Narciso in famiglia. Indicazioni e avvertenze

Indicazioni e avvertenze
Conflitti, incomprensioni, violenza psicologica tra parenti stretti

Nel 1972 uno dei capolavori della storia del cinema: Ultimo tango a Parigi. La regia è di Bernardo Bertolucci, nomination all’Oscar come miglior regista, nel 1974. I protagonisti, Marlon Brando e una giovane Maria Schneider, appena ventenne. Marlon, alias Paul – quarantacinquenne americano trapiantato a Parigi dopo il suicidio della moglie… lui vuole spiegare a lei qualcosa sulla famiglia… la famiglia è in piena crisi in seguito alla rivolta politica e culturale dei movimenti giovanili del ’68…  è la ‘scena madre dello scandalo’… Paul prende del burro, sveste con veemenza Maria, alias Jeanne, le lubrifica il fondoschiena e infine la sodomizza facendole ripetere:

“Santa famiglia, sacrario dei buoni cittadini, dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia, la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo”.

Le complicazioni di Edipo nel ‘Romanzo famigliare’

Da soli non ce la si può fare. Come si fa ‘senza famiglia’, o qualcosa di simile? Cavarsela da soli è dura, o si abbandona, o si è abbandonati… Da sempre gli esseri umani hanno dovuto imparare a stare insieme, aiutandosi o fregandosi a vicenda. La famiglia, nelle sue varie forme, sviluppatesi dall’antichità ai giorni nostri, dovrebbe servire ad aiutarsi meglio. Ma tutto ha un prezzo: le fregature più solenni a volte avvengono tra consaguinei. Egoismo, sopraffazione, manipolazione, raggiro, menzogne, dispetti e misfatti sono da sempre l’altra faccia della famiglia, quella oscura, attraversata da ombre, ansie, invidie ‘complessi psicologici famigliari’.

La tragedia greca è per antonomasia tragedia della famiglia, quale irruzione in essa del dramma storico e viceversa. Così le famiglie sono state prese a immagine del ‘rovinarsi della storia’, o di questa sono state la rovina.

Senza che si arrivi alla tragedia conclamata, la famiglia sembra covare nella sua intima natura psicoculturale un tragedia latente, un dramma interiore ed interpersonale che in gergo psicologico si estrinseca nel ‘Romanzo famigliare’. In questo Romanzo – comune ai membri di una famiglia (con tutte le sue novità e varianti) –  ciascuno, in un modo o in un altro, resta ‘fregato’, o è convinto di esserlo, oppure cerca di fregare, o anche un insieme tra queste possibilità. Tutto ciò pur scambiandosi vari tipi di aiuto e solidarietà, e volendosi bene, anche quando nel contempo serpeggia qualche odio o si traggono vantaggi ‘alle spalle’ dell’altro …da lì il senso della metaforica e perversa scena di sodomia di Ultimo tango, all’insegna di un plateale ‘family fuck off!’. La famiglia, sin dal suo nascere come desiderio di famiglia, o dal suo abortire, presume di accondiscendere a quel potenziale di relazioni psicodrammatiche che la coppia di due amanti, consciamente o inconsciamente, ricerca o rinnega. Unirsi per creare una famiglia… in modo da separarsi.

Quel che oggi sono i ‘resti o le rovine della Sacra Famiglia’ vengono dissacrati o riconsacrati attraverso nuove fantasie e nuove concretizzazione di possibili mondi famigliari, diversi, alternativi, trasversali, transgenici, omoerotici, comunitari, allargati o ristretti… ma comunque sempre in bilico tra il luogo di pace e di protezione affettiva e sostanziale, e la prigione ove si resta intrappolati in un conflitto tra odio e amore, lacrime e sangue del proprio sangue…

Gruppo_Di_Famiglia_In_Un_Interno_poster_01La famiglia è un crogiuolo di sentimenti contraddittori, un convitto d’amore che non sussiste senza almeno un po’ di odio, ma che può sussistere quasi senza amore. Per quanto i consanguinei venuti ai ferri corti si possano ripudiare a vicenda, continuano ad essere legati da un sangue psichico che nutre fantasmi morbosi, così che la psiche individuale resta a mollo in una invisibile soluzione miasmatica, che la condiziona e la ammorba. Il complesso di Edipo, tormenta gli individui, le famiglie, la società, il mondo in una catena genitoriale e figliale di odio-amore, egoismo, invidia, gelosia e pur sempre affetto, piacere, godimento e dolore. Eppure bisogna anche chiedersi come Edipo agisce nel complesso, e nel mito. Egli si trascina in una tragedia famigliare perché ogni volta che ha un presagio lo interpreta alla lettera e per evitarlo fugge dea una parte all’altra, e si caccia nei guai. Questo perché Edipo, come lo vediamo nelle pitture vascolari, è sempre ‘in pensiero’, ovvero reagisce ai problemi psichici cercando solo soluzioni logiche, pratiche, razionali. Edipo non è capace di elaborazione simbolica , di mitizzazione. Egli vede il suo dramma famigliare solo in superficie, come concatenarsi di sventurati fatti concreti, non comprende che i presagi oracolari infausti andrebbero interpretati con una sensibilità mitica, estetica, come immagini dall’inconscio della collettività che riverbera in ogni individuo. Intanto si arrovella di pensieri, prende provvedimenti drastici, o accetta tutto, mentre rimozioni e ri-emozioni gli de-formano la vita nelle ‘complicazioni del suo complesso’   Siamo tutti edipici, non tanto perché legati alla madre, se si è maschi, o al padre, se si è femmine, e temiamo il genitore rivale, ma perché tendiamo ad interpretare i problemi dello psichismo famigliare e dei suoi effetti disturbanti e dolorosi con ‘la sola ragione’, sebbene si tratta di una qualche ‘irragionevole follia’, portatrice di un senso che sta oltre la sua soluzione. La famiglia che fa impazzire, arrabbiare e che delude viene affrontata in analisi o dal ‘vivo’, come una resa dei conti edipica, volta ad aggiustare i fatti e i sentimenti ‘concreti’, in modo di averla vinta.

Risolvere i problemi famigliari non solo può non essere facile, e a volte non è possibile, ma non è nemmeno detto che sia quella la vera sfida. Spesso invece di risolvere si preferiscce, rimuovere, oppure ripetere, rielaborare, ritornare sui propri passi… è quella ‘ri’ che diventa una questione angosciosa, come se tutto dipendesse da una seconda chance, da una ri-nascita, che se fallisce non se ne esce più. E può fallire per tutta una vita, nel constante tentativo di ri-provarci in modo edipico…  Se vogliamo in qualche modo uscirne, dobbiamo prima trarre dai drammi famigliari un loro senso più profondo: un insegnamento di vita simbolico e spirituale, destinale e ancestrale. Perché l’universo e l’infinito ci hanno fatto finire o iniziare proprio in quella famiglia lì? Qual’è il messaggio speciale che dobbiamo raccogliere e passare come un testimone unico, che viene d prima e va oltre, la nostra famiglia?   Dobbiamo allora uscire dall’Edipo – dalle sue ‘complicazioni edipiche’ logocentrate e concretiste –  per non restare invischiati nelle problematicità famigliari, anche perché queste agiscono in un profondo che ha le sue aree occulte, rimosse, in ombra. Il complesso famigliare si costella (costellazione famigliare) in ciascun individuo condizionandone gli affetti, la sessualità, i pensieri, i desideri, i destini… ed in particolare viene condizionata l’immaginazione di una vita diversa, o comunque di una vita che viene scelta come la propria e che ci ha scelto prima ancora della famiglia… La riconquista dell’immaginazione, e quindi della propria vita libera dalla nemesi storica e famigliare, o da un karma falsificante del proprio sé, non può avvenire se ci si arresta nel dare una risposta edipica, che non è capace di andare oltre, e di vedere nel suo romanzo e complesso famigliare un Daimon (Hillman), una vocazione, un suo modo per essere nel mondo…

Edipo ed Elettra. Lui e lei ‘complessati’ in famiglia.

capitale-umano-hIl crocevia, o la via della croce della psicologia, da Freud e senza di Freud: l’Edipo! Il disperato legame genitori-figlio nel triangolo fatale. L’infante vuole la madre per sé, desidera rubarla al padre o che gli venga da questi rubata, perciò l’odio e la teme, ma anche lo ama. E’ un groviglio che può essere letto anche dal polo materno, più o meno capace di gestire la lotta tra due maschi, il marito e il figlio. Oppure possiamo leggere la castrazione  dal polo paterno che dovrebbe riuscire a castrare il figlio, in senso positivo e maturativo, ovvero separandolo dall’attaccamento regressivo alla madre, pur senza evirarlo, preservandone la mascolinità. Il padre sarebbe quello che dice No e impone di crescere. Ma se non funziona tutta questa sceneggiatura, per una miriade di ragioni e sragioni, i figli maschi diventeranno amanti problematici e infelici, prigionieri della castrazione edipica materna (il padre non li avrebbe tirati fuori dal materno).

E che ne è del complesso di Edipo femminile? Dovrebbe accadere qualcosa di analogo: una rivalità tra madre e figlia, per la conquista del padre. Jung ha parlato di ‘complesso di Elettra’, ispirandosi alla tragedia greca che ha per protagonisti sua madre, Clitennestra, il padre Agamennone ed Egisto,  l’amante della madre. Poiché la madre e il suo amante uccidono il padre, allora la figlia lo vendica, si allea con il fratello e uccide i due assassini. In termini psicologici possiamo dire che la figlia, anche in caso di una madre fedele, vede in lei un’incapacità nel soddisfare e accudire il padre, e si considera più degna e potente di lei nel sentirsi sua potenziale sposa. E’ la figlia che rende felice il padre, laddove sua moglie pretenderebbe di essere la ‘favorita’, e quindi di rubarglielo. Perciò la figlia svilisce la madre, la irride, la considera colpevole di tutte le fregature famigliari, per negatività o debolezza. La figlia non si identifica più con quel femminile materno che un tempo le sembrava il modello ideale. Intanto il padre può colludere con la figlia, risultando iperprotettivo e amorevole, come l’eterno fidanzato ideale. Ma può accadere che la figlia attui una superidentificazione con il matern. Allora il padre sia abbandonico e delusivo, tenderà ad esercitare ruoli di dominanza in famiglia e a vivere relazioni sentimentali con maschi ‘deboli’ o ‘delusivi’. Nell’Edipo/Elettra, comunque vada,  la figlia ‘elettrica’ avrà sempre difficoltà con gli uomini che considererà  insufficienti, incapaci di sostituire il padre (sia che sia stato il loro idolo e sia la loro ‘bestia nera’) . Complesso di Edipo e di Elettra, quanto più sono profondi e inconsci tanto più rendono subdolamente infelici. La colpa dell’infelicità sarà sempre ricercata nell’insufficienza di qualcosa o di qualcuno, ma essa posa su un continente sommerso, ove vagano figure d’ombra, inferni e infernetti, segreti inconfessabili, fantasie perversificanti, che come rampicanti infestanti infittiscono le inestricabili foreste e jungle consce e inconsce.

Drammi famigliari ancestrali ed attuali

La famiglia cova l’antifamiglia, l’incesto primordiale che capovolge l’ordine delle cose del mondo, ove le creature anelano a tornare là da dove sono venute. La regressione, cioè l’attaccamento pervicace alle dipendenze originarie che nega il coraggio di crescere e progredire. La via che porta al mondo non si stacca dalla matrice per generare altra vita, ma tende ad essere riassorbita per paura della morte, e così non vive, tende a nullificarsi,  regredendo in un tombale grembo materno, o addirittura nell’indistinto che lo precede,  verso la de-nascita, il non essere mai nati per non morire.

buddenbrooks-729630349-largeQueste forze ancestrali, comunque le si voglia comprendere e denominare, pongono la famiglia sul patibolo delle contraddizioni estreme, ove non si sa mai chi sia la vittima o il boia, e se lo si sa, non è mai ben chiaro, quale sia il reato, il sopruso, il giudice, la legge o il fato traditore. In ogni destino famigliare confluisce un conflitto radicale, e l’albero geneaologico può risentirne fino a seccarsi o a marcire, ad essere piagato da vermi, a crescere contorto, a tumefarsi di nodi. Affinché dia frutti non selvatici, ma educati bisogna potarlo, tagliare, rigenerare, concimare. Occorre lavoro, e nonostante tutto per quanto il frutto sia dolce e maturo può perderne in autenticità, libertà, godimento, felicità. La famiglia per bene, i ragazzi diligenti, mamma e papà che vanno a lavorare e sono bravi, sono benemerenze costate care, pregne di rinunce, condizionamenti, compromessi e spesso grandi mascherate. La facciata non corrisponde mai alla piena verità. La luce nasconde l’ombra, l’orgoglio dissimula il turbamento, l’allegrezza cela il rimpianto.

Eppure l’amore dei famigliari, nonostante tutto, resta indenne dal male per una sufficiente quantità, che poi appare tanto più incommensurabile, e in fondo immensa. Altrimenti si è soli, a meno che la persona amica non sia assimilata ad un fratello ad una sorella, il maestro o la maestra ad un padre o ad una madre, il discente ad una figlia o un figlio. Oppure si può contare su Padre Cielo e Madre Terra, sulle figure spirituali che sono incarnate nell’anima come eterni genitori. In ogni religione vi è una famiglia, unita dal sacro spirito nelle sue molteplici forme. E spesso c’è anche un figlio degenere, diabolico, infernale. O una madre ve un padre diventati dei divoratori. La genealogia degli dei greci inizia con Urano che divorava i suoi figli e prosegue con suo figlio Crono scampato al divoramento, che però divenuto padre prosegue nello stesso tipo di menù. E poi anche il Dio Padre veterotestamentario in quanto a punizioni, ire, imposizioni di prove raccapriccianti e diluvi universali non si lesinava, nonostante fosse anche misericordioso. Nel principio divino arcaico originariamente ispirato alla Grande Madre cosmico della natura e dello spirito l’ambivalenza tra vita e morte è la non legge che dà il bene e il male senza che la specie umana possa farsene una ragione. La matrigna natura non è stata solo un problema del Leopardi, ma di tutti gli esseri umani di tutti i tempi. La madre, ovvero la matrice centrale della famiglia è per sua natura contraddittoria e contorta, nutre protegge e poi ci trasforma in nutrimento per altri e ci divora.

Narcisismo patologico alla nascita – fregare e fregarsene 1

star-wars-family-tree-1Da sempre c’è uno scontro mortale nell’abbraccio tra coniugi, anche quelli divini, anche tra Padre Cielo e Madre terra, un tradimento potenzialmente sempre possibile e quindi una relazione mai totalmente affidabile, son attraverso grandi suffragi e sacrifici che comunque però non possono garantire la pace perenne.

Ecco dunque che l’ambiguità del magma famigliare straripa per ogni dove, dal mito, alla religio, dallo psichico al sociale, dal romanzo di Dostoevskij alla facciata narcisistica da ‘Mulino bianco’. Per quanto il vissuto e l’imago famigliari siano permeati da norme formali che lo rendono coeso e da sentimenti originari,  in essa cova un nucleo informe e deforme. Da quel nucleo scaturisce lo spirito maligno che in un modo o in un altro ci fa restare fregati o ci induce a fregare gli altri, nonostante tutto l’amore di mamma, e anche quello di papà.

E così pare che dal seno della famiglia o dai suoi semi ancestrali si scolpisce sin dall’infanzia una scultura di personalità benigna o maligna, tendenzialmente più avvezza al bene o al male, o meglio: più propensa a fare del male o del bene agli altri o a se stessa (con tutti gli equivoci, i pregiudizi e le ideologie su cosa siano il bene e il male). Senza voler parlare di mali troppo grossi ed evidenti, che trascendono fino alla aggressione e alla violenza fisica, fino cioè’ al cainismo, per cui si uccide il fratello per invidia o per sottrargli i suoi beni, per prenderne il posto al trono, resta uno spinoso calvario di ‘molestie morali’, di dispetti, ricatti, raggiri, soprusi e abusi per fregare l’altro, in famiglia e poi fuori da essa.

Ritorna come una punzecchiatura beffarda, quasi carnevalesca, il verbo ‘fregare’ in tutta la sua sottile volgarità popolare. I don’t care, cioè me ne frego, sta per quella mancanza di attenzione verso l’altro, i suoi legittimi bisogni, le sue aspirazionio, le sue sensibilità. Cosìcché si considera giusto che l’altro resti fregato in nome di un proprio interesse, ma anche perché lo si considera come un rivale, un avversario da fregare prima che lo faccia lui, e questo anche se si tratta di un figlio, di un fratello, di un padre o di una madre. Si presume che il consaguineo – o chi è considerato tale sebbene sia solo la moglie o il marito – possa tramare o pretendere vantaggi e benefici a discapito dei propri, che in passato abbia tratto giovamento dalla sua posizione di forza, e che quindi lo si è subito, perciò bisogna in qualche modo fregarlo e fargliela pagare.

Il narcisista patologico sostanzialmente è uno che se ne frega degli altri e che considera le relazioni affettive come una sfida nella quale o si frega o si resta fregati.

Il miglior sistema che conosce per difendersi dalla relazione che considera fondamentalmente ambigua è quello di mantenere una certa distanza affettiva, di non esporsi a quella che potrebbe essere una dipendenza sentimentale. In tal senso può ammirare i figli o i genitori, ma evita di considerarli completamente affidabili, o comunque di tollerarne l’inaffidabilità – cioè evita di amarli.   Per il narcisista patologico l’altro o è da tenere a distanza di sicurezza, o, ripetiamolo, è da fregare, nel senso di approfittarsene, di parassitarlo, di vampirizzarlo. Per tale ragione deve comunque considerare di mantenere in piedi la relazione, di permettere un certo grado di attaccamento e quindi di farsi amare il più possibile dall’altro attraverso un certo grado di manipolazione che esercita talvolta in modo inconscio, quasi spontaneo, e a volte con una dolosa coscienza vigilante, consistente nel  tramare per ingannare, sedurre, dominare. Rendersi amabili per il narcisista, e riuscire in tale scopo vuol dire avere l’altro in pugno, poterlo cioè ricattare sul pino affettivo. Ora, non è corretto né leale attribuire etichette di narcisista a tutto tondo a Tizio, o a Caio, ma è invece giusto considerare che in ciascuno vi sono ombre narcisistiche più o meno virulente. Nel contempo però va riconosciuto, purtroppo, che ci sono persone più narcisiste di altre, e che quindi nelle relazioni affettive, anche in famiglia, prediligono la via del fregare e del dominare, l’altro piuttosto che quella dell’amore e del venirsi incontro. Questi soggetti talvolta possono diventare veramente insopportabili e portare una famiglia ad una condizione di stress e di frustrazione paradossali, ovvero assurdi, in quanto se non fosse per il loro narcisismo si starebbe meglio tutti, anche loro.

Borderfamily house – fregare e fregarsene 2

362057b534b7dbf8b475f31440a1af99Un’altra etichetta per indicare personalità che vivono con grande ambivalenza le relazioni affettive, in uno stato di constante oscillazione tra sentimenti di odio e di amore (basta un non nulla perché passino da una sponda all’altra), è quella de borderline.
Potremmo dire che il borderline a differenza del narcisista ‘a tutto tondo’, che è egosintoinico (si va bene così, basta che sta bene a discapito degli altri)  è un narcisista egodistonico in conflitto con se stesso, che però sposta sempre sugli altri)  assai meno sicuro di sé, è meno freddo, è più goffo e plateale nelle sue escandescenze, esprime maggiormente la rabbia in m0do scomposto, fino a perdere il controllo della sua immagine. Invece il narcisista è più subdolo, ci tiene alla sua immagine, perciò difficilmente si scompone, ed è in accordo con se stesso (egosintonico) nel coltivare sentimenti di odio verso la persona con cui è in relazione. Il borderline tende a scindere odio e amore in modo drastico e netto, per cui quando prova sentimenti di amore e di simpatia appare ed è autentico, ma basta pochissimo perché cambi il vento e allora si contorce fino ad esplodere in boati di odio e rabbia, fino a quando non si placheranno le sue tempeste interiori, spesso grazie al sopraggiungere di qualche gratificazione o anche di un suo incomprensibile autoacquietarsi. In famiglia queste persone vengono percepite come mine vaganti, e si deve cercare di fare il possibile per non turbarle, salvo poi sfidarle in un conflitto aperto, dal quale però si esce sempre perdenti, nella misura in cui, per affetto, si finisce poi, per stanchezza e per buona volontà con il perdonarli (per quanto non chiedano mai scusa).

Anche in questo caso, un qualche tratto borderline, lo si può evincere in tutti, ma vi sono persone che sono fortemente ‘tratteggiate’ da questa problematica.  Il borderline è comunque un tratto o una tipologia di personalità relativa al narcisismo, cioè a quella dimensione psichica ‘schizoaffaettiva’ che tende a far prevalere l’egoismo sulla relazione, e quindi a sfruttare la relazione, piuttosto che a nutrirla affinché i suoi frutti possano essere più amabili e per entrambi. Il narcisista crede che ciò non sia possibile, che al fine se si accetta la relazione in termini paritari si viene sempre fregati, perciò per quanto mantenga in piedi alcuni aspetti nutritivi della relazione, la considera come una mucca da foraggiare per poi mungerla e divorarla.

maxresdefaultIl fregare l’altro non comporta un’aggressione violenta, aperta, esplicita, ma di costruire una relazione fiduciaria apparentemente reciproca, al fine di poter trarre vantaggio dalla fiducia che si è indotta nell’altro. Quindi fregare presuppone il manipolare e il sedurre. Etimologicamente la parola fregare rimanda a massaggiare con qualche grasso, o olio, quindi ad ungere l’altro per ammorbidirlo, dargli un senso di piacere. Metaforicamente nel gergo popolare si usa anche al posto di ‘fottere’ ed ‘inculare’, parole che in questo caso non rimandano all’atto sessuale quanto all’imbrogliare, truffare, frodare, derubare (sebbene l’incipit dell’articolo consista nella ‘scena madre dello scandalo’ di Ultimo tango a Parigi).

Ciò presume di essersi riusciti a guadagnare il più possibile la fiducia dell’altro, e la cosa migliore sarebbe proprio l’amore, per non parlare poi dell’innamoramento che consente di fare dell’altro ciò che si vuole, fino a fregarlo in tutti i modi e in tutti sensi. Non si tratta solo di ottenere qualche vantaggio concreto, talvolta non è affatto chiaro cosa voglia ottenere di concreto un narcisista, nel senso che lo sfruttamento non è necessariamente di natura economico, o riferibile a qualche privilegio, ma è uno sfruttamento psicologico.
locandinaIl narcisista – inteso come soggetto che frega e se ne frega – deve potersi sentire potente, e il modo migliore per sentirsi potente è sottomettere chi lo ama, e per capire se è riuscito a sottometterlo deve vedere quanto riesce a farlo soffrire pur continuando a farsi amare. In tal modo il narcisista si sente sempre più dominante nella relazione affettiva, nel senso che riceve amore, contraccambiando, fino a quando vuole, con un misto di seduzione, accondiscendenza, sopportazione, promesse e dichiarazioni d’amore (sempre provvisorie o incerte), e con tutto ciò che può proseguire il gioco osceno di far soffrire e nel contempo farsi amare. Il narcisista lascia dunque aperto il rubinetto del sentimento affinché come uno stillicidio goccioli quel filo d’amore senza il quale la relazione inaridirebbe, intanto però lascia l’altro sempre ai limiti della disidratazione e minaccia costantemente di chiudere il rubinetto.
Da ciò si dipana con molteplici fabule e intrecci quell’incantesimo perverso basato sul ricatto affettivo, per cui ci si lascia martirizzare pur di mantenere la relazione, sperando che l’aguzzino un giorno o l’altro si converta o per pietà è la smetta di comportarsi come tale. Ma intanto l’aguzzino se ne frega di cambiare, in quanto il suo malato narcisismo diventa sempre più tronfio e avido di nutrirsi in quella sua tipica modalità che ho più volte indicato come vampirizzante, secondo quella dinamica per cui il vampiro riesce a porre la vittima in una ipnosi affettiva che non può fare a mano di porgergli il collo.

Vampiri e pecore nere in famiglia

Ho in vari scritti esaminato come la vampirizzazione erotico-affettiva possa instaurarsi entro dinamiche di coppia. Ora vorrei invece esaminare come il vampiro operi all’interno dell’affettività famigliare, affacciandomi anche ad ‘ammirare’ alcune sue ‘prodezze’ nella società.  D’altra parte la famiglia è una sorta di cellula la cui membrana connette l’individuo alla società preservando la gravità del flusso vitale verso un nucleo di intimità che contiene il DNA famigliare. L’individuo attraverso la famiglia vive un’esperienza di osmosi tra la sua origine e il suo fine, secondo una missione vitale che dall’intimità dell’infanzia va verso la responsabilità sociale e morale. E spesso di questa responsabilità il narcisista se ne frega, e tende in ogni modo a costituirsi come soggetto di potere fino a sottomettere la società e gli altri per il suo potere e ad aggirare ogni morale, o ad inventarne una capace di renderlo trionfare.
158690-thumb-full-the_addams_family_la_famiglia_adD’Annunzio fece scrivere sui gagliardetti dei legionari di Fiume lo slogan “Me ne frego”, in senso di spregio del pericolo, ma anche di arroganza rispetto a qualunque tipo di ragione avessero potuto avere gli altri. Il fregarsene, in senso ribelliste, e di supremazia rispetto agli obblighi imposti dalle leggi o dalla morale diventa poi un atteggiamento vanaglorioso e trasgressivo insieme. Si pensi alla post-etica
punk da Sex Pistol del I don’t give a fuck, e quindi al meno frego della famiglia, della società, del mondo, di tutti, come dichiarazione intransigente di protesta, come nichlismo creativo attraverso l’atto distruttivo. In una famiglia questo genere di menefreghismo può essere adottato da un figlio verso l’autorità genitoriale, declinandosi poi come rifiuto dell’autorità in generale. Questo soggetto diventerà poi la ‘pecora nera’ della famiglia, quello o quella che spesso è stato contenuto a schiaffoni (se tutto va bene) e che comunque proprio per il suo spudorato menefreghismo non è mai riuscito a fregare nessuno e rimane invece fregato.

In una famiglia c’è spesso, un pinocchio, uno scunizzo, un enfant terrible da rimettere nei gangheri, e anche questa è una trama dove il narcisismo serpeggia in modo subdolo, poiché il ribelle che gioca a viso aperto può diventare il capro espiatoria, che mette in una luce migliore il narcisismo degli altri membri famigliari, che si fanno gli affari loro e sene fregano davvero, per quanto non tentino di fregare nessuno.

Ma di chi è la colpa?

http://www.dreamstime.com/royalty-free-stock-photography-image68989437Ma di chi è la colpa di tutto questo fregare e restare fregati? Della famiglia? Dell’individuo? Dell’indole umana? Della società e della cultura che influiscono sui processi educativi? Oppure della coppia genitoriale regressiva, immatura, a sua volta vittima e prodottodi famiglie problematiche? A seconda della prospettiva epistemologica, si viene indotti  a dare la colpa più ad una cosa o a ad un’altra, eppure sembrerebbe più sensato dire che nessuno è innocente. Forse è innocente l’individuo che viene al mondo puro e angelico come un buon selvaggio, e che poi diventa cattivo per colpa della famiglia e della società? Forse la colpa è in quella inclinazione umana – specie-specifica – che induce a fare il male agli altri per il proprio bene? Ma allora in ogni individuo c’è questo ‘peccato originale’, e ciascuno ha una sua vocazione ad esprimerlo più o meno al peggio. James Hillman  ha capovolto l’asse su cui ruotava la psicoanalisi, ovvero l’idea che il nostro carattere, e quindi i nostri problemi, e le nostre potenzialità siano eminetemente  dovuti all’infanzia e quindi alla famiglia. Certo, la famiglia ha impresso la sua impronta, ma vi sarebbe una natura radicale innata, un seme originario che si innesta per altra mano, una mano spiritule e psicoide, non umana, ancor prima della nascita nel destino caratteriale di ciascun individuo. Si nasce più o meno buoni, o più o meno cattivi, poi lungo la strada le cose si possono correggere o possono peggiorare. Allora intorno alla famiglia aleggia lo spirito del tempo, la cultura, la religione, l’educazione, la morale. E insieme a tutto ciò anche l’ignavia e la legge del più forte, sempre ipocritamente coperta da buone intenzione.

1369422996-3cc60356961bc50e0ba6b69d5adf98adCosì la serpe dell’ambiguità ritorna ad avvinghiarsi e a strisciare tra le proprie gambe e tra quelle di amici e parenti. Abbiamo mangiato dall’albero del bene e del male per avere la conoscenza, e abbiamo ottenuto il dubbio e l’ambiguità. Siamo immersi in una specie di tenebra permanente che riusciamo a squarciare solo a tratti con poderosi raggi di luce che vengono dalla mente e dal cuore. Maestri di saggezza, personalità d’amore, ci illuminano, e così anche i gesti semplici e quotidiani che vengono dal cuore. La famiglia è il tempio privato di questi gesti del cuore, della carezza della mamma, della presenza del papà, del gioco gioioso dei bimbi. Eppure si tratta di una cartolina fragile che galleggia su uno stagno di ricordi e di immagini increspate. Basta un sasso, un ranocchio, un colpo di vento, un amante, un lutto, o un brutto carattere ed essa si inumidisce, fa fatica a stare a galla e, se non affonda, pervade l’anima individuale di una umidità molesta che non va via per il resto dei suoi giorni.

In famiglia bisogna essere ‘pazienti’

Moltissimi pazienti vengono in psicoterapia per chiedere sostegno e comprensione a causa di una famiglia ‘marcia’, ‘sballata’, ‘cattiva’, ecc. che più volte li ha sottilmente o esplicitamente traditi e abbandonanti. Ciò non comporta che  decada o si allenti il legame indissolubile della parentela stretta, anzi, talvolta diventa un cappio intorno al collo. Così i pazienti raccontano di un susseguirsi di dispetti, rancori, mistificazioni e oltraggi vecchi e nuovi, che si ripetono e si trasformano secondo le diverse varietà di astio e di deplorazione. La maggior parte delle volte si tratta di questioni sottili, ma taglienti come un taglio di carta, che bruciano come punte di spillo incandescenti senza però che lascino tracce, ma solo cicatrici invisibili, che non vede nessuno. Altre volte sono autentici soprusi e violenze, non solo psicologiche. A volte si viene a cercare nel terapeuta il testimone di nodi famigliari dolorosi quanto inestricabili, che impediscono di respirare perché fanno sentire sommersi in un liquido amniotico divenuto mortificante. La famiglia come utero soffocante, che non nutre, non permette di uscire, o nutre troppo, e male… Altre volte sembra che le persone siano ignare dell’aria famigliare che stanno respirando, credono sia solo un po’ maleodorante, ma non sanno che è pesantemente inquinata, e che il loro problemi non cesseranno fino a quando continueranno a respirarla ignari, e spesso anche ignavi. Mariti e moglie stanno insieme asfissiandosi, come se non potessero fare a meno dell’asfissia, piuttosto che dell’aria. La paura inchioda nelle croci famigliari più di quanto l’amore possa schiodarle. Forse i casi più gravi, se non più difficili sono dati dall’inconscienza del dramma famigliare che ci si porta dentro. Si soffre per qualcosa, ma non si vede che dietro e intorno a quella cosa c’è un dramma famigliare inconscio che ci imprigiona in un qualche occulto’complesso famigliare’.
The_Family_2013,_PosterI casi più gravi diventano talvolta manifesti. Una tormentosa dimensione famigliare che non sfocia in fatti gravi può avere la stessa portata e lo stesso senso distruttivo di quella che invece sfocia in fatti gravi reali.  Accade allora che le famiglie diventano il covo di crimini e violenze, di faide e soprusi che si trascinano al riparo delle mura domestiche. Ma quelle che non lo diventano hanno un analogo covo criminale in seno al loro psichismo. Chissà, per saperne di più, per prevenire, evitare o controllare  forse si arriverà a mettere le videocamere obbligatorie per legge nelle case famigliari, collegate alle centrali di polizia? No, niente ‘spy web family control‘ ma non per una questione di privacy, perché altrimenti si dovrebbero riaprire i manicomi e la città intera sarebbe un manicomio. E poi come farebbero le videocamere a vedere quello che passa nella mente dei famigliari? Inoltre non può considerarsi illegale la possibilità di negare un affetto vero, autentico, la mancanza di attenzione, il sorriso che non c’è, il malumore imposto agli altri, il vittimismo, il narcisismo, il borderline e qualunque stato nevrotico e psicotico che senza violare le leggi civili e penali viola costantemente quelle della psiche e del quieto vivere.

C’è chi ha subito veri e propri traumi in seno alla famiglia. L’abbondono di uno o entrambi i genitori quando era in tenera età. Oppure ha vissuto tutta l’infanzia con accanto un genitore abbandonico. Bambini che hanno subito dissidi e conflitti genitoriali sentendosi inevitabilmente tirati in ballo. Genitori che devono combattere con figli diventati tossicodipendenti, antisociali e parassiti; e che in qualche modo credono sia per colpa loro. E se invece, a prescindere dai genitori, come abbiamo osservato vi è anche chi nasce con la imprimatur del ‘rompicoglioni’, in misura maggiore o minore, cosa di cui non possono essere ritenuti responsabili, né i genitori, né gli avi?  Di converso c’è anche chi nasce con inclinazioni più garbate, e anche questo non può essere merito dei genitori. Ma a prescindere dai propri ‘doni di natura’ accade prima a o poi che la famiglia venga a turbare il sorgere di un’altra possibile famiglia, e comunque l’insorgere della relazione erotico-affettiva adulta, sottraendone ampie fette di felicità. Ogni coppia è figlia di due coppie, a capo di due famiglie, ecco allora che ogni coppia e ogni famiglia, è l’intreccio di almeno tre romanzi famigliari che si avvinghiano in un ginepraio di complicazioni. Di converso non resta che isolarsi, di rinunciare alla relazione, difendendosi da essa in modo più o meno cosciente… andando a vivere da soli. Ma neppure lì si può stare tranquilli, almeno fino a quando fantasmi famigliari non sono stati de-narcisistizzati, cioè non sono stati elaborati al di là di proiezioni e introiezioni narcisistiche di tipo vampirizzante. Le ferite narcisistiche, subite perché si è stati sovrastati dal narcisismo altrui, oppure autoinferte per congenita insufficienza di ‘amor proprio’, dovrebbero essere disinfettate e suturate, oppure anche tenute aperte, ma con la consapevolezza di poterle considerare come ‘stigmate’, quali segni vivi di sofferenza e di gioia spirituale.

Narcisismo per il bene di tutta la famiglia e dell’umanità

In ogni famiglia, o in quello che oggi resta della famiglia – classica, tradizionale, borghese, operaria, contadina o postmoderna – vi è quasi sempre qualcuno, o qualcosa di buono, anche quando tutto appare cattivo a causa di uno o più membri della famiglia che sono ‘cattivi’. Come le famiglie delle ‘faide famigliari mafiose’, ad esempio. Ma non sono rari i casi di famiglie, reali o della narrazione letteraria, che sono composte da molti membri cattivi, e, tuttavia c’è n’è almeno uno che è molto buono, e si distingue per equilibrio e umanità. C’è da chiedersi se questa persona sia così ‘buona’ perché ha reagito alla negatività dei suoi famigliari e non solo per le sue qualità genetiche. D’altra parte è difficile ipotizzare che invece i ‘cattivi’ siano diventati tali per reazione alla bontà del famigliare ’ buono’. Senza allargare troppo questi ragionamenti, possiamo ipotizzare che mentre il male può servire al bene, non si può dire il contrario (almeno in famiglia).

prima-cosa-bella-oscar-2011-esclusoE’ pur vero che il male vuole distruggere il bene, però nella misura in cui il bene resiste diventa più forte. D’altra parte un bene che non sa resistere al male a cosa servirebbe? Ecco allora che il narcisismo in famiglia, inteso nelle sue varie forme di subdolo egoismo e vampirizzazione psichica, diventa, per così dire, una efficiente ed efficace palestra per fortificare il bene. Questo però è possibile solo se non si risponde al narcisismo in forma edipica, cioè restando preda dell’interpretazione ‘personalizzata’, cioè che considera le relazioni solo in base ai fatti e alle persone, senza vedere nulla nel profondo dei fatti e delle persone, ed oltre… Il narcisismo l’avrà sempre vinta se indurrà nell’altro in famiglia una reazione che resta solo a livello della coscienza e non va sotto nel ‘subconscio’, e non va sopra , nel ‘sovraconscio’, se quindi non è in grado di vedere nel suo intrigo famigliare una tela di forze e immagini animiche, di energie sovra e trans personali. Non bisogna personalizzare neppure nel senso di restare incastrati nel giudicare l’altro come tutto negativo e identificarlo con il male, commettendo di converso il grave errore di identificarsi solo con il bene. Del resto anche quelli ‘buoni’ hanno le loro turbolenze, e del resto nessuno è perfetto. Ma da un punto di vista animico, o della psiche come totalità che si esprime attraverso la soggettività di ciascuno, appare che il bene e il male sono forze archetipicamente presenti e che si intrecciano in una specie di caduceo della guarigione, come due serpenti simmetrici tra i quali è infissa la spada dell’equilibrio. Siamo trafitti dalla verità quando prendiamo atto della relatività del male e del bene, e di come si tratti di una dualità che scarnifica la natura dell’anima umana. Ecco la famiglia consente di mettere a nudo questa carne archetipicamente trafitta dall’ambivalenza, dall’incompatibilità del bene e del male, come della vita e della morte o della gioia e del dolore…

La famiglia permette a ciascuno di dare il peggio di sé, giacché mentre nello spazio pubblico sono d’obbligo contegno, educazione, accondiscendenza, diplomazia, la famiglia consente di lasciarsi andare e a volte anche troppo. La rabbia, ad esempio, trattenuta in pubblico in famiglia può avere la sua espressione, seppure senza trasformarsi in ira violenta (almeno si spera). Così anche emozioni di gioie e di dolore nello scenario famigliare possono diventare più esplosive. In certi casi però la famiglia può risultare castrante dei moti emotivi e priva di empatia, per cui le emozioni vengono rimosse, contenute, distorte… In tutte le infinite sceneggiature appare il ‘fantasma del narcisismo’ che va a posarsi sull’anima dei membri della famiglia, spesso di uno in particolare: una madre, un padre, un figlio, un fratello narcisisti… o alcuni di loro… o dentro del ‘Me’…

90887Comunque sia il narcisismo in famiglia non è solo o non è tanto una questione personale, e questo lo si avverte quando la famiglia stessa è de-personalizzata, nel senso che si va oltre le ‘questioni personali’, al di là del bene e del male che in ‘atto o in potenza’ è in ciascuno di noi. I narcisisti sulla scena famigliare interpretano il loro personaggio, che mira a sovrastare e a opprimere quello degli altri, ma questo fa solo male, o può giovare a qualcosa? Dal punto di vista evoluzionistico la disfunzionalità famigliare generata dal suo consentire in sé l’esprimersi di vocazioni e personalità narcisistiche, potrebbe essere funzionale a stimolare reazioni volte all’armonizzazione delle relazioni in senso altruistico, amorevole e solidale, all’interno e all’esterno della famiglia. A questo in genere servono gli errori e le resistenze della natura in senso regressivo e distruttivo, servono cioè a promuovere forme di vita e di organicità più evolute. Ecco, allora che quando riusciamo a trovare una risposta non edipica alle aberrazioni disturbanti del narcisismo egoistico-vampirizzante –  ma immaginativa, mitica, simbolica, spirituale – possiamo giungere a considerarlo come una sfida evolutiva, che in fondo ci induce a crescere, a fatica, ma verso il bene… il più possibile verso.

2018-08-25T16:25:34+00:00

About the Author:

Pier Pietro Brunelli è psicologo-psicoterapeuta, semiologo e specialista della comunicazione (con una prima laurea al DAMS con il Prof. Umberto Eco e una specializzazione in Università Cattolica). Lavora da molti annia come psicoterapeuta di orientamento junghiano a Milano, Genova e Roma. La sua formazione psicologica deriva anche dalle attività che ha svolto come docente/formatore per diverse Università, Centri Studi e Aziende in Italia e all'estero (Psicologia e Semiotica per la Comunicazione, il Marketing, il Design, la Moda, e lo spettacolo). Dirige il Collettivo Culturale Albedo, per il quale coordina il blog www.albedoimagination.com (vedi anche gruppo #Albedoimagination in FB) che offre servizi informativi di psicologia, arte, cultura e ospita forum di auto-aiuto assistito. Conduce incontri e seminari di teatroterapia secondo gli insegnamenti di Rena Mirecka e del Parateatro grotowskiano. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e libri con i seguenti editori: Allemandi, Arcipelago, Bulzoni, Carocci, Edizioni Scientifiche italiane, Lithos, Lulu, Moretti & Vitale, Ikon, Progetto Editrice, Pedagogika, UPSEL.

6 Comments

  1. Paola maggio 6, 2017 al 11:10 pm - Rispondi

    Buongiorno e grazie per l’ottimo contributo.
    Mi permetto di chiedere come comportarsi nei confronti di un parente borderline.
    Grazie,
    Paola

    • Pier Pietro Brunelli maggio 19, 2017 al 8:41 am - Rispondi

      Ogni caso è assolutamente soggettivo, speciale, unico… la prima cosa da fare però è chiedere un consulto specialistico per farsi consigliare, non c’è mai uno schema unico e le teorie generali servono solo ad inquadrare, ma mai a giudicare e prendere decisioni o fare scelte precise. Bisogna prima diagnosticare come, perché, in che senso, con quali modalità quel parente, nel suo proprio modo, è borderline o quant’altro, e poi allora si potranno avere intuizioni e comportamenti per affrontarlo e possibilmente aiutarlo.

  2. Fabiola dicembre 27, 2016 al 8:28 pm - Rispondi

    Tra i film in tema… “Sussurri e grida” è un film sul rapporto tra le sorelle che si intrecciano nella dimensione del dolore della malattia del corpo ma anche dell’anima. Il più bel film sul rapporto madre e figlia è lo splendido “Sinfonia d’autunno” con Ingrid Bergman. L’interpretazione istrionica di questa attrice è straordinaria perché uscì fuori dalla sua dimensione sempre molto intima, infatti c’è un altro film “Nina” di qualche anno prima in cui la Bergman interpretò un ruolo così differente dalle sue corde. Il film Sinfonia è un viaggio nel rapporto tra le due donne, una donna di grande carriera (pianista) e la figlia, un’opera sull’incomunicabilità e l’incomprensione. Ricordo una lettera straziante di questa figlia vissuta nell’ombra della madre. Credo sia uno degli ultimi film dell’attrice e il regista nella sua autobiografia scrisse della malattia della Bergman. Il regista Bergman è da vedere e rivedere, interessante anche per il suo lato un poco mistico ( io ci vidi molto Swedenborg) e sul silenzio di Dio Anche “Persona” è un elogio al ritratto in senso visivo e sull’identità in senso psicologico, un viaggio sulla maschera …. Un altro bel film poco noto ma di grande catarsi personale e significato è “L’uovo del serpente”… (metterò un post se posso)

    • Pier Pietro Brunelli gennaio 3, 2017 al 7:20 pm - Rispondi

      Sarebbe molto intertessante che giungessero anche altri commenti come il suo per ampliare la riflessione sulla ‘storia e la psicologia della famiglia’ nella ‘storia e psicologia del cinema’.

  3. claudia dicembre 22, 2016 al 12:51 pm - Rispondi

    letta così da un comune mortale che non conosce a fondo la psicologia e la mente umana tutto ciò sembra tremendamente cattivo e inumano.leggendo i suoi articoli e molti altri ho cominciato a pensare ai traumi subiti da mia madre e mi rendo conto di quanto lei abbia un disturbo della personalità e secondo me proprio un disturbo narcisistico…però riscontro anche dei tratti border.si passa dalla svalutazione critica feroce e violenza verbale quando nn soddisfo le sue aspettative di comportamento…per poi il giorno dopo dire che basta perdonare e tutto può tornare come prima..per cui chiedere come sto basta per cancellare le aberranti parole che mi sono state dette come che doveva abortire se avesse saputo di partorire un animale…e minimizza dicendo scusa se talvolta ti ho offeso..io cerco di prendere le distanze dalla patologia però lei continua tutti i giorni a martellare sul perché mi sono allontanata senza capire poi le mie spiegazioni..come un cane che si morde la coda…spiego e lei fa finta di nn capire capovolgendo la situazione per far ricadere la colpa su di me..la confusione che creano questi soggetti e la rabbia che istallano è il loro pasto quotidiano..ho tentato mille volte di convincerla ad andare in terapia dopo tutti i traumi infantili subiti ma niente…adesso dice di stare bene perché ha perdonato ma i comportamenti e gli schemi sono sempre gli stessi..

    • Pier Pietro Brunelli dicembre 22, 2016 al 7:57 pm - Rispondi

      Siamo umani, e in noi ci sono grandezze e miserie, in alcune persone prende il sopravvento una forza o l’altra, e poi in certe persone certe forze si installano imprimendo una sorta di stampo caratteriale, un disturbo di personalità Io credo che tutti possono sempre cambiare, ma per alcune persone può essere molto più difficile che peraltro. Inoltre la famiglia tende a far incistare le problematiche, nella misura in cui al di là della confidenza famigliare si instaura un muro di rigidità e di non detti che non permettono un dialogo più profondo. Detto ciò, l’articolo consiglia di non essere troppo edipici, cioè di uscire dal vortice delle interpretazioni e delle strategie di comportamento per cercare di uscire dalla problematica famigliare… ma spesso è un fallimento frustrante dietro l’altro. Allora al fine di uscirne per un’altra via bisogna prima vedere le questioni ad un livello più elevato, capire che si ha che fare con energie disturbanti, piuttosto che con persone, e che per far fronte a queste energie occorre lavorare per trovarne altre di tipo riequilibrante. Le possiamo trovare concentrandoci nella nostra profondità, nel nostro principio di guarigione, o aprendoci a tutto ciò che ci ispira positivamente. E’ come se si dovesse entrare in contatto con il proprio Angelo Custode, poi allora si troverà con maggior successo la via di sopportazione, riparazione e il più possibile di guarigione della dinamica famigliare disturbante o problematica.

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