TRAUMA DA NARCISISMO E VAMPIRIZZAZIONE AMOROSA

Pier Pietro Brunelli, Psicologo-Psicoterapeuta

L’esito infernale – traumatico e post-traumatico – della vampirizzazione amorosa, consiste in uno stato d’animo di disperazione che non riesce a trovare pace perché non si sa come interpretare ed elaborare cosa accade nel profondo dell’anima, la propria e quella del partner (ciò che ho individuato e  denominato TdN – Trauma da narcisismo, sin dal 2010). Possiamo dire che ci sono molteplici stadi e sintomatologie da vampirizzazione amorosa, che possono essere lievi o acuti, fino a uno specifico stato di traumaticità, di grande sofferenza cronica. Tuttavia quando la sofferenza è lieve, strisciante, che tende a cronicizzarsi nella rassegnazione, non dovrebbe essere sottovalutata; va piuttosto affrontata, onde evitare che diventi la premessa per una successiva più grave condizione di traumaticità. Una riparazione del mondo interno immaginale è necessaria non solo per chi si trova in una condizione di gravità traumatica e post-traumatica, ma anche per chi vive in uno stato di complessità erotico-affettiva, al fine di ritrovare maggior equilibrio, prevenire e interrompere evoluzioni e cronicità infauste. Talvolta la vampirizzazione può essere quasi reciproca, oppure possono esservi tracce di vampirizzazione, o altre forme dubbie (generate da equivoci o da posizioni vittimistiche se non anche paranoidee). Insomma, è sempre bene fare un esame delle complicazioni e delle complessità prima che l’amore diventi un inferno e i vampiri prendano il sopravvento.

Rodolfo Valentino

Tutte queste considerazioni, esperienze, valutazioni, emozioni, illusioni della vita amorosa, secondo il mito di Amore e Psiche comportano o un destino mortifero o un’evoluzione dello psichismo verso una più elevata dimensione spirituale e di conoscenza della natura umana. Vale quindi il detto «ciò che non ti uccide, ti fortifica», ma a patto che questa fortificazione porti a una maggiore consapevolezza delle forze animiche e spirituali che agiscono nella vita amorosa.

Un’immagine specifica di come il processo di seduzione mortifera possa essere trasformato in un’esperienza di conoscenza e di evoluzione è quella di Ulisse e le Sirene. Ulisse fa tappare le orecchie ai suoi argonauti affinché non sentano l’ammaliante canto delle Sirene, altrimenti si sentirebbero costretti a tuffarsi in mare per raggiungerle, finendo poi sfracellati sulle rocce. Ma Ulisse preferisce farsi legare all’albero maestro della sua nave e vuole sentire il canto delle Sirene, senza però cedere al loro incantesimo. Ulisse vuole conoscere il misterioso potere delle Sirene, seppure soffrendo tremendamente, perché ciò gli permette di conoscere forze del suo mondo interiore e di impiegarle per proseguire con più determinazione il suo viaggio.

La vampirizzazione amorosa è un fenomeno sirenide, dal quale non basta soltanto fuggire. Del resto non ci si riesce fino a quando, con i giusti mezzi (legandosi al palo della ragione e dello spirito) non se ne ricava una maggiore consapevolezza di sé e del mistero dell’anima nella vita amorosa.

 Il vampirismo di Narciso

 

La figura di Narciso del mito greco, è stata impiegata soprattutto da Freud per elaborare il concetto di narcisismo. Tale concetto ha aperto sconfinati orizzonti teorici per la comprensione della vita psichica e delle sue patologie, in modo particolare quelle che più sono riconoscibili nella relazione amorosa. Il narcisismo di Narciso ci interessa particolarmente per le sue modalità seduttive e poi distruttivamente rifiutanti e abbandoniche. In tal senso esprime un’immagine assai efficace della vampirizzazione amorosa.

Va ricordato che il mito di Narciso si caratterizza anche positivamente per la sua capacità di affermare la soggettività e quindi l’amore per sé stessi. Rappresenta una fase mitica fondamentale per l’evoluzione della psiche umana dal momento che fonda il principio dell’individualità, sancito da un’affermazione di indipendenza dall’altro e dall’alterità. Se Narciso non diventa vampiro, riesce nella sua individualità a stabilire relazioni sufficientemente sane e, in un certo senso, ne preserva la salute perché respinge la fusionalità simbiotica, come perdita di sé stessi nell’altro. Nel momento in cui Narciso diventa patologico, seduttivo, abbandonico e crudele, allora può essere considerato come il prototipo mitico del vampirismo amoroso.

Leonardo Niola, Trasformazione di Narciso – Artwork

Secondo la narrazione ellenica – la più antica – Narciso è omosessuale, seduce ragazzi, e quando costoro si innamorano li rifiuta in modo distruttivo. Per liberarsi dell’amore del giovinetto di nome Aminia, che pure aveva sedotto, giunge a dargli una spada istigandolo al suicidio. E così Aminia si uccide non riuscendo a sopportare il trauma di un abbandono distruttivo. Questa istigazione al suicidio per sbarazzarsi dell’amante infastidisce alquanto gli dei e in particolare la coppia Eros e Afrodite. Pertanto sarà punito dagli dei inducendolo a suicidarsi con la stessa spada che aveva dato ad Aminia. Secondo altre narrazioni, gli dei puniranno Narciso facendolo innamorare di sé stesso, cosa che poi lo farà annegare in uno stagno nel tentativo di abbracciare la sua stessa immagine riflessa nelle acque.

La narrazione più nota intorno a Narciso racconta della seduzione e dell’umiliante abbandono della ninfa Eco. Ella resterà talmente traumatizzata da trasformarsi in una pietra. L’amante rifiutato a causa del narcisismo del partner cade in un trauma pietrificante, come se vi fosse un dissanguamento che trasforma le sue forze vitali in materia inerte. Il cuore di pietra di Narciso pietrifica l’amante.

Narciso seduceva i suoi amanti al solo scopo di misurare il suo potere seduttivo e di sentirsi grandioso. Dopo che la vampirizzazione aveva avuto successo allontanava i sedotti disprezzando la loro capacità di innamorarsi fino a pagare il prezzo di soffrire e di rinunciare all’amore verso loro stessi. In realtà invidiava la capacità di amare delle sue prede, dato che lui non ne era in grado, e quindi doveva punirle. magnetismo narcotico e vampirizzante

Sa Crabarissa – roccia che raffigura una donna pietrificata – al centro della Sardegna

La parola greca «narké», cioè «torpore», da cui deriva anche narcotico, è in correlazione con il nome Narciso. Di fatto non si può parlare di una vera e propria coincidenza etimologica di cui avere certezza, ma quantomeno di un’assonanza di forma e di senso. Narciso in qualche modo narcotizza amorosamente le sue prede, riesce a drogarle con un amore drogato, per poi ferirle umiliandole, svalutandole e abbandonandole in modo distruttivo.

La parola «narcotico» implica stordimento, stupore, torpore. Si tratta di una forza stupefacente che si cela nel profumato candore di un fiore: il narciso. Questo fu il fiore in cui narciso si trasformò alla sua morte, quando nel tentativo di abbracciare la sua immagine riflessa nell’acqua – l’unica verso la quale gli sembrava di provare amore – cadde e annegò.

Il bulbo che radica nel sottosuolo il fiore narciso, contiene la narcisina, un potente veleno per l’intestino e per il sistema nervoso. Eppure questo stesso veleno – che è nella natura del bellissimo fiore narciso – ha anche una valenza di farmaco purificatore. Secondo alcune leggende il bulbo del narciso assorbe le negatività, perciò è velenoso. In molte narrazioni mitologiche e religiose il narciso è simbolo di purezza e valorizza l’indipendenza in quanto capacità di poter contare su sé stessi e di affidarsi alla relazione con Dio piuttosto che con gli altri esseri umani. Perciò il narciso compare sovente nell’iconografia cristiana in quanto evoca un senso di beatitudine interiore e pace con sé stessi.

Evidentemente anche la figura mitica di Narciso non deve essere letta solo in negativo, anzi essa è fondamentale per l’evoluzione umana della coscienza in quanto afferma l’individualità e la soggettività dell’identità che si autodetermina indipendentemente da vincoli e subalternità con gli uomini e anche con gli dei.

Quando l’indipendenza narcisistica diventa un eccesso che isola dalle relazioni o che le manipola a scopo utilitaristico – al punto che nel mito confligge con Eros (dio della relazione) – ecco che la narcisina diventa un veleno. Il senso di onnipotenza infantile di Narciso, di pienezza di sé che si erge sul mondo come se fosse un dio, affascina, fa sentire agli altri di voler essere come lui/lei, per poi accorgersi di essere annientati, assorbiti da un eccesso trionfale che nella sua intimità autentica non c’è.

Del resto esiste un narcisismo buono che non è solo apparenza e sopraffazione, è buono e vitale come desiderio di essere Uno, di contare su sé stessi; con ciò non degenera al punto che per essere Uno (o il numero uno), sente il bisogno di farla pagare all’altro, ovvero di sfruttare e mortificare la relazione per nutrire il proprio ego ipertrofico. A questo punto è evidente come le figure del vampiro e di Narciso possano essere sovrapponibili.

Chi resta affascinato da Narciso il vampiro viene pervaso dal magnetismo del suo profumo e della sua candida e carnosa bellezza, capace di evocare, appunto, indipendenza, autonomia, forte identità – e intanto non sa nulla del veleno che cova nel suo bulbo. Ecco allora che lasciandosi andare a baciare e ad annusare questo mitico fiore resta avvelenato.

L’infido veleno occulto di Narciso (mito e fiore), psicosimbolicamente può essere considerato la causa dell’intossicazione che poi sfocia nel Trauma da narcisismo, corrispondente all’esito di una tormentata vampirizzazione amorosa.

La questione cruciale di questo magnetismo fascinoso, che si rivela poi velenoso, sarebbe da individuarsi nella ferita narcisistica del vampirizzato, cioè in una sua carenza di narcisismo sano, che lo rende capace di individuarsi e affermarsi in una sufficiente indipendenza, in equilibrio tra l’amore per sé stesso e l’amore per l’altro. ecco allora che la narcisina di Narciso appare come una sorta di farmaco risanante, qualcosa di cui si ha bisogno e che si può ottenere legandosi amorosamente a lui che ne possiede tanta!

Maschere e messaggi obliqui della seduzione

La maschera nella coppia, seppure senza essere manipolatoria, e neppure propriamente subdola è anche un modo di governare il linguaggio obliquo della seduzione e di deviare la testardaggine dei confronti frontali.

Dice Roland Barthes:

Bisogna che il nascondere si veda: sappiate che io sto nascondendo qualcosa […] ecco il messaggio che rivolgo all’altro […] metto una maschera sulla mia passione, ma con un dito discreto (e scaltro) indico questa maschera. [1]

Ecco allora che, nelle relazioni di coppia – nel bene e nel male – le maschere sono agenti di segrete e fantomatiche comunicazioni, equivoche ma suadenti, confuse eppure precise. Il paradosso è che la maschera può servire a rendersi più sottilmente trasparenti. L’amore presuppone di capirsi senza spiegarsi, di chiedere senza domandare, di sentirsi senza parlarsi, di vedere quel che non viene esposto, se non in modo confuso, o a dirittura opposto. Così l’innamorato/a pensa: «Metto la maschera di voler guardare la TV, per vedere se capisce che voglio fare l’amore»; «Mi maschero di allegria, anche se sono preoccupato/a»; «Mi maschero di preoccupazioni, così mi coccola»; «Mi maschero da corteggiato/a o viceversa da geloso/a così ha più interesse per me».

Ovviamente non tutte le maschere servono a determinare una sfida volta a far comprendere passioni, desideri ed emozioni che non si riescono a esprimere direttamente, o che pare più stimolante proporre con una celata e seduttiva obliquità. Quando le maschere narcisistiche (tutte lo sono, ma non tutte sono cattive) hanno fini manipolatori e ingannatori, c’è poco da ridere, occorre prenderne coscienza e smascherarle. Ma, se si tratta di maschere equivoche dovute alla naturale artificiosità e alla relativa ambiguità seduttiva della coppia, va accettato che dietro di esse c’è tutt’al più un eros bambinone e vampirello, ma non un mostro. Ecco allora che rabbia, rancore e risentimento vengono ridimensionati.

Quando il complesso vampirico si prende gioco della coppia e arriva a fare brutti scherzi, è utile ‘carnevalizzarlo/esorcizzarlo/sdrammatizzarlo’, fino a prendersi gioco del complesso. A volte si pensa troppo male del partner, anche quando non è proprio il caso. Per fare pace davvero, bisogna arrivare a riderci su, insieme e anche da soli, ricordandosi di deridere non solo l’altro, ma anche sé stessi. E’ sintomo di  guarigione quando si arriva alla autocanzonatura bonaria, non cinica di se stessi, passando dalla posizione di vittima a quella di ‘Cappuccetto rosso’, che per la sua ingenuità si è lasciato sedure da un lupo goffamente travestito. Il problema però è che anche una volta che lo si è riconosciuto in quanto ‘lupo mannaro’ si considera a desiderarlo, vincolati da un attaccamento tormentoso. Il magnetismo tra vampiro/a e vampirizzato/a fa sì che questo seconda sia irresistibilmente attratto ad ‘offrire il collo al primo’ nonostante riconosca la sua seduzione mortifera. Ecco allora che occorre veramente una psicoterapia ‘antivampirizzante’, prima di ritrovarsi dissanguati nell’anima e nei sensi.

Donne vampirizzate. Abusate nell’anima e nei sensi.

 La specificità della vampirizzazione al maschile sembra avere come suo proprium un delirante bisogno di potenza che si rafforza attraverso la distruzione psicologica, morale e spirituale del femminile. La vampirizzazione maschile sembra volersi impadronire dell’anima e dei sensi delle sue prede donne con diverse strategie. Essenzialmente queste strategie oscillano tra due poli: quello di una seduzione che si esprime attraverso una qualche forma di sessualità perversa e quello di una seduttività fascinatrice, ma senza sessualità, che possiamo riferire alla figura del vampiro bianco. In entrambi i casi, seppure con diverse modalità, si attua una frattura nella relazione tra sesso e sentimento che risulta mortificante della libido femminile.

A livello del primo polo – quello della sessualità perversa – accade che la donna innamorata conceda determinate pratiche sessuali aventi una qualche forma trasgressiva e perversa, considerandole come un modo di rendere più intima la relazione amorosa e quindi di fortificarla. Invece il vampiro pensa che è grazie al suo potere seduttivo che riesce a imporre certe pratiche erotiche perverse. La perversione sessuale viene proposta in modo ricattatorio nei confronti della donna, la quale finisce con l’accettarla soprattutto per poter mantenere una relazione sentimentale. Il maschio gode di questa sottomissione del femminile, e con ciò mette in atto una perversione morale, più che sessuale, la quale non ha nulla a che fare con una liberatoria complicità volta a una trasgressione delle regole. Si verifica quindi la condizione per cui l’uomo tende a demolire la dignità di una donna attraverso pratiche sessuali umilianti, aventi lo scopo di traviarla, di mortificarla e di violentare i suoi sentimenti amorosi. D’altra parte una donna innamorata può trovarsi nella condizione di abbandonarsi a giochi erotici perversi che pure le piacciono, ma non intendendo con ciò di farsi umiliare nella sua dignità di persona e nei suoi sentimenti.

L’immagine è quella di un vampiro maschio che, attraverso una sessualità perversa, riesce a travolgere una donna confondendola nei suoi sentimenti e nella stima di sé, e rendendola quindi dipendente da un uomo al quale deve protendersi con una traumatica intensità passionale al fine di riscattare la sua anima. In tal modo la donna giunge ad amare il suo perverso vampiro fino alla follia, in quanto vorrebbe essere contraccambiata con reciproco amore per ottenere una specie di catarsi purificante dell’anima. Ma invece si sviluppa un gioco mortificante, dove la posta è sempre più alta, durante il quale il vampiro amoroso, a causa della sua fondamentale impotenza erotica, mira a svilire e a deturpare sempre di più la donna attraverso un misto di sessualità perversa, valorizzazione e minaccia abbandonica, fino a dissanguarla psichicamente e poi ad abbandonarla. In genere le donne che cadono in questa attrazione fatale hanno un qualche problema complessuale con il padre, in quanto maschile non ben interiorizzato, e che quindi non le fa sentire sufficientemente protette e degne di un’equilibrata relazione amorosa con gli uomini. Un assurdo senso di colpa interiorizzato, a causa di un fallimento della relazione con il padre, di cui la donna non ha colpa, può quindi condurre la donna a farsi vampirizzare nell’anima e nei sensi, attraverso una deformante relazione perversa tra sesso, sentimento e dignità.

Tutto ciò, ovviamente, in campo clinico va indagato e approfondito caso per caso, e anche in tal senso una psicoterapia poetica e immaginale può far emergere vissuti, dubbi e ansie che altrimenti potrebbero essere difficilmente esprimibili per una donna (come del resto anche per un uomo) a causa di tabù, vergogne e sensi di colpa.

dal serial Twilight: ‘un vampiro bianco buono’

A livello del secondo polo – quello del vampiro bianco – abbiamo tutti quei casi in cui il vampiro amoroso maschio riesce a insinuarsi in una qualche ferita narcisistica della donna attraverso un attaccamento che nega e castra la sessualità. Vi sono poi forme oscillanti tra i due poli, in cui il vampiro amoroso si muove con un’estrema ambivalenza ricattatoria, tra sessualità concessa e sessualità negata. Talvolta però la vampirizzazione è solamente bianca, messa in atto con la castrazione totale della libido femminile. Si pensi al già citato Diario del seduttore di Kierkegaard, che attraverso il suo protagonista, Giovanni, elabora a un livello di grande raffinatezza la figura del Don Giovanni, il quale arriverebbe a sedurre e a traviare con il solo ausilio della scrittura.

Ecco un’emblematica frase pronunciata dal nostro raffinato (e psicotico?) Giovanni: «Penetrare con lo spirito nell’essere di una fanciulla è un’arte, ma saperne uscire è un capolavoro».

Il vampiro bianco vuole penetrare solo attraverso lo spirito l’anima di una donna con lo scopo di avvilirle il cuore, di violentarla psichicamente, facendola innamorare senza poi concedere che la relazione si incarni e diventi autentica e naturalmente erotica e libidica. In tal modo la umilia nella desiderabilità del suo corpo, ma anche nei sentimenti, giacché la donna si sente inadeguata e insufficiente per via di un attaccamento amoroso che per qualche ragione (quelle del vampiro bianco) non merita di poter essere vissuto nei sensi. Nel contempo il vampiro bianco riesce a provare una sorta di sadico godimento, per una sorta di potenzialità orgasmica che tiene per sé, in quanto suo strumento di dominio, potenzialmente adoperabile con tutte le donne, giacché non viene veramente concesso a nessuna.

Ecco come si industria la strategia vampirizzante di questo vampiro bianco sull’onda dei pensieri maniacali di Giovanni:

Ecco come si incomincia. Si neutralizza la sua femminilità con l’ironia […] la si destabilizza cambiando continuamente strategia, creando confusione, alternando sentimento e distacco, prestandole attenzione e poi mostrandosi indifferenti, irritanti, e poi di nuovo interessati. La donna deve sentirsi turbata, smarrita, del tutto disorientata. [2] Che cos’è questa se non violenza psicologica, mobbing di coppia, o vampirizzazione amorosa?

Crudeltà maschile verso le donne

Sbagliano ingenuamente quelle donne che vedono nel vampiro maschio soltanto uno che le imbroglia per portarsele a letto; si tratta di uno che vuole molto di più, uno che è mosso dal folle bisogno di renderle folli per devastarle spiritualmente nel cuore, nella loro forza di vivere e di amare. Si tratta di un bisogno narcisistico e borderline di dominare la psiche del partner, fino poi a volerla violentare, distruggere, traumatizzare per nutrirsi del suo sangue psichico che sgorga più vivo e più dolce dal cuore, dalla sua capacità di amare.

La dinamica vampirizzante malata di certi maschi vuol punire la donna, distruggerla nell’amore, così svilendola sentimentalmente e sessualmente sente di poter meglio godere del suo corpo, si sente più potente. In qualche modo il vampiro amoroso maschio di ogni genere, castra e rende ambivalente la relzione tra libido sessuale e sentimentale. Possiamo in generale considerare che per una ragione inconscia e complessuale, nevrotica, borderline o psicotica – comunque su base narcisistica (come disturbo più tipico della relazione e dell’incapacità di amare) – questo vampiro maschio deve vendicarsi delle donne per difendere o riparare il suo inconscio attaccamento immaturo e disturbato alla madre.

In buona sostanza, il vampiro esprime un condizionamento che deriverebbe da un qualche problema complessuale irrisolto, più o meno serio, con la madre e con la sfera genitoriale. In effetti si diventa vampiri e ci si rende disponibili a essere vampirizzati, sia come uomini sia come donne, come risposta patologica a condizionamenti disturbanti relativi all’infanzia e alla sfera affettiva genitoriale.

Soffermiamoci ancora sulla storia di un fantasma materno che induce il maschio a diventare molto peggio di un vampiro amoroso: un mostro che seduce le donne poi le uccide. Ci riferiamo a uno dei più grandi thriller cinematografici di tutti i tempi: Psycho di Alfred Hitchcock. Questo film ha catturato l’immaginario collettivo proprio perché fa leva sul fantasma materno nella psiche del figlio maschio. Ricordiamo che il protagonista – interpretato dal bravissimo Anthony Perkins – finiva con l’uccidere le donne dalle quali era attratto, in quanto dentro la sua mente psicopatica sentiva la voce della madre morta che gli ordinava di attuare il femminicidio di ogni donna alla quale si sarebbe potuto legare amorosamente.

Naturalmente qui stiamo considerando una figura dell’immaginario filmico che ha il compito di generare un ingigantimento estremo del campo immaginale, per far comprendere attraverso un caso estremo come e fino a che punto può agire il fantasma materno in un uomo. Questi non arriverà a diventare un femminicida, ma se il fantasma materno è del tutto irrisolto e non elaborato può arrivare abbastanza facilmente a diventare un vampiro. Ma può anche altrettanto facilmente sviluppare una ferita narcisistica che poi lo renderà facile preda della vampirizzazione femminile.

 

Vampiri alla Don Giovanni, vampirizzati alla Casanova

Mentre la figura del Don Giovanni è quella del seduttore seriale (playboy), che vampirizza per il gusto di fare stragi di cuori femminili, quella del Casanova si lascia vampirizzare da ogni donna e nello stesso tempo la vampirizza (butterfly-man, ovvero il farfallone). Il primo è infedele con tutte, il secondo vorrebbe essere fedele a tutte (Cuomo, 1982)

Il risultato è lo stesso, ma per ragioni di segno opposto. Il Casanova nei suoi celebri mémoires narra dei suoi amori mancati, potenziali e vissuti e quindi della sua frenesia per le donne, che lo induce a una continua ricerca di avventurose passioni, nella recondita, seppur farsesca speranza di trovare quella giusta. Intanto viaggia per l’Europa e incontra intellettuali del calibro di Voltaire e Rousseau. Ma la sua smania di essere sedotto più che di sedurre non trova pace, neppure con la maturazione dei suoi slanci intellettuali – e con ciò resta deluso e delude moltissime donne. Invece Don Giovanni non è una persona, ma una figura leggendaria che dal ’600 si aggira per l’Europa, e la sua viziosa virtù è quella di teorizzare e praticare l’arte dello sciupafemmine. Perciò la sua dissoluta frenesia è quella di fuggire da qualunque potenziale passione, facendo in modo che siano le donne a lasciarci il cuore, mai lui. Egli è l’immutabile convitato di pietra celebrato da Moliére a Mozart, figura fantasmatica che, dalla voluttuosa esaltazione dei sensi, trascina nel mondo infero il cuore delle donne. In tal senso possiamo considerare una particolare linea di separazione/congiunzione tra le figure maschili del vampirizzato alla Casanova e del vampiro alla Don Giovanni, il tutto con differenti gradienti di spericolatezza, ostinazione e cronicità.
Il Don Giovanni protagonista del Diario del seduttore di Søren Kierkegaard esprime l’inautenticità quale male peggiore del vivere, in quanto non vita. La sua fascinosa incosistenza, o vuota esistenza, si rivela solo come luciferina volontà di seduzione, che fa della vampirizzazione passionale il suo unico motivo di esistenza mancata, ed è tale mancanza che come un buco nero, un’idrovora, risucchia la passione della donna che vuole riempirla d’amore, farla nascere morendo. Cordelia – vittima della vampirizzazione dongiovannesca narrata da Kierkegaard nella sua opera di poetica filosofica – così si esprime in uno dei suoi biglietti d’amore straziato:

Talvolta era così spirituale che io, come donna, mi sentivo annientata. Altre volte invece era così selvaggio e appassionato, così pieno di desiderio, che io quasi tremavo davanti a lui. Talvolta mi trattava come un’estranea, talvolta si abbandonava a me completamente: quando lo stringevo tra le mie braccia, tutto cambiava, e io «abbracciavo le nuvole».  Søren Kierkegaard, Diario del seduttore, Firenze, Giunti, 1995, p 19.

Se Don Giovanni con le sue infernali quanto impalpabili complicanze seduttive diventa inesistente, Casanova diventa in-sistente (per dirla ancora con l’esistenzialismo di Heidegger) all’insegna di una sua voluttuosa carnalità passionale. Tuttavia i due sono entrambi avvinti in un complesso vampirico materno che li spinge a un regressus ad uterum, e a una dimensione narcisistica della relazione erotico-affettiva. Don Giovanni è il narcisista patologico puro (il vampiro) che sfrutta sessualmente la preda e poi l’abbandona, mentre Casanova è narcisisticamente impuro (il vampirizzato), perciò tende alle ambivalenze e alle malinconie border, tra abbandoni, ritorni e tira e molla, sempre alla ricerca di un femminile che possa risultare edenico, eroticamente materno, perfetto quanto impossibile, e quindi puntualmente lo delude e resta deluso. In ogni caso il Casanova è considerabile un vampirizzato che vampirizza, e questo può renderlo anche più delusivo e disturbante del vampiro amoroso tout court.

In questo blog vi è un articolo specifico sulle differenze tra vampirizzazione amorosa  al maschile e al femminile (cioè subita dagli uomini, per leggerlo cliccare sulla seguente immagine.

 

Questo articolo riprende alcune parti del mio libro L’ ALBA CHE CURA IL CUORE (Lindau,2020) – Nelle immagini qui di seguito gli altri libri sull’argomento, ciascuno dei quali diferrenti approfondimenti per una TERAPIA DEI TRAUMI E DEI CONFLITTI AMOROSI (nel blog Albedoimagination si possono leggere le presentazioni, oppure sul canale Youtube Albedoimagination si possono seguire video e interviste).

Tutti i libri si possono trovare sui vari distributori (in cartaceo o in e-book) e anche richiedendoli in libreria. Per ulteriori info e acquisto cliccare sulle copertine.

Ricordo che oltre a leggere articoli e libri ciò che più aiuta è una specifica Psicoterapia o almeno un consulto specialistico centrato sulla propria storia di vampirizzazione personale e sul proprio modo di risolverla o di uscirne con una nuova capacità di amare e di essere amati. Per ogni informazione chidete un consulto o scrivetemi. Inoltre potete partecipare con i vostri commenti di riflessione e di testimonianza in un clima di auto-aiuto e solidarietà.

Disponibile anche e-book Un vero e proprio ‘trattato’ sulla diagnosi e la terapia della vampirizzazione amorosa

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Rizzoli – in tutte le librerie (428 pag.) Un viaggio psicopoetico per guarire dagli inferni amorosi e tornare ad amare

IL PRIMO MANUALE DI AUTO-AIUTO SULLA DIAGNOSI DI TRAUMA DA NARCISISMO CHE HO PROPOSTO SIN DAL 2010

IL LIBRO DOVE HO  ELABORATO PER LA PRIMA VOLTA IL “TRAUMA DA NARCISISMO”