Indignazione, indifferenza ed equilibrio interiore

 

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Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così,perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere umani:

la facoltà di indignazione  e l’impegno che è la diretta conseguenza. 

(Indignez-vous, Stéphane Hessel, 2010)

L’insostenibile indifferenza dell’essere

Una volta andai in chiesa ad ascoltare  un’omelia di  Don Gallo presso la sua parrocchia di  Genova. Quella volta Don Gallo doveva essere particolarmente ispirato. Con un trasporto gestuale autentico ha mostrato il palmo aperto di una mano e poi ha ostentato il gesto di contare  fino a cinque, accompagnandolo  a viva voce : “ 1… 2…3 … 4 … 5”. Poi una lunga pausa, durante la quale  tutti i presenti restarono assorti, con espressioni tra l’interrogativo e l’ipnotico.  Allora Don Gallo ha alzato la voce, ha stretto il pugno, e ha detto:  “Ecco! Contate fino a 5… ogni cinque secondi muore un bambino, di fame, di miseria, di abbandono…”.

Don Gallo voleva così far comprendere nel profondo dei sentimenti che non c’è tempo da perdere, e che non basta solo pregare,  bisogna anche indignarsi e fare qualcosa di solidale.  I profughi di guerre, nelle quali gioca la sua parte l’Occidente vengono respinti, o trattati non umanamente, o anche lasciati morire in mare. Non è vero che non ci sono soluzioni e che si fa di tutto per salvarli. Non è vero che la fame nel mondo e le guerre sono un destino ineluttabile. Si tratta piuttosto delle conseguenze di una società che, per quanto si dica avanzata e civile, è diretta e controllata da poteri dominanti, secondo logiche di fondo che sono ancora barbariche.

In questo articolo voglio sostenere che è piuttosto impensabile l’idea di stare in equilibrio e di stare bene con se stessi se ci si infischia dei mali del mondo. Se ciò appare possibile è solo grazie ad una forma di narcisismo vampirizzante e di ignavia, che poi sfocia in ulteriori problematiche ed infelicità. Inoltre se non si riesce  a percepire e ad esprimere la propria indignazione solidale rispetto ai mali del mondo allora si cade più facilmente preda di stati depressivi e ansiosi, i quali hanno una loro origine anche nel senso di impotenza e di frustrazione sociale.

Tante persone civili, umane, democratiche sono indignate per la barbarie imposta dall’intreccio tra politica, economia, finanza e corruzione, al quale non sembra esserci scampo. Bisogna che l’indignazione venga sempre sorretta e attivata nella direzione più efficace possibile. La salvezza di se stessi, dei figli, dei nipoti, di chi amiamo e degli altri, dipende sempre più da una qualche intenzione, predispozione e azione volta a salvare il mondo.Purtroppo anche se ci indigniamo possiamo cadere facilmente nell’indifferenza. Non si tratta solo e sempre di egoismo menefreghista, ma anche di difendersi dalle immagine e le notizie di orrore e di dolore che  i media ci rinviano a centinaia ogni giorno, ma senza che mai si intravedano soluzioni.Vi è però anche uno stile di vita improntato all’indifferenza, come una sorta di corazza narcisistica che fa sentire gioie e dolori solo rispetto a se stessi. In altri casi non vi è indifferenza narcisistica, ma difficoltà recepire e ad esprimere la propria indignazione e ciò genera ansia, paure, insicurezze.

f81cf6a4-84e4-43ff-bb48-1bd1fb2087dc_largeMa molte persone soffrono o sono contente solo ed esclusivamente per quanto attiene al loro mondo e quello delle persone che interessano direttamente. Per i bambini che muoiono ogni 5 secondi tuttalpiù si scuote la testa e poi non ci si pensa più.  Si crede così di mettersi in salvo da emozioni negative, o dal senso di impotenza. Ci sono persone che  per non provare senso di colpa  finiscono con il considerare che è tutta colpa dei genitori di quei bambini, che in fondo le guerre le hanno volute loro, e che se sono affamati è perché sono fannulloni ed ignoranti. In ogni caso, troppo spesso, ce ne laviamo le mani.

Eppure nel profondo della coscienza ed anche nell’inconscio c’è qualcosa che rimane sporco, e che finisce con il generare disturbi, insicurezze e rende la vita personal e relazionale più misera e insoddisfacente. Se non viene preservato un sentimento ed una coscienza di appartenenza all’ umanità, le possibilità di trovare  un equilibrio interiore sono seriamente compromesse.   Coloro che voltano lo sguardo da un’altra parte  e non hanno a cuore il mondo, non hanno neppure a  cuore il loro proprio Sé, e quindi, la loro vita interiore sarà piuttosto misera, malsanamente narcisistica, anche se esteriormente può apparire ricca e persino felice. Coloro che invece non sono indifferenti, ma non riescono a dare un senso espressivo alla loro indignazione diventano più ansiosi e depressi.  Gli indifferenti narcisisti contribuiscono a generare un clima umano deppressogeno e ansiogeno, improntato all’egoismo e alla sopraffazione del più forte ed anche del più cattivo.

Nella mia attività di psicoanalista mi sono reso conto che  la ‘guarigione psicologica’ ha molte possibilità in più di affermarsi nell’individuo, quanto più esso sia in grado di preservare una sensibilità aperta verso i problemi degli altri, della collettività, del mondo (e che quindi non riduce il mondo alle sue proprie questioni personali). Ciò vuol dire, in una concezione junghiana, che la persona ha un Sé più sviluppato, il suo modo di essere è riferito non solo all’Ego, ma anche al suo senso di ‘re-ligio’, di appartenenza e di relazione responsabile, rispetto alla totalità, all’Universo, alla natura, alla collettività. Egli percepisce che il suo bene è anche il ‘bene comune’ e viceversa, perciò si indigna con sincerità quando il bene comune viene calpestato e vampirizzato.

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore. L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro, non lo vedi neppure, non esiste più. E nessuno ha il diritto di ridurre a nulla un uomo. L’indifferenza avvelena la terra, ruba vita agli altri, uccide e lascia morire; è la linfa segreta del male. (Ermes Ronchi)

2016-05-19T12:10:13+00:00

About the Author:

Pier Pietro Brunelli è psicologo-psicoterapeuta, semiologo e specialista della comunicazione (con una prima laurea al DAMS con il Prof. Umberto Eco e una specializzazione in Università Cattolica). Lavora da molti annia come psicoterapeuta di orientamento junghiano a Milano, Genova e Roma. La sua formazione psicologica deriva anche dalle attività che ha svolto come docente/formatore per diverse Università, Centri Studi e Aziende in Italia e all'estero (Psicologia e Semiotica per la Comunicazione, il Marketing, il Design, la Moda, e lo spettacolo). Dirige il Collettivo Culturale Albedo, per il quale coordina il blog www.albedoimagination.com (vedi anche gruppo #Albedoimagination in FB) che offre servizi informativi di psicologia, arte, cultura e ospita forum di auto-aiuto assistito. Conduce incontri e seminari di teatroterapia secondo gli insegnamenti di Rena Mirecka e del Parateatro grotowskiano. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e libri con i seguenti editori: Allemandi, Arcipelago, Bulzoni, Carocci, Edizioni Scientifiche italiane, Lithos, Lulu, Moretti & Vitale, Ikon, Progetto Editrice, Pedagogika, UPSEL.

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