democrazia maniLa psicoterapia mutuabile non è un costo insostenibile, ma un risparmio ed un investimento – Moltissimi casi di violenza, incidenti, comportamenti maladattivi e malattie su base psicogena potrebbero essere evitati.

Tutti i giorni in televisione  la violenza di genere viene mostrata senza che si dica cosa bisogna fare per prevenirla, ma solo rivendicando un più efficace sistema punitivo che invece di ‘curare’ esaspera ancora di più le tensioni. QUASI MAI VIENE DETTO CHE SE SI FOSSE POTUTO RICORRERE AD UN SERVIZIO PSICOLOGICO MUTUABILE  E SPECIALISTICO PER LA COPPIA E LA FAMIGLIA, TANTO DOLORE E VIOLENZA SI SAREBBERO POTUTI EVITARE.

Se è vero, come è vero, che la medicina e la chirurgia sono accessibili all’intera popolazione delle società democratiche, di certo non si può dire la stessa cosa per la psicoterapia. In Italia la psicoterapia non è mutuabile, se non parzialmente e attraverso costose assicurazioni private e di categoria. Raramente sono possibili consulti psicoterapeutici gratuiti o a costi da ‘ticket’ presso ASL e consultori. Quando gruppi di psicoterapeuti propongono strutture cooperative per offrire assistenza e cura a costi popolari, non possono ricorrere ad alcuna agevolazione fiscale, né ad alcun supporto pubblico. Ne consegue che i tentativi volontaristici e solidali di ‘democratizzare la psicoterapia’ restano esiziali e sono destinati ad un frustrante fallimento. Nella scuola pubblica italiana, così come negli ospedali, nelle realtà del disagio o nei luoghi di lavoro aventi caratteristiche stressanti, il supporto psicologico quando viene fornito, è assolutamente insufficiente, tanto da considerarsi più come una parvenza di facciata che non un servizio effettivo.

Si potrà dire che la psicoterapia è troppo costosa perché comporta molte ore di lavoro, a volte centinaia, per assistere un paziente, mentre con le medicine e nella fattispecie gli psicofarmaci a volte bastano colloqui di pochi minuti. Naturalmente se si ha la possibilità di pagarsi la psicoterapia nessuno può sconsigliarla e solo attraverso banali riduzionismi e luoghi comuni la si può considerare semplicemente alternativa ai farmaci. Seppure in certi casi ‘psichiatrici’ o di dolore  e disagio psicologico acuto, gli psicofarmaci sono un valido rimedio, essi non possono sostituire il valore e il senso della psicoterapia, la quale non mira a reprimere e a occultare i sintomi, ma ad elaborarli attraverso un profondo sostegno umano e professionale. La psicoterapia consente di accompagnare un paziente nelle sue difficoltà e di elaborare un modo per uscirne attraverso una crescita personale, una conoscenza di se stesso che poi può risultare fondamentale anche in fasi successive e in diversi ambiti della vita. Va poi detto che per specifiche forme di disagio e di sofferenza, soprattutto inerenti le relazioni affettive, la stima e la realizzazione di sé, non vi sono psicofarmaci magici, in quanto essi agiscono sui sintomi e non sulle cause interiori ed esistenziali che li hanno provocati. In termini freudiani possiamo dire dunque che la cura delle nevrosi, le quali provocano sintomi ansioso-depressivi correlati a conflitti interiori e relazionali che possono avere conseguenze anche gravissime, è essenzialmente di carattere psicoterapeutico e analitico. Da questa considerazione si sono sviluppati molti approcci e orientamenti psicoterapeutici che hanno curato e dato sostegno a milioni e milioni di persone, dalle origini della psicoanalisi fino ad oggi, in un crescente clima di approvazione e di consapevolezza da parte della maggioranza delle persone – intellettuali, medici, pazienti – circa l’efficacia e l’importanza della psicoterapia per il benessere e la salute dell’individuo e della società. Tuttavia soltanto una stretta minoranza di pazienti può avere accesso alla psicoterapia a causa dei suoi costi elevati, qualora non siano supportati da programmi e progetti efficaci e adeguati in termini di spesa pubblica. Eppure secondo molteplici punti di vista e studi, qualitativi e quantitativi, una democratizzazione della psicoterapia produrrebbe risparmio e investimento, così che i benefici a medio e lungo termine, anche economici, sarebbero superiori ai costi. D’altra parte anche gli psicofarmaci sono costosi, e quando il loro prezzo di vendita al consumo appare contenuto, e assai spesso mutualizzato, è comunque la società a dover sostenere il costo effettivo. Insomma sarebbe opportuno investire di più per una sanità che sia anche psicologica e meno per quella psicofarmacologica.

Che dire poi dei costi che comporta il proliferare di tossicodipendenze e alcolismo a causa di un disagio psicologico che non viene terapizzato? Che dire delle tendenze alla criminalità e ai comportamenti antisociali e autolesivi che potrebbero essere, almeno in parte, evitati attraverso psicoterapie che per loro natura hanno una prospettiva preventiva ed educazionale? Cioè, non mirano solo al rimedio immediato, ma ad una crescita e ad una maturazione del sé. Se poi consideriamo che l’ipotesi psicosomatica in medicina è sempre più convalidata dalla ricerca scientifica e dall’esperienza clinica, ne deriva che una grande quantità di malattie e disturbi fisici, potrebbero essere attenuati e contenuti, attraverso percorsi psicoterapeutici volti ad armonizzare l’equilibrio energetico dlle persone anche in senso psicocorporeo attraverso la psicoterapia. Tutti i medici generici possono confermare  quanto i pazienti a causa di problematiche psicologiche non riconosciute o che non trovano sostegno psicoterapeutico sviluppino sintomi fisici. Ecco allora che il medico è spesso oberato di lavoro per trattare sintomatologie che sono afferibili a quadri ansioso-depressivi non curati psicologicamente e che quindi finiscono con il richiedere cure farmacologiche e quindi impiego di risorse lavorative ed economiche.

Perciò la democratizzazione della psicoterapia – e quindi la possibilità di renderla mutuabile per tutti – non è da intendersi come un costo insostenibile, ma come un risparmio e una risorsa, e quindi come un investimento ‘energetico’ a favore dell’individuo e della società nel suo insieme.

demo psiCome siamo messi in Italia?

Queste considerazioni non sono certamente nuove nella storia della psicoanalisi e delle cure psicoterapiche in generale. Sin dai tempi di Freud la questione della parcella, sostenibile solo dai ceti abbienti, è stata dibattuta in modo spesso controverso, ed ha dato luogo ad orientamenti e prassi alquanto diversificate nel modo di concepire e di fare la psicoterapia. D’altro canto però, vi è sempre stata anche la tendenza a tenere sotto silenzio la realtà di fatto che la psicoterapia è stata e resta tuttora una cura per chi se la può permettere. Fortunatamente non in tutte le società democratiche le cose stanno così, e, seppure in questo articolo non vi è la possibilità di approfondire con dati e riferimenti precisi (cosa che rinvio in altra occasione) posso affermare per conoscenza diretta e attraverso lo scambio di informazioni con colleghi all’estero, la psicoterapia è assai più diffusa e usufruibile che non in Italia. Questo non tanto perché si tratta di paesi più ricchi, ma perché vi è una diversa concezione della professionalità e dell’assistenza psicoterapeutica, la quale viene valorizzata e sostenuta, da strutture pubbliche e private. In Argentina, ad esempio, nonostante le recenti crisi economiche la psicoterapia  è assai più diffusa e democratizzata che in Italia.

Nel nostro paese diventare psicoterapeuti costa di più che in ogni altro paese del mondo e di più di qualunque altra professione. Oltre a cinque anni di università in psicologia, a quattro di specializzazione, a circa due anni di tirocinio, occorrono anche centinaia di ore di analisi e un continuo aggiornamento, il tutto a pagamento. Poi però i concorsi per lavorare sono quasi inesistenti e gli obblighi fiscali e professionali imposti in modo assolutamente incongruo alla professione di psicoterapeuta, comportano una situazione assurda e insostenibile. Per vivere del suo lavoro uno psicoterapeuta dovrebbe proporre parcelle insostenibili, oppure deve avere un secondo lavoro, o comunque considerarsi una sorta di missionario che permane  in una condizione lavorativa precaria, che non gli permette alcuna reale sicurezza e serenità dal punto di vista mutualistico e pensionistico… oppure deve essere una persona che può disporre di sue proprie risorse patrimoniali così da potersi permettere di svolgere il suo lavoro con spirito semivolontaristico, o come una sorta di passione filantropica. Ma lasciamo perdere queste considerazioni che riguardano la condizione dello psicoterapeuta, il quale assai difficilmente potrà recuperare ciò che ha speso per diventare tale e guadagnare, così come avviene in altri ambiti professionali, che impegnano assai meno nella formazione in tempo e denaro. Sì, lasciamo perdere per adesso, e occupiamoci ancora un momento dei pazienti, o meglio di coloro che non possono essere pazienti perché non si possono permettere neppure le parcelle più contenute. Come ce ne occupiamo concretamente?

uomo-che-pensa2C’è tanto da fare, proviamoci insieme.

Credo che bisogna fare tutto il possibile per democratizzare la psicoterapia, e ciò dipende sia dall’impegno individuale e sia dalle possibilità di collaborazione tra psicoterapeuti, i quali attraverso forme di sponsorizzazione possono cercare di fornire assistenza e cure effettivamente accessibili a tutti. Mi riferisco dunque realisticamente e in termini modesti, ma realizzabili, alle possibilità di associazionismo sul piano locale e territoriale, ed anche attraverso internet (servizi informativi, di auto-aiuto e di sportelli di ascolto e terapia on line). Albedo associazione culturale per l’Immaginazione attiva da diversi anni lavora in tal senso, ma nelle sue aspirazioni vorrebbe fare di più. Essenzialmente si occupa di divulgare conoscenze per un’armonizzazione psicologica, culturale e creativa a favore di tutti, in uno spirito volontaristico e solidale. Perciò Albedo, anche in quest’articolo, si dichiara disponibile a collaborare con tutti coloro che vogliono lavorare a progetti di democratizzazione della psicoterapia, attraverso idee e risorse concrete. Chi scrive in quanto psicologo-psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Culturale Albedo si rende quindi disponibile per elaborare progetti ed interventi con colleghi e professionisti di altre discipline, associazioni culturali e di categoria, istituzioni e sindacati,  volti ad una democratizzazione della psicoterapia, in ambito generale e per ambiti specifici : adolescenti, anziani, immigrati, violenza sulle donne,  e in modo alquanto urgente, anche nell’ ambito del disagio sociale dovuto alla crisi e alla disoccupazione, che sta comportando sempre più gravi condizioni depressive, finanche ad una crescita di atti e comportamenti autolesivi e suicidari.

In qualità di psicoterapeuta che lavora come clinico nella libera professione cerco di impegnarmi molto attraverso l’Associazione culturale Albedo per divulgare la cultura psicologica e per incrementare l’uso dei media on line, quali strumenti di partecipazione, di dialogo e di auto-aiuto a favore di tutti. L’obiettivo resta quello di offrire –  con la collaborazione di colleghi, di operatori di altre discipline delle helping profession, di intellettuali ed artisti,  ed anche dei pazienti più emancipati e consapevoli – progetti di sostegno psicologico gratuito, nonché interventi mirati a carattere volontaristico – cosa che peraltro è già in corso attraverso alcuni articoli del blog www.albedoimagination.com

Anton-Von-FreundUn ‘grande paziente’:  precursore della democratizzazione della psicoterapia

Qui di seguito vogliamo ricordare uno straordinario precursore della democratizzazione della psicoterapia, il quale entusiasmò e commosse il grande Freud.   Questi fu il dott. Anton von Freund –  “il paziente della provvidenza” (come lo definì Freud) – filosofo e ricco industriale ungherese nel settore della birra,  considerabile come il primo grande promotore della democratizzazione della psicoterapia, al quale ancora oggi possiamo ispirarci. Riportiamo dunque le parole che Freud scrisse nel necrologio per  la morte di Anton von Freund  avvenuta il 20 gennaio 1920[1].

“[…] Nato a Budapest nel 1880, si era laureato in filosofia.  Intendeva dedicarsi all’insegnamento, ma venne convinto ad entrare nell’impresa industriale del padre.  Il grande successo che raggiunse come industriale e organizzatore non riuscì a soddisfare le sue aspirazioni che si agitavano nel profondo della sua natura – l’assistenza sociale e l’attività scientifica. Non chiedendo nulla per sé, ricco di fascino, usò i suoi poteri materiali sia per aiutare gli altri e per addolcire le asperità del loro destino, sia per affinare in ogni settore il senso di giustizia sociale, acquistandosi in tal modo una vasta schiera di amici che piangono ora la sua perdita. Quando, nell’ultimo suo anno di vita, venne a conoscere la psicoanalisi, questa sembrò permettergli la realizzazione  dei suoi due grandi desideri. Si prefisse il compito di portare aiuto alle masse con la psicoanalisi e di far uso degli effetti terapeutici di questa tecnica medica, fino ad allora solamente al servizio dei ricchi, allo scopo di mitigare le sofferenze nevrotiche dei poveri. Poiché lo stato non si preoccupava affatto delle nevrosi della povera gente, poiché la maggior parte delle cliniche ospedaliere respingevano la terapia psicoanalitica senza poter offrire una qualsiasi cura sostitutiva, e poiché i pochi medici psicoanalisti, bloccati dalla necessità di provvedere al proprio mantenimento, non erano in grado di assolvere un compito così gravoso, Anton von Freund cercò, attraverso la sua iniziativa privata, di aprire una strada verso la realizzazione di questo importante servizio sociale.  Durante gli anni della guerra aveva raccolto quella che poteva dirsi allora una somma davvero considerevole, un milione e mezza di corone , a destinare a scopi umanitari nella città di Budapest. Con la cooperazione del Dot. Stephan Von Barczy, l’ allora borgomastro, egli assegnò questa somma alla Fondazione di un Istituto Psicoanalitico in Budapest nel quale l’ analisi venisse praticata, insegnata, e resa accessibile al popolo. Si intendeva istruire in questo Istituto considerevole numero di medici, ai quali sarebbe poi stato assegnato un onorario per il trattamento di nevrotici poveri in una clinica di tipo ambulatoriale. L’ Istituto, inoltre, sarebbe stato un centro di studi per ulteriori ricerche scientifiche sull’ analisi. Il Dott. Ferenczy avrebbe dovuto essere il responsabile scientifico dell’ Istituto; Von Freund stesso si sarebbe incaricato della sua organizzazione e della parte finanziaria. Il Fondatore consegnò anche una somma relativamente modesta al professor Freud per la fondazione di una casa editrice psicanalitica internazionale. Ma

Was sind Hoffnungen, was sind Entwürfe, die der Mensch, der Vergängliche, baut?[2]

La morte premature di von Freund ha posto fine a questi filantropici progetti, e con essi a tutte le loro speranze scientifiche. Benché il fondo da lui raccolto esista ancora, l’ atteggiamento di coloro che sono ora al potere nella capitale ungherese non lascia prevedere che le sue intenzioni saranno realizzate. Solo la casa editrice psicoanalitica ha visto la luce a Vienna.

Non di meno, l’ esempio che von Freund cercò di mettere a punto ha già avuto il suo effetto. Qualche settimana dopo la sua morte, grazie all’ energia e alla liberalità del Dott. Max Eitingon, la prima clinica psicoanalitica per cure ambulatoriali è stata aperta a Berlino. Così il lavoro di von Freund continua, anche se egli non potrà mai essere sostituito o dimenticato.

Freud, Dr. Anton von Freund, 1920 – ora in Scritti 1919/1920, Newton Compton Editori, 1976.

 


[1] Questo articolo per una sorta di sincronicità viene pubblicato il 19 gennaio 2014.

[2] “Che accade delle speranze, che accade dei progetti dell’ Uomo, questa transeunte creatura? “(Schiller, Die Braut von Messina, III, 5)