Convegno| Patologie della vita amorosa| a cura di Sabrina Cabassi

RIFLESSIONI PERSONALI E CONDIVISE INERENTI LA GIORNATA “AMORI MALATI”.
SARZANA 3 FEBBRAIO 2018  ( A cura di Sabrina Cabassi Psicologa- Psicoterapeuta).

conf-sarzanaTutta la post modernità appare segnata da una cifra prevalentemente narcisistica che insiste sulla dimensione degli affetti e getta su di essa le sue ombre. È come se fossimo più o meno trascinati verso una sorta di “analfabetismo affettivo”.

Salvo rari casi di nicchie di pensiero alternative, la cultura occidentale contemporanea promuove, di fatto, il Narcisismo inteso come Stile di Vita a tutto tondo. Ciò avviene attraverso una vera e propria ossessione per il Potere (come reazione alla impotenza), per il Controllo (per paura della incertezza), la Competizione (a scapito della cooperazione), la Superiorità (per paura del fallimento).

A livello ideale o, come direbbe Alfred Adler, se collocati “sul lato utile della vita”, in giusta misura Potere, Controllo, Competizione e Superiorità non sono valori da demonizzare a priori a condizione che, nella dinamica della vita psichica, la volontà di affermazione personale e il sentimento sociale possano esprimersi ponendosi in reciproca armonia. Quando ciò non avviene, ritroviamo situazioni o relazioni patologiche in cui si assiste, in genere, a una condizione di predominio squilibrato della volontà di affermazione personale a scapito del sentimento sociale.

Quando la volontà di affermazione personale predomina in maniera esagerata (in termini di intensità e gravità di malessere psicologico) sul sentimento sociale, si parla di Narcisismo patologico e di “amore malato”, in primis verso se stessi, poi verso l’Altro e verso la relazione con l’Altro. Non siamo più nell’ambito del “naturale” dolore psichico causato dall’incontro improvviso, destabilizzante e perturbante mondo sconosciuto dell’Altro-da-Sé; l’Io vacilla perché, come scrive Freud, “esso non è padrone in casa propria”. Ma questo tipo di dolore non è distruttivo; in questo senso parliamo di ferite che aiutano a crescere, ad amarci e amare meglio, a comprendere che amare l’Altro comporta necessariamente anche donare qualcosa di Sé, lasciare andare il proprio Ego.

La sofferenza che deriva dal perdere qualcosa di Sé per abbracciare qualcosa dell’Altro non può fare male, quel male che deriva da dinamiche di potere, controllo, competizione, prevaricazione sull’altro, volontà di potenza a scapito del sentimento sociale. È una sorta di “sofferenza sana” che, in un certo senso, fa parte del gioco dell’incontro tra diverse individualità.

C’è un sottile filo rosso che divide il territorio delle sacre pene d’amore dalle zone più oscure e distruttive degli “amori malati”. Le relazioni disturbate e disturbanti vanno ben oltre una semplice conflittualità, frutto, perlopiù, di incomprensioni comunicative o di reiterazioni di schemi comportamentali disarmonici.

Le relazioni malate sono trasversali a qualsiasi status socioeconomico o differenza culturale, come afferma l’assessore Daniele Castagna , “esse toccano famiglie e persone apparentemente insospettabili”.

Gli “Amori Malati” hanno caratteristiche ben precise: come afferma Monica Bonsangue, “essi si avvalgono, innanzitutto, di una comunicazione interpersonale finalizzata alla continua squalifica dell’Altro, al disprezzo, alla colpevolizzazione, svalorizzazione, rifiuto, uso di ambiguità e paradossi che portano all’annullamento della identità altrui”. In una relazione di maltrattamento la comunicazione per-versa rappresenta, in buona sostanza, un tipo particolare di comunicazione, il cui scopo è quello di controllare l’altro, di dominarlo, di stabilire una relazione sbilanciata di superiorità-inferiorità.

L’Amore si ammala quando l’Eros si trasforma in Thanatos, quando assume le sembianze di una relazione asfittica, tossica, “vampirizzante” per usare una metafora cara a Pier Pietro Brunelli, e priva di slancio vitale, in cui, molto spesso, si assiste a una inconscia, persistente, collusione da entrambe le parti in causa.

Quando dalla violenza psicologica si passa alla violenza fisica o reati di stalking, il primo passo da fare è “guardare bene in faccia il male” (Francesco P. Esposito), chiedere aiuto ai professionisti delle relazioni d’aiuto, agli organi di competenza, avvalersi di “strumenti” legali difensivi e autotutelanti (patrocinio gratuito, certificati PS, procura, querela, ammonimento, numeri verdi antiviolenza e stalking, ecc..).

Per evitare di sconfinare o di finire in questi territori caratterizzati da sofferenza malata, castrante, fatta solo di puro godimento e non di desiderio, è necessario invertire la prospettiva: esaminare se stessi, riconoscere i propri Bisogni fondamentali (che portano purtroppo spesso ad accettare qualsiasi cosa) attraverso l’immersione nelle proprie profondità affettive precoci, recuperare le proprie ferite narcisistiche ancora aperte, risanarle e cicatrizzarle; occorre abbandonare pretese irrealistiche di perfezione e salvataggio attraverso l’appoggio incondizionato all’Altro. Bisogna, infine, intercettare quei “semi” inconsci primigeni costituiti da proto-emozioni, reazioni e affetti mal riposti, congelati, soffocati, responsabili di conseguenti linee di movimento immature e sclerotizzate che danno luogo ad azioni di autosabotaggio affettivo. “Semi” che vengono gettati nell’infanzia e fatti germogliare nella fase delicatissima dell’Adolescenza, momento in cui uno dei compiti evolutivi fondamentali è il passaggio dal concetto dell’Io al concetto del Noi.

Un “Noi” che, come ricordava il collega Giovanni De Santis a proposito del pensiero adleriano, “è un compito che dovrebbe essere risolto in definitiva da due persone che si stimano e compiono con spirito ottimistico. Un Noi in cui deve esserci attrazione fisica oltre che spirituale”.

Dott.ssa Sabrina Cabassi

2018-09-02T13:48:17+00:00

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