di Pier Pietro Brunelli … per la ‘festa del papà’ (19 marzo)
L’archetipo paterno, tra principio di realtà e principio spirituale
Il padre generalmente è considerato come il portatore di un ‘principio di realtà’, mentre la madre di un ‘principio di sentimento’ (per non dire solo ‘principio del piacere’ che sembra riferirsi soltanto al godimento e per nulla alla responsabilità). La madre, in linea generale, invita più del padre ad una responsabilità relativa al sentimento piuttosto che alla ragione. Il padre esorta, e a volte costringe, a considerare la realtà e quindi a seguire regole e a prendersi gli impegni. Anche la madre fa questo, ma il bambino la percepisce come più accomodante, più incline a soddisfare bisogni che presumono una minore intransigenza e una maggiore sensibilità sentimentale.
Il padre è dunque più duro, ma a fin di bene, insegna che ‘la vita è dura’ – quindi, per essere affrontata necessita di una certa ‘durezza’. Il modo di ragionare del padre – poiché esorta tipicamente al ‘realismo’ – è spesso concepito come più ‘meccanico’, con ingranaggi logici piuttosto spietati, ai quali ci si deve adeguare, altrimenti la realtà, la vita non funziona… ma le cose non stanno proprio così, perché le leggi della vita non sono ‘meccaniche’… del resto il Padre archetipico’ lo sa, ed è quindi anche portatore di un ‘principio spirituale’, di un’apertura verso la trascendenza, per un essere nella vita che è nella realtà, ma anche ‘oltre la realtà’.
Il SI’ e il NO del padre
Mentre nell’immagine materna il modo prevalente di proporre l’esperienza relazionale ai figli è il ‘sì, o il ‘forse’, o ‘ci accordiamo’, ‘adesso no’, oppure ‘non si può’, insomma la madre è considerata come più accomodante, più disponibile a sopportare i capricci. Il ‘No’ della madre viene sentito come più ‘rivedibile’ e meno ‘legittimo’ rispetto a quello del padre. Non tanto perché una madre sia effettivamente più debole del padre come persona, ma perché il materno è stato assimilato sin dal periodo dell’allattamento come un oggetto che nutre senza nulla dover dare, e quindi inconsciamente viene considerato prevalentemente in tal senso, come una fonte di ‘amore incondizionato. Nell’immagine paterna, invece l’amore appare come ‘condizionato’ e quindi sottoposto a regole, che devono risultare chiare e poco accomodabili. Perciò nella relazione con il padre bisogna accettare che esiste il ‘Sì’ ma anche il ‘No’, e quando ‘è No’, non sempre è giusto o è possibile spiegare il perché. Certamente un padre deve anche spiegare le ragioni del suo NO, ma fino ad un certo punto, cioè non fino allo sfinimento provocato dall’accettazione dei capricci ricattatori del figlio. Del resto, il figlio non sempre è in grado di comprendere e di accettare la spiegazione. Perciò un padre deve spesso assumersi la responsabilità che è ‘No perché è No e basta!’. Anche questo può apparire meccanico, rigido, ma ha un suo senso formativo e spirituale, in quanto incute timore e rispetto verso un’autorità che guida, che si assume la responsabilità di nutrire e di proteggere. Inoltre incute il desiderio di maturare per poter oltrepassare il limite posto dal padre, e quindi per poter riuscire a decidere autonomamente. Ovviamente, il padre deve saper equilibrare coerentemente il No e il Sì, entro una relazione d’amore che i figli possono percepire nel cuore e nella mente. Inoltre, se occorre, prima di dire: ‘Si’ o No’, il padre ha diritto di prendersi del tempo per ‘pensarci bene’; i figli devono comprendere che il padre è uno che alle cose ci pensa a fondo, ed è per questo che in certi momenti può permettersi anche di agire d’impulso.
Va subito chiarito che qui parliamo di funzioni e configurazioni archetipiche della paternità, le quali possono essere espresse anche dalla madre. In tal senso: una funzione e una configurazione archetipica paterna può riscontrarsi anche dentro una donna, così come una funzione e una configurazione archetipica materna può riscontrarsi in un uomo. Del resto donne e uomini, spesso sono entrambi chiamati ad esercitare sia funzioni paterne e sia funzioni materne. Addirittura in certi casi – oggi piuttosto comuni – e’ la madre che fa il padre e viceversa! Più comunemente c’è un mix o un’alternanza della funzione paterna e di quella materna tra padre e madre. Ricordo che questa è una riflessione ‘archetipica’ sul padre al fine di poter interpretare certe funzionalità e certe disfunzionalità della figura del padre e dei ruoli genitoriali.
Padri e madri archetipici
Il Padre – inteso come figura archetipica: mitica e psicologica – sa che per affrontare la vita ci vuole anche lo spirito oltre al realismo. Infatti al padre vengono conferite nel mito e nelle religioni speciali qualità spirituali che di certo non possono intendersi come meccanico modo di ragionare. Si tratta però pur sempre di una spiritualità coscienziale, un’illuminazione volta alla consapevolezza, al rispetto delle regole per un costante evolvere, progredire, costruire. La Grande Madre è anch’essa un archetipo avente una significazione spirituale nella psiche, ma apre ad un’energetica fusionale, di congiunzione tra conscio e inconscio, tra ciò che è materiale e ciò che è spirituale, che indica come il mistero sia incarnato nella vita e, quindi come la razionalità non possa mai pretendere di comprendere il ‘non conoscibile, che pure è nella vita. Esplorare la figura del padre in senso archetipico, così come quella della madre non rinvia immediatamente ad un discorso sul padre e la madre rispetto al genere sessuale. Si tratta di esplorare la funzione paterna e quella materna in termini, mitici, simbolici, psicoculturali, e in senso più originario, rispetto all’inconscio collettivo, in riferimento alla sua configurazione archetipica.

Possiamo dire che l’archetipo della Grande Madre viene equilibrato dalla funzione paterna nella direzione dell’ archetipo del Sé. Per Jung il Sé è l’archetipo centrale della psiche conscia e inconscia che consente il “processo di individuazione”. Ci si ‘individua’ e quindi si diventa se stessi attraverso il Sé, poiché nell’incontro con questo archetipo dentro di noi percepiamo il nostro essere soggetti unici e irripetibili, ma anche oggettivamente uniti alla totalità (ovvero alla Grande Madre). Quando parliamo dell’archetipo del Padre, intendiamo una funzione originari che orienta verso il Sé. A prescindere dalla propria esperienza più o meno positiva o negativa con il padre, ciascuno dovrebbe cercare di diventare un buon ‘padre di se stesso’ e quindi orientare la sua vita verso il Sé (“processo di individuazione”).
Padre Cielo e Madre Terra
In ogni donna, in ogni uomo ci sono un padre ed una madre archetipici, in quanto memoria primordiale della genesi dell’umanità nell’inconscio collettivo. I genitori effettivi vengono esperiti anche in virtù di una predisposizione archetipica insita in ogni essere umano, cioè in funzione del modo in cui l’inconscio individuale recepisce gli archetipi del Padre e della Madre che sono nell’inconscio collettivo. In molte concezioni religiose emergono le figure originarie di Padre Cielo – simbologie diurne e solari – e Madre Terra – simbologie notturne e lunari. Padre Cielo è il principio creatore che il monoteismo assume come Dio Padre, il quale è anche la massima autorità che vigila e impera su ogni cosa che esiste sulla terra e nell’universo. Un simbolo antichissimo del padre è il triangolo con l’occhio che osserva e giudica ogni cosa, e che pertanto rappresenta anche l’inviolabilità delle leggi supreme e di tutti i principi fondativi. L’occhio del padre ha bisogno di ‘vederci chiaro’ e quindi di fare chiarezza su ciò che appare indistinto, molteplice, confuso. Il Dio Padre del monoteismo, e quindi delle religioni del Libro, ha una funzione paterna religiosa – come re-ligio: legame con lo Spirito – nonché di protezione e di comando. Questa re-ligio paterna viene proposta all’umanità come ricerca essenziale della con-centrazione, in quanto impulso spirituale a trovare un proprio centro – ciò che Jung considera come archetipo del Sé – secondo una propria responsabilità individuativa che consente di connettersi alla totalità e al divino. Invece la re-ligio della Grande Madre viene sentita come fusionalità con la totalità, e quindi come fusione collettiva con la divinità, ed in questo senso positivo si può adoperare la parola con-fusione in opposizione alla con-centrazione paterna. La ‘con-centrazione paterna’ senza la ‘con-fusione materna’, rischia di condurre ad un individualismo maniacale, egoistico e prepotente, secondo un eroismo prometeico che separa dalla totalità. Viceversa la ‘con-fusione materna’ senza la ‘con-centrazione paterna’ rischia di condurre ad una dispersione del sé, e ad una vera e propria confusione e dissociazione psichica, e quindi acquisisce un senso fortemente regressivo e negativo. Detto in termini più semplici la madre insegna la relazione e quindi la capacità di unirsi nella fusionalità dell’amore, che confonde gli uni negli altri. Il padre insegna a prepararsi alla relazione, sviluppando la capacità di relazione con se stesso, con il proprio Sé, e questo comporta anche la capacità di stare da soli, senza l’urgenza della relazione. Il padre dunque spinge a concentrarsi sull’individualità in quanto libertà e capacità di autonomia, e che perciò consente di elaborare una relazione più equilibrata e cosciente con altre individualità libere ed autonome. Quindi il padre, in senso archetipico, presiede al rispetto dei confini per un buon funzionamento delle relazioni interpersonali. La funzione materna è essenziale altrimenti i poli rischiano l’isolamento per eccesso di individualità, non percepiscono più una interdipendenza, un legame psicobiologico più inconscio che, a prescindere dai confini unisce. La funzione paterna è essenziale affinché l’individualità e la relazione possano coesistere ed evolversi in un buon equilibrio. Tuttavia solo l”equilibrio equanime tra funzione materna e funzione paterna possono orientare verso il Sé, verso la propria autenticità.
In nome del padre
Padre e Madre archetipici quindi si compensano e dovrebbero avere pari valore. Purtroppo il monoteismo con l’intento di riequilibrare una spiritualità arcaica che in tempi remoti era troppo riferita alla Grande Madre ha finito con il negarla, producendo molteplici sbilanciamenti sul piano psicoculturale, sociale, storico e anche nella psiche individuale. Innanzitutto l’imposizione della preponderanza maschile come ‘re-ligio paterna’ ha generato una cultura patriarcale fondata su concezioni di potere maschile che considerano l’esercizio del potere anche attraverso la forza bruta. Ciò ha contribuito a sviluppare logiche e tecniche di guerra e regimi basati sul potere dispotico, e quindi su una prepotenza giustificata da una concezione teologica monoteista riferita al potere assoluto del Dio Padre.

Il Padre Nostro

Il Quarto Comandamento recita : ” Onora il padre e la madre il padre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, Dio tuo” (Esiodo, 20, 12). Questo comandamento va inteso non tanto nel senso di genuflettersi dinnanzi ai propri genitori, ma di considerarli nel profondo della loro natura vitale e archetipica. La parola onora dall’aramaico vuol anche dire infatti: ‘analizza’, e quindi esorta ad analizzare i propri genitori con il cuore e con la mente, giacché questo consente di ‘prolungare i propri giorni’, cioè di intraprendere il proprio cammino, in modo autentico, libero da condizionamenti genitoriali inconsci.
Si osservi poi che nel Quarto Comandamento il padre e la madre hanno lo stesso valore, sebbene nella famiglia tradizionale e ancora oggi in quella attuale, la figura maschile assume una posizione di maggior rilievo. Tuttavia la giusta ribellione al patriarcato e al machismo, comporta anche una condanna sommaria e generalizzata della figura e della dignità maschile, per cui il padre viene spesso considerato come il principale colpevole delle disfunzioni famigliari, fino a diventare il capro espiatorio.


Il Padre nostro, come Dio Padre, portatore di luce coscienziale e chiarificatrice ha consentito insieme ad una nuova concezione della fede e del divino, anche un’evolvere della tecnica e della scienza, e quindi di procurare il ‘nostro pane quotidiano’ attraverso uno sforzo umano più consapevole, non più dipendente da forze magiche e soprannaturali incontrollabili, o sottomesso alla molteplicità di dei litigiosi e confusionari. Questo modo di concepire la spiritualità in senso monoteista ha effettivamente permesso un’evoluzione della civiltà, attraverso nuove leggi e regole sociali, ed anche di sperimentare la natura senza l’invasività delle interpretazioni maguiche. Ha quindi permesso una maggiore razionalizzazione delle facoltà spirituali e intellettuli a favore di una conoscenza analitica e quindi più scientifica.

La follia paterna
Il rischio del Padre archetipico ‘messo male’ dentro di noi, e nel mondo, ci porta a vivere secondo ‘un principio di realtà’ alquanto povero e patologico, dove le ragioni della mente sono sorde alle ragioni del cuore, con tutta una serie di conseguenze mortificanti e patologiche, per sé, per gli altri e per la vita in generale. Gli antichi miti sulla figura paterna, vista dalle molteplici raffigurazioni del politeismo, ci indicano che è importante liberarsi anche dal ‘male del padre’, cioè da tutto ciò che rischia di renderlo regressivo, involutivo e dispotico.
In tal senso i miti forniscono significative chiavi di lettura psicologica per comprendere certe disfunzionalità della figura paterna in ogni epoca, inclusa quella attuale. Mentre il ‘Padre Nostro’ del monoteismo ci insegna un’assoluta sottomissione al padre, e quindi anche al ‘nostro padre’ – pena l’ira di Dio – gli antichi miti sul padre insegnano che per evolvere e maturare è anche opportuno individuare certe sue disfunzionalità e quindi anche a ribellarsi ad esso. Nel seguito di questo articolo vedremo alcune difunzionalità della figura paterna, attraverso i miti dei padri originari della Genealogia che sono Urano, Saturno e Giove.
In particolare qui osserviamo come il ‘principio di realtà paterno’ possa diventare ‘concretismo’, ovvero incapacità di simbolizzazione, che è anche capacità di unire e di mediare tra gli opposti (capacità che è, come abbiamo detto riferibile archetipicamente alla Grande Madre).

La primordiale follia paterna è una follia tipicamente solare, che rifiuta di considerare le ombre e le sfumature, determinanti per una comprensione più umanamente profonda della realtà. E’ una follia che mentre illumina occulta, e impone di vedere solo quelle che ritiene visibile o che sarebbe giusto vedere in base a principi che possono restare cocciutamente inconsci e occulti. Il Padre archetipico, senza una buona armonia con la Madre archetipica, impone un ‘principio di realtà’ che finisce con il negare la ‘realtà psichica’ e con lo giustificare un modo di vivere basato sull’egoismo, il potere, la supremazia, in senso maschilista e quindi fallico-narcisista. La Grande Madre che ha la grande sapienza dell’’unione’ deve oggi curare il Padre archetipico malato, non separandosi conflittualmente da esso, ma consentendogli di riscoprire l’armonia, la relazione, in un equilibrio tra fusionalità e concentrazione. Ciò genera nella migliore delle ipotesi “normosi” cioè un iperadattamento indolente e parassitario alla vita e varie forme di “alessitimia”, intesa come incapacità di simboleggiare, di vedere oltre la realtà superficiale delle cose. Tutto allora viene reificato, considerato in termini materiali ed esteriore, senza passione ed emozioni, in quanto si ha una visione talmente chiara e solare che non c’è nient’altro che un mondo cosificato , anche quando si ha a che fare con le persone. Di contrasto, ma con la stessa insensibilità, la follia paterna che si introietta nei figli e nelle figlie, può condizionarli a compiere scelte estreme e manicali, sorrette da idealismi eroici e ribellistici che restano ciechi ad oltranza, o fine alla catastrofe, rispetto ai bisogni più autentici dell’anima e del mondo interiore
Il complesso paterno 
Un complesso è in sintesi una condizione psicologica che ‘crea problemi’ dovuta sia a questioni coscienziali, relazionali e riferibili alle esperienze passate dell’indfanzia, e quindi all’inconscio individuale, e sia ad una condizione interna più profonda, ovvero ad una difficoltà ad armonizzare il proprio vissuto con determinate ‘costellazioni archetipiche’. Si ha la tendenza a considerare i nostri problemi e disturbi psichici come dovuti solo alla realtà contingente e all’esperienze che la vita ci ha destinato, invece è importante considerare anche come nella nostra psiche più profonda vi siano state reazioni disfunzionali, e quindi una capacità di simbolizzare le questioni nel nostro mondo interiore, e quindi rispetto agli archetipi che lo costituiscono.
La parola “complesso” venne coniata da Jung per poter definire non soltanto una condizione soggettiva, ma anche il modo di essere in relazione con gli archetipi dell’inconscio collettivo, e quindi con ‘forze’ che agiscono in noi in modo relativamente autonomo. Il ‘complesso’ perciò indica anche una modalità tipica di ciascuno per la quale certi pensieri e certe emozioni si impongono autonomamente alla coscienza, almeno fino a quando non si comprendono le componenti archetipiche che determinano questa relativa perdita della padronanza di sé. Un “complesso paterno” dunque non dovrebbe essere interpretato cercando solo di capire quali problemi si hanno con il padre, o quali problemi ha il padre, ma come questi problemi sono vissuti in senso archetipico, e quindi rispetto a quali fattori universali viene interpretata una disarmonia con il padre. Perciò qui stiamo offriamo una breve riflessione sul padre in senso archetipico, ma anche nel senso della sua funzione psicologica ed educativa nell’esperienza individuale. Va subito detto che il padre può generare non pochi problemi nella vita dei figli. In senso archetipico un padre disfunzionale comporta disturbi sull’asse Io-Sé. Ne risulta o un’ ipertrofia dell’ Ego o una sua debolezza, quindi una difficoltà nel ‘processo di individuazione’ verso il Sé: l’archetipo centrale che consente di vivere in modo più equilibrato nella consapevolezza di dover ricercare una relazione armonizzata tra mondo interiore ed esteriore, tra realtà psichica e realtà esperienziale.

Il padre, invece, sospinge verso l’esterno, invita a conquistare autonomia, a staccarsi dalla famiglia. Il padre, come si celebra in molti riti matrimoniali, porta la figlia all’altare, la dona, in un certo senso simbolico ed anche concreto, ad un altro uomo per far nascere un’altra famiglia. La madre della figlia tende a inglobare la nuova famiglia del genero nella sua… perciò le suocere spesso risultano essere piuttosto pesanti, e se non stanno attente possono risultare talmente ingerenti da essere considerate odiose e ostili.
Padri e figlie 
La funzione del padre verso la figlia dovrebbe anche essere quella di liberarla dalla ‘castrazione materna’ offrendole una relazione maschile che disvela ad un livello istintuale, inconscio ed anche conscio, preziose indicazioni su come dovrebbe essere l’uomo ideale al quale legarsi con spontaneità. Non si tratta di fare lezioni teoriche, ma di una relazione empatica transferale ‘padre-figlia’ che protegge e accompagna la femminilità della figlia ad esprimersi e relazionarsi con il maschile in modo più libero e più consapevole.
Sono invece molti quei padri che, per timore, ignoranza o incapacità, quando vedono che la loro bambina è diventata una giovinetta diventano freddi, ostili, svalutanti e castranti. Vi è una sorta di gelosia e di cocciuta prepotenza maschile che taglia le ali alla giovane adolescente, costituendo in lei un ‘complesso paterno’ dal quale cercherà di liberarsi, spesso buttandosi tra le braccia di un uomo negativo… Questa è una delle conseguenze della castrazione paterna, che agisce fino a quando una donna non abbia ristabilito un contatto più armonizzato con l’archetipo del padre, e quindi con il suo mondo interiore, ove il padre interiorizzato, qualunque esso sia e comunque siano andate le cose, ritrova una sua collocazione elaborata simbolicamente, e quindi una sua pacificazione con la madre interiorizzata. Questo in sintesi avviene quando una donna che ha avuto un padre negativo o problematico prende coscienza di come ciò crea uno scompenso nel suo mondo interiore, e al fine di riparare l’interiorizzazione paterna, si impegna ad incontrare dentro di lei un padre archetipico armonizzato con la madre archetipica. Uno psicoterapeuta può considerarsi come il mediatore affinché questa riarmonizzazione archetipica delle figure genitoriali possa evolvere nel mondo interiore del paziente.
Non è facile per il padre mantenere un corretto rapporto psicologico nella triangolazione con la madre di sua figlia – e quindi restare centrato sul Sé e orientare verso il Sé. Spesso incorre in litigiose battaglie di gelosia inconscia tra madre e figlia, volte a conquistarlo in modo esclusivo0 e competitivo. In questa inconscia supremazia sul padre si sottendono parecchie contese tra madre e figlia, ad ogni età. In tal senso Jung ha parlato del “Complesso di Elettra” per indicare una specificità femminile del “Complesso di Edipo”. Mentre nel ‘Complesso di Edipo, soprattutto il figlio maschio, vuole ricongiungersi con la madre ed esautorare il padre, nel ‘Complesso di Elettra la congiunzione con la madre è un qualcosa di connaturato alla femminilità, non ha bisogno di essere recuperata dall’inconscio. La figlia vuole conquistare il padre per strapparlo a ciò che ritiene essere una malia che subisce dalla madre. Elettra guiderà il padre Edipo dopo che questi scelse di accecarsi, per punirsi in quanto, seppure involontariamente, aveva fatto avverare la profezia negativa che gli fece uccidere il padre e congiungersi sessualmente con la madre (Complesso di Edipo). Elettra vuol diventare la ‘pupilla’ del padre, l’occhio che gli permette di vedere il mondo in modo non più accecato dal femminile materno, edipico, divorante, confuso.
Quasi sempre una figlia non riesce in questo progetto di liberazione e di emancipazione del padre, e nel tentativo di attuarlo riceve molteplici umilianti frustrazioni, sia da parte della madre, e sia da parte del padre che sembra preferire godersi il mondo soltanto attraverso lo sguardo della madre. Il padre dunque, attento e sensibile ai bisogni della figlia, riuscirà a districarla dal complesso di Elettra e ad indirizzarla verso il maschile, quindi, simbolicamente, ma anche nei fatti, a portarla all’altare. D’altra parte Jung esamina uno specifico ‘Complesso materno’ che lega Madre e figlia in una con-fusività psicologica che è impossibile e ingiusto eliminare totalmente, e lo riferisce al mito di Demetra e Persefone. Diciamo solo che questo mito narra dell’unione troppo fusionale tra madre e figlia che nessun uomo, neppure il padre, può veramente separare, e che per fluire in modo più armonioso deve essere risolta tra donne, attraverso saperi e misteri che sono esclusivi del femminile e della Grande Madre (in particolare il mito racconta dei Misteri di Eleusi). Il padre resta comunque una figura essenziale per l’evoluzione della figlia, e nei confronti del figlio maschio ha una sua funzione specifica – quando è funzionante – nel delimitare l’evolversi del complesso materno e, in particolare del ‘Complesso di Edipo’.
Certamente il padre deve sospingere i figli verso una loro realizzazione sul piano dell’impegno sociale e lavorativo, e oggi questo è particolarmente importante nei confronti delle figlie, in quanto è assolutamente necessario compensare il retaggio di secoli e secoli di pesante misoginia che umiliava il femminile estromettendola da ogni ruolo politico e sociale.
Ma la funzione del padre è anche quella incentivare alla scoperta, al gioco, alla fantasia, anche favorendo il gusto e il rischio per la sperimentazione e qualche volta anche per la trasgressione liberatoria. Da questo punto di vista un padre può essere molto importante per imprimere nella figlia femmine uno spirito ‘maschile’ di avventura e di libertà che le permette di ‘sposarsi con il suo ‘sposo interiore’, in quanto ‘Animus’ ben integrato alla sua personalità.
Padri e figli
La funzione positiva del padre verso il figlio maschio consiste anche nel preservarlo dal ‘complesso materno’. Una madre introiettata in modo disfunzionale dal figlio maschio, ostacola la possibilità di relazioni soddisfacenti con il femminile, e comporta un attaccamento regressivo e disturbato alla madre, al fine di poterla in qualche modo riparare. La madre interiorizzata relativamente alle sue disfunzionalità e alle sue negatività tiene il figlio legato ad un ‘complesso infantile’, lo rende preda del suo ‘puer’ anche quando ormai è un adulto che nella vita sociale appare affermato e autonomo. La madre può essere interiorizzata come un ‘oggetto damore e di attaccamento’ carente sul piano affettivo, ambivalente, incostante, possessiva, confusiva tra quello che è un affetto effettivamente materno e quello del ‘figlio sposo’. Ricordiamo che Giocasta la madre di Edipo, sapeva che stava giacendo con suo figlio. Si tratta di situazioni ambigue con il materno, che per eccesso o per difetto, in modo fantastico o realistico, possono essere interiorizzate nel figlio maschio con la conseguenza che cercherà nel femminile un sostituto materno, una compensazione o anche un modo di vendicarsi, rispetto al materno disturbante. Anche qui il padre dovrebbe avere una funzione liberatoria dalla ‘con-fusione materna’, sia consentendo al figlio una identificazione positiva con il maschile di cui diventa esempio, e sia castrando l’attaccamento regressivo che il figlio cova verso la madre, e che lo espone al ‘complesso materno’. Dunque se la ‘castrazione materna’ verso il figlio maschio è negativa perché implica un attaccamento alla madre che lo limita nella sua relazione con il femminile, la ‘castrazione paterna positiva’ limita l’attaccamento alla madre e libera verso una relazione più appagante con il femminile.
La castrazione paterna diventa negativa quando il padre proietta sul figlio, specialmente il maschio, i suoi bisogni narcisistici. Il padre allora pretende di inculcare nel figlio valori, ideali e ambizioni che hanno lo scopo di soddisfare se stesso. Oppure il padre squalifica il figlio, come se fosse un competitor, e quindi lo dissuade a gareggiare e ad impegnarsi. Talvolta il padre può frustrare le ambizioni del figlio credendo in tal modo di proteggerlo dalle frustrazioni che le delusioni della vita potrebbero recargli. Perciò lo scoraggia nei suoi tentativi di ottenere qualche successo e in cambio gli offre i risultati del suo proprio successo, credendo in tal modo di fare il suo bene, ma anche in tal modo lo castra negativamente.


Riassumendo la ‘castrazione paterna’ può essere anche negativa e regressiva qualora il padre impedisce alla figlia e al figlio di fare le loro scelte in funzione di pregiudizi moralistici e idealistici, o anche per ragioni puramente egoistiche, che nel loro insieme servono a poter meglio soddisfare i suoi bisogni di potere fallico-narcisista. Da questo punto di vista le fantasie che il piccolo maschio si formerebbe in merito alla possibilità di essere effettivamente castrato dal padre che lo vivrebbe come scomodo rivale, si traducono in una castrazione psicologica negativa, che condiziona come ‘complesso paterno’ la vita adulta.
Va ricordato che sebbene vi sia una specificità di genere nella relazione Padre-figlio e Padre-figlia, in senso archetipico il maschile e il femminile sono energie della psiche individuale e collettiva, per cui conoscere la relazione archetipica padre-figlio o padre-figlia è determinante per comprendere il mondo interiore dell’uomo come della donna.
Psicomitologie del padre
Nella visione psicomitologica di Jung e di Hillman, gli antichi miti erano una sorta di psicologia ante-litteram che raccontava la situazione psichica interna alla collettività e all’individuo. Nella mitologia sono molteplici le storie distruttive riferibile alla figura paterna. Qui cogliamo alcuni aspetti dei primissimi padri e figli della genealogia mitica che furono Urano, Crono/Saturno e Giove/Zeus.


Il mito narra che era invidioso della vitalità dei figli e sistematicamente li divorava non appena venivano partoriti da Era. Questa riuscirà a salvare il figlio Giove dando in pasto al padre un involto che pareva quello di un pargolo, mentre invece conteneva una pietra. Altri racconti dicono che Era fece inscenare danze e musiche estenuanti da guerrieri e danzatrici, al fine di distrarre Saturno e poter mettere in salvo Giove affinché non fosse mangiato dal padre. In seguito Giove, salvato dalla madre, quindi da un’energia archetipica femminile, spodestò Saturno, e quindi il mito racconta che non bisogna soggiacere agli umori saturnini e divoranti del vecchio padre, se si vuole diventare come Giove, cioè gioviali, padroni di se stessi e del proprio Olimpo interiore.

Giove fu indulgente verso Saturno, consentendogli un esilio dorato, ove sarebbe potuto stare sereno tra fasti e giochi (poi celebrati nei Saturnalia, antesignani del Carnevale). Dunque il figlio si oppone al potere fagocitante del padre in nome di un mondo nuovo più libero e più propizio, ove sia possibile un migliore equilibrio tra ‘principio di realtà’ e ‘principio del piacere’, dove tutti gli dei e le dee possano compiere le loro gesta ed esperienze, integrando luci ed ombre, il bene e il male.

Si potrebbe allora dire che i miti più antichi sul padre indicano che il padre non va accettato come potere dominante assoluto, ma che la sua figura deve correggersi in funzione di un maggiore equilibrio tra il maschile e il femminile.

Padri saturnini e padri gioviali
Possiamo domandarci ad esempio che cosa simboleggia la relazione tra Crono/Saturno e Zeus/Giove rispetto a due modalità di concepire la figura del padre. Vi è un padre saturnino e un padre gioviale. Il primo è depressivo, giudicante, uggioso, rancoroso, punitivo, e persino abbandonante, il secondo, quello gioviale, è liberatorio, accomodante, creativo, passionale, non invasivo, ma anche produttivo e responsabile. Le disfunzionalità del padre saturnino potrebbero manifestarsi come un padre interiorizzato che fa un uso eccessivo del mentale, e della funzione pensiero. La capacità più tipica del ‘mentale’ è quella di situarsi nel tempo e nello spazio indipendetemente dal ‘qui ed ora’. In tal modo la mente ed il corpo diventano antitetici, e la mente può effettivamente sovrastare i ritmi e le modalità espressive del corpo, quindi degli istinti, delle emozioni, della spontaneità, dei sentimenti.
La ‘mente’, che pensa, interpreta, valuta, è capace di allontanarsi dal presente e quindi di astrarsi dalla situazione concreta in cui si è. Questa capacità, ovviamente, consente alla mente di svolgere un’importante funzione analitica e progettuale, consente ad esempio, di interpretare il presente rispetto alla esperienza passata, di fare astrazioni e predizioni per il futuro, di ipotizzare un altrove e di fare congetture. Si tratta dunque di una funzione della mente estremamente caratterizzante della natura umana, della sua preponderante psichicità cognitiva e immaginativa. Tuttavia il rischio di questa qualità mentale, analitica ed astrattiva, è quello della elucubrazione, dell’ipercinetismo mentale, del prevalere sul ‘qui ed ora’, attraverso un modo di essere e di agire che non riesce mai ad essere spontaneo, e quindi a ‘sentire’ oltre che a ‘pensare’.
Il pensiero può poi condurre a logiche difensive attraverso cortine di pensieri che generano ansia pur di difendersi dall’ansia, e che quindi instaurano un clima di permanente pre-occupazioni e finanche ideazioni paranoidee. Ricordiamo che Saturno è sempre stato accostato con gli umori depressivi e malinconici, e che la cura di Giove consiste nel condurlo in un tempo e in uno spazio sovratemporale – l’età dell’oro – ove egli possa svolgere la sua funzione psichica in modo più sereno ed equilibrato. Saturno rasserenato è un Senex, un vecchio saggio che fa il giocoliere e il giardiniere. Egli può allora diventare un padre che insegna ad usare il mentale per favorire lo spirito del serio ludere nel vivere che contribuisce a prendere la vita come un gioco serio, ma senza mai prendersi troppo sul serio. Saturno giardiniere poi, insegna a impiegare il mentale per tagliare le ramaglie e i rovi di pensieri che soffocano la spontaneità del nostro giardino. Così tra Giove e Saturno il padre coniuga responsabilità e creatività, principio di realtà e principio del piacere, il rispetto della legge, unitamente alla ricerca di una piena libertà. Ma quando la mente paterna viene utilizzata in modo saturnino, senza un ‘armonia gioviale con il cuore, le emozioni, il corpo, e quindi senza essere organicamente orientata nella vitalità sensibile, finisce con il farci cadere in un’attitudine melanconica e depressiva, appunto, saturnina, distonica in termini umorali, incapace di vivere con piacere e con spontaneità. In tal modo la mente all’insegna di un padre saturnino, uggioso, iracondo, lamentoso e prepotente, divora la vita, nel senso che divora la sensibilità del qui ed ora, divora la gioia di vivere.
Questa sensibilità vitale e organica del ‘qui ed ora’ nel mito viene rappresentata da Giove, il quale sa mediare tra le ragioni della mente e quelle del cuore, della responsabilità e del piacere, del fluire del tempo e della presenza. Giove è un Padre mitico che indica la ‘con-centrazione’ verso un centro dell’ universo che è sempre presente nell’ energia vitale insita in ciascuno di noi. Questa ‘energia centrale’ di base, è indispensabile per costruire l’esperienza vitale, indipendentemente dai riflessi ‘periferici’ del mentale che rischiano di distrarre da un rapporto costruttivo, creativo e genitale con la realtà. Possiamo considerare questo centro indicato dal ‘padre gioviale’ come relativo all’archetipo del Sé.
Giove seppe quindi mediare tra le ragioni del mito apollineo, disciplinante e individuativo, e quello del mito dionisiaco, liberatorio e confusivo. Perciò riuscì a far rinascere Dioniso partorendolo dopo averlo ‘incubato’ in una ferita che aveva fatto apposta nella sua coscia. In tal senso un padre Gioviale deve essere anche dionisiaco, seppure al momento giusto, in modo equilibrato con l’apolllineo.
Dunque il mito che stiamo considerando indicherebbe, tra le sue diverse possibili interpretazioni, anche quella del rischio di un’ipertrofia delle qualità mentali saturnine ed analitiche, rispetto a quelle gioviali della sensibilità. Del resto, difficilmente ci troviamo in una dimensione di coincidenza psicocorporea e organica tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo. Un padre gioviale può insegnarci quest’attitudine alla vita. Se non abbiamo conosciuto un padre gioviale possiamo e dobbiamo rigenerarlo dentro di noi, attraverso pratiche, esperienze e anche terapie che connettono la nostra mente con la vitalità. Allora un ‘padre gioviale’ potrà comunque esprimere la funzione armonizzante nel nostro mondo interiore, pieno di divinità maschili e femminili, maggiori e minori, e di eroi, e di spiriti e di fantasmi che, nel bene e nel male, per poter essere governati hanno bisogno di un ‘padre gioviale’.
Un padre misogino non sarà mai un buon padre
Bisogna ricordare che Giove poté sopravvivere a Saturno e ricondurlo alla serenità, solo grazie all’energia femminile di sua madre Era.
Ecco allora che ritorna il principio fondativo del buon padre archetipico che abbiamo sostenuto sin dall’inizio di questo articolo, per cui un buon padre che sia archetipico, mitico o reale deve essere capace di una buona relazione con il femminile, e quindi di armonia ed equilibrio con la madre, archetipica, mitica e reale.
Un padre gioviale evoluto deve quindi tenere conto di emanciparsi dalla misoginia di Giove. Va ricordato che questi manipolava la moglie Giunone e altre figure femminili per dare libero sfogo alle sue violente pulsioni. Egli in fondo temeva un confronto equilibrato con il femminile sul piano sapienziale, erotico ed affettivo ed in tal senso era un dio con una virilità psichica ancora debole e involuta. Basti ricordare che essendo geloso della sapienza della Dea Meti la divorò al fine di annientarla e incorporarla.
Ma fu colto da un gran mal di testa, al punto di dover chiedere al figlio Vulcano di spaccargli la testa affinchè il dolore fosse potuto fuoriuscire come quando si dà sfogo ad un ascesso. Dalla testa di padre Giove nacque la figlia Atena, con la quale il padre dovette fare i conti… ( con la conseguenza di un particolare ‘complesso paterno’ che rende la figlia particolarmente incline ad identificarsi con l’Animus maschile e a rinunciare ad una sua essenza e forza femminile).
La cultura misogina che è alla base della folle violenza che pervade certi padri che arrivano a mettere in atto impulsi omicidi contro compagne e figli, deve essere estirpata da uomini e donne che lavorano insieme con responsabilità e solidarietà, nel sociale come nella vita relazionale di tutti i giorni. Ciò che rende paradossalmente difficile il potenziamento e la divulgazione di questa reciprocità di intenti antimisogini è la strumentalizzazione giornalistica dei casi di violenza maschile volta a criminalizzare tutto il genere maschile in generale. E ciò avviene con intenti di propaganda e di manipolazione dell’informazione che ancora una volta ha un retaggio misogino, in quanto mira ad omologare e appiattire il vissuto delle donne in unico fronte impiegato come fabbrica del consenso e spesso per fini elettorali. Non è esasperando il conflitto e la tensione tra uomini e donne, attraverso i ‘mostri in prima pagina’ e l’esasperazione di inutili leggi vittimizzanti e criminalizzanti che generano mentalità da giustizia sommaria che il problema della violenza di genere può essere risolto, anzi lo si esaspera. Ciò che invece può davvero prevenire e aiutare è la diffusione di una cultura e di una prevenzione psicologica accessibile a tutti, attraverso servizi e consultori efficienti su tutto il territorio.
Insomma un padre gioviale in quest’epoca di trasformazione dei vissuti parentali e famigliari deve anche contribuire ad un processo di evoluzione psicologica, sociale e culturale tra maschile e femminile, solo così potrà essere un buon padre. In sintesi un buon padre deve rielaborare con determinazione il concetto di virilità affinché non ricada in grottesche e maniacali idealità fallocratiche, – sottilmente o apertamente – misogine, omofobe e sessiste. La virilità del padre nel suo più elevato valore non è mai una questione dipendente da una sessualità machista, dalla potenza muscolare o dal denaro, ma da un’autorevolezza psicologica e spirituale che, al di là dell’identità sessuale o della classe sociale, compete all’anima, all’intelligenza e a ad un’armonia interiore . In tal senso la virilità autentica di un buon padre è orienta verso il Sé, e quindi verso un equilibrio che partecipa, rispetta e difende un principio universale di libertà, di pace e di giustizia interpersonale e sociale.
L’amore e la ferita del padre
La figura del padre nella post-modernità è in via di epocale ristrutturazione. Da una parte il padre patriarcale maschilista è stato messo giustamente in crisi dalla rivoluzione femminile, da un’altra parte però esso è anche sottoposto ad una sorta di linciaggio misandrico che oltrepassa la giusta critica del tradizionale ruolo maschile, e non favorisce la salute psicologica nell’individuo, nella coppia, nella famiglia e nella società. Sembra quasi che un certo potere mediatico economico e socioculturale voglia fomentare ed esasperare il conflitto tra uomini e donne, secondo una logica di ‘peste emozionale’ che rende la società intera più debole e più manipolabile.
La figura del padre entra in crisi quando diventa succube o complice di una società orientata ai consumi, alla sopraffazione, all’egoismo. Un padre che insegna a farsi furbi, a sgomitare per imporsi, a fare gli arrampicatori sociali a tutti i costi e un padre che in quanto tale è fallito. Lo stesso si può dire del padre che vuol ‘deformare’ la personalità e le idee del figlio a sua immagine e somiglianza per soddisfare il suo narcisismo. Vi sono poi padri che si ‘mammizzano’ in modo da compensare certe mascolinizzazioni di ruolo e di status del femminile, ed in tal modo non vengono riconosciuti dai figli, i quali non riescono a collegarli ad un archetipo del padre ‘plausibile’. Vi sono poi padri abbandonici, senza responsabilità che lasciano i figli alle madri per correre dietro alle loro ambizioni narcisistiche e alle loro pulsioni ormonali. Padri che si pavoneggiano nel dimostrarsi superiori, straordinari, irrangiungibili per sentirsi vincenti, anche sui figli, quasi fossero dei competitor o spettatori che devono applaudirli. Ci sono poi quelli che resistono nel volersi imporre in modo conservativo, assolutamente fuori luogo e fuori dal tempo. Altri che invece si propongono come eterni puer, come amiconi, sempre pronti a competere con i figli, e persino a precederli nelle loro scoperte del futuro e nelle loro novità. Vi sono poi molti padri separati che devono sottostare ad accordi di separazione palesemente ingiusti e umilianti, a causa di disposizioni legali applicate in modo vessatorio e discriminante, a prescindere dalla loro buona volontà, dalla loro condizione e dal massimo e concreto impegno nel voler essere e fare correttamente il padre. E altri, purtroppo molti, che cadono in profondissima crisi perché non possono adempiere con serenità al loro ruolo di padre perché sono senza lavoro, o in condizioni che non consente loro di provvedere al sostentamento di una famiglia. Così vi sono molti uomini che vorrebbero essere padri, ma sentono di vivere in una società che non glielo permette perché la condizione di ‘permanente precariato’ , nonostante gli studi, le capacità e la volontà di lavorare, non consente di poter progettare un futuro…
Eppure, nonostante le difficoltà, i problemi, la durezza della vita, affinché la vita possa andare avanti si deve continuare ad essere padri. Anche in questa condizione di crisi psicoculturale, economica e sociale il mito del ‘padre gioviale’ può rappresentare un riferimento psicologico a cui ispirarsi. Il ‘padre gioviale’ ha più risorse psicologiche per poter affrontare e rigovernare – sempre accanto alla madre – le contraddizioni e le trasformazioni del nostro tempo. Bisogna essere buoni padri in ogni famiglia possibile e impossibile, facile o difficile: famiglie separate, multiple, allargate, riunificate, adottive, ibride, marginalizzate, sofferenti, patologiche… Un padre ‘nuovo’, che può fare riferimento ad una configurazione archetipica orientata al ‘padre gioviale’ può forse contribuire nel migliore dei modi alla ricerca di una nuova identità sociale, sessuale, psicologica della paternità e del suo modo di relazionarsi con la maternità. Tutto ciò comporta spesso un duro prezzo da pagare che però non deve diventare sofferenza regressiva, ma spinta ad una rielaborazione della relazione amorosa tra uomo e donna – relazione che deve anche poter riconsiderare l’identità sessuale a prescindere dall’identità di genere (come nella famiglia omosessuale o transgender). Una nuova costituzione psicologica, etica e sociale del ‘padre gioviale’ – incentrata sull’ archetipo del Sé – va scoperta e sperimentata nel confronto con un’epoca di crisi, ma anche nell’avvalersi positivamente di una relativa libertà da vincoli, tabù e imposizioni patriarcali, machiste, misogine e castranti.
Ma c’è un amore originario che viene dal padre che ha una sua essenza archetipica a prescindere dalla storia, dalla società e dallo Spirito del tempo. E’ un amore del padre che, paradossalmente, è connesso alla sua ferita originaria e alla sua originaria capacità di ferire. Egli è ferito perché ha un’archetipica consapevolezza del suo essere separato dalla madre originaria – la donna madre e madre natura – e quindi sa di essere nato mortale, e in ciò riconosce il limite, la finitezza, la solitudine. Eppure questo ‘padre archetipico’ esorta a superare tutto ciò, a sfidare la propria finitezza per poter incontrare l’assoluto, ma a tal fine deve separare se stesso e i suoi figli dalla nostalgia edenica e fusionale della madre. Egli ferisce perché come Cristo, porta nella vita ‘la spada per separare i genitori dai figli’ e soprattutto dalla madre [“Sono venuto infatti a dividere l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera” (Mt 10,35; Mi 7,7)]
Il padre ferisce perché nel suo amore non insegna essenzialmente a prendere, ma a dare e a lasciare, non insegna il rifugiarsi nella relazione, ma la solitudine, non insegna a vincere, ma piuttosto a perdere, poiché ogni umana esperienza di valore è sempre la perdita di qualcosa, in una dimensione di indipendenza solitaria, che lavora per essere e dare, più che per avere. Non è una questione di morale eroica, ma di una funzione psicologica che conferisce forza al Sé, più che all’Io (Ego), e fortifica la capacità di vivere la vita nell’ accettare con coraggiosa consapevolezza di doverla perdere. Il dono originario del ‘padre archetipico’ è una forma di amore che insegna ad essere affinché la propria vita possa essere goduta pienamente nel trasformarsi in un dono per gli altri, quelli che ci sono e quelli che verranno. Il ‘padre archetipico’, centrato nel Sé, ama il figlio e la figlia, non solo perché essi sono i suoi, ma perché essi sono i suoi prosecutori della specie umana, e così saranno i loro figli e le loro figlie.
Di padre in figlio si compie il cammino nella storia, un cammino che può evolvere solo nella responsabilità dell’uno verso gli altri. E’ questa la commevente immagine di Enea che porta sulle spalle il padre Anchise ed ha accanto a sé il figlioletto Ascanio. Ma è anche l’immagine della capacità psichica e archetipica di elaborare la figura del padre dentro di sé e sopportarne il peso e il valore per la propria evoluzione personale, nel cammino della propria vita.
Perciò l’amore del padre cura e ferisce in modo iniziatico, per fondare una coscienza che va oltre all’ ‘essere umani, troppo umani’. Questo ‘Padre archetipico’, che tuttavia i padri migliori cercano di incarnare – non attraverso grandi gesta, ma con l’umiltà, il coraggio e il sacrificio quotidiano – ferisce perché insegna ad essere uniti nel separarsi, insegna a vivere nel morire, insegna a fare ritorno a ‘madre natura’ e a ri-fondersi nello Spirito dell’universo che lo aveva generato e per il quale hanno generato.
In tutto ciò è l’essenza del grande amore del Padre interiore che ciascuno può e deve cercare e incontrare dentro di sé – ovvero nel suo proprio Sé – a prescindere dal padre che effettivamente la vita gli abbia dato e che gli ha dato la vita.
Allora un buon padre sarà sempre dentro di noi, anche se non c’è mai stato o quando non ci sarà più.
Se vuoi partecipa con le tue riflessioni sulla figura del padre: il tuo papà, quello che è che stato nel bene e nel male, quello che avresti voluto o quello che è o che è stato comunque il migliore del mondo… oppure partecipa testimoniando la tua esperienza di padre… oppure anche come donna che vuole approfondire la conoscenza psicologica della paternità … o come madre che vuol approfondire la conoscenza psicologica del padre dei suoi figli… o come uomo che vuole o sta per diventare padre e vuole impegnarsi anche in senso psicologico per fare del suo meglio.
E’ un’occasione di riflessione per scambiare idee, chiarire dubbi, conoscere e conoscersi nel proprio vissuto di figli, figlie, madri e padri.
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Ottimo lavoro! Complimenti al padre che l’ha aiutata a fare questa esperienza nel mondo e alla madre che l’ha educato, grazie per le qualità spirituali che ha espresso e grazie di essere così presente e di come aiuta gli esseri umani a crescere, grazie emanuele tinto ema.tinto@gmail.com
Grazie. Lei è gentilissimo e mi incoraggia a fare del mio meglio. Proprio in questi giorni pensavo di approfondire questi argomenti.
Un caro saluto
Articolo molto esaustivo, stimolante e ben esposto, grazie
Grazie a lei per la partecipazione.
Mio padre è stato un non- padre, sono stata un’ orfana prima di diventarlo veramente. Eppure l’ ho amato molto, odiato altrettanto, da giovane sono fuggita per salvarmi, quando é diventato vecchio l’ ho protetto per ricucire le ferite e salvarmi un ‘altra volta.
Posso con coscienza dire che mi sono salvata ?
Dai genitori bisogna ” salvarsi ” buoni o cattivi che siano, comunque.
Dipende. A volte la cosa può essere veramente reciproca, oppure ci si deve salvare dai figli. Ogni storia è diversa, comunque ci sono genitori veramente problematici dai quali per salvarsi occorrono terapie o esperienze ricostituenti specifiche.
Finalmente un articolo scritto dedico a far comprendere, complimenti.
complimenti, bellissimo articolo
Grazie
Dedicata a tutti i papà, per i loro bambini. Una poesia che può toccare il cuore.
FATHER FORGETS di W.
Livingstone Larned
Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la
guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto. E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.
A colazione, anche li ti ho trovato in difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao, papino !” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!” E tutto e ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura. Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale. Be’, figlio, e stato subito dopo che mi e scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; e questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mia età.
E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! i1 tuo piccolo cuore cosi grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che sono venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.
E una misera riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani s’aro per te un vero papa. Ti s’aro compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “‘E ancora un bambino, un ragazzino!” Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.