La buddità del narcisista
2026-09-1714 minuti di lettura Psicoterapia junghiana · Narcisismo e manipolazione affettiva
La buddità del narcisista
Rispettare la buddità del narcisista. Compassione, distanza e guarigione dal trauma relazionale
Pier Pietro Brunelli – Psicologo Psicoterapeuta
Un percorso tra psicologia buddhista, narcisismo relazionale, Bashō, Jung e Hillman per pensare una compassione capace di proteggere i confini senza trasformarsi in collusione.
Parlare della “buddità del narcisista” può sembrare provocatorio. E in parte lo è.
Il narcisismo, soprattutto quando si manifesta all’interno di una relazione affettiva in forme manipolatorie, svalutanti, aggressive o abbandoniche, viene generalmente pensato come qualcosa da cui difendersi. Chi ha vissuto relazioni di questo tipo può aver sperimentato umiliazione, confusione, perdita di fiducia, dipendenza emotiva e talvolta un vero e proprio trauma relazionale.
Perché dunque parlare di buddità proprio a proposito di chi ci ha ferito?
La questione diventa interessante se smettiamo di utilizzare la parola “narcisista” come se designasse l’essenza totale di una persona. Una persona può avere una struttura narcisistica, sviluppare potenti difese narcisistiche, mettere in atto comportamenti gravemente distruttivi e tuttavia non coincidere ontologicamente con tali comportamenti.
La prospettiva buddhista ci permette di introdurre qui una distinzione particolarmente sottile: quella fra ciò che una persona sta manifestando e ciò che, almeno potenzialmente, potrebbe diventare.
Ed è precisamente questo spazio fra comportamento reale e possibilità trasformativa che vorrei chiamare, con una certa libertà psicologica e simbolica, la buddità del narcisista.
Che cosa significa “buddità”?
Nelle tradizioni buddhiste Mahāyāna ricorre la nozione di natura di Buddha: la possibilità del risveglio, della liberazione dall’ignoranza e dall’attaccamento egocentrico.
Non bisogna immaginarla necessariamente come una specie di anima divina nascosta dentro l’individuo. La psicologia buddhista, al contrario, mette profondamente in discussione proprio l’idea di un Io sostanziale, permanente, autosufficiente.
La natura di Buddha indica piuttosto una possibilità di risveglio: la possibilità di vedere la realtà senza essere completamente dominati dalle proiezioni dell’ego, dall’avidità, dall’avversione, dalla paura e dalla necessità di trasformare tutto ciò che incontriamo in uno strumento della nostra identità.
Da questo punto di vista la “buddità” non significa: questa persona è buona. E tanto meno: questa persona merita la mia fiducia.
Significa qualcosa di diverso: questa persona non coincide interamente con la forma patologica che sta manifestando. Ma ciò non implica in alcun modo che io debba sottopormi alle conseguenze di quella forma patologica.
Ed è qui che una celebre narrazione buddhista diventa particolarmente illuminante.
Il Bodhisattva Mai Disprezzante
Nel Sutra del Loto compare il Bodhisattva Sadāparibhūt a, solitamente tradotto come Mai Disprezzante o Mai Sprezzante.
La sua pratica consisteva nell’incontrare le persone riconoscendo in esse la possibilità della buddhità. Si inchinava. Rendeva loro omaggio. Non perché tutte le persone che incontrava fossero sagge, gentili o illuminate. Al contrario.
Alcune reagivano insultandolo. Altre lo aggredivano. Altre ancora gli lanciavano pietre.
Ma qui il racconto introduce un particolare di straordinario valore psicologico. Il Bodhisattva non rimane sotto il lancio delle pietre. Si allontana. Raggiunge una distanza di sicurezza. E da quella distanza continua tuttavia a non disprezzare coloro che lo stanno aggredendo.
Questa scena contiene, a mio avviso, una metafora formidabile per il lavoro terapeutico con le relazioni traumatiche.
Riconoscere la dignità profonda dell’altro non significa consegnarsi alla sua violenza.
Posso riconoscere la tua umanità e contemporaneamente impedirti di ferirmi. Posso rispettare la tua possibilità evolutiva senza assumermi il compito di realizzarla. Posso persino arrivare a non odiarti più senza per questo dover tornare con te.
Le pietre del narcisismo relazionale
Naturalmente, nelle relazioni affettive, le pietre sono spesso simboliche.
Una svalutazione. Un silenzio punitivo. Un ghosting improvviso. Una menzogna. Una manipolazione. Un ricatto emotivo. Una promessa continuamente formulata e continuamente tradita. Una sessualità utilizzata come strumento di potere. Una minaccia. Una forma di disprezzo. Un abbandono attuato nel momento in cui l’altro è maggiormente vulnerabile.
Chi riceve ripetutamente queste “pietre” può sviluppare la convinzione che, per amare veramente, debba continuare a restare lì. Ma proprio la parabola buddhista suggerisce il contrario.
La compassione autentica non richiede di farsi colpire. Talvolta il gesto più sano consiste precisamente nel sottrarsi: mettere una distanza, chiudere una porta, dire no. Eppure questo no non deve necessariamente trasformarsi in odio permanente.
Il pericolo dell’odio dopo il trauma
Dopo una relazione narcisisticamente traumatizzante, può verificarsi una strana situazione. La persona che ci ha ferito non è più presente nella nostra vita concreta, ma continua a occupare una parte enorme della nostra vita psichica.
La relazione è terminata, ma il dialogo interiore continua: “Perché lo ha fatto?”, “Come ha potuto?”, “Era tutto falso?”, “È malata?”, “È cattiva?”, “Mi ha mai amato?”.
Si tratta di interrogativi comprensibili. In una certa fase sono persino necessari. Ma se diventano permanenti, possono produrre una seconda forma di prigionia. L’altro non è più il nostro partner, ma continua a essere il centro intorno al quale ruota la nostra mente.
L’odio, in questo senso, può diventare una forma negativa di attaccamento. Non idealizziamo più l’altro. Lo demonizziamo. Ma continuiamo comunque a dipendere da lui per costruire il significato della nostra esperienza.
La possibilità di riconoscere simbolicamente “la buddità del narcisista” potrebbe allora avere una funzione terapeutica inattesa: non quella di assolverlo, ma quella di restituirgli la responsabilità della propria trasformazione.

Chi ama una persona fortemente narcisistica può essere facilmente catturato da una fantasia salvifica: “Se lo amerò abbastanza cambierà”, “Se riuscirà finalmente a comprendere la sua ferita, cambierà”, “Se io sarò sufficientemente paziente, cambierà”, “Se gli mostrerò che può fidarsi, cambierà”.
È una fantasia particolarmente pericolosa perché può trasformare il partner nella figura di uno psicoterapeuta involontario. Ma la possibilità di cambiare appartiene all’altro.
La buddità del narcisista appartiene al narcisista.
Non appartiene al partner. Non può essere realizzata attraverso il sacrificio del partner. Non può essere ottenuta concedendo all’altro nuovi spazi per esercitare le proprie dinamiche manipolative. Comunque nonostante i conflitti e ‘le pietre’ ricevute, meglio pensare – Sono stato con la tua buddità, ma devo ora ritroivare la mia.
Posso vedere in te una possibilità. Ma non devo trasformarmi nel luogo in cui tu continui indefinitamente a rimandarne la realizzazione.
Narciso e Bashō davanti allo stagno
Qui diventa particolarmente interessante il lavoro dello psicologo Will W. Adams, autore dell’articolo “Bashō’s Therapy for Narcissus: Nature as Intimate Other and Transpersonal Self”, pubblicato sul Journal of Humanistic Psychology.
Adams propone una straordinaria opposizione simbolica: Narciso davanti allo stagno. Bashō davanti allo stagno.
Narciso guarda l’acqua. Ma non vede l’acqua. Non vede gli alberi. Non vede il cielo. Non vede ciò che vive intorno a lui. Vede la propria immagine. Il mondo è diventato uno specchio dell’Io.
Il poeta Zen Matsuo Bashō incontra invece anch’egli uno stagno: lo stagno antico, la rana, il salto, il suono dell’acqua. Questa volta il soggetto non invade la scena. Il fenomeno può finalmente manifestarsi.
Narciso guarda lo stagno e vede Narciso. Bashō ascolta lo stagno e incontra lo stagno.
Il narcisismo come impossibilità di incontrare l’alterità
Il contributo più interessante di Adams consiste proprio nell’allargare il significato del narcisismo. Narciso non è semplicemente colui che “ama troppo se stesso”. È colui che incontra il mondo senza riuscire veramente a incontrarlo.
Ogni cosa deve attraversare il filtro dell’Io. L’altro diventa allora specchio, minaccia, conferma, oggetto, strumento, proprietà. Ma raramente altro.
Questo vale tanto nel rapporto con la natura quanto nelle relazioni umane. Il partner di una persona gravemente narcisistica può diventare così una funzione: qualcuno che deve confermare, ammirare, sostenere, proteggere, desiderare, perdonare, restare disponibile.
Quando smette di svolgere quella funzione, l’alterità del partner può diventare insopportabile. E allora può essere svalutata, negata oppure espulsa.
Il contrario del narcisismo non è soltanto l’altruismo
Forse qui possiamo formulare una considerazione più radicale. Il contrario del narcisismo non è semplicemente essere “buoni”. Non è neppure sacrificarsi per gli altri.
Il contrario del narcisismo potrebbe essere la capacità di permettere all’altro di essere altro.
Bashō lo esprime magistralmente quando invita chi vuole conoscere il pino ad andare dal pino, e chi vuole conoscere il bambù ad andare dal bambù. Non bisogna imporre all’oggetto ciò che già pensiamo di sapere. Prima occorre ascoltarlo.
Questa posizione si avvicina sorprendentemente anche alla fenomenologia: sospendere, osservare, lasciare apparire, non ridurre immediatamente il fenomeno alla categoria che possediamo già.
È anche una lezione importante per la psicologia. Se trasformiamo la diagnosi in uno specchio attraverso il quale pretendiamo di conoscere totalmente una persona, rischiamo paradossalmente di riprodurre noi stessi quella riduzione dell’alte rità che imputiamo al narcisismo.
Jung: l’Io non è l’intera psiche
Questo discorso può essere avvicinato, pur mantenendo le necessarie differenze, alla psicologia di Carl Gustav Jung.
Per Jung l’Io è il centro della coscienza, ma non è il centro dell’intera psiche. Il Sé rappresenta una totalità molto più vasta, comprendente coscienza e inconscio. L’individuazione implica dunque anche una relativizzazione dell’Io.
L’Io deve imparare che non è padrone assoluto della psiche. Il rischio opposto è l’inflazione: quando l’Io si appropria di qualcosa che lo trascende e si identifica con esso.
Da questo punto di vista potremmo dire che la natura di Buddha non deve diventare una nuova corona posta sulla testa di Narciso. Dire “Dentro di me c’è il Buddha, quindi sono speciale” sarebbe già una contraffazione narcisistica del concetto.
La prospettiva buddhista tende piuttosto a dire: “Ciò che sono realmente non coincide con questo ego che pretende di possedere il mondo”.
Il Sé junghiano e il non-Sé buddhista non sono equivalenti. Ma entrambi possono concorrere a un importante movimento psicologico: il decentramento dell’Io.
Hillman e l’anima del mondo
Con James Hillman il discorso può aprirsi ulteriormente. La psicologia archetipica ha cercato di sottrarre la psyche alla sua localizzazione esclusivamente individuale.
L’anima non è soltanto “dentro di me”. Esiste anche nel mondo: nelle immagini, nei luoghi, nei corpi, nelle atmosfere, nella dimensione dell’anima mundi.
E allora lo stagno di Bashō non deve necessariamente diventare il simbolo del mio inconscio. Forse lo stagno, prima di tutto, è lo stagno. La rana è la rana. L’albero è l’albero.
Il mondo non deve sempre diventare il materiale simbolico attraverso cui il mio Io parla di se stesso. La psicologia archetipica di Hillman e lo Zen di Bashō procedono per strade molto differenti, ma in entrambi possiamo intravedere una critica alla tirannia di una soggettività che pretende di essere l’unica origine del significato.
La non-dualità non cancella i confini. Potrebbe sorgere a questo punto un equivoco. Se tutto è interdipendente, se l’altro non è completamente separato da me, perché dovrei proteggermi da lui? La risposta è proprio nella parabola del Bodhisattva.
La non-dualità non significa assenza di confini. Il fatto che siamo interdipendenti non significa che ogni comportamento debba essere tollerato.
Una persona può riconoscere la dignità dell’altro e contemporaneamente interrompere una relazione. Può provare compassione e contemporaneamente rivolgersi alla legge. Può riconoscere la sofferenza dell’altro e contemporaneamente rifiutare di diventare il luogo nel quale quella sofferenza viene scaricata. Questa distinzione è particolarmente importante nelle relazioni abusanti. La spiritualità utilizzata per cancellare i confini rischia di diventare una nuova forma di abuso. Una vera consapevolezza dovrebbe invece permetterci di distinguere la persona dal suo comportamento, la compassione dalla collusione, il perdono dalla riconciliazione, l’amore dalla disponibilità al maltrattamento.

Inchinarsi da lontano
Possiamo allora immaginare una scena terapeutica. La relazione è finita. Le pietre sono state lanciate. Alcune hanno colpito profondamente. La persona che le ha ricevute finalmente si è allontanata. Ora è fuori portata.
Potrebbe restare per anni a maledire chi l’ha ferita. Oppure potrebbe, un giorno, arrivare a compiere interiormente un gesto diverso: un piccolo inchino.
Non all’abuso. Non alla crudeltà. Non alla menzogna. Non alla manipolazione. Ma alla possibilità umana dell’altro. Alla possibilità che quella persona avrebbe potuto diventare qualcosa di diverso. Alla possibilità che forse, un giorno, possa ancora farlo.
Non è più affar nostro. Non è più nostro compito.
Rispettare la buddità dell’altro e smettere di occuparcene.
La terapia di Bashō e il distacco nel rispetto
Narciso ci mostra che cosa accade quando l’altro diventa soltanto uno specchio. Bashō ci mostra che cosa accade quando finalmente impariamo ad ascoltare ciò che è altro da noi. Il Bodhisattva Mai Disprezzante aggiunge un terzo insegnamento: possiamo riconoscere il valore profondo dell’altro senza restare sotto il tiro delle sue pietre.
Potremmo allora sintetizzare questo percorso in tre passaggi: Narciso, l’alterità cancellata. Bashō, l’alterità ascoltata. Il Bodhisattva, l’alterità rispettata, ma anche delimitata.
Per chi ha vissuto un trauma relazionale narcisistico, questa terza posizione può diventare particolarmente preziosa. Guarire forse non significa arrivare a considerare innocente chi ci ha ferito. E non significa neppure necessariamente perdonarlo.
Significa poter finalmente vederlo senza idealizzazione e senza demonizzazione: un essere umano, responsabile delle proprie azioni, dotato forse di possibilità che non ha saputo realizzare, ma non più proprietario della nostra vita emotiva.
Possiamo allora allontanarci. Metterci al riparo. Riprendere il nostro cammino. E, forse, da lontano, riuscire persino a inchinarci.
Non alla persona che lancia le pietre. Ma a quella possibilità di risveglio che essa, come ogni essere umano, porta con sé.
Rispettare la buddità del narcisista significa anche rispettare abbastanza la nostra da non permettere più che venga ferita.


Riferimenti essenziali
Adams, W. W. (2010). Bashō’s Therapy for Narcissus: Nature as Intimate Other and Transpersonal Self. Journal of Humanistic Psychology, 50(1), 38–64.
Bashō, M. Opere poetiche e di viaggio, con particolare riferimento a The Narrow Road to the Interior e alle raccolte di haiku citate da Adams.
Jung, C. G. Opere sul rapporto tra Io, Sé e processo di individuazione.
Hillman, J. Opere sulla psicologia archetipica e sull’anima mundi.
Loy, D. Studi sulla psicologia buddhista, il non-Sé e il senso di mancanza dell’ego.
Thich Nhat Hanh. Scritti sull’inter-essere, l’originazione dipendente e la natura di Buddha.
Sutra del Loto, cap. XX: racconto del Bodhisattva Sadāparibhūta, “Mai Disprezzante”.
Testo destinato alla pubblicazione su Albedo Imagination
Dott. Pier Pietro Brunelli
Psicologo e Psicoterapeuta, psicoterapia a indirizzo analitico junghiano. Riceve a Roma e in videochiamata.