La fata/chimera e il maschile
«Le fiabe sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo.»
— Marie-Louise Von Franz
In molte esperienze relazionali, l’uomo non incontra semplicemente una donna, ma un’immagine potente del femminile: luminosa, seduttiva, carica di promessa.
È come se si trovasse di fronte a una fata.
E tuttavia, col tempo, questa figura rivela un’altra natura: non orienta, ma cattura; non apre, ma chiude; non nutre, ma consuma.
«Non si possiede un archetipo: è l’archetipo che possiede noi.»
— Carl Gustav Jung
Ciò che avviene, allora, non è semplicemente una delusione affettiva, ma una vera e propria possessione immaginale. Il soggetto è preso dentro una figura che inizialmente appare come fata, ma che si configura, in realtà, come una forma narcisistica che sequestra l’eros.Potremmo chiamarla: la falsa fata.
La chimera come costruzione psichica
Per comprendere più a fondo questa dinamica, può essere utile introdurre la figura della Chimera
Tradizionalmente, la chimera è un essere ibrido, composto da elementi eterogenei. Ma, sul piano psicologico, essa può essere letta non tanto come un mostro esterno, quanto come una costruzione interna.
La relazione narcisistica, infatti, non è mai soltanto l’incontro con un altro realmente esistente. È anche — e talvolta soprattutto — l’attivazione di una immagine interna del femminile, fatta di:
- desiderio
- bisogno
- idealizzazione
- ferita
Una immagine composta, appunto, chimera. In questo senso, la chimera non è solo ciò che distrugge. È ciò che mescola, ciò che confonde, ma anche ciò che contiene una energia psichica non ancora simbolizzata.
Dalla chimera alla fata

È qui che si apre una possibilità trasformativa decisiva.
La chimera, infatti, non è necessariamente una condanna. Può essere anche una soglia.
«L’anima è fatta di immagini.»
— James Hillman
Se l’anima è fatta di immagini, allora anche la chimera è un’immagine dell’anima.
E come tale, non va semplicemente eliminata, ma compresa, attraversata, trasformata.
In molte fiabe — e non a caso — l’incontro con il mostruoso precede una trasformazione.
Si pensi alla dinamica della Bella e la Bestia: ciò che inizialmente appare perturbante o eccessivo, contiene in sé una possibilità di umanizzazione, di relazione, di apertura.
In questa prospettiva, la chimera può essere intesa come:
una figura intermedia tra il trauma e il simbolo, tra la confusione e la relazione.
Quando il maschile resta intrappolato nella chimera, vive il trauma da narcisimo o lo infligge., o comunque collude in una dinamica narcisistica.
Quando invece riesce a sostenerne la complessità senza esserne catturato, può emergere un’altra immagine. La fata.
La fata come potere animico del femminile
Quando in questo testo si parla di “fata” come figura del femminile, e la si evoca talvolta in forme di particolare bellezza, grazia o anche sensualità, è importante chiarire che non si intende proporre un modello estetico a cui la donna dovrebbe conformarsi. Si tratta piuttosto di un’immagine simbolica, che appartiene all’esperienza del maschile quando è in grado di amare: è lo sguardo trasformato che coglie nella donna una bellezza che è insieme interiore ed esteriore, sensibile e immaginale. In questo senso, la “fata” non è una figura ideale da raggiungere, ma una qualità della relazione: è ciò che il maschile vede e sente quando è sintonizzato con l’anima dell’altro. Ogni donna, nella misura in cui è incontrata in questa dimensione, può essere vissuta come la propria fata — senza che ciò implichi alcun confronto, giudizio o inadeguatezza sul piano dell’apparenza.
Quando l’uomo ha una fata dentro sé, ovvero una chimera trasormatrice risolta, vede la fata nella donna amata, perché riconosce in lei nella sua bellezza animica e corporea la fata che è in lei.
La fata non è semplicemente “una donna sexy o giovane o assai bella”.
È una qualità dell’esperienza che il maschile può provare verso il femminile in modo ajtentico o in modo narcisistico, ovvero il chimerico che si fa fata autentica, ma solo infatuante.
E’ una fata psichica che non trattiene, non invade, non si appropria, dona, protegge, insegna, cura ed esige bera forza e lealtà maschili. Altrimenti lascia andare e resta solo chimera o ‘femme fatale’ che vampirizza e abbandona.
«L’incontro con la figura femminile nelle fiabe rappresenta spesso una trasformazione decisiva per l’eroe.»
— Marie-Louise Von Franz
Ma questa figura non può essere incontrata da un maschile ancora prigioniero del bisogno o della ferita narcisistica. Facilmente incontra una falsa fata, o peggio ancora può tirare fuori da una fata la chimera avversa che c’è potenzialmente in lei. Ma in verità si tratta di un’alchimia d’amore andata a male, di un elisir diventato velono. E la fata resta l’antidoto.
Per incontrare la fata, il maschile deve compiere una trasformazione:
- uscire dalla dipendenza
- tollerare l’ambivalenza
- rinunciare al possesso
In altre parole, deve sviluppare una capacità simbolica di relazione. Allora la fata si rivelerà afroditica, portarice di amore, intelletto e spirito. Perché Afrodite conosce la cura delle pene di Eros e Narciso.
La fata non si riconosce, se il maschile non la conosce dentro di sé
In questo senso, si potrebbe dire che la fata non si incontra semplicemente. Ma si può diventa capaci di incontrarla prima in se stessi e poi nel mondo.
Questo non implica una superiorità morale, ma una trasformazione della posizione psichica.
Il maschile che ha attraversato le ombre chimeriche — senza negarla, ma senza esserne distrutto e anzi comprendendone il senso — può accedere a una forma di relazione in cui il femminile non è più oggetto di cattura o di dipendenza, ma presenza viva, mobile, non saturabile.
«Il mito non spiega: mostra.»
— Rpbero Calasso
E ciò che il mito mostra, in questo caso, è che il passaggio dalla chimera alla fata non è un cambiamento dell’altro, ma una trasformazione dello sguardo.
La chimera come desiderio di trasformazione, amore e cura
«Gli dèi non sono scomparsi: si sono ritirati.»
— Roberto Calasso
Forse anche la fata si è ritirata. O forse attende. Attende che il maschile smetta di cercare nel femminile una soluzione alla propria ferita, e inizi invece a costruire una relazione con la propria anima.
In questa prospettiva, la chimera non è più soltanto il luogo del trauma.
Diventa il luogo della possibilità.
Non più un mostro stregante da eliminare, ma una forma da attraversare.
Non più una condanna, ma una promessa.
E forse è proprio qui che il lavoro clinico incontra il mito:
nel momento in cui ciò che era confusione diventa immagine,
e ciò che era ferita diventa una ppssibilità di nuova relazione con se stessi, con gli altri il mondo… e il femminile.
E allora l’incontro con una fata, non sarà più solo una chimetra. Devi trasformare la chimera in te , nell’Anima in Ombra (Jung) in fata. Lei avrà più possibilità di rivelarsi e di incontrare in te il maschile migliore, autentico. Ma anche lei per poterti riconoscere deve fare un lavoro su stessa, in un’alchimia animica che trasforma le sue chimere e le sue fate interiori in amore e cura… ma questa è un’altra storia… una storia o un articolo al femminile… c’è qualche fata/chimera che vuole scriverlo?
Pier Pietro Brunneli – Psicoterapeuta