Questo mio articolo ha carattere divulgativo e di sostegno a favore di tutti per la delicata questione dell’invecchiare e della vecchiaia, ma si rivolge anche agli specialisti della psicologia e non solo.

L’articolo è un work in progress, suddiviso in tre parti (tre differenti link in Albedoimagination di cui è gradita la condivisione sui social), che pur essendo interdipendenti, possono anche essere letti non in successione.

La pubblicazione sul blog Albedoimagination consente ai lettori di partecipare con riflessioni, commenti e testimonianze volte a collaborare ad una dimensione di auto-aiuto di gruppo on line.

L’articolo si rivolge non solo alle persone anziane, ma a tutti, dato che tutti siamo nati per diventare vecchi. I giovani devono imparare a comprendere gli anziani, e gli anziani, per stare meglio dal punto di vista psicologico ed esistenziale, devono approfondire la comprensione di se stessi, le loro fragilità, ma anche la loro forza e le loro potenzialità.

I commenti e le testimonianze più pertinenti, solidali e significative potranno essere riprese (anche in forma anonima) su un articolo conclusivo finale (previo richiesta e approvazione). Buona lettura.  

Pier Pietro Brunelli (Psicologo-Psicoterapeuta)

 Essere e diventare vecchi

Parlare di invecchiare e di vecchiaia intristisce e spaventa, specialmente quando se ne parla con una certa spietata franchezza. Può quindi apparire strano, o antipatico, che uno psicologo voglia rischiare di far intristire gli altri. Eppure secondo la psicologia parlare dei problemi e delle difficoltà, elaborarli, riflettere, individuare risposte pratiche e simboliche, può aiutare moltissimo ad affrontare paure e tristezze, sia quando sono causate da evenienze e stati oggettivi, e sia quando si tratta di pensieri e fantasmi di carattere ipocondriaco, ossessivo, paronoidee – cioè di cause che ancora non sono date, ma che sono temute come se lo fossero già, oppure sono vissute con un atteggiamento psicologico disfunzionale, patogeno o patologico in se stesso. E’ pur vero che parlarne troppo di certe questioni relativamente insolubili – come la vecchiaia quale anticamera della morte – produce pensieri che al fine pare che impensieriscano soltanto. Non è certo questa l’intenzione di questo articolo. A volte una certa saggezza sdrammatizante, una certa levitas, è necessaria, tuttavia non se ci si limita solo e sempre a rimuovere, a rinviare, a far finta di niente, magari rincorrendo un’impossibile fontana dell’eterna giovinezza. Ciò può determinare una stato di inconsapevolezza e di fuga della realtà che alla lunga può risultare piuttosto destabilizzante se non pericoloso.   Perciò parlare – con coraggio e sensibilità – di una fase della vita che a tutti preoccupa e intimorisce, perché sta per arrivare o perché ci si è già arrivati (e ricordiamoci che ciò non è concesso a tutti) ci può aiutare a irrobustirsi psicologicamente – il ché è molto importante ed è possibile proprio per compensare una condizione fisiologica che tende progressivamente a indebolirsi. Meglio allora parlarne con autenticità e invitare a qualche riflessione… tanto lo struzzo invecchia o è già vecchio anche se mette la testa sotto la sabbia.

La psicologia che si occupa delle varie fasi del ‘ciclo di vita’, non può fare a meno di concentrarsi anche sull’ultimo di questi cicli. Ma il fatto è che anche da giovani, o nella mezza età, possono manifestarsi con particolare virulenza ansie e depressioni connesse al fantasma dell’invecchiamento, quale ineluttabile minaccia di malattia, solitudine, decadimento e morte. Superato il ‘mezzogiorno della vita’ può paventarsi il senso di smarrimento e di perdita per lo sfiorire della gioventù e di conseguenza dell’appassire della vita. Accade che adulti in piena forma soffrano all’idea di diventare vecchi e con una certa ansiosa ossessività si prodigano in accanite forme di prevenzione dell’invecchiamento, magari facendo incetta di integratori contro i ‘radicali liberi’. Ciò è anche un bene, ma nel contempo qualcosa che avviene nel ‘mondo interiore’ fa star male. Il narcisismo, sano o malsano che sia, viene messo duramente alla prova. Le rughe che tendono a insolcarsi, i primi capelli bianchi, un leggero imbolsimento del ventre, possono dare luogo a disturbi “dismorfobici” (paura esagerata di difetti fisici lievi), e connettersi a crisi relazionali, a proiezioni difensive e aggressive verso gli altri e il mondo. La pubblicità di qualsiasi cosa promette eterna giovinezza, e in particolare se ne fa garante la moda, la quale ad ogni stagione invece di invecchiare ringiovanisce. Anche gli anziani in pubblicità godono sempre di splendida forma, hanno assicurazioni che li rendono spensierati e sono accompagnati da figli e nipoti bellissimi, oppure passeggiano romanticamente in coppia, mano nella mano, come fidanzatini che guardano al futuro. Sappiamo bene che le cose non stanno proprio così, e che i cosiddetti anni verdi sono invece una sfida stressogena dolorosa, alla quale è possibile solo resistere nel miglior modo possibile, sapendo tuttavia che non la si potrà vincere all’infinito. Allora non ci resta altro da fare che avere il coraggio di elaborare psicologicamente questa fase della vita, per poterla vivere con maggiore consapevolezza e serenità.

Dal momento che la materialità della vita decade, si tratta di valorizzare la vita simbolica, e attraverso di essa rendere più lieta e interessante anche quella socialmente possibile. Ogni fase del ciclo di vita ha le sue sfide e le sue specificità a livello  individuale e collettivo. Possiamo allora riflettere sul senso della vecchiaia in termini psicologici ed esistenziali, al fine di contribuire ad una più specifica ed efficace psicoterapia dell’essere nell’invecchiare.

Van Gogh, Sulla soglia dell’eternità, 1890

Tradizioni, luoghi comuni e non comuni

La tradizione di ogni cultura esorta a considerare la vecchiaia come tempo della saggezza e della prudenza, altrimenti diventa inesorabilmente tempo della sclerosi e della stoltezza. Tuttavia risultano spesso stucchevoli e illusionistiche le fantasie troppo rassicuranti sulla vecchiaia, tese a rimuovere le difficoltà fisiche, psichiche e sociali che essa comporta. Inoltre se per diventare vecchi bisogna anche diventare saggi, sapienti, irreprensibili allora la faccenda diventa ancora più impegnativa e persino stressante. Guadagnarsi il rispetto degli anni non dovrebbe essere ottenuto raggiungendo una qualche sorta di santità sciamanica o una visione ascetica sapienziale e spirituale della vita (approfondiremo questo concetto più avanti relativamente all’ inflazione dell’archetipo junghiano del Senex, il cosiddetto “Vecchio saggio”). Dovrebbe invece bastare di essere come autenticamente si è, e semmai che venga riconosciuta una certa esperienza. D’altra parte se si è condotta una vita insulsa, se non addirittura dissoluta sin da giovani, per quanto sia auspicabile, è difficile che la vecchiaia rechi una speciale redenzione e un’annessa saggezza. Del resto si è sempre in tempo per ravvedersi…  ma la questione non è tanto moralistica, quanto psicologica. Ci sono persone anziane evolute, la cui esperienza le rende rasserenanti e persino illuminanti per gli altri, ed altre che non hanno questa donatività, oppure la hanno in misura minore. Tuttavia queste stesse persone possono trovarsi in una condizione di afflizione psichica che le porta a rinunciare al meglio di sé, e a ripiegarsi in forme di rassegnata depressione o di autoisolamento che, potrebbero essere elaborate e superate con una specifica psicoterapia (senza necessariamente ricorrere a psicofarmaci).  Il punto di cui qui vogliamo occuparci è come viversi l’invecchiare nella maniera psicologicamente migliore, nonostante tutto ciò che possa concretamente recare afflizioni sul piano della funzionalità fisica. Fino a quando si preserva una sufficiente autonomia, anche se in età avanzata, un buon equilibrio psicologico dovrebbe poter essere mantenuto, e se ciò non fosse, prima di ricorrere a psicofarmaci, o insieme a questi ci si dovrebbe poter avvalere di una specifica psicoterapia (della cui specificità andiamo qui a trattare in sintesi). Anche quando l’autonomia sul piano fisico venisse meno, i problemi psicologici dovrebbero essere terapizzati unitamente a specifici supporti psicoterapici. Inoltre chi si occupa di assistere gli anziani, specialmente se non autosufficienti, sia che si tratti di famigliari, sia di personale medico e infiermieristico, dovrebbe poter contare su una specifica formazione psicologica. Ciò avviene quasi solo per quanto riguarda i disturbi su base neuropsicologica (demenze e Alzheimer), ma fortunatamente non tutte le persone in tarda età sviluppano questi problemi. Per quanto a livello sensoriale (vista e udito) e della motilità un decadimento sia naturale, vari studi e la stessa esperienza, dimostrano che una persona anziana possa sviluppare competenze e creatività di altissimo livello.

Umberto Eco (1932-2016)

Non mi riferisco solo ai vegliardi della politica, della scienza, della religione o delle arti, ma anche alle persone comuni, la cui intelligenza resta intatta e a volte persino migliora certe competenze, per quanto non trovino la possibilità di esprimersi.  Laddove il maggior tempo libero viene investito per continuare a leggere, a studiare e a riflettere sulla vita e le cose del mondo, l’invecchiare può diventare una possibilità in più di arricchirsi sul piano umano e psicologico, con benefici anche sul piano della salute fisiologica, nonché delle relazioni famigliari e sociali. Ma ancora una volta le incombenze ansioso-depressive possono inficiare anche i migliori propositi relativi alla voglia di conoscere, apprendere ed esprimersi con creatività. Va poi detto che anche qualora sul piano cognitivo vi possano essere lacunosità, rallentamenti, sconnessioni, vi è una sensibilità intellettiva sul piano affettivo che tende a rimanere intatta e persino a raffinarsi.

Rita Levi-Montalcini (1909 -2012)

Si è  osservato – anche nei casi di demenza – che se l’intelligenza sul piano logico tende a svanire, quella sul piano emotivo e affettivo tende ad acuirsi, con una sensibilità che commuove. Inoltre da anziani accade di ripensare a certe problematiche di gioventù, conflittualità interne ed esterne, e forme nevrotiche varie, come fisime, se non addirittura come sciocchezze ed esagerazioni dovute alla relativa stoltezza della vita giovanile, o alla caparbia della mezza età, durante la quale ci si affannava sulla base di ambizioni perseguite in modo troppo affannoso, se non esaltato. Insomma sotto certi aspetti, nonostante limiti e problemi sul piano sensomotorio, un anziano può essere psicologicamente più forte e più ‘positivo’ di un giovane o di un adulto di mezza età.

La vecchiaia nella società e nella psiche

Ricordiamo che all’incirca, l’età per la quale consideriamo l’ingresso nell’anzianità di una persona va dai 65 anni in su (il 22,8% della popolazione italiana, dati Istat). Ovviamente un ottuagenario vedrà il sessantenne come un giovincello, e le differenze oggettive per indicare l’inizio di una vecchiaia vera e propria vengono valutate scientificamente secondo un’anagrafaica che si aggira intorno ai 75 anni. Tuttavia l’invecchiare, e quindi non solo l’essere nella senilità avanzata, è psicologicamente una condizione assai relativa rispetto all’età. Ci si può sentire più giovani superati i 60 anni di non quanto ci si senta quando ad esempio si superano i 40, o persino i 30. Si consideri che fisiologicamente si smette di crescere a 25 anni e perciò si inizia ad invecchiare sin da giovani. Qui ci stiamo occupando di come l’essere nell’invecchiare possa maturarsi in una condizione che sia il più possibile positiva, ad un livello psicologico ed esistenziale. Si tratta perciò di riflettere sull’invecchiare secondo vari punti di vista, non tanto su quelli anagrafici e fisiologici, bensì di ordine psicoculturale, antropologico, filosofico, sociale, spirituale e della persona nel suo intimo e soggettivo ‘essere nel mondo’. Dunque, così come non tutti i mali vengono per nuocere, anche l’essere e il diventare anziani presenta aspetti oggettivamente e potenzialmente da coltivare e da cogliere entro una relativa positività. D’altra parte questo concetto è basilare se si vuole impostare una riflessione su una psicologia che sia capace di rendere più positivo il vissuto dell’invecchiare e quello di chi è già invecchiato. Dobbiamo allora liberarci dai luoghi comuni, anche quelli che spinti da compassione ci portano ad avere un’ingenua fiducia verso gli anni verdi, come condizione placida e bonaria, così come di quelli dettati dal cinismo, che vedono nell’essere anziani una condizione essenzialmente negativa per se stessi e per gli altri. Purtroppo, e come è naturale – dato che il bene e il male si trovano in ogni condizione – va osservato che un anziano può anche assumere un atteggiamento  alquanto ‘negativo’, verso gli altri e la vita in generale; probabilmente esacerbando quelle componenti caratteriali che in misura minore o maggiore erano già in essere nella sua personalità durante tutta la vita. Si dice allora che un anziano diventa saturnino, uggioso, lamentoso, ipercritico, rancoroso, invidioso, intollerante, e che prende a manipolare il prossimo con una serie di ricatti e minacce, mettendo in scacco una famiglia (se la ha) e nella misura in cui abbia il potere di farlo. Ma anche in questo caso un trattamento di tipo psicologico potrebbe addolcire e anche convertire questi tratti di personalità problematici, divenuti assai reattivi in funzione degli stressor e delle fantasie ansiogene e depressive che sempre si incontrano nell’andare verso la fase più avanzata della vita.

L’angoscia di essere nell’ invecchiare

Nella filosofia di Heidegger resta celebre la sintesi “Essere per la morte”. Ciò esprime che l’essere umano è

Il filosofo di ‘Essere e tempo’ Martin Heidegger (1889 -1976)

l’unica creatura vivente che ha consapevolezza dell’’essere’ nel suo esserci, cioè in un arco di tempo che va dalla sua nascita alla sua morte. La morte diventa un compimento, e la vita un compito, che consiste nel compiere la pienezza del suo essere nella morte. La consapevolezza della morte dovrebbe allora consentire di considerare sacro e assoluto ogni istante della vita. Perciò la morte non dovrebbe soltanto angosciarci, ma anzi dovrebbe favorire l’evitamento di quelle angosce che sono dovute ad una mancanza di se stessi nell’autenticità, cioè dall’essere spiritualmente morti seppure si è nella vita. L’evitamento o la rimozione dell’angoscia di morte implica di rendersi inconsapevoli, incoscienti e perfino irresponsabili rispetto all’autenticità di essere nella vita, valorizzandone ogni istante. E’ cruciale dunque per un anziano, la relazione tra autenticità e inautenticità, tra elaborazione consapevole dell’angoscia di morte, oppure il ‘non pensarci’, cioè il ‘fare finta’ che la questione non esiste dal momento che non la si può evitare e che addolora. Questa seconda scelta però, se viene perseguita come l’unica possibile si rivela fallimentare, dal momento che la fuga da qualcosa di pauroso, e dalla quale si ha la certezza di essere raggiunti, diventa più angosciante della possibilità di affrontarla.  Ecco allora che in certi casi di demenza senile, la cui base organica è lieve o anche assente, avviene che l’unica fuga possibile, quanto illusoria, sia quella di perdere il senno, di rendersi incapaci di ogni elaborazione e quindi di abbracciare un copione di inautenticità, di abituarsi a non esserci, per quanto ciò rechi mancanza e sofferenza a se stessi e agli altri.  Quindi una persona, più raggiunge una veneranda età e più –  per non angosciarsi in una vana fuga, e preservare un buon tono dell’umore – dovrebbe imparare un nuovo senso del coraggio, ma anche un nuovo modo di rasserenarsi attraverso ‘esercizi di saggezza razionale e spirituale’ e anche attraverso ‘esercizi e atteggiamenti ludico-ricreativi’ per non lasciarsi sopraffare da uno psichismo mortifero, più che dalla morte stessa. Anche in tal senso può essere messa a punto una psicoterapia della terza età volta all’autenticità, mirata a sviluppare un atteggiamento consapevole, ad un tempo spirituale e naturale, filosofico e ludico, tra l’eroico e l’umoristico, tra drammatizzazione e carnevalizzazione, tra responsabilizzazione e disimpegno… insomma una sorta di speciale interpretazione autentica e da protagonista dell’invecchiare, come fosse la più compiuta forma d’arte nel teatro della vita.

Recentemente il celeberrimo novantenne italiano della divulgazione scientifica – Piero Angela – che come si sa è un eminente razionalista, attraverso Facebook e con simpatia, ci porge, un suo acuto e umoristico pensiero sulla vecchiaia e la morte (inoltrata):

Piero Angela

«Sono un novantenne, la morte non piace a nessuno. Nel momento in cui succede di solito le persone entrano in un piccolo letargo e non si rendono conto del momento del trapasso. Dico sempre che la vita è un’avanzata verso le pallottole e le mitragliatrici: quando sei lontano ne senti il fischio, poi, man mano che ti avvicini, è sempre più difficile cavarsela, e prima o poi ti beccano. Dobbiamo rassegnarci, ma anche vivere al meglio perché non saremo mai più giovani come in questo momento. Sono, però, d’accordo con Woody Allen che, a un giornalista che gli chiese cosa ne pensasse della morte, rispose “non ho cambiato idea. Sono decisamente contrario”. Ecco, anch’io la penso come lui».

Come si osserva, in queste parole di Piero Angela vi è un acume, un’ironia, e anche una coraggiosa e stoica baldanza (il tutto fortificato dalla citazione tragicomica di Woody Allen), che invita a comprendere tanti delicati aspetti della vecchiaia.

Woody Allen, nasce a New York nel 1935

Purtroppo e come ben si sa, certe ‘pallottole’ per quanto non arrivino ad uccidere possono ridurre in modo più o meno grave l’autosufficienza e recare dolori più o meno cronici. La sola cosa buona rispetto a tutto ciò è che la medicina e la chirurgia hanno fatto enormi progressi, riuscendo così a curare e a mitigare in modo molto efficace una grande quantità di problemi della salute fisica e mentale. Non si può dire altrettanto dell’assistenza sul piano della vita sociale, la quale è enormemente avvantaggia per le fasce di reddito più elevate. Ma quando si parla di salute mentale e psicosociale, non si tiene quasi per nulla conto della condizione esistenziale e psicologica. L’angoscia di morte ad una certa età, si amplifica non soltanto relativamente a se stessi,  ma anche rispetto alla perdita delle persone più care. Questo comporta di dover affrontare l’angoscia della morte non solo come la fine della propria vita, ma come la straziante esperienza di dover continuare a vivere senza avere al proprio fianco la persona o le persone per le quali si desiderava vivere.  Ed ecco quindi che più si resiste strenuamente alle pallottole fatali di cui parla Piero Angela e più si rischia di vedere cadere compagni e compagne vicino e intorno a sé. Il trauma della vedovanza ad esempio, dovrebbe essere terapizzato in una dimensione psicospirituale specialistica, laddove la religione o la compassione non riescono a contenerlo in modo sufficiente, con esiti che, come l’esperienza insegna, possono diventare in breve tempo fatali: quel lasciarsi andare dopo che l’altro se ne è andato.

L’arte di essere anziani come arte dell’essere

Oltre agli psicofarmaci, nonché in alternativa ad essi, una specifica psicoterapia per la persona anziana – nel nostro tempo storico-sociale –  non si è ancora sufficientemente evoluta, in termini di ricerca, di clinica, di servizio e neppure nei modi del comune pensare. La psicologia dell’anziano viene spesso confusa con la necessità di assistenza neuropsicologica e psichiatrica. La vecchiaia, nonostante gli acciacchi e i problemi da curare, e i supporti sociali da migliorare potrebbe essere vissuta con più soddisfazione, serenità e creatività, ma spesso ciò viene inficiato anche da una mancanza di attenzione psicologica verso questa delicata fase della vita, in senso relazionale, affettivo, spirituale, filosofico e umano.

Ora poiché le molte afflizioni della vecchiaia colpiscono tutti coloro che ci ‘arrivano’, fino a quando è possibile le persone anziane, non solo dovrebbero essere considerate come bisognose da aiuto, ma anche come capaci di scambiarlo tra di loro, e di offrirlo ai più giovani. Una psicoterapia dell’invecchiare dovrebbe accogliere e valorizzare l’esperienza e l’insegnamento della vecchiaia stessa, dovrebbe allora risultare formativa per l’anziano, ma anche per ogni fase della vita dato che il vivere stesso comporta l’invecchiare – e un anziano per quanto sappia bene cosa vuol dire, non sempre riesce a coltivare tale sapere al fine di preservare la sua condizione psicologica.  Quindi giunti ad un certo punto della vita, per non soccombere psicologicamente oltre che fisicamente, ciascuno dovrebbe poter diventare almeno un po’ ‘psicologo /filosofo/poetico ’. Non mi riferisco nel senso di un produttività creativa di un qualche livello, ma soprattutto ad un atteggiamento, nel senso di guardare alle cose del mondo in senso più psicologico/filosofico/poetico. Così, idealmente, è sempre stato secondo tradizione, cioè secondo quell’idea della ‘veneranda età’ da venerare in quanto, se coltivata, può offrire perle di saggezza e di sensibilità. Ma nella misura in cui la tradizione viene a mancare, è l’innovazione che deve fare la sua parte, e nella fattispecie mi riferisco all’innovazione di una psicoterapia della ‘coltivazione della terza età’, fondata anche sul rinnovamento di una condizione psico-socioculturale, alla quale siano chiamati a partecipare non solo i saperi della psicologia, ma di ogni altra disciplina umanistica, artistica e scientifica.

Giovani vecchi e vecchi giovani

Pablo Picasso (1981 -1973)

Va poi tenuto conto che sono sempre di più – in una società come quella attuale che invecchia – le persono che si avviano a diventare  ‘anziani moderni’,  o post-moderni. Gli anziani non sono più solo quelli che hanno fatto la guerra, che hanno conosciuto la penuria, e hanno dovuto lottare per imparare a resistere e a conservare. Con il boom economico degli anni ’60, i giovani che adesso sono anziani, hanno lottato invece per la conquista di nuovi diritti per la persona, non solo dal punto di vista materiale, ma anche umano e culturale. Quei giovani e quelle giovani, hanno lottato per il femminismo, per la libertà sessuale, per il libero pensiero, per respingere le mentalità arcaiche e patriarcali liberticide,  e quindi per una qualità della vita ad un livello psicosociale che andava contro i ‘ vecchi schemi’. Tra di loro c’erano giovani, meno giovani e spiriti ‘sempre giovani’, quali artisti e pensatori che hanno rivoluzionato i modi di pensare e di fare arte, con una forza critica e dirompente, che non ha precedenti nel corso della storia.

Il conflitto tra una generazione e la successiva fa parte del corso della storia (anche in senso psicoantropologico – si pensi a Totem e tabù, 1913, di Freud), ma negli anni 60′ e 70′ è stato particolarmente scioccante ad ogni livello, sociale, politico, culturale, artistico e degli stili di vita. Gli imminenti ‘neo-vecchi’ di oggi, da giovani hanno partecipato (o sono stati protagonisti)  a processi psicoculturali e sociali assai  rivoluzionari (forse anche troppo), in tal senso erano orientati contro i ‘loro vecchi’. Adesso per questi anziani che da giovani sono stati più o meno psico-rivoluzionari, in modo più o meno cosciente e consapevole, si apre la possibilità di rivolgersi ai giovani in modo storicamente nuovo. I giovani attuali sembra che non siano in grado e non abbiano neppure la volontà di ribellarsi al conservatorismo, semplicemente ‘se ne fregano’ e spesso si trascinano in un pernicioso nichilismo o si atteggiano a ‘giovani-vecchi’ alla ricerca di una qualche improbabile restaurazione.  Ma in realtà la condizione di disorientamento dei giovani è anche incubatrice di una nuova ricchezza coscienziale, di quanto non appaia in superficie. Le domande sull’essere, espresse e inespresse, sul senso della vita, sull’identità individuale e collettiva, sull’esistere e il co-esistere, sono più vicine a quelle della persona anziana che non a quelle dell’adulto, quasi totalmente assorbito nella produttività del fare, nella prassi dei ruoli e delle responsabilità ormai acquisite. Giovani e vecchi, pur senza saperlo, hanno in comune la stessa necessità di uscire dal luogo comune, e con diverso stato di coscienza, di ricercare l’autenticità dell’essere. Seppure in modalità che nella sostanza sono diverse,  entrambi, anziani e giovani, incorrono nella minaccia  della depressione, dell’angustia, della solitudine e del caos. In modi diversi, ma raffrontabili, il malessere si impossessa dell’essere quando viene a mancare il futuro, ovvero  il senso del vivere. Giovani e anziani sono lontani, non solo dal punto di vista della realtà delle cose, del corpo, del dover fare e progettare, ma anche come possibilità di sviluppare un dialogo. Una psicoterapia dell’invecchiare dovrebbe quindi favorire la possibilità del dis-allontanarsi (neologismo di Heidegger), tra giovani e anziani, per una riarmonizzazione psicosociale di entrambi,  attraverso una rielaborazione linguaggio, e delle narazioni,  nella ratio, come nella simbolicità e nella poeticità. Allora in questo tempo storico, una psicoterapia protesa verso ‘i prossimi nuovi anziani’ dovrebbe potersi orientare anche alla rielaborazione del dimensione conservatorista (l’archetipo del Senx, come vedremo più avanti – link alla parte terza) , ma anche progressista (l’archetipo del Puer), considerando però che per taluni aspetti di attaccamento all’istinto il giovane è conservatore, mentre per lo spirito il vecchio è progressista. Se essere giovani vuol comunque significare propensione al nuovo, al cambiamento, all’innovazione, in qualche modo i giovani di ieri, che sono o stanno per diventare gli anziani di oggi, dovrebbero poter riconoscere in se stessi una vicinanza esistenziale ai giovani, in senso riprogettuale e innovativo, dal momento che appartengono ad una generazione, la quale coma mai nessuna prima, si è resa protagonista di una coscienza storica e sociale volta ad una decisa spinta anticonformista e liberatoria da tabù e vincoli moralistici sclerotizzati quanto castranti. Questo concetto va però considerato nella misura in cui possa essere inteso in modo autentico, e non solo come un atteggiarsi superficiale che poi si attesta nel goffo perseguimento del giovanilismo nonostante l’età, con una conseguente ricaduta nella frustrazione e nella depressione. L’arte di essere anziani consiste dunque nell’orientarsi al sapere e al sentire cosa è autentico e cosa non lo è; si tratta quindi di un’arte dell’ Essere nell’essere (Titolo del libro della psicoanalista junghiana Silvia Montefoschi,  Raffaello Cortina editore, 1986). Questa ricerca di autenticità dell’essere nell’invecchiare deve però anche poter contare sull’ avere cura dell’avere, cioè sulla dignitosa assistenza nei bisogni primari.   Un riequilibrio esistenziale, psicologico e pragmatico, dell’essere e dell’avere, sta alla base di ogni possibilità di ripensare l’assistenza agli anziani all’interno della comunità.

Come vedremo nello sviluppo del ‘trittico’ che articola questo nostro studio, la salute psichica dell’invecchiare e della vecchiaia, unitamente a quella psicofiosologica, consente di ripensare in modo innovativo all’essere e al diventare anziano, non soltanto come soggetto da assistere, ma come soggetto capace di autoassistersi, di co-assistersi (tra anziani)  e di assistere (ai giovani) in una dimensione collettiva psicologicamente e socialmente più sana e più evoluta.  La protensione al desiderio dell’essere come motivazione a vivere autenticamente nell’invecchiare, non può prescindere da una importante riparazione sociale sul piano della disuguaglianza economica. In una democrazia reale i soggetti più deboli non possono e non devono patire – ancorché anziani e quindi più deboli – le disfunzioni socioeconomiche, le quali possono di fatto precludere ogni buona intenzione etica e psicologica e annullare nella miseria del vivere mondano ogni possibile tesaurizzazione di ricchezza dell’essere ultramondano.  

Coltivare il nuovo nel vecchio

La vecchiaia, e l’avviarsi ad essa costituisce la fase cruciale della Via Crucis della vita, ma è anche quella che consente la massima evoluzione della psiche, dal punto di vista coscienziale, sul senso dell’Essere nel mondo, e dell’umanità nel suo mistero, in quanto ispirazione e aspirazione verso la trascendenza. Da giovani, certe questioni esistenziali contano poco, oppure contano molto, ma in una dimensione che diventa o troppo immanente o troppo idealistica. Le cose del mondo, sono più importanti dell’essere che si cela dietro queste cose, del senso che esse assumano a mano a mano che l’esperienza degli anni le pone sotto una nuova luce. Ma se la vecchiaia non porta questa nuova luce, allora ogni luce si spegne, e in definitiva ogni cosa, invece di acquisire un senso nuovo, diventa priva di senso o si riveste di un senso negativo, di una luce nera.

Quando si è giovani, o ci si attarda nella mezza età a continuare ad esserlo, in modo ingenuo e immaturo, certe luci non si vedono, o spesso se ne vedono troppe al punto di risultare accecanti o in una brillantezza che poi si rivela subito effimera. Oppure le luci si spengono e ci si lascia andare a debolezze psichiche, con conseguenze anche molto serie, che agli occhi di una persone anziana possono apparire veramente insensate e stolte. In tal senso la psiche senile, se coltivata e nutrita, può considerarsi più forte di quella giovanile. Da giovani certe ‘pallottole’ fisiche e psichiche non si vedono o non si vogliono vedere, con la conseguenza che si può giungere alla vecchiaia assolutamente impreparati, credendo addirittura che non arriverà mai. Si crede che da giovani e meno giovani, la vecchiaia sia una questione della quale non occuparsi affatto, e spesso perfino da deridere, in senso goliardico, scaramantico, ma talvolta anche con un certo sadico cinismo. Da ciò si viene a determinare un solco intergenerazionale, tra giovani, adulti e anziani che, unitamente al rarefarsi della famiglia tradizionale e alla mancanza di modelli educativi che guardano ai saperi sulla vita e non solo sulla scienza, determina non pochi problemi, sia da giovani che da vecchi. E’ ben noto quanto sia facile in gioventù lasciarsi andare a svariate forme di pericolosa imprudenza, se non addirittura di autolesiva incoscienza, per cui si diventa relativamente più esposti alle avversità della vita di quanto non lo sia una persona anziana, fino ad esiti che possono risultare fatali. Basti ad esempio pensare al modo incauto di guidare autoveicoli, o all’accanimento di certi fumatori, i quali si decidono a smettere solo quando ormai sono sulla breccia, e la paura di ammalarsi li induce a più miti consigli. Tuttavia vi è anche quella forma dell’essere già vecchi da giovani, intimoriti, insicuri, incerti, così pur di evitare qualsiasi rischio si sceglie di confermarsi in un normativismo anonimo e senza alcuna ambizione. Sembra quasi che certi giovani scelgano uno stile di vita cautelativo, che tarpa le ali alla vita stessa, per la paura di non farcela, quasi fossero già vecchi.

Mik Jagger, nasce in Inghilterra a Dartford, 26 luglio 1943

Mick Jagger, nasce in Inghilterra a Dartford, il 26 luglio 1943

L’angoscia di invecchiare e di morire, diventa talvolta una fuga dall’angoscia di vivere, nel senso di non avere il coraggio di scegliere e di scegliersi verso la via dell’autenticità. In senso junghiano, ci si sente inibiti e confusi nell’orientarsi verso quel complesso ‘processo di individuazione’ che comporta esperienza e accettazione delle proprie parti di ombra, dei propri limiti e delle proprie pretese narcisistiche. Ciò impedisce il riconoscimento, attraverso l’impegno e il sacrificio, di conquistare con umiltà e con coraggio ciò che si può essere e diventare. L’invecchiare allora, in un senso che può rinviare al buddismo, può essere inteso come il cruciale ingresso nel tempo della conquista del proprio essere. Per quanto sia paradossale ciò può avvenire per una valorizzazione esistenziale delle esperienze acquisite, nonostante il venir meno e la perdita di tutto ciò che comporta attaccamento, sottomissione al desiderio, all’istinto, all’ambizione. In senso cristiano la vecchiaia diventa il tempo nel quale ci si avvicina a Dio (il Vecchio Supremo) e ci si prepara con la pienezza dell’anima purificata ad incontrarlo. In senso filosofico abbiamo fatto cenno alla filosofia dell’”Essere per la morte” come progetto del compimento del proprio essere autentico. Ma una psicoterapia dell’invecchiare dovrebbe in qualche modo aprirsi ad ogni possibile visione che permette di psichicizzare questo periodo della vita per un’evoluzione della funzione trascendente, che non è una questione ideologica o di fede religiosa, ma, secondo Jung è una componente essenziale e provvidenziale della natura simbolica dell’essere umano. Si tratta di una componente ‘speciale’ della psiche, la cui fioritura, se coltivata può svilupparsi con maggior valore e vigore autentici, proprio nel tempo dell’esserci nell’ invecchiare.

Rigidità e/o caoticità nell’invecchiare male

Gian Franco Ferroni, Mia madre, 1958

Come è noto, o almeno consueto, l’anziano è più prudente del giovane. Talvolta la sua prudenza è provvidenziale anche ai giovani che lo ascoltano, ma altre volte può trattarsi di una prudenza che in verità è sottomessa al pregiudizio, e quindi ad una posizione difensiva ultraconservatrice che porta all’irrigidimento di se stessi e alla pretesa che ciò avvenga anche negli altri. Ecco allora che per sopravvivere più a lungo alla battaglia tra la vita e la morte, nella quale l’anziano si ritrova sempre più in ‘prima linea’, le difese possono rivelarsi tanto più controproducenti quanto più si polarizzano su due opposte strategie: quella della rigidità e quella della caoticità, oppure in un inopportuno accavallarsi bipolare di questi due atteggiamenti, dando luogo a tratti nevrotici o francamente psicotici tipicamente senili. La rigidità implica rassegnazione, chiusura, rinuncia ad ogni novità, fino a provocarsi una sorta di autoisolamento che aggrava quello già tendenziale nell’invecchiare. Non si tollerano più di tanto le diversità, ciò che non è conforme alla propria rigidità, fino all’instaurarsi di conflittualità interfamigliari o interpersonali, per questioni che potrebbero anche essere di poco conto o tollerabili, come ad esempio il modo di vestire, lo stile alimentare, i modi di pensare, ecc. Insomma si tende a irrigidirsi facendosi dei nemici, dai quali poi difendersi con maggior rigidità, secondo un circolo vizioso che poi conduce all’instaurarsi di varie forme depressive, nevrotiche o psicoticheggianti. Sul versante opposto vi può essere la via della caoticità la quale non consiste più soltanto in una sorta di dionisismo creativo e stravagante, in funzione sdrammatizzante, quanto nel lasciarsi andare a vere e proprie stramberie nei modi di fare e di atteggiarsi. Si accentua la tendenza a spendere e spandere, se si può, mentre nell’irrigidimento si rinunciava a cose utili anche se ce lo si poteva permettere. Si diventa particolarmente irascibili quando gli altri non accettano il proprio modo caotico di relazionarsi, scambiando a volte la notte per il giorno o il pranzo per la cena, come se fossero regole alle quali, non si s perché, gli altri devono adeguarsi. Parla e straparla e pretende ascolto ad ogni momento, mentre nella rigidità si rifugiava in una sorta di mutismo. A cosa servirebbero queste rigidità e caoticità dal punto di vista dell’energia psichica? Come spiega l teoria psicoanalitica a difendersi da soggiacenti minacce depressive, ovvero anche da certi aspetti di quelle pallottole di cui parlava Piero Angela. Ma il fatto è che queste difese poi si ritorcono contro se stessi e con un circolo vizioso riconducono a forme depressioni, a loro volta correlate a disturbi d’ansia, come insonnie, ipocondrie, pensieri ossessivo compulsivi. Nelle forme più perniciose, gli eccessi di rigidità e caoticità, nelle loro forme unilaterali o miste, possono sfociare in forme psicotiche, le quali a prima vista possono anche essere scambiate, cioè diagnosticate, come demenze su base organica, quando invece si tratta di atteggiamenti più o meno deliranti, specialmente di tipo vittimistico e aggressivo, volti ad evitare di confrontarsi con il principio di realtà e cioè con la sfida di dover fare fronte coscientemente alla battaglia che la vecchiaia deve sostenere. Non è una battaglia che si possa vincere, dal momento che se il nemico è la morte non lo si può sconfiggere, tuttavia la si può vincere se consideriamo che la depressione è una forma di ‘morte vivente, perciò è questo il vero nemico, e lo si può aggirare e sconfiggere. Non bisogna, come si suol dire ‘vivere come morti’, abbandonarsi alla depressione o non curarsela, e questo ovviamente ad ogni età, m arrivati ad un certo punto, cioè ad una certa età meglio evitarla del tutto, meglio invecchiare senza depressione, tanto questa non serve di certo a stare meglio, e anzi è cagione di problematiche ulteriori anche sul piano della salute fisica e della vita pratica. Perciò dato lo status quaestionis di cui ci stiamo occupando, è come sia possibile ‘invecchiare bene’, rinunciando a difendersi dall’angoscia della vecchiaia sia attraverso la rigidità e sia attraverso il caos? Una risposta univoca a questa domanda risulterebbe presuntuosa, pretestuosa, unilaterale e più o meno goffamente idealistica.

Carl Gustav Jung 1875 -1961

Con umiltà e responsabilità  una psicologia dell’invecchiamento può rispondere che ciascuno deve poter trovare una sua personale risposta, e che laddove non riesce a trovarla o si affatica troppo in tal senso, dovrebbe essere accompagnato da una psicoterapia che lo invita ad una rielaborazione della funzione trascendente – nel senso elaborato dalla “Picologia analitica” di Carl Gustav Jung –  intesa come una funzione sovrapersonale dell’essere. In termini esistenziali si tratta quindi di evolvere nella possibilità di porsi seriamente domande sui ‘massimi sistemi’, più che risposte unilaterali e pregiudiziali, sul senso della vita, del tempo, del destino, dell’eternità, dell’assoluto e dell’essere nel mondo, nella realtà storica, mondana e in quella ultramondana e spirituale, che si rivela nell’avvicinarsi, nella coscienza e nell’immaginale animico e poetico, al senso ultimo dell’essere. Così l’invecchiare comporta l’arte di coltivare il bene del proprio essere, che quanto più sente di essere per l’amore tanto più sente di essere perenne.

Pier Pietro Brunelli – Psicologo-Psicoterapeuta)

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La terza è in preparazione.