare la sua situazione: non lavorava, si rinchiudeva in casa per studiare e basta, inoltre ho notato che mi diceva anche delle bugie.
    Ho iniziato a pensare di essere io il problema, tanto che l’ho lasciato dicendogli che aveva bisogno prima di capire cosa voleva dalla vita e di essere felice per se stesso perchè si vedeva che in coppia non era felice. Lui adesso è sparito da un mese ma io mi sento in colpa di non essere riuscita ad aiutarlo perchè lo amavo tantissimo..cosa dovrei fare…

      • La ringrazio per la risposta precedente. E’ trascorso del tempo e i sensi di colpa sono scomparsi, non avevo motivo per sentirmi in colpa per qualcosa che dipende solo da lui, non posso gestire i suoi comportamenti e agire al suo posto, solo lui era ed è responsabile di se stesso. Dunque se capirà un giorno che il suo vittimismo lo saboterà in tutto nella vita e comprende il percorso da intraprendere, allora sono contenta per lui, così come lo sono a prescindere se sta facendo quello che vuole anche se non vuole più vedermi.
        La ringrazio per l’analogia del senso di colpa visto come una porta da aprire e chiudere a seconda delle circostanze, ne ho compreso solo ora il significato.

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