Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere umani. Una delle componenti essenziali: la facoltà di indignazione e l’impegno che è la diretta conseguenza.
(Indignez-vous, Stéphane Hessel, 2010)
IGNAVIA, NARCISISMO O INDIGNAZIONE?

IL MALE CHE VIENE DA IDEE MALATE
Come ha saputo straordinariamente esprimere lo psicoanalista James Hillman – fondatore della ‘psicologia archetipica’ in continuità con il pensiero di Carl Gustav Jung – i nostri problemi psicologici, le nostre malattie mentali, non sono solo una questione individuale e non è quindi sufficiente una terapia che non tenga conto del contesto psicoculturale in cui viviamo. Il nostro malessere psicologico è dovuto anche alle idee malate che circolano intorno e dentro di noi, soprattutto qualora non ce ne rendiamo conto, e ne siamo allora tanto più condizionati. Le idee malate generano fatti malati che ci ammorbano l’esistenza! Viviamo in un mondo psicopatologico, governato da ‘idee malate’ che si impossessano di gruppi di persone che impongono queste malattie al mondo. E’ così che si impongono forme di governo prepotenti maligne e vampirizzanti, cioè tirannie che possono agire nell’ombra, attraverso la manipolazione, attraverso la diffusione di idee malate che si impossessano anche dei loro sudditi, i quali in tal modo vengono controllati e schiavizzati a partire dal loro inconscio, dai loro stessi pensieri che in realtà non sono i ‘loro’, ma sono indotti come un’infezione, come un’epidemia silente. Nell’antica medicina cinese, ma anche in quella ippocratica , gli organi del corpo che sono considerati in modo psicosomatico, cioè in modo olistico rispetto alla mente e all’anima, hanno una precisa analogia con le forme di governo della società, e quindi le malattie e le disfunzioni sociali hanno un loro correlato leggibile nelle malattie dei corpi e delle menti. Le arti della politica, come cura della ‘salute pubblica’, e della terapia come cura della ‘salute privata’ sono per diversi aspetti, non soltanto due metafore parallele, ma due piani che si intersecano interagenti. 
Non si può più nascondere la virulenza delle orrende ambiguità socioculturali, economiche, politiche, rispetto ad un’analisi individuale. Perciò una diagnosi ed una terapia dovrebbero invece impegnare ad una ‘cura di sé’, contestualmente ad una ‘cura della collettività’, e quindi della società e della cultura. Fino a che punto i nostri problemi sono proprio i ‘nostri’? E fino a che punto si sono infiltrati in noi da idee, credenze e convinzioni che ci sono inoculate dalla cultura, dalla pubblicità, ad esempio, o da una manipolazione disinformativa rispetto al mondo in cui viviamo?
Se consideriamo che eminenti studiosi, accettando in modo più o meno complice o collusivo, di dedicarsi a sofisticate teorie e analisi di marketing che oggi le marche – brands – sono considerabili come ‘persone’, si può meglio comprendere come mai le persone si sentano marche, e come mai il loro problemi di narcisismo patologico o di ferita narcisistica siano leggibili anche come difficoltà a vendersi o a dominare il ‘mercato delle anime’, mentre si resta facilmente esclusi o espulsi dal ‘mercato del lavoro’. In queste ambiguità psicoeconomiche viene snaturato anche il potenziale trasformativo, conoscitivo e solidale dei social network che inconsciamente diventano vetrine, più o meno di successo, o più o meno fallimentari, per competere e vendere la propria ‘merce’, cioè se stessi (spesso anche con vere e proprie manovre di falsificazione, edulcorazione e spionaggio industriale che finiscono con il rovinare la privacy e i sentimenti di se stessi e degli altri).
Allora possiamo ancora chiederci, ad esempio, come può il nostro sistema emotivo non reagire ‘male’, con un qualche sintomo o sindrome patologica rispetto all’esposizione continua di messaggi di Tv e giornali e altri media che, da una parte inneggiano al godimento di un benessere ideale e materiale, al ‘paradisiaco cabaret dei consumi’ (per chi può, altrimenti resta un’allucinazione), e da un’altra parte ci mostrano delitti, atrocità, ingiustizie, morte e mortificazioni della vita umana e di quella dell’ambiente? Su una doppia pagina di una rivista o di un giornale, o tra uno spot televisivo e un telegiornale, siamo incalzati da un continuo bipolarismo mediatico che sottopone il nostro sistema psicoemotivo a continui sbalzi umorali disforici ed euforici, come mai poteva avvenire in epoche precedenti. E allora perché non vedere, ad esempio, un’ inquietante ‘convergenza parallela’ tra il dilagare dell’anoressia mentale nelle società ‘opulente’ e la fame e la miseria di massa? 
IMPEGNARSI PER IL MONDO VUOL DIRE EMANCIPARE SE STESSI

IL DIO DENARO ODIA IL BENE COMUNE

L’Economia è differente dagli altri imperi del mondo, dato che non dipende né dalle legioni romane, né dalle navi da guerra inglesi, o dalla polizia segreta, o dalle riserve di armi nucleari. Il suo potere, come quello delle religioni, è stato interiorizzato. Governa con mezzi psicologici. E’ l’Economia a determinare chi è incluso e chi è marginalizzato, distribuendo premi e punizioni quali ricchezza e povertà, vantaggi e svantaggi. Proprio perché questa interiorizzazione delle sue idee è così indiscutibilmente e universalmente accettata, è l’Economia il luogo ove risiede l’inconscio e dove il bisogno di analisi psicologica è maggiore. Non è più la nostra vita personale il luogo dell’inconscio – tutte le sedute terapeutiche, i gruppi di recupero e i consultori familiari, tutti i talk-show pomeridiani e le soap-opera hanno spalancato i ripostigli delle passioni e delle sofferenze private. L’inconscio è esattamente quello che la parola dice: ciò che è meno conscio perché è più usuale, più familiare, più quotidiano. E’ questo il ciclo quotidiano del business.
Proprio perché governano il mondo, le idee di business, specialmente l’idea che sostiene il suo potere – l’idea stessa del potere – deve diventare uno dei punti centrali per ogni psicologia che voglia tentare di capire i membri della società attuale. Il business non è semplicemente un fattore, una componente fra le molte che influiscono sulla nostra vita. Le sue idee costituiscono le trame e l’ordito fondamentali e imprescindibili su cui sono tessuti i modelli dei nostri comportamenti. Non si può sfuggire dall’Economia. Affrontare separatamente il tema del profitto, il desiderio di possesso, gli ideali dell’equa redistribuzione e della giustizia economica, il risentimento nei confronti del fisco, le fantasie di inflazione e di depressione, l’interesse per il risparmio, così come ignorare le psicopatologie del commerciare, del collezionare, del consumare, del vendere e del lavorare, e tuttavia pretendere di comprendere la vita interiore delle persone nella nostra società, sarebbe come analizzare i contadini, gli artigiani, le dame e i nobili della società medievale ignorando la teologia cristiana, come se fosse un fatto irrilevante. Oggi la nostra teologia è l’Economia, indipendentemente da come impieghiamo la domenica. Oggi l’Economia è l’unico effettivo culto sincretistico superstite, la nostra unica fede ecumenica,. Fornisce il rituale quotidiano che unisce cristiani, induisti, mormoni, atei, buddhisti, sikh, avventisti, animisti, evangelisti, musulmani, ebrei, fondamentalisti e new ager, in quel tempio comune che accoglie tutti allo stesso modo e dal quale i mercanti non sono stati cacciati: la banca svizzera (1995:12).
Ed eccoci giunti al punto: le banche, il capitale finanziario, la borsa, le istituzioni monetarie… ed ecco che si scopre che attraverso questi luoghi l’economia diventa assai simile alla magia, al gioco d’azzardo, alla fiducia nella fortuna. La parola “Economia” è derivata da Oikos, che vuol dire ‘casa collettiva’’habitat comune’, e Nomos, che vuol dire legge e regole concordate per amministrare, produrre e distribuire ordinatamente a favore del Oikos.Ma quali sarebbero le regole non puramente formali, ma sostanziali, che regolano l’economia dei mercati e della finanza oggi? I mercati, si sa, con il neo-liberismo hanno assunto la regola della deregulation, cioè avrebbero in se stessi un dispositivo virtuoso che si regola da sé. Sebbene ciò con tutta evidenza non sembra sia vero, si insiste in un’atteggiamento fideistico, e cioè come in ambito magico-sacrale bisogna avere fede, cioè fiducia nella ‘sorte dei mercati’, nella speranza di nuovi ‘miracoli economici’. Ma è in banca, cioè nella finanza e nella moneta, che l’economia non può contare propriamente su una fede teologica, su un principio supremo e super partes di autoregolazione da ingraziarsi. Nella finanza le leggi divine del mercato che in qualche modo premierebbero i bravi e punirebbero i cattivi non sussistono. In campo finanziario la devozione non riguarda tanto un credo religioso, quanto di tipo magico-propiziatorio, esso viene affidato ai ‘maghi e ai guru della finanza’, nonché a veri e propri truffatori, come spesso avviene nel campo della magia e delle superstizioni.
Il grande economista a americano Thorstein Veblen, agli esordi del’900 svelava i retroscena psicoculturali che si celano nel forme di potere e nei desideri delle classi agiate, e quindi in un’economia che non conosce né un Oikos, né un Nomos, in quanto riguarda questioni di privilegio e di status simbol, e non si interessa né del bene comune, né di regole che possano equamente amministrarlo. Egli spiega come la credenza nella fortuna, si sia sviluppata nelle società barbariche e predatorie dell’antichità, per poi fare da retroscena ai modi di produzione e di funzionamento dell’economia ‘moderna’. Giacché i flussi finanziari dipendono dallo ‘scommettere in borsa’, si capisce come ciò faccia affidamento alla fortuna, e comunque a dati che non possono essere veramente indagati e regolarizzati, altrimenti non si potrebbe scommettere. Alla base della finanza vi è dunque una logica di gioco d’azzardo che in quanto tale presume che quando qualcuno vince qualcun altro perde, e quindi non vi è una la considerazione di un Oikos, e neppure la regola di mercato secondo la quale ‘vinca il migliore’, vincerà invece il più furbo, o il più fortunato, quello che riuscirà appunto a realizzare una ‘fortuna’. In genere è anche il più ladro e il più prepotente, ammanicato in lobby, potentati e gruppi di interesse tra legalità e illegalità. Certamente, come dice il ‘proverbio piove sempre sul bagnato’, anche perché quanto più ci si può permettere di ‘tentare la fortuna’ , tanto più la si può incontrare, altrimenti la si raggiunge con l’imbroglio. Ciò che appare come fortunoso e quindi proveniente da una forza extracausale, di ordine sovrannaturale, un fluido imprecisabile che rende fruttuosi per alcuni l’economia e infruttuosa per altri, viene fomentato da trucchi ed artifici (imbrogli) che dalle banche passano sotto banco nelle forme più disparate e irregolari, sfruttando le vacatio legis o raggirando le stesse leggi nella più totale illegalità. Nel primo caso si approfitta di mancanza o scarsità di organi di controllo e di regolamenti per la creazione di prodotti finanziari che si rivelano ‘bolle’, cioè pellicole vuote che poi esplodono in faccia a chi ha creduto fossero qualcosa di reale, e che rimane così defraudato. Si inventano modalità di scommessa sempre più sofisticate, ad esempio i ‘derivati’ che sono basati su forme di scommessa su altre scommesse riferite ai debiti di altri dovuti alla perdita di altre scommesse e così via, sono in buona sostanza operazioni di investimento ad alto rischio effettuate da banche o da altri enti specializzati il cui rendimento dipende da una qualche possibilità previsionale sul ‘futuro’ di titoli ed altre operazioni che sono incontrollabili, in quanto compiute da altri operatori i quali anch’essi sono legati a calcoli previsionali sul ‘futuro’. 
IL PIU’ GRANDE ANTIDEPRESSIVO E’ NELLA SOLIDARIETA’ E NELL’AMORE
Prendiamo dunque coscienza di come il nostro ‘essere nel mondo’ sia sottoposto ad agenti depressogeni che seppure non ci colpiscono direttamente ci costringono a subire un clima di disumanità per ragioni di puro e spietato egoismo. Ecco allora che esprimere indignazione, mettere in pratica forme di solidarieta’ sociale, partecipare alla ricostruzione di una convivenza civile più umana e armoniosa ci rende senz’altro meno vulnerabili alla depressione e anche alle ansie che sono ad essa connesse. Una nuova psicoterapia ‘consapevole e democratica’ dovrebbe incentivare a comprendere che lavorare su se stessi vuol dire anche lavorare per il bene del mondo in cui viviamo. A ciascuno è dato di portare il suo contributo, e ciascuno può ingrandire il suo cuore affinché il bene comune possa essere un valore più prezioso di quelli indotti dall’avidità e dall’egoismo. Del resto è solo sforzandosi di ricercare e generare il bene per tutti,’ con pensieri , parole ed opere’ che si può vivere meglio oggi e vi sarà un futuro per chi verrà.
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Se si facessero serie ricerche a livello socio-psicologico emergerebbe come l’equilibrio psichico e fisico sia minacciato ‘in profondità’ dalle disarmonie e dalle frustrazione derivate dal mondo esterno, materialista in modo sempre più ostinato e radicale. Ma manca l’ interesse ad approfondire in tal senso, e viene da pensare che certi gruppi di potere, legati ad esempio alle case farmaceutiche, piuttosto che alla incentivazione del consumismo narcisistico, vogliano nascondere la vera causa di tanti mali psicologici, psichiatrici e fisici. In questo senso articoli come questo danno un importante e raro contributo.