Il riso, il femminile e la vita

Clarissa       Pinkola Estés, in  Donne che corrono con i lupi dice:

Nel sacro, nell’osceno, nel sessuale c’è sempre una risata selvaggia in attesa, un breve passaggio di riso silente, o la risata di una vecchia, o il respiro affannoso che è riso, o il riso che è selvaggio e animalesco, o il trillo che è come una scala musicale. Il riso è un lato nascosto della sessualità femminile; è fisico, elementare, appassionato, vitalizzante e pertanto eccitante. È una sessualità senza scopo, a differenza dell’eccitazione genitale. È una sessualità della gioia, per un istante appena, un vero amore sensuale che vola libero e vive e muore e di nuovo vive della sua propria energia. È sacro perché è così salutare. È sensuale perché risveglia il corpo e le emozioni. È sessuale perché è eccitante e provoca ondate di piacere. Non è unidimensionale, perché il riso si spartisce con se stessi e con tanti altri. È la sessualità più selvaggia nella donna.  Clarissa Pinkola Estés,  Donne che corrono con i lupi  (1992: 336).

Il riso può essere una buona risorsa per confrontarsi con gli ‘spiriti maligni’ – con ciò che spaventa e porta male. Il riso in ogni antica tradizione è apotropaico e prpiziatorio. La psicoanalista Marie-Louise  von Franz  si sofferma su una festa greca di fertilità dei campi rivolta al “dio riso” (di cui parla Apuleio nel libro III de L’asino d’Oro). La fertilità sarebbe favorita da un dio che induce a ridere e che quindi fa ‘buon sangue’ e fa superare i tabù, le inibizioni, le paure.

Baubo è una dea minore ctonia, terrestre, riferibile alla figura della sapiente contadina la quale divenne ‘speciale curandera’ di Demetra, dea madre delle messi.  Demetra era caduta in una plumbea depressione quando sua figlia Persefone, essendosi follemente innamorata pera la prima volta, si lasciò rapire  da Ade, dio degli inferi. Demetra era addoloratissima per la fuga d’amore della figlia e arrabiatissima con Ade.  Allora impose un blocco dell’intero ciclo naturale della vegetazione: sulla terra non doveva crescere più la vegetazione, così che non vi sarebbe stato più cibo. Rutti gli dei furono preoccupatissimi, provarono di tutto per guarire Demetra, ma neppure Zeus riuscì nell’impresa. Fu invece Baubo che riuscì a sbloccare Demetra, facendola ridere con un disinibente gesto osceno, potremo dire carnevalesco, cioè mostrandole i genitali o, secondo alcuni, il sedere. Questo gesto provocò in Demetra una risata antidepressiva e rivitalizzante, così che la natura tornò a fare il suo corso.  Poi Demetra prese un porcellino e si recò nel mondo infero a cercare la figlia Persefone dando origine ai misteri di Eleusi, i riti più enigmatici della mitologia greca. Demetra, in seguito ad un antidepressivo atto comico, ritrovò forza e determinazione per esplorare il mistero della trascendenza che si tramanda archetipicamente nel continuum madre-figlia.

Nel Vecchio Testamento l’unico personaggio che osò ridere in faccia alla patriarcale figura di Dio fu una donna di 90 anni: Sara, che vuol dire ‘Signora’. A questa Signora, assai bella nonostante l’età, Dio disse che sarebbe rimasta incinta e avrebbe partorito, fu inevitabile per lei sganasciarsi dal ridere… anche se poi diede alla luce Isacco, il cui nome significa ‘risata’ (Genesi, 17,15 e 21,5 – 6).

Questa narrazione invita ad osservare di come il riso di Sara derivasse da una sapienza femminile che risulta irriducibile rispetto ad un sapere divino tutto maschile. Possiamo considerare Sara come una di quelle vecchie donne gravide ridenti rievocate dallo studioso del Carnevale Michail Bachtin riferendosi alle celebri statuette di terracotta di Panticapaeum (colonia greca risalente al VII sec. a.c. – la moderna  Kerč, sul Mar Nero). Queste antesignane di Sara alludono ad una straordinaria capacità di partorire sapienza ‘terrena e spirituale’.  Bachtin nello studiare il mondo carnevalesco di Rabelais, ci fa notare che questi sapeva che Zoroastro-Zarathustra (tanto amato da Nietzsche e da Jung per la sua contraddittoria saggezza) era il solo uomo venuto al mondo ridendo, e che in  questo ‘parto ridente’ vi era il presagio del suo sapere… La risata femminile, diventa portatrice di sapienza e di vitalità  pacificatrice. Questa risata si espande nella orgasmica festosità di ogni celebrazione gioiosa, come ad esempio quella carnevalesca. E’ una risata collettiva che insieme celebra la vita, la pace, la libertà, cioè valori che non possono esistere senza un armonioso equilibrio tra maschile e femminile e nella comunità.

Dalla Sara biblica alla Baubo mitica, a Beatrice paradisiaca, il riso si caratterizza come una speciale risposta emotiva che nasce dalla sapienza femminile. Beatrice, l’unica figura che ride e sorride ed infonde coraggio a Dante, in quanto è lei l’ ‘essere ridente’ che avvia dall’amore terreno alla beatitudine celeste. Con tale riso-sorriso beatificante ritorniamo ad un femminile, espresso nella sua più alta leggiadria e spiritualità. Beatrice, sublime figura femminile, portatrice di un riso illuminante e che emerge tra tanti dolori, aneliti, speranze. In tutta la Divina Commedia è Beatrice l’unica ridente, capace di unire saggezza e riso, sin da quando nell’Antiparadiso Dante la vede:

 Ella ridea da l’altra riva dritta, (Purgatorio 28/67).

E così esordisce Beatrice :  Voi siete nuovi, e forse perch’io rido (Purgatorio 28/76).

La soave e sorridente Beatrice appare per l’ultima volta a Dante, disparendo nella luce celeste del Paradiso:

[…]  e quella, sì lontana come parea, sorrise e riguardommi; poi si tornò all’etterna fontana (Paradiso, vv. 91/93).

La figura di Beatrice esprime una umana e trascendente ‘sapienza ridente’. Mai sorriso e sguardo di creatura hanno avuto tanta poetica eloquenza d’amore, mai come in Beatrice l’umano sorriso si è congiunto con il Divino.

Ho sempre notato che durante la danza le donne sorridono e ridono molto più degli uomini e mi sono sempre domandato il perché. La risposta non può essere sbrigativa e superficiale. Viene da pensare ad un proprium dell’essere umano che nel riso esprime un accordo tra immanenza e trascendenza, la cui origine archetipica potrebbe avere una misteriosa fonte energetica nel femminile. Il riso è anche un neutralizzatore dell’aggressività specificamente umano – come ha osservato l’etologo Konrad Lorenz nella sua comparazione tra comportamenti animali e umani. Perciò sin da tempi arcaici è probabile che le donne abbiano sorriso di più degli uomini al fine di neutralizzare psicologicamente la loro aggressività.

Del resto, le donne come gli uomini, da sempre si prodigano anche in falsi sorrisi. Siamo abituati al falso sorriso, tanto che non lo riconosciamo facilmente. Sorrisi artatamente ostentati in pubblicità e nelle occasioni di competizione mondana in quanto manipolatorie maschere narcisistiche. Il falso sorriso è più facile da mostrare rispetto ad una falsa risata, la quale può semmai essere deliberatamente esagerata, o simulata come farebbe un attore. Il sorriso è placido come il lago, la risata e come uno zampillante torrente o una cascata, ma entrambi vengono dalla stessa felice fonte energetica. Lo psicologo junghiano William Willeford osserva come molte espressioni scurrili e ridicolizzanti che rinviano ai genitali maschili vogliono rimarcare la stupidità ‘psicofisiologica’ insita negli atteggiamenti  di tracotanza machisti e fallocrati.’ Il fool  -Il fool – il clown circense e carnevalesco  – è una creatura goffamente mascolinizzata, che va a depotenziare l’aggressività e la spavalderia maschilista. Comportamenti e segni allusivi della sessualità maschile (come il bastone-fallico del buffone di corte) indicherebbero che l’attività dei ‘centri superiori’ è alquanto esautorata da quelli ‘inferiori’; dunque le smaniose pretese sessuali del maschile lo rendono sciocco e immaturo, fino a ridicolizzare ogni sua pretesa di superiorità.

Ecco allora che se l’uomo sa stare al gioco e diventa capace di autoironia risulta essere più simpatico e anche più amabile. Si può osservare che gli uomini che sanno ridere di se stessi, inducono nelle donne il riso e il sorriso e perciò da esse vengono tanto più apprezzati e amati.

Attraverso il sorriso il corteggiamento erotico si libera da complessi e inibizioni, dalle tensioni, dalle ansie di prestazione e di sopraffazione, e consente ai partner di lasciarsi andare, di fidarsi reciprocamente verso l’esperienza orgasmica nella sua pienezza. In ogni coppia, eterosessuale o omosessuale, la possibilità di ridere insieme è in qualche modo indice di una buona relazione anche sul piano della sensualità e della vita erotico-affettiva. La saggezza del ‘serio ludere’ e del ridere di se stessi, così come pure delle assurdità di questo mondo, differenzia l’umano non solo dagli animali, ma anche dagli dei, incapaci di ridere con lo stesso spirito dei mortali.

Gli umani, rassicurati e anche sedotti dal riso e dal sorriso, esperito primariamente come segno sul volto della madre nutrice e curativa, si sarebbero umanizzati, differenziandosi sia dall’animalità e sia dal divino. Il dono del sorriso e del riso amorevole nascerebbe agli abori dell’umanità e nei primi mesi di vita dal viso allietante e bonario delle donne. La spontaneità e la gioiosità del sorriso e del riso è segno primario del piacere e della capacità – indispensabile per l’evoluzione della specie umana – di avere il sentimento e la responsabilità dell’altro. Ridere e sorridere stando bene insieme è l’euforizzante antidoto compensatorio rispetto all’egoismo senza limiti, che poi sfocia nel cainismo (e in termini psichiatrici nel narcisismo patologico e antisociale, cioè nelle relazioni distruttive e vampirizzanti, basate sulla manipolazione e la violenza).

Così quando dalla derisione aggressiva, si passa alla comicità, e quindi al gioco e allo scherzo carnevalesco, allora ecco che la risata ritorna ad essere benevola, a rallegrare la vita e anche a disinibire il piacere sessuale.

Freud che ha profondamente esaminato il riso e la comicità relativamente all’inconscio dice:

[…] le sfere della sessualità e dell’oscenità offrono le più ampie occasioni per ottenere piacere comico contemporaneamente al gradevole eccitamento sessuale; infatti possono mostrare gli esseri umani nella loro dipendenza dalle necessità del corpo (degradazione), oppure possono rivelare le necessità psichiche che stanno dietro alla pretesa di amore intellettuale (smascheramento) – (Freud,  Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905).

Si può allora comprendere come nel monoteismo il riso possa essere castrato, in quanto via che può facilitare il peccato, attraverso la disinibizione della corpereità e quindi della sessualità. L’abiura del riso nella cristianità, si unisce alla negazione dei piaceri del corpo, e alla colpevolizzazione del femminile, responsabile di seduzione e di peccato. Scrive lo storico del Medioevo Jacques Le Goff:

Il riso è un fenomeno che si esprime nel corpo e attraverso il corpo […]. la condanna del riso nell’ambiente monastico derivano, almeno in parte, dal suo pericoloso legame con il corpo. (Le Goff 1999).

Come ha osservato Le Goff, il Cristo non ride mai, e l’immaginario cristiano medievale in genere denigrava il riso, considerandolo un indice di immoralità, se non addirittura di diabolicità. Del resto l’iconografia medievale e non solo è piena di satanassi sghignazzanti, quanto malevoli. Insomma tra serietà e comicità c’è da sempre un’antitesi che si stigmatizza nella incompatibilità tra sacro e profano.

Umberto Eco nel suo romanzo Il nome della rosa, ha costruito la trama straordinaria di un ‘giallo storico’ intorno all’occultato libro di Aristotele sul comico, secondo il quale il riso può generare anche sapienza. Ma ciò risultava pericoloso e blasfemo per certi monaci benedettini, al punto di diventare paranoici verso il riso, considerandolo demoniaco. Di tutt’altra pasta sarebbero stati i francescani, più indulgenti verso il riso. Tuttavia, in certi frati boccacceschi ritroviamo una smodata disponibilità a sbellicarsi dalle risate, ponendo forti dubbi circa la loro missione di fede.  Il riso sarebbe stato condannato dalla Chiesa soprattutto perché implica una partecipazione del corpo che non può essere controllata, una spontaneità dell’anima nel corpo, che è tanto più evidente quanto più il riso è liberatorio, provocando una piacevolezza sfrenata che, come si suole dire potrebbe portare a ‘farsi la pipì addosso’. Eppure, aggiungiamo noi, la Lieta Novella cristiana, nel suo bonario risus paschalis, invita a gioire della grazia, a sorridere alla vita, a felicitarsi di essere nel Creato, nella Misericordia e nell’Amore di Dio. Il concentrarsi nel tempo della preghiera con devozione e serietà, non impedisce certo di lasciarsi andare all’eudemonia, e quindi alle più pazze risate nel tempo della festa.

L’umano riso, che ci distingue dagli animali e dagli dei, rendendoci saggiamente e follemente umani, secondo la nostra ipotesi avrebbe una sua primordiale evoluzione mitica e psicobiologia nel femminile anche per una questione psicobiologica relativa alla maternità. Se è vero che il riso e il sorriso sono espressioni primarie ed evolutive dell’umano, dobbiamo osservare che sin dalla prima settimana di vita il neonato mostra i primi flebili segni del sorriso. Potrebbe trattarsi di riflessi neurovegetativi che diventano espressione somatica. Eppure questi sorrisini significano che sta bene, e così lo interpretano le madri. E’ così che il bimbo sorridente è una figura paradisiaca espressa dai puttini e dagli angioletti di tanta iconografia. La madre riflette questo segno primario di benessere e lo restituisce, dando luogo ad una crescente trasmissione di segnali empatici attraverso un’espressione facciale di felicità che implica anche piacere sensuale e sessuale.

Sorridere e ridere sono fenomeni energetici fondamentali per affrontare le negatività e le sofferenze, perché propiziano la possibilità di vivere nella pace e nell’amore, verso se stessi, gli altri e il mondo. Fin quando nelle situazioni più difficili e tragiche si riesce anche solo un po’ a sorridere lo spirito del bene si prende cura di noi e degli altri intorno a noi.

Così dice Yogananda: “La Sua risata catturò il mio cuore. La Sua gioia irruppe nel mio dolore” (Meditazioni Metafisiche).

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Articolo tratto dai  seguenti libri di Pier Pietro Brunelli