Narci/Border in famiglia? Che fare?

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Un’altra etichetta per indicare personalità che vivono con grande ambivalenza le relazioni affettive – in famiglia e fuori – , in uno stato di constante oscillazione tra sentimenti di odio e di amore (basta un non nulla perché passino da una sponda all’altra), è quella de borderline.
Potremmo dire che il borderline a differenza del narcisista ‘a tutto tondo’, che è egosintoinico (si va bene così, basta che sta bene a discapito degli altri)  è un narcisista egodistonico in conflitto con se stesso, che però sposta sempre sugli altri)  assai meno sicuro di sé, è meno freddo, è più goffo e plateale nelle sue escandescenze, esprime maggiormente la rabbia in m0do scomposto, fino a perdere il controllo della sua immagine. Invece il narcisista è più subdolo, ci tiene alla sua immagine, perciò difficilmente si scompone, ed è in accordo con se stesso (egosintonico) nel coltivare sentimenti di odio verso la persona con cui è in relazione. Il borderline tende a scindere odio e amore in modo drastico e netto, per cui quando prova sentimenti di amore e di simpatia appare ed è autentico, ma basta pochissimo perché cambi il vento e allora si contorce fino ad esplodere in boati di odio e rabbia, fino a quando non si placheranno le sue tempeste interiori, spesso grazie al sopraggiungere di qualche gratificazione o anche di un suo incomprensibile autoacquietarsi. In famiglia queste persone vengono percepite come mine vaganti, e si deve cercare di fare il possibile per non turbarle, salvo poi sfidarle in un conflitto aperto, dal quale però si esce sempre perdenti, nella misura in cui, per affetto, si finisce poi, per stanchezza e per buona volontà con il perdonarli (per quanto non chiedano mai scusa).

Anche in questo caso, un qualche tratto borderline, lo si può evincere un po’ in tutti, ma vi sono persone che sono fortemente ‘tratteggiate’ da questa problematica.  Il borderline è comunque un tratto o una tipologia di personalità relativa al narcisismo, cioè a quella dimensione psichica ‘schizoaffaettiva’ che tende a far prevalere l’egoismo sulla relazione, e quindi a sfruttare la relazione, piuttosto che a nutrirla affinché i suoi frutti possano essere più amabili e per entrambi. Il narcisista crede che ciò non sia possibile, che al fine se si accetta la relazione in termini paritari si viene sempre fregati, perciò per quanto mantenga in piedi alcuni aspetti nutritivi della relazione, la considera come una mucca da foraggiare per poi mungerla e divorarla.

maxresdefaultIl fregare l’altro non comporta un’aggressione violenta, aperta, esplicita, ma di costruire una relazione fiduciaria apparentemente reciproca, al fine di poter trarre vantaggio dalla fiducia che si è indotta nell’altro. Quindi fregare presuppone il manipolare e il sedurre. Etimologicamente la parola fregare rimanda a massaggiare con qualche grasso, o olio, quindi ad ungere l’altro per ammorbidirlo, dargli un senso di piacere. Metaforicamente nel gergo popolare si usa anche al posto di ‘fottere’ ed ‘inculare’, parole che in questo caso non rimandano all’atto sessuale quanto all’imbrogliare, truffare, frodare, derubare…

Ciò presume di essersi riusciti a guadagnare il più possibile la fiducia dell’altro, e la cosa migliore sarebbe proprio l’amore, per non parlare poi dell’innamoramento che consente di fare dell’altro ciò che si vuole, fino a fregarlo in tutti i modi e in tutti sensi. Non si tratta solo di ottenere qualche vantaggio concreto, talvolta non è affatto chiaro cosa voglia ottenere di concreto un narcisista, nel senso che lo sfruttamento non è necessariamente di natura economico, o riferibile a qualche privilegio, ma è uno sfruttamento psicologico. In ogni caso possiamo considerare narcisismo e border come aspetti di un più generale disturbo della personalità che rende impossibili, ambigue e distruttive le relazioni affettive e famigliari.

locandinaIl narci/border – inteso come soggetto che frega e se ne frega – deve potersi sentire potente, e il modo migliore per sentirsi potente è sottomettere chi lo ama, e per capire se è riuscito a sottometterlo deve vedere quanto riesce a farlo soffrire pur continuando a farsi amare. In tal modo il narcisista si sente sempre più dominante nella relazione affettiva, nel senso che riceve amore, contraccambiando, fino a quando vuole, con un misto di seduzione, accondiscendenza, sopportazione, promesse e dichiarazioni d’amore (sempre provvisorie o incerte), e con tutto ciò che può proseguire il gioco osceno di far soffrire e nel contempo farsi amare. Il narcisista lascia dunque aperto il rubinetto del sentimento affinché come uno stillicidio goccioli quel filo d’amore senza il quale la relazione inaridirebbe, intanto però lascia l’altro sempre ai limiti della disidratazione e minaccia costantemente di chiudere il rubinetto.
Da ciò si dipana con molteplici fabule e intrecci quell’incantesimo perverso basato sul ricatto affettivo, per cui ci si lascia martirizzare pur di mantenere la relazione, sperando che l’aguzzino un giorno o l’altro si converta o per pietà è la smetta di comportarsi come tale. Ma intanto l’aguzzino se ne frega di cambiare, in quanto il suo malato narcisismo diventa sempre più tronfio e avido di nutrirsi in quella sua tipica modalità che ho più volte indicato come vampirizzante, secondo quella dinamica per cui il vampiro riesce a porre la vittima in una ipnosi affettiva che non può fare a mano di porgergli il collo.

Vampiri e pecore nere in famiglia

Ho in vari scritti esaminato come la vampirizzazione erotico-affettiva possa instaurarsi entro dinamiche di coppia. Ora vorrei invece esaminare come il vampiro operi all’interno dell’affettività famigliare, affacciandomi anche ad ‘ammirare’ alcune sue ‘prodezze’ nella società.  D’altra parte la famiglia è una sorta di cellula la cui membrana connette l’individuo alla società preservando la gravità del flusso vitale verso un nucleo di intimità che contiene il DNA famigliare. L’individuo attraverso la famiglia vive un’esperienza di osmosi tra la sua origine e il suo fine, secondo una missione vitale che dall’intimità dell’infanzia va verso la responsabilità sociale e morale. E spesso di questa responsabilità il narcisista se ne frega, e tende in ogni modo a costituirsi come soggetto di potere fino a sottomettere la società e gli altri per il suo potere e ad aggirare ogni morale, o ad inventarne una capace di renderlo trionfare.
158690-thumb-full-the_addams_family_la_famiglia_adD’Annunzio fece scrivere sui gagliardetti dei legionari di Fiume lo slogan “Me ne frego”, in senso di spregio del pericolo, ma anche di arroganza rispetto a qualunque tipo di ragione avessero potuto avere gli altri. Il fregarsene, in senso ribelliste, e di supremazia rispetto agli obblighi imposti dalle leggi o dalla morale diventa poi un atteggiamento vanaglorioso e trasgressivo insieme. Si pensi alla post-etica
punk da Sex Pistol del I don’t give a fuck, e quindi al meno frego della famiglia, della società, del mondo, di tutti, come dichiarazione intransigente di protesta, come nichlismo creativo attraverso l’atto distruttivo. In una famiglia questo genere di menefreghismo può essere adottato da un figlio verso l’autorità genitoriale, declinandosi poi come rifiuto dell’autorità in generale. Questo soggetto diventerà poi la ‘pecora nera’ della famiglia, quello o quella che spesso è stato contenuto a schiaffoni (se tutto va bene) e che comunque proprio per il suo spudorato menefreghismo non è mai riuscito a fregare nessuno e rimane invece fregato.

In una famiglia c’è spesso, un pinocchio, uno scunizzo, un enfant terrible da rimettere nei gangheri, e anche questa è una trama dove il narcisismo serpeggia in modo subdolo, poiché il ribelle che gioca a viso aperto può diventare il capro espiatoria, che mette in una luce migliore il narcisismo degli altri membri famigliari, che si fanno gli affari loro e sene fregano davvero, per quanto non tentino di fregare nessuno.

Ma di chi è la colpa?

http://www.dreamstime.com/royalty-free-stock-photography-image68989437Ma di chi è la colpa di tutto questo fregare e restare fregati? Della famiglia? Dell’individuo? Dell’indole umana? Della società e della cultura che influiscono sui processi educativi? Oppure della coppia genitoriale regressiva, immatura, a sua volta vittima e prodotto di famiglie problematiche? A seconda della prospettiva epistemologica, si viene indotti  a dare la colpa più ad una cosa o a ad un’altra, eppure sembrerebbe più sensato dire che nessuno è innocente. Forse è innocente l’individuo che viene al mondo puro e angelico come un buon selvaggio, e che poi diventa cattivo per colpa della famiglia e della società? Forse la colpa è in quella inclinazione umana – specie-specifica – che induce a fare il male agli altri per il proprio bene? Ma allora in ogni individuo c’è questo ‘peccato originale’, e ciascuno ha una sua vocazione ad esprimerlo più o meno al peggio. James Hillman  ha capovolto l’asse su cui ruotava la psicoanalisi, ovvero l’idea che il nostro carattere, e quindi i nostri problemi, e le nostre potenzialità siano eminentemente  dovuti all’infanzia e quindi alla famiglia. Certo, la famiglia ha impresso la sua impronta, ma vi sarebbe una natura radicale innata, un seme originario che si innesta per altra mano, una mano spirituale e psicoide, non umana, ancor prima della nascita nel destino caratteriale di ciascun individuo. Si nasce più o meno buoni, o più o meno cattivi, poi lungo la strada le cose si possono correggere o possono peggiorare. Allora intorno alla famiglia aleggia lo spirito del tempo, la cultura, la religione, l’educazione, la morale. E insieme a tutto ciò anche l’ignavia e la legge del più forte, sempre ipocritamente coperta da buone intenzione.

1369422996-3cc60356961bc50e0ba6b69d5adf98adCosì la serpe dell’ambiguità ritorna ad avvinghiarsi e a strisciare tra le proprie gambe e tra quelle di amici e parenti. Abbiamo mangiato dall’albero del bene e del male per avere la conoscenza, e abbiamo ottenuto il dubbio e l’ambiguità. Siamo immersi in una specie di tenebra permanente che riusciamo a squarciare solo a tratti con poderosi raggi di luce che vengono dalla mente e dal cuore. Maestri di saggezza, personalità d’amore, ci illuminano, e così anche i gesti semplici e quotidiani che vengono dal cuore. La famiglia è il tempio privato di questi gesti del cuore, della carezza della mamma, della presenza del papà, del gioco gioioso dei bimbi. Eppure si tratta di una cartolina fragile che galleggia su uno stagno di ricordi e di immagini increspate. Basta un sasso, un ranocchio, un colpo di vento, un amante, un lutto, o un brutto carattere ed essa si inumidisce, fa fatica a stare a galla e, se non affonda, pervade l’anima individuale di una umidità molesta che non va via per il resto dei suoi giorni.

In famiglia bisogna essere ‘pazienti’

Moltissimi pazienti vengono in psicoterapia per chiedere sostegno e comprensione a causa di una famiglia ‘marcia’, ‘sballata’, ‘cattiva’, ecc. che più volte li ha sottilmente o esplicitamente traditi e abbandonanti. Ciò non comporta che  decada o si allenti il legame indissolubile della parentela stretta, anzi, talvolta diventa un cappio intorno al collo. Così i pazienti raccontano di un susseguirsi di dispetti, rancori, mistificazioni e oltraggi vecchi e nuovi, che si ripetono e si trasformano secondo le diverse varietà di astio e di deplorazione. La maggior parte delle volte si tratta di questioni sottili, ma taglienti come un taglio di carta, che bruciano come punte di spillo incandescenti senza però che lascino tracce, ma solo cicatrici invisibili, che non vede nessuno. Altre volte sono autentici soprusi e violenze, non solo psicologiche. A volte si viene a cercare nel terapeuta il testimone di nodi famigliari dolorosi quanto inestricabili, che impediscono di respirare perché fanno sentire sommersi in un liquido amniotico divenuto mortificante. La famiglia come utero soffocante, che non nutre, non permette di uscire, o nutre troppo, e male… Altre volte sembra che le persone siano ignare dell’aria famigliare che stanno respirando, credono sia solo un po’ maleodorante, ma non sanno che è pesantemente inquinata, e che il loro problemi non cesseranno fino a quando continueranno a respirarla ignari, e spesso anche ignavi. Mariti e moglie stanno insieme asfissiandosi, come se non potessero fare a meno dell’asfissia, piuttosto che dell’aria. La paura inchioda nelle croci famigliari più di quanto l’amore possa schiodarle. Forse i casi più gravi, se non più difficili sono dati dall’inconscienza del dramma famigliare che ci si porta dentro. Si soffre per qualcosa, ma non si vede che dietro e intorno a quella cosa c’è un dramma famigliare inconscio che ci imprigiona in un qualche occulto’complesso famigliare’.
The_Family_2013,_Poster

Famiglia Harmon – Horror serial Tv

I casi più gravi diventano solo talvolta manifesti. Una tormentosa dimensione famigliare che non sfocia in fatti gravi può avere la stessa portata e lo stesso senso distruttivo di quella che invece sfocia in fatti gravi reali.  Accade allora che le famiglie diventano il covo di crimini e violenze psicologiche, di faide e soprusi che si trascinano al riparo delle mura domestiche. Ma quelle che non lo diventano hanno un analogo covo criminale in seno al loro psichismo. Chissà, per saperne di più, per prevenire, evitare o controllare  forse si arriverà a mettere le videocamere obbligatorie per legge nelle case famigliari, collegate alle centrali di polizia? No, niente ‘spy web family control‘ ma non per una questione di privacy, perché altrimenti si dovrebbero riaprire i manicomi e la città intera sarebbe un manicomio. E poi come farebbero le videocamere a vedere quello che passa nella mente dei famigliari? Inoltre non può considerarsi illegale la possibilità di negare un affetto vero, autentico, la mancanza di attenzione, il sorriso che non c’è, il malumore imposto agli altri, il vittimismo, il narcisismo, il borderline e qualunque stato nevrotico e psicotico che senza violare le leggi civili e penali viola costantemente quelle della psiche e del quieto vivere.

C’è chi ha subito veri e propri traumi in seno alla famiglia. L’abbandono di uno o entrambi i genitori quando era in tenera età. Oppure ha vissuto tutta l’infanzia con accanto un genitore abbandonico. Bambini che hanno subito dissidi e conflitti genitoriali sentendosi inevitabilmente tirati in ballo. Genitori che devono combattere con figli diventati tossicodipendenti, antisociali e parassiti; e che in qualche modo credono sia per colpa loro. E se invece, a prescindere dai genitori, come abbiamo osservato vi è anche chi nasce con la imprimatur del ‘rompicoglioni’, in misura maggiore o minore, cosa di cui non possono essere ritenuti responsabili, né i genitori, né gli avi?  Di converso c’è anche chi nasce con inclinazioni più garbate, e anche questo non può essere merito dei genitori. Ma a prescindere dai propri ‘doni di natura’ accade prima a o poi che la famiglia venga a turbare il sorgere di un’altra possibile famiglia, e comunque l’insorgere della relazione erotico-affettiva adulta, sottraendone ampie fette di felicità. Ogni coppia è figlia di due coppie, a capo di due famiglie, ecco allora che ogni coppia e ogni famiglia, è l’intreccio di almeno tre romanzi famigliari che si avvinghiano in un ginepraio di complicazioni. Di converso non resta che isolarsi, di rinunciare alla relazione, difendendosi da essa in modo più o meno cosciente… andando a vivere da soli. Ma neppure lì si può stare tranquilli, almeno fino a quando fantasmi famigliari non sono stati de-narcisistizzati, cioè non sono stati elaborati al di là di proiezioni e introiezioni narcisistiche di tipo vampirizzante. Le ferite narcisistiche, subite perché si è stati sovrastati dal narcisismo altrui, oppure autoinferte per congenita insufficienza di ‘amor proprio’, dovrebbero essere disinfettate e suturate, oppure anche tenute aperte, ma con la consapevolezza di poterle considerare come ‘stigmate’, quali segni vivi di sofferenza e di gioia spirituale.

Narcisismo/Borderline in famiglia? Che sia per il bene dell’umanità?

In ogni famiglia, o in quello che oggi resta della famiglia – classica, tradizionale, borghese, operaria, contadina o postmoderna – vi è quasi sempre qualcuno, o qualcosa di buono, anche quando tutto appare cattivo a causa di uno o più membri della famiglia che sono ‘cattivi’. Come le famiglie delle ‘faide famigliari mafiose’, ad esempio. Ma non sono rari i casi di famiglie, reali o della narrazione letteraria, che sono composte da molti membri cattivi, e, tuttavia c’è n’è almeno uno che è molto buono, e si distingue per equilibrio e umanità. C’è da chiedersi se questa persona sia così ‘buona’ perché ha reagito alla negatività dei suoi famigliari e non solo per le sue qualità genetiche. D’altra parte è difficile ipotizzare che invece i ‘cattivi’ siano diventati tali per reazione alla bontà del famigliare ’ buono’. Senza allargare troppo questi ragionamenti, possiamo ipotizzare che mentre il male può servire al bene, non si può dire il contrario (almeno in famiglia).

prima-cosa-bella-oscar-2011-esclusoE’ pur vero che il male vuole distruggere il bene, però nella misura in cui il bene resiste diventa più forte. D’altra parte un bene che non sa resistere al male a cosa servirebbe? Ecco allora che il narcisismo in famiglia, inteso nelle sue varie forme di subdolo egoismo e vampirizzazione psichica, diventa, per così dire, una efficiente ed efficace palestra per fortificare il bene. Questo però è possibile solo se non si risponde al narcisismo in forma edipica, cioè restando preda dell’interpretazione ‘personalizzata’, cioè che considera le relazioni solo in base ai fatti e alle persone, senza vedere nulla nel profondo dei fatti e delle persone, ed oltre… Il narcisismo l’avrà sempre vinta se indurrà nell’altro in famiglia una reazione che resta solo a livello della coscienza e non va sotto nel ‘subconscio’, e non va sopra , nel ‘sovraconscio’, se quindi non è in grado di vedere nel suo intrigo famigliare una tela di forze e immagini animiche, di energie sovra e trans personali. Non bisogna personalizzare neppure nel senso di restare incastrati nel giudicare l’altro come tutto negativo e identificarlo con il male, commettendo di converso il grave errore di identificarsi solo con il bene. Del resto anche quelli ‘buoni’ hanno le loro turbolenze, e del resto nessuno è perfetto. Ma da un punto di vista animico, o della psiche come totalità che si esprime attraverso la soggettività di ciascuno, appare che il bene e il male sono forze archetipicamente presenti e che si intrecciano in una specie di caduceo della guarigione, come due serpenti simmetrici tra i quali è infissa la spada dell’equilibrio. Siamo trafitti dalla verità quando prendiamo atto della relatività del male e del bene, e di come si tratti di una dualità che scarnifica la natura dell’anima umana. Ecco la famiglia consente di mettere a nudo questa carne archetipicamente trafitta dall’ambivalenza, dall’incompatibilità del bene e del male, come della vita e della morte o della gioia e del dolore…

La famiglia permette a ciascuno di dare il peggio di sé, giacché mentre nello spazio pubblico sono d’obbligo contegno, educazione, accondiscendenza, diplomazia, la famiglia consente di lasciarsi andare e a volte anche troppo. La rabbia, ad esempio, trattenuta in pubblico in famiglia può avere la sua espressione, seppure senza trasformarsi in ira violenta (almeno si spera). Così anche emozioni di gioie e di dolore nello scenario famigliare possono diventare più esplosive. In certi casi però la famiglia può risultare castrante dei moti emotivi e priva di empatia, per cui le emozioni vengono rimosse, contenute, distorte… In tutte le infinite sceneggiature appare il ‘fantasma del narcisismo/border’ che va a posarsi sull’anima dei membri della famiglia, spesso di uno in particolare: una madre, un padre, un figlio, un fratello narcisisti… o alcuni di loro… o dentro del ‘Me’…

90887Comunque sia il narcisismo in famiglia non è solo o non è tanto una questione personale, e questo lo si avverte quando la famiglia stessa è de-personalizzata, nel senso che si va oltre le ‘questioni personali’, al di là del bene e del male che in ‘atto o in potenza’ è in ciascuno di noi. I narcisisti sulla scena famigliare interpretano il loro personaggio, che mira a sovrastare e a opprimere quello degli altri, ma questo fa solo male, o può giovare a qualcosa? Dal punto di vista evoluzionistico la disfunzionalità famigliare generata dal suo consentire in sé l’esprimersi di vocazioni e personalità narcisistiche, potrebbe essere funzionale a stimolare reazioni volte all’armonizzazione delle relazioni in senso altruistico, amorevole e solidale, all’interno e all’esterno della famiglia. A questo in genere servono gli errori e le resistenze della natura in senso regressivo e distruttivo, servono cioè a promuovere forme di vita e di organicità più evolute. Ecco, allora che quando riusciamo a trovare una risposta non edipica alle aberrazioni disturbanti del narcisismo egoistico-vampirizzante –  ma immaginativa, mitica, simbolica, spirituale – possiamo giungere a considerarlo come una sfida evolutiva, che in fondo ci induce a crescere, a fatica, ma verso il bene… il più possibile verso.

 

Vedi  anche:

 

 

2019-04-06T06:56:37+00:00

About the Author:

Pier Pietro Brunelli è psicologo-psicoterapeuta, semiologo e specialista della comunicazione (con una prima laurea al DAMS con il Prof. Umberto Eco e una specializzazione in Università Cattolica). Lavora da molti annia come psicoterapeuta di orientamento junghiano a Milano, Genova e Roma. La sua formazione psicologica deriva anche dalle attività che ha svolto come docente/formatore per diverse Università, Centri Studi e Aziende in Italia e all'estero (Psicologia e Semiotica per la Comunicazione, il Marketing, il Design, la Moda, e lo spettacolo). Dirige il Collettivo Culturale Albedo, per il quale coordina il blog www.albedoimagination.com (vedi anche gruppo #Albedoimagination in FB) che offre servizi informativi di psicologia, arte, cultura e ospita forum di auto-aiuto assistito. Conduce incontri e seminari di teatroterapia secondo gli insegnamenti di Rena Mirecka e del Parateatro grotowskiano. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e libri con i seguenti editori: Allemandi, Arcipelago, Bulzoni, Carocci, Edizioni Scientifiche italiane, Lithos, Lulu, Moretti & Vitale, Ikon, Progetto Editrice, Pedagogika, UPSEL.

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